
SAN CHARBEL MAKHLOUF
IL PROFUMO DEL LIBANO
Monaco ed eremita dell'Ordine Libanese Maronita (1828 - 1898)
I
MPRIMATUR Nihil obstat Romae die 30 Sept. 1965 AMATUS PETRUS FRUTAZ Subsecretarius S.R.C. pro Causis Sanctorum Nihil obstat q. i.Mediolani, 6-10-1965 - Sac. ANDREA GHETTI, Genf. Eccl.
IMPRIMATUR in Curia Arch. Mediolani die 8-10-1965 Can. C. GILARDI, Deleg. A. I
CAPITOLO I
LA MONTAGNA BIANCA
Ogni santo è un dono di Dio al mondo e un'offerta del mondo a Dio; ma poiché l'avventura dell'uomo sulla terra e l'avventura della grazia divina nel cuore dell'uomo si svolgono lungo un itinerario preciso nel tempo e nello spazio, e necessario che di ogni santo si conosca il contesto storico e umano per meglio comprendere il meraviglioso cammino della grazia nella sua vita.
Lo stesso Figlio di Dio, fattosi uomo, si scelse una famiglia e una patria, un tempo preciso per venire nel mondo; tra i contemporanei, egli era conosciuto come Gesù, figlio di Maria, del villaggio di Nazaret - il « Nazareno » - e delle esperienze umane fatte nella Galilea della sua infanzia e della sua gioventù si servi per infiorare le sue parabole, per dare vivacità, immediatezza e risalto alle sue parole di vita eterna. Nel colloquio con la Samaritana, Gesù non esitò a mettersi nelle file dei suoi connazionali: « Noialtri adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei ».
Per quanto, come Gesù, il santo non debba essere « del mondo », egli e, come il Maestro, « nel mondo »; per i suoi discepoli, infatti il Cristo chiese al Padre non che li togliesse dal mondo, ma che li custodisse dal Maligno, il quale spadroneggia nel mondo.
Il santo fa la sua prova nel corso dell'itinerario terrestre assegnatogli e non può non riflettere, con più dolorante ed eloquente evidenza, la condizione del suo tempo e del suo ambiente, anche quando, come il Beato Charbel, sembra esser vissuto non soltanto distaccato, ma estraniato dal suo mondo. La gloria, oggi universale di Charbel Makhlouf, ripresenta, perciò, all'attenzione e alla gratitudine dell'orbe cristiano un paese che la storia non ha mai dimenticato ed è carissimo al cuore della Chiesa.
La patria di Charbel fu il Libano: la Montagna Bianca. La forma greca Làbanos, attraverso la quale il nome e passato nelle lingue moderne, riproduce un antichissimo nome semitico: Lebanon, che, a sua volta, viene da una radice verbale che significa « essere bianco come il latte ». In arabo, la lingua del Libano, latte si dice appunto laban.
« Montagna Bianca », perché le troneggianti cime dei monti, che formano come la spina dorsale del paese e culminano nel Qornet es-Sauda, alto 3.083 metri, sono d'inverno incappucciati di neve, che, nei crepacci più profondi, resiste per gran parte dell'anno.
Dalla Montagna Bianca, solenne e massiccia, impervia e ridente, sale dal cielo oggi, come da un aereo turibolo, la fragranza delle austere virtù del Beato eremita in questo nostro appestato mondo, che ha bisogno di non dimenticare il casto incenso.
Per molte ragioni il Libano si distingue dagli altri paesi del Medio Oriente, cui appartiene. Di questa vasta zona geografica, esso, con i suoi 10.170 chilometri quadrati di estensione, che superano di poco le italiane Marche, è una delle nazioni più piccole, ma per densità - 147 abitanti per chilometro quadrato - le supera tutte. Una terra fitta di uomini al crocevia di tre continenti: l'Europa, l'Asia e l'Africa, come l'ideale ponte d'incontro di una vasta umanità.
Su un remoto ceppo semitico, con mescolanze indecifrabili, il libanese e un tipo razziale a sé, caratteristico per la nobiltà dei tratti, la vivacità dell'intelligenza, l'intraprendenza e la tenacia, ereditata dai prestigiosi antenati Fenici, fondatori della prima talassocrazia del mondo e inventori dell'alfabeto. L'onda incessante della emigrazione ha portato i libanesi sotto tutti i cieli, dove essi sono altrettanto numerosi che in patria, e dovunque han fatto fortuna e si son fatti onore, portando intatta nel cuore la nostalgia della Montagna Bianca.
Il Libano, indubbiamente il paese orientale più progredito e moderno, e la Porta dell'Oriente spalancata verso l'Occidente. Le sue coste bagnate dalle acque più azzurre del Mediterraneo orientale, sono quasi al centro del vasto arco di golfo, che si estende tra il promontorio turco e l'Egitto. Le frontiere terrestri sono strette tra la Siria, a nord e a est, e l'antica terra di Palestina, a sud. È una striscia di terra quasi rettangolare, con una lunghezza massima di duecento chilometri e una larghezza che varia fra i trenta e i cinquanta chilometri. Questa configurazione, che ha avuto un influsso rilevante su millenni di storia, divide nettamente il paese in tre zone: la fascia litoranea, sbarrata dalla catena del Monte Libano, è separata a sua volta da quelle dell'AntiLibano - la cuí vetta più alta e il Monte Hermon (2670 m.) - da una vasta e fertilissima pianura: la Beqa'a, denominata in antico Celesiria.
Lo Stato libanese e nato per volere di uomini e data dal 1° settembre del 1920, quando, cessata la dominazione Ottomana, fu proclamato il Grande Libano, che nel 1926 venne organizzato come repubblica sotto il mandato francese e raggiunse effettivamente la piena indipendenza il 22 novembre 1943.
Visitare oggi il Libano non è, come al tempo di Charbel, un'impresa da pionieri. Il viaggiatore moderno ha a sua disposizione tutte le comodità necessarie e superflue del progresso, e può ammirare nella capitale Beirut una citta bellissima, e dinamica adagiata sontuosamente sulla baia dove San Giorgio avrebbe ucciso il dragone. Il suo nome, anzi, compare a un posto non secondario nell'elenco dei più famosi luoghi della mondanità internazionale: vera Svizzera dell'Oriente, il Libano è tra l'altro l'approdo favorito dei favolosi e ricchissimi sceicchi, che affluiscono dall'Egitto, dalla Giordania, dall'Iraq e dall'Arabia. I siti archeologici, da Biblos - oggi Gebail - la più antica città della Siria, fiorente già nel quarto millennio avanti Cristo e chiamata dagli Egiziani « la città degli dei », a Baalbeq, il trionfo del « colossale » romano, sono meritamente celebri ed evocano tempi di singolare splendore. Nel III secolo dopo Cristo, Beirut - la Berytus dei Romani - rivaleggiava con Atene ed Alessandria per la sua celebre scuola di diritto, che le meritò il nome di « nutrice di leggi ».
Sui fianchi rocciosi della stretta dove, a una quindicina di chilometri fuori di Beirut, scorre il « Fiume del cane » - Nahr el-Kelb - stele e iscrizioni in lingua egiziana, assira, babilonese, greca, latina, inglese, francese, araba, segnano idealmente le vicende di questo piccolo grande paese, vero palinsesto di civiltà e di popoli, dove dal IV millennio avanti Cristo si sono succeduti, incontrati e scontrati, Cananei, Fenici, Aramei, Egiziani, Persiani, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Crociati, Ottomani ed Europei.
Il Libano e soprattutto il paese dei Fenici, gli intrepidi navigatori che varcarono le colonne d'Ercole e giunsero fino in Inghilterra. La loro dominazione ebbe fine con la conquista di Alessandro nel 333 avanti Cristo; il romano Pompeo, nel 64 av. C., s'impadronì della Siria, della quale faceva parte il Libano.
Antiochia di Siria fu, nei primi anni del Cristianesimo, il centro propulsore dell'apostolato cristiano tra i pagani e la religione di salvezza arricchì notevolmente il suo martirologio prima di conquistare pacificamente il paese. Sotto l'impero bizzantino, la Siria vide svolgersi, per più di un secolo (502-628), il gigantesco e feroce duello fra gli imperatori greci e i re sassanidi che preparò l'ingresso e il trionfo dell'Islam nel 636. Nel secolo XII e là volta dei Crociati, i quali evacuarono il Libano del 1291, sconfitti dai Mamelucchi, i quali vi restarono fino al 1516, quando i Turchi, con Selim I, si installarono nella Montagna Bianca per tre secoli e mezzo circa.
Il Libano, nel corso della storia, e stato una ideale terra di rifugio e di scampo per i perseguitati, ed oggi è un « microcosmo dell'Oriente credente », nel quale sono rappresentate e vivono in pace e in mutuo rispetto non soltanto una decina di comunità cristiane: Maroniti, Greci cattolici (Melchiti) e Greci ortodossi, Armeni cattolici e Armeni ortodossi, Siri cattolici e Siri dissidenti Giacobiti e Nestoriani, Caldei, Latini, ma anche Musulmani ortodossi (Sunníti) e Musulmani scismatici (Sciiti) e appartenenti a sette misteriose come i Drusi.
Le più sonanti lodi del Libano si leggono nel Libro di Dio. Mosè desiderò vedere la Montagna Bianca, frontiera settentrionale della terra promessa dal Signore ad Abramo e ai suoi discendenti; Gesù, che s'interdisse di andare oltre i confini della Palestina per dare a Israele la prova della fedeltà di Dio alle promesse fatte ai padri, fece una puntata sulle spiagge fenicie.
La Bibbia nomina più di sessanta volte il Libano, e sempre con entusiasmo e meraviglia, come sinonimo di floridezza e di sicurezza, esaltandone a più riprese « la gloria », cioè le estese e dense foreste di conifere, le gelide e purissime acque, le fiere che trovavano ricetto nella vegetazione fittissima. Il Cantico dei Cantici saccheggia il Libano per impadronirsi delle immagini più ardite ed espressive a cantare la bellezza dello sposo e della sposa...
I cedri soprattutto, questi patriarchi del mondo vegetale, sono « la gloria » della Montagna e rappresentano, per i favoleggiatori, i poeti i profeti della Bibbia, tutto ciò che al mondo può dare l'idea di orgogliosa potenza, di incrollabile sicurezza. Soltanto la « voce » di Dio che scoppia nel fragore dell'uragano - il rombo del tuono - può far tremare la Montagna e schiantare i cedri; soltanto la collera terribile del Signore può far languire « il fiore del Libano ».
Il cedro, 1'« albero di Dio... piantato dal Signore » e invidiato da tutte le piante dell'Eden, giardino dell'Altissimo, per la sua superba altezza che fruga le nubi, per i suoi rami distesi come immense, verdi tettoie, sotto le quali trovano riparo tutti gli uccelli del cielo: gigante irraggiungibile, che attinge la linfa dalle acque del misterioso e profondo abisso.
Il profumato legno del cedro, ritenuto incorruttibile, era ricercatissimo dagli antichi Faraoni d'Egitto e dai monarchi orientali per le costruzioni di rappresentanza e fu largamente usato nel tempio del vero Dio a Gerusalemme, per la reggia e i palazzi di Davide e Salomone.
Il Libano e i suoi cedri si caricano, nella Parola di Dio di misteriosi significati simbolici, per esprimere grazie di salvezza e di gioia. La Montagna Bianca diventa così immagine della città santa Gerusalemme e della sacra collina di Sion, dove sorgeva il tempio; la « gloria del Libano » e appannaggio degli eletti quando Dio porterà a compimento le sue promesse e le meraviglie della sua misericordia; servirà per il tempio nuovo della nuova città di Dio. Il Messia Redentore sarà come tenero ramoscello spiccato dalla più alta cima dei cedri, per diventare egli stesso come un cedro maestoso e possente. L'uomo giusto crescerà come il cedro del Libano e il profumo degli amati da Dio è come la fragranza acuta ed esaltante dei cedri della Montagna.
Dalle antiche e vaste foreste di cedri, ormai resta appena qualche macchia, soprattutto nei luoghi dove visse il Beato Charbel, presso il villaggio di Besciarre, nelle cui adiacenze sono conservati gli esemplari più famosi, protetti gelosamente e circondati da una specie di devozione. Alcuni di essi svettano per venticinque metri e hanno una circonferenza, alla base del tronco, di dodici metri: sono i « santi cedri » affidati alla protezione del Patriarca dei Maroniti, intorno ai quali, il giorno della Trasfigurazione del Signore, presso una cappella eretta nel 1834, tutto il Libano fa grandissima festa. Giacché il cedro è simbolo stesso del paese e campeggia dovunque. Il Libano e i libanesi sono idealmente sempre all'ombra dei cedri di Dio.
Confinante con la Palestina, la Terra Santa per eccellenza, anche il Libano è a suo modo una terra santa: il suo paesaggio e disseminato di santuari, di chiese, di cappelle, di monasteri, che si annidano nelle aspre gole e sulle vette, segnano le città e i villaggi più sperduti della montagna: non si può fare un passo senza imbattersi in un campanile, in un luogo di devozione e in un segno di fede.
Gli antichi dei semiti: i Baalim e le Astarti, Adone e Afrodite, sono stati soppiantati dovunque, e spesso sullo stesso sito, dai santi cristiani e dai personaggi celesti, ma la vera « Saide », cioè la « Signora » del Libano, e la Madre di Gesù, teneramente amata e invocata.
La liturgia della Chiesa mette sulle labbra dei suoi figli, su tutta la faccia della terra, il nome del Libano per proclamare le lodi della Benedetta e i libanesi sono particolarmente fieri del fatto che la loro terra e l'unico paese del mondo che ha meritato di offrire termini di paragone per la più bella tra le figlie dell'uomo:
« La gloria del Libano è stata data a Lei... » « Vieni dal Libano, amata mia, Io ti incoronerò... ».
« Sei stata esaltata come cedro del Libano... »
« La mia amata è pura come neve del Libano... » « Il profumo delle sue vesti è il profumo del Libano... ».
La statua marmorea di Maria Regina del Libano, eretta ad Harissa, nella regione cristiana del Kesruan per celebrare il cinquantesimo anniversario della proclamazione del dogma della Immacolata Concezione (1854-1904), troneggia sulla costa a seicento metri d'altezza, circondata dalle residenze estive dei massimi prelati delle comunità cattoliche del Libano.
Dalla sua Nazaret, la Vergine ha avuto sotto gli occhi, durante la sua vita terrena, le ultime colline del Libano, e da Cafarnao scorgeva la vetta del monte Hermon. Ai tempi del ministero in Galilea, che deve la sua fertilità di giardino della Palestina al fatto di essere un naturale prolungamento del Libano, Gesù, pressato dai suoi nemici e dall'intemperante entusiasmo delle folle, sconfinò un giorno nel territorio fenicio di Tiro e Sidone, per procurare a sé e ai discepolí qualche giorno di tranquillità e di riposo: indubbiamente il più illustre profugo mai accolto dal Libano.
Egli aveva fatto di tutto per tener nascosto il suo rifugio, ma fu raggiunto da una infelice donna del paese, andata alla sua ricerca per supplicarlo di guarirle la figlia tormenta dal demonio. Il Vangelo nota che, al seguito di Gesù, in Galilea, si trovavano anche abitanti di Tiro e di Sidone, i quali avevano relazioni commerciali con la Palestina. La povera donna pagana dovette insistere con Gesù, che l'avvertì di essere stato inviato alle pecore disperse d'Israele, e la sua fede - elogiata dal Signore - le meritò una significativa eccezione.
I Libanesi, dunque, si gloriano della presenza del Figlio di Dio fatto uomo nella loro terra, attestata dai Vangeli, mentre la tradizione locale afferma che anche Maria è stata nel Libano, dietro i passi del Figlio. Nelle vicinanze di Tiro, Maria si sarebbe dissetata a una cisterna che poi ebbe il suo nome - Birket es-Saide - e fuori della porta orientale della città si mostrava in antico un masso sul quale Gesù si sarebbe seduto a parlare e dove avrebbe raccolto l'elogio di un'anonima donna, che era anche l'elogio di Maria: « Beato il grembo che ti ha portato e il seno che hai succhiato! ». Un frammento di quella pietra fu trasportato all'epoca dei Crociati nella Basilica veneziana di S. Marco.
Il celebre santuario di Nostra Signora della Guardia - Saidet el-Mantara - era collegato alla leggenda della sosta di Maria, in attesa del figlio che era entrato in Sidone.
Un grande monaco e poeta, confondatore dell'Ordine religioso al quale appartenne il Beato Charbel, Germanos Farhat (1670-1732), cantava: « O Libano amato, basta un mattino trascorso sulle tue colline, per gridare a Dio: Signore, conserva l'alleanza fra te e il Libano! O montagna di Dio, svegliati! Invoca in tuo soccorso la potente Regina. Si, o Maria, salve! E che il mio saluto voli come la folgore, che, di notte, ara le nubi ».
Di notte e di giorno, in tutte le stagioni dell'anno, con la voce della Bibbia e dei grandi santi e poeti d'Oriente, nella liturgia e nella preghiera privata, il Libano è tutto un immenso coro di invocazioni e di lodi a Maria. Il testo arabo delle litanie lauretane s'infiora di un particolare titolo mariano, intercalato dopo « Rosa mystica »: « Ya, Arzat Lubnan... O Cedro del Libano... ». I cedri di Besciarre sull'alta montagna furono presto meta di pellegrinaggi mariani; ma in ogni angolo del paese centinaia di santuari, chiese, cappelle ed edicole mariane, spesso assai modeste, ma sempre care alla pietà del popolo, sono dedicate alla Vergine; invocata con i titoli più vari, spesso fragranti di poesia, che vogliono consacrare alla Madre di Gesù ogni metro del paese: Nostra Signora dei doni, della luce, del mare, delle colline, della foresta, della caverna, della fontana fredda, delle torri, del ponte, del campo, dei fossi, delle sementi.
I santuari mariani che convogliano fervorosi pellegrinaggi sono circa una sessantina, e intorno ad essi si raccolgono non soltanto cristiani d'ogni rito, cattolici e ortodossi, ma anche i musulmani, con manifestazioni devote a volte pittoresche e un tantino clamorose, di tipo schiettamente meridionale. E tanto peggio per chi dovesse scandalizzarsene!
In occasione dell'Anno Mariano del 1954, quando il Libano e tutto l'Oriente vibrava d'entusiasmo per le recenti meraviglie che si moltiplicavano presso il sepolcro del Beato Charbel, nei mesi da giugno a settembre, si svolse una « Peregrinatio Mariae » con centoquarantacinque trionfali soste in tutto il paese, e un Congresso Mariano Libanese - dal 21 al 24 ottobre - con la partecipazione, come Legato Pontificio, del Cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, che tutto il mondo avrebbe venerato e perdutamente amato col nome di Papa Giovanni. Fu lui che, tra le acclamazioni di una folla di circa duecentomila persone, incoronò la Regina del Libano con un diadema d'oro ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica.
Il culto di Maria ha plasmato nei secoli l'anima cristiana degli abitanti della Montagna Bianca. Una devozione caratteristica dei libanesi e « la benedizione della Madonna ». Un quadro raffigurante la Vergine e messo sull'altare tra ceri e fiori, mentre il popolo intona le litanie e il sacerdote in cotta e stola incensa l'immagine. Poi sale sull'altare e si rivolge al popolo mostrandogli il quadro della Madonna. Su un ritmo cadenzato risuona il popolarissimo inno: « O Vergine, Madre nostra, molto lontano è il vostro corpo, ma ecco su di noi la protezione della vostra preghiera... Voi siete nostra Madre e speranza nostra, nostro onore e rifugio nostro. Intercedete per noi presso vostro Figlio, affinché la sua misericordia cancelli i nostri peccati. O buona e, compassionevole Maria, non ci abbandonate, ma salvate i vostri servi, affinché possiamo ringraziarvi nei secoli dei secoli! ». Il sacerdote conclude la commovente cerimonia tracciando con la sacra immagine un segno di croce sul popolo prostrato e dicendo: « Per l'intercessione di Nostra Signora la Vergine Maria, vi benedica la Santissima Trinità, il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo ».
Uno scrittore libanese al quale era stato chiesto di comporre un inno per la patria indipendente, si schermì dicendo che l'inno esisteva già, ed era quello della « benedizione di Maria ».
Per tutto questo, e per mille altre ragioni, il Libano meritava la gloria di Charbel.
CAPITOLO II
LA RADICE SPIRITUALE
Il Beato Charbel è un libanese maronita, appartiene, cioè, all'unica comunità cattolica orientale che non abbia un ramo separato dalla unità cattolica e apostolica della Chiesa Romana, al gruppo cristiano più numeroso del Libano, al quale il paese deve il suo volto e la sua anima. I Maroniti traggono il loro nome, le origini storiche e spirituali, da un prete eremita del IV secolo: San Marone di Siria. Il lettore si renderà conto, a mano a mano che procederà nella conoscenza di Charbel, che la sua struttura spirituale e la sua santità si collega, per tramiti scoperti o sotterranei, alla più antica e autentica tradizione ascetica orientale e, in modo particolare, all'esempio di San Marone; è necessario perciò che, per comprendere e giudicarne la santità, se ne conoscano le origini.
Le notizie storiche relative a San Marone giunte fino a noi sono scarse, ma, in compenso, provengono da fonti di altissima qualità, da scrittori che o lo hanno conosciuto e sono stati in relazione con lui, o hanno attinto le loro informazioni a testimoni e a tradizioni di prima mano.
San Giovanni Crisostomo, nato in Antiochia di Siria nel 354, fu discepolo di monaci e, ordinato sacerdote nel 386, restò con essi finché, nel 397, assunse la guida della Chiesa di Costantinopoli. Alla fine della sua tormentata ed eroica vita, nel 404-407, dalla Cappadocia, dove era stato esiliato per le mene degli eretici suoi nemici, forti della protezione dell'imperatrice, scrisse una breve lettera « A Marone, prete e monaco », nella quale afferma di avere il suo santo amico sempre presente agli « occhi della carità » e manifesta il desiderio di scrivergli spesso, sebbene frustrato dalle difficoltà del viaggio tra il luogo del suo esilio e la residenza di Marone e dalla rarità di un possibile latore delle sue missive.
Il grande vescovo e avido di notizie del monaco per averne consolazione, ma deve contentarsi di tener sempre vivo nel cuore il ricordo del venerabile amico e sperare di trovar posto nelle sue efficaci preghiere. Ben poca cosa, come si vede, ma la lettera dimostra un'amicizia non superficiale tra due nobilissime e sante anime che meglio si parlavano nella solitudine dei loro colloqui interiori.
Teodoreto, che fu monaco presso Apamea di Siria e poi vescovo di Ciro o Cirro (Cyrrus) nel 423, scrisse verso il 444 una Storia religiosa, intitolata anche « Storia dei monaci » o « Storia degli amici di Dio », nella quale raccolse le principali testimonianze relative al fiorente monachesimo della Siria settentrionale durante la prima metà del V secolo. In trenta capitoli, egli presenta circa settantacinque personaggi, uomini e donne, rappresentanti di vari tipi e forme caratteristiche di un'ascetica, le cui eccentricità cessano di essere tali se vengono, com'è giusto, inquadrate nel loro contesto culturale e spirituale. Si trattava di gente semplice, illetterata, ma divorata dall'amore di Dio, sostenuta da una indomita volontà di vita perfetta in risposta ad ardue vocazioni e che non indietreggiava di fronte a risoluzioni estreme.
Il racconto di Teodoreto è basato per lo più sulla propria esperienza, sui contatti assidui da lui avuti con molti monaci di cui racconta la mirabile e quasi incredibile vita o su informazioni raccolte sul posto; gli abbellimenti del discorso non compromettono la sostanziale verità storica.
Il capitolo 16 della Storia religiosa, è dedicato al « grande », « sommo », divino » Marone, il quale, fuggendo il mondo, risolse di trascorrer la vita a cielo aperto, sulla cima di una montagna, nel recinto di un antico e diruto tempio pagano. Una tenda intessuta di pelo di capra avrebbe dovuto difenderlo dalla pioggia o dalla neve, ma di essa si servì di rado, contentandosi del riparo offertogli dalla tonaca, fatta dello stesso rustico tessuto della tenda.
Marone non si contentò delle austerità, pur proverbiali e quasi inimitabili dei suoi predecessori e contemporanei, ma - racconta Teodoreto - « ne escogitò di nuove, accumulando le ricchezze della filosofia ». Nella letteratura cristiana antica, i monaci erano i veri filosofi, perché, pieni della sapienza di Dio, si santificavano anche senza cultura, mentre coloro che si vantavano della loro istruzione profana non erano capaci di raggiungere le vette di una superiore intelligenza e sapienza.
Il Cristo « agonoteta », continua Teodoreto, « gli largì la grazia che andava al di là delle penitenze (di Marone). Gli accordò, infatti, il dono delle guarigioni in tale pienezza, che la fama di lui si diffuse dovunque, attirando tutti da ogni parte, mentre l'esperienza confermava la verità di quella fama. Si poteva, infatti, constatare che la rugiada delle sue benedizioni estingueva le febbri, placava il terrore, scacciava i demoni e guariva da ogni sorta di mali con un solo rimedio. Poiché, mentre i medici applicavano un rimedio per ciascuna malattia, la preghiera dei santi e rimedio comune a tutti i mali. Ne guariva soltanto le infermità del corpo, ma anche alle anime arrecava cure opportune, guarendo questi dall'avarizia, quello dall'iracondia, istruendo nella dottrina della temperanza, dando precetti per la giustizia, correggendo l'incontinenza, svegliando la pigrizia. Nell'esercizio di questa agricoltura, Marone fece nascere molte piante della filosofia e il giardino che adesso fiorisce nella regione di Cirro lo piantò lui, per il Signore. Poiché di questa piantagione l'opera somma è Giacomo, al quale meritamente si può applicare la parola profetica: « Il giusto fiorirà come una palma, come il cedro del Libano fruttificherà », e tutti gli altri, dei quali, con l'aiuto di Dio, farò particolare memoria. Mentre in tal modo Marone lavorava a questa divina coltivazione, e guarendo... anime e corpi insieme, una breve malattia, che manifestò allo stesso tempo la fragilità della natura e il vigore dello spirito, pose termine alla sua vita. Per il possesso del suo corpo, si scatenò una grande battaglia tra gli abitanti dei dintorni; quelli di un vicino villaggio, accorsi in massa, misero in fuga gli altri, portarono via il desideratissimo tesoro e costruirono un grande tempio, dove, onorando pubblicamente e solennemente quel Vittorioso, ne traggono fino ad oggi vantaggio. Anche noi, sebbene assenti, godiamo i frutti della sua benedizione, perché il ricordo continuo che conserviamo di lui tiene il posto del suo sepolcro ».
La vita spirituale degli antichi era, in certo modo, un lungo apprendimento delle lezioni dei santi. Gesù per primo ha detto: « Imparate da me » e Paolo scrive ai Corinzi: « Seguite il mio esempio, come io seguo l'esempio di Cristo ». La via dei precetti, dice un antico adagio, è lunga, breve invece è quella dell'esempio, che ha il potere di trascinare. Questa sarà anche, come vedremo, la regola d'oro del Beato Charbel, per la conquista di una santità modellata sui testimoni vivi di essa.
San Marone proclamava suo padre, maestro e modello l'eremita Zebinas, al quale egli inviava quanti si recavano da lui. Marone, anzi, avrebbe voluto essere sepolto accanto a Zebinas, che lo precedette nel « sonno della pace », se quelli che si impadronirono del suo corpo non ne fossero stati gelosi.
Zebinas, dice Teodoro, superava tutti gli asceti del suo tempo nell'impegno della preghiera, trascorrendo giorni e notti nelle lodi di Dio e interrompendole soltanto per bene dire e consolare i pellegrini che per poco lo strappavano alla intimità con Dio. E poiché egli era vecchissimo e non poteva star sempre in piedi, usava per appoggio un bastone: il classico bastone in forma di « T » dei monaci antichi, col quale gli occidentali si sono familiarizzati grazie alla iconografia popolare di S. Antonio Abbate.
La virtù somma di Zebinas si rifletté come in uno specchio nella vita dei suoi discepoli ed imitatori. Di questi, Teodoreto conobbe Policronio, di cui esalta le allucinanti penitenze, che il santo monaco nascondeva accuratamente ai visitatori. Di notte, pregava tenendo sulle spalle un gran ceppo di quercia, che Teodoreto a stento potè sollevare con il massimo sforzo. Policronio non voleva assolutamente toccare il denaro e obbligava i devoti a distribuire essi stessi, direttamente, le loro elemosine ai poveri.
I discepoli degli eremiti erano, dice Teodoreto, come ruscelli alimentati dalla sorgente del loro maestro. Il vescovo di Cirro ha conosciuto personalmente due eredi della santità
di Marone quando essi vivevano in solitudine già da trentotto anni: Giacomo e Limnaios.
Giacomo era stato istruito da Marone « nella celeste dottrina » ed era il prediletto del Maestro, il quale si riteneva superato dall'allievo nelle asprezze della penitenza. Anche Giacomo viveva a cielo aperto, ma senza alcuna protezione, di nessun genere, esposto al fuoco dell'estate e al gelo dell'inverno, sicché poteva capitargli di restar sepolto sotto la neve, caduta una volta per tre giorni e tre notti di seguito. Egli si era allenato ai supremi combattimenti per vincere con le forze dell'anima le debolezze della carne, prima vivendo da recluso e poi ritirandosi sulla montagna, come ad inseguire senza soste un ideale sempre più urgente.
Una volta che Teodoreto cercò di arrecargli sollievo nell'assalto di violentissime febbri e coliche, si accorse che l'eremita portava indosso pesanti catene di ferro, che, dal collo, si incrociavano sul petto e sul dorso. Ammalatosi di nuovo gravemente Giacomo, la notizia si sparse nella città di Cirro, donde accorsero in folla soldati in assetto di guerra e civili con armi di fortuna, per simulare una zuffa che doveva mettere in fuga gli abitanti della montagna pronti a impadronirsi delle spoglie del santo eremita. Il presunto cadavere fu trasportato in città, ma Teodoreto si accorse che Giacomo respirava ancora e lo riportò sulla montagna, convincendo l'esausto uomo di Dio a usarsi qualche riguardo. « Noi - gli disse - consideriamo la tua salute come salvezza di noi tutti; perché non soltanto sei ai nostri occhi un modello perfetto di edificazione, ma ci difendi con le tue preghiere e ci concili là benevolenza di Dio ».
Tutti conoscevano, infatti, la singolare efficacia delle benedizioni dell'eremita discepolo di Marone, e Teodoreto si incontrò con i genitori di un bambino che Giacomo aveva con le sue preghiere richiamato dalla morte. Il vescovo di Cirro usava come guanciale un vecchio mantello dell'eremita e attribuiva alla sua presenza nella diocesi e alle sue preghiere la vittoria sugli eretici che infestavano il gregge di Dio.
A volte, Giacomo era costretto a congedare bruscamente i pellegrini che ricorrevano a lui con troppa insistenza e a Teodoreto, che ne lo rimproverava con garbo, rispose di essersi ritirato in solitudine per guarire le piaghe dei propri peccati e per pregare Dio che lo sanasse: « Se io fossi - diceva Giacomo - il servo di un padrone umano, come mi si giudicherebbe se, all'ora del pranzo, invece di servirlo a tavola, mi mettessi a discorrere con i miei compagni? E se io mi recassi da un magistrato per lamentarmi d'una offesa subita e nel bel mezzo del discorso mi mettessi a chiacchierare con qualcuno, non credi che il giudice mi rifiuterebbe la sua assistenza, scacciandomi dal suo, cospetto? ».
L'altro discepolo di San Marone conosciuto da Teodoreto, Limnaios, volle imitare « l'ammirabile » suo maestro vivendo sulla montagna, in un recinto scoperto di muri a secco, la cui porta era murata con argilla. Là dentro si sottraeva alla vista dei pellegrini, con i quali comunicava attraverso una finestrella. La sua benedizione operava prodigi e con segni di croce e inni di lode al Signore placava gli atroci dolori che di tanto in tanto l'assalivano o guariva gli altri anche dal morso velenoso delle vipere.
L'inaccessibile solitario non era nemico degli uomini. « Egli - scrive Teodoreto - ha riunito una folla di ciechi ridotti alla mendicità e, dopo aver costruito a oriente e occidente del suo romitorio alcuni rifugi, ha ingiunto loro di abitarvi e di occuparsi con le lodi di Dio, mentre egli esortava i visitatori a procurare per essi i viveri necessari. Recluso in mezzo a loro, li esorta al canto dei Salmi, sicché là si può sentire di continuo cantare le lodi del Signore ». Una solitudine popolata di testimonianze di attiva carità: la sintesi più perfetta delle rinunzie e delle conquiste cristiane.
La fame dell'amore di Dio e la sete di penitenza contagiavano anche le donne e Teodoreto parla di circa duecento cinquanta discepole di San Marone, « di cui alcune fanno vita eremitica, altre vita cenobitica, vivendo insieme, nutrendosi dello stesso cibo, avendo stuoie per letto, le mani occupate a lavorare la lana e la lingua consacrata alle lodi divine ».
Una di queste, « la santa e mirabile Domnina » si propose di imitare scrupolosamente la vita di Marone. Indosso ruvide vesti di pelo caprino, si costruì con le stoppie una capannuccia nel giardino della casa paterna e vi trascorreva in lacrime i giorni e le notti. All'alba e al crepuscolo si recava in una chiesa vicina per pregare insieme con i fedeli e si prendeva cura del sacro edificio e delle sue suppellettili, profondendovi le ricchezze di famiglia, che le servivano anche per assistere gli eremiti dei dintorni e i pellegrini. Si nutriva soltanto di lenticchie cotte nell'acqua e le sue austerità l'avevano consunta al punto da avere la pelle come attaccata alle ossa. Era sempre tutta coperta da uno spesso velo e, quando parlava, la sua voce era fioca e le parole, per la debolezza del fiato, le uscivano dalle labbra indistinte. La consumarono l'amore dello Sposo divino e il desiderio di liberarsi dal peso del corpo per volare più speditamente verso il cielo. Questi, dunque, furono i primi Maroniti della storia: santi e devoti dei santi e loro coraggiosi imitatori; uomini e donne, dice Teodoreto, « feriti, infiammati, inebbriati dal desiderio della divina bellezza »; atleti dello spirito, eroi della preghiera e della penitenza, i cui occhi, assuefatti ai prodigi della grazia e della virtù, si spalancavano sulle meraviglíe della fede.
A noi, uomini di poca fede e di scarsa virtù, è più facile, invece, stupire d'altro: delle loro quasi inumane austerità, delle loro vite estraniate dal mondo e bruciate tutte intere nella preghiera e nella penitenza; inutilmente, dicono i superficiali. Ma la meraviglia crescerà quando constateremo che la loro razza non si è estinta, che i loro eroismi non sono leggendari, ma si ripetono puntualmente, dopo quindici secoli, nell'eremita libanese Charbel.
Proprio come i cedri del Libano, che da millenni verdeggiano sulla Montagna Bianca.
CAPITOLO III
ALL'OMBRA DEI CEDRI
Un proverbio libanese dice: «Beato chi possiede un covo di capra nella montagna del Libano », perché quel piccolo rifugio è la sicurezza, la prosperità, sia pur guadagnata a prezzo di quotidiani sacrifici, di lavoro caparbio e incessante per fare di quel covo un giardino.
San Marone visse e morì, forse nel 410, in quella parte della Siria che ai suoi tempi era denominata « Siria seconda », e aveva per capoluogo Apamea, oggi Qal'at al-Madiq, a due giorni di cammino a settentrione di questa città e un centinaio di chilometri a sud di Cirro, presso le sorgenti del Nahr el-Assi, cioè del fiume Oronte. Qualche anno dopo la morte di San Marone, intorno al suo santuario, venne costruito un monastero che diventò ben presto il più importante di tutta la Siria. Ingrandito dall'imperatore Marciano nel 452, fu distrutto forse da un terremoto all'inizio del VI secolo; restaurato dall'imperatore Giustiniano il Grande (527-565), fu, nel 628, visitato e riccamente dotato dall'imperatore Eraclio, il vincitore dei Persiani. Il monastero era ancora nel suo pieno splendore nel secolo VIII e nella prima metà del secolo IX.
I monaci di San Marone si distinsero per la tenace resistenza opposta agli eretici monofisiti, testimoniando col sangue la fedeltà alla pura dottrina cattolica. La Chiesa maronita celebra ogni 31 luglio la festa di 350 monaci « discepoli di San Marone », uccisi nel 517 per la fede. L'attaccamento alla fede cattolica e romana, a prezzo di qualsiasi sofferenza e persecuzione, è una delle caratteristiche dei Maroniti, i quali difendono appassionatamente la perpetua ortodossia della loro comunità e l'ininterrotta comunione con la Sede Apostolica di Roma, contro chiunque, in nome di una implacabile critica storica, pretenda di metterla, anche limitatamente, in discussione. L'ombra della eresia e la possibilità di una frattura sia pure breve, una incrinatura soltanto, nella loro compatta ed entusiastica fedeltà della cattedra di Pietro, fa orrore ai Maroniti e non certo per puro orgoglio nazionale.
I discepoli di San Marone, paladini della ortodossia cattolica, veneratissimi per virtù e scienza dai fedeli che da ogni parte ricorrevano ad essi per mettersi sotto la loro protezione e dividerne la onorifica denominazione di « Maroniti », furono il primo nucleo della Chiesa e del popolo maronita. L'origine del Patriarcato maronita vien fatta risalire agli ultimi anni del secolo VII, quando, in seguito alla invasione della Siria da parte degli Arabi (a. 636), il Patriarca di Antiochia risiedeva a Costantinopoli e la sede rimase vacante dal 702 al 742. In questo periodo di anarchia, i monaci di San Marone e alcuni vescovi dei dintorni del grande monastero decisero di eleggersi un Patriarca come loro capo.
Per circa dieci secoli la Chiesa maronita fu, dal punto di vista ecclesiastico, come una sola diocesi governata dal Patriarca. La gerarchia, costituita al principio di alcuni metropoliti e vescovi che assistevano il Patriarca, cominciò a stabilizzarsi verso il secolo XIV ed ebbe assetto nel celebre Sinodo libanese del 1736.
La figura del Patriarca domina la storia non soltanto religiosa dei Maroniti, i quali hanno sempre visto in lui il capo spirituale, il difensore della giustizia e della libertà del suo popolo. Del resto, la vita religiosa dei Maroniti, nel corso dei tempi, e stata intimamente fusa con la loro vita civile ed è quasi impossibile trovare un avvenimento lieto e triste di quella storia senza veder comparire e campeggiare il Patriarca. Gli Arabi, i Crociati, i Mamelucchi, gli Ottomani, gli riconobbero anche diritti temporali, e la fedeltà al Patriarca e per i Maroniti espressione concreta di fede religiosa e di sentimento patriottico.
I Maroniti si erano già diffusi in Siria, nella valle del fiume Oronte, ma al tempo della occupazione araba (636-750), per sfuggire alle angherie dei dominatori, ai quali davano man forte gli eretici locali, cominciarono ad abbandonare le fertili pianure della Siria per rifugiarsi nel Libano, la cui montagna era in quel tempo quasi deserta e inaccessibile, essendo la popolazione concentrata per lo più sulle coste. L'emigrazione accelerò il suo ritmo dopo la distruzione del monastero siriaco di San Marone - un grandioso e ricchissimo edificio contornato da trecento celle per i monaci - avvenuta, per mano degli Arabi, nella prima metà del X secolo.
Il Patriarca stabilì la sua sede nella montagna libanese, nel monastero di Qannubin, aggrappato coree un nido d'aquila alla montagna dei cedri e la valle che la squarcia, come una stretta e profonda ferita, si popolò di monaci. Gli eremiti si rifugiarono nelle grotte che sono numerose nei fianchi della vallata, che fu perciò chiamata « santa »: la Qadiscia, ed e considerata dai Maroniti come la culla aspra e dolce della nazione. « La valle s'allunga, gola profonda e stretta, aperta unicamente sul cielo, dal quale filtra un parsimonioso sprazzo di sole. Il fiume (il Nahr Qadiscia) scorre, d'estate, calmo e limpido; mentre d'inverno vi soffia il vento del mare e, confuso col rumore delle acque, prolunga, come farebbe la fuga dei grandi organi in una cattedrale, la nostalgia dell'infinito. Al disopra, si stende il cielo, superficie immensa, che riposa alla sua estremità sulle spalle dei monti orgogliosi ».
Cominciò, così, con l'epopea dei monaci, l'epopea del popolo maronita, che, centimetro per centimetro, domò la montagna ricavandone terrazze di terra dove esplose il verde delle vigne e dei frutteti, del grano e dei gelsi, accanto ai boschi di conifere. Così il libanese costruì a poco a poco la sua patria e trasformò il « covo di capra » in un giardino di Dio.
Durante tre secoli, il Libano, insieme con la Siria di cui faceva parte, fu travagliato da lotte sanguinose; i Maroniti, per salvaguardare la loro autonomia, rinforzarono l'organizzazione militare: i maggiori proprietari terrieri si trasformarono nell'aristocrazia guerriera degli emiri e degli sceicchi, mentre il popolo si temprava, manifestando quelle qualità cavalleresche, fatte di fierezza e di valore, che costituiscono una delle sue più brillanti caratteristiche.
L'avvento dei Crociati, i quali nel 1098 occuparono Antiochia di Siria, segnò un'epoca nuova. I Maroniti li accolsero con entusiasmo, come fratelli di fede, fornendo loro guide esperte e soldati valorosi. I contatti con i Crociati diedero modo ai Maroniti di manifestare in molti modi la loro unione con la Chiesa latina, della quale adottarono anche alcuni usi; a differenza degli altri prelati orientali, per esempio, i vescovi maroniti portano anello, mitria e pastorale come i latini.
In quel tempo si aprì finalmente al Libano anche la via di Roma, con la quale il Patriarca, negli anni in cui l'Oriente era stato tagliato fuori da ogni comunicazione con l'Occidente, non aveva potuto stabilire relazioni. Nel 1203, Papa Innocenzo III mandò in Libano come suo Legato il Cardinale Pietro di Amalfi, il quale accentuò la latinizzazione della disciplina maronita.
Tra la caduta di Gerusalemme crociata nel 1244 e la capitolazione dell'ultimo castello latino d'Oriente a San Giovanni d'Acri nel 1291, ebbe fine per i Maroniti il periodo di pace. La Siria e il Libano passarono sotto il dominio dei Mamelucchi dal 1291 al 1516 e, in seguito, sotto la dominazione Ottomana; cessò, così, di nuovo ogni contatto con l'Occidente, ma i Maroniti, sotto i loro capi, i Muqqadamin, godettero di una certa tranquillità e prosperità, difendendosi, nella montagna, dalle vessazioni delle autorità saracene.
Nel secolo XV i Papi organizzarono la riconquista religiosa dell'Oriente, con missioni affidate ai Francescani, i quali riservarono ai fedelissimi Maroniti un trattamento di riguardo. Nel secolo XVI furono inviate nel Libano altre due delegazioni pontificie, affidate ai Gesuiti, i quali fecero allora le prime prove nel paese, dove acquisteranno grandi meriti e prestigio, specialmente nel campo dell'alta cultura. Nel 1584 fu fondato a Roma un Collegio Maronita, che aprì la strada del centro del mondo cattolico ai giovani ecclesiastici maroniti più dotati. Nel 1634, per la prima volta, fu eletto un Patriarca ex-alunno del Collegio, nella persona di Giorgio Amira, il quale fondò a Ravenna un altro Collegio per i suoi connazionali. Verso la fine del secolo XVII ebbe origine, come vedremo, anche l'Ordine monastico cui è appartenuto il Beato Charbel.
Nel 1670 salì sul trono patriarcale una delle più grandi figure della storia maronita: Stefano Duaihi, che ricostruì le vicende e la liturgia della sua Chiesa e, nel 1700, riorganizzò la vita monastica nel paese sul modello dei monasteri occidentali.
Nel 1736, sotto il Patriarca Giuseppe el-Khazen, fu tenuto un Sinodo, al quale fu inviato da Roma come ablegato pontificio il celebre maronita Giuseppe Simone Assemani (o Assimani), che regolò la vita religiosa nei Maroniti fin verso la fine del XIX secolo, cioè ai tempi del Beato Charbel. L'Assemani 1° fu il più famoso e ammirato tra i dotti maroniti che, specialmente nel secolo XVIII, aprirono all'Occidente i tesori della tradizione spirituale e culturale dell'Oriente, che l'Europa aveva dimenticato dopo il periodo.delle Crociate, restituendo così in certo modo all'Occidente quanto questo aveva fatto per la comunità maronita.
Al tempo di Charbel, il Libano era politicamente sotto la dominazione Ottomana, cominciata nel 1516 con la conquista della Siria, del Libano e dell'Egitto da parte del Sultano Selim I, e durata fino alla guerra mondiale del 1914-1918. Il paese era retto da un regime feudale, ma l'organizzazione politica e sociale era dominata dalla religione. Il Libano era affidato alla sospettosa sorveglianza e all'amministrazione caotica dei Pascià di Tripoli e di Saida (l'antica Sidone), mentre vigevano le semiautonomie degli emirati locali a capo dei vari gruppi etnici, contentandosi i dominatori di tenerseli vassalli e di riscuotere quanto più potevano tasse e balzelli. I Maroniti, ammassati nel Libano settentrionale, dipendevano politicamente dal Pascià di Tripoli, e continuavano ad essere governati dai loro Muqqadamin. Alcune grandi famiglie si disputavano l'incarico della riscossione delle tasse e si formarono così dinastie emirali musulmane. Al tempo di Charbel, l'emiro Bescir II (1789-1840), della dinastia degli Scihab, i quali avevano in parte ricevuto il battesimo incorporandosi ai Maroniti, fu il primo capo che dichiarò pubblicamente la sua fede cristiana.
Il Libano era in pace, soprattutto là dove, come nella montagna, era possibile tenersi al riparo dalle interferenze dei Pascià e dalle liti delle fazioni rivali che si contendevano puntigliosamente preminenze locali. L'ultimo degli Scihab, Bescir III, fu deposto dai Turchi, i quali erano allarmati dell'autonomia degli uomini della montagna. Fu sostituito con il rinnegato austro-ungherese Omar Pascià, che dovette esser richiamato dai padroni per la sua brutalità e incapacità. I Turchi avevano abilmente seminato la discordia fra Drusi e Maroniti, che da due secoli vivevano in accordo. Dopo un primo scontro tra i due gruppi nel 1845-1846, i Drusi, nel 1860, si abbatterono sui Maroniti, compiendo un massacro rimasto tristemente celebre. In meno di due mesi fecero ventiduemila vittime, distrussero trecentosessanta villaggi, cinquecentosessanta chiese, ventotto scuole e quarantadue conventi. I profughi furono settantacinquemila, diecimila gli orfani e seimila le vedove; tremila donne e fanciulle furono vendute per gli harem d'Oriente.
L'Europa si commosse. Pio IX, il 29 luglio 1860, rispose con un'accorata lettera all'appello di soccorso del Patriarca e dei vescovi maroniti; a Parigi fu deciso di intervenire e le potenze europee - la Francia, l'Inghilterra, la Prussia, la Russia - organizzarono una spedizione militare, la quale procurò agli uomini della montagna un nuovo statuto nel 1861. Il Libano sarebbe stato retto da un governatore cristiano nominato dai turchi, con l'assenso delle potenze europee. Il primo governatore fu Daud Pascià, cristiano soltanto di nome, ambizioso e senza scrupoli; gli successe Franco Pascià (1868-1873), poi un italiano di nascita: Rustum Pascià (1873-1883, conte Mariani, ambasciatore ottomano a Pietroburgo) seguirono, per gli anni che ci interessano, l'albanese Wassa Pascià (1883-1892) e Naum Pascià (1892-1902).
Durante la vita del Beato Charbel, il trono patriarcale maronita fu occupato da prelati di indiscusso prestigio. Dal 1823 al 1845 fu Patriarca Giuseppe Hobaísc (o Hobaísci), energico e piissimo, il quale si dedicò all'attuazione del Sinodo del 1736, procurando con grande zelo la formazione del clero e l'educazione religiosa del popolo, in occasione della prima infiltrazione protestante del Libano.
Gli successe Giuseppe el-Khazen, dal 1845 al 1854, anno in cui fu eletto Paolo Mas'ad, che fece fronte a tempi assai travagliatí ed amari, restando sempre all'altezza della situazione nel perseguire la giustizia e la pace. Morì a ottantacinque anni, nel 1890, e la storia lo annovera tra i grandi Patriarchi anche per la sua vasta cultura.
Nel 1860 fu trionfalmente eletto Giovanni Hage, un uomo nel fisico e nell'anima nobilissimo, che diede alla dignità patriarcale nuovo splendore. Si impegnò a promuovere in ogni campo il progresso del popolo maronita, dando vigoroso impulso alle scuole e alla educazione del clero. Nel 1891 ristabilì a Roma il Collegio maronita, che era stato chiuso nel 1808. Papa Leone XIII si felicitò vivamente con lui quando, in occasione della memorabile enciclica Orientalium dignitas (30 novembre 1894), nella quale il Pontefice affermava la necessità di conservare e tutelare gli antichi riti orientali, aveva scritto che per lui non c'erano nella Chiesa né Greci, né Latini, ne Armeni, né Maroniti, ma cristiani professanti una sola fede e unanimente sottomessi all'unico Vicario di Cristo in terra, e aveva testimoniato la sua stima ai missionari latini che avevano ben meritato nel Libano.
Il Patriarca Hage morì lo stesso giorno mese ed anno in cui morì il Beato Charbel: il 24 dicembre 1898.
CAPITOLO IV
JUSSEF DI BEQA KAFRA
Il Beato Charbel visse immerso nella solitudine fin dal primo momento in cui aprì gli occhi alla luce. Il suo villaggio natale Beqa Kafra, che allora aveva l'aspetto quasi di una fortezza, con le sue casette di pietra addossate l'una all'altra, e il più alto villaggio del Libano, a un'ora di distanza dai cedri di Besciarre, a milleseicento metri sul livello del mare. Più su ancora non si trovano che pochi abituri, deserti durante l'inverno, quando la rigida stagione sommerge sotto una spessa coltre di neve, in uno stupefatto silenzio, tutta la zona.
Il padre di Charbel si chiamava Antun (Antonio) Za'rur e apparteneva alla famiglia Makhlouf. Era nativo di Beqa Kafra, mentre la moglie, Brigida, figlia di Elias Jaqub AscScidiaq, proveniva dal vicino villaggio di Besciarre.
« Besciarre - scrive un viaggiatore italiano dell'Ottocento - è un villaggio, che ha una numerosa popolazione, molto clero e diverse chiese, e soprattutto un popolo assai religioso e devoto. In chiesa si trova sempre gente a pregare: ed e curioso come si lascia la notte sempre aperta, appunto per dare agio ai devoti di soddisfare la loro pietà, poiché nel giorno i lavori campestri ne sono un ostacolo ».
Antun era un vero montanaro libanese del buon tempo antico: bruno, fiero e ben piantato, uno di quelli uomini rotti ad ogni fatica, che avevano conteso alla montagna ogni pugno di terra. Lo stesso autore poc'anzi citato ha visto così la società libanese contemporanea di Charbel: « Ciò che per noi Europei e veramente rimarchevole presso i Maroniti, si è il carattere che essi conservano perfettamente del nostro Medio Evo. Presso di noi tanto gli ordini cavallereschi, che la nobiltà, i feudi, i vassalli, i tornei ed altre cose di tal genere, sono piuttosto memorie antiche e titoli di parole; ma in realtà la società nostra e molto cambiata dal medio evo. Noi il medio evo lo conosciamo solo nei romanzi e sui teatri. Invece nel Monte Libano e ancora in pieno vigore. Qui la nobiltà non è una semplice parola, ma una realtà. Il nobile è ordinariamente capo del villaggio, ed abita il suo castello, ed ha un certo numero di servi, oltre il suo partito che e disposto a prendere le armi sotto i suoi ordini. Egli d'altra parte deve sempre tenere a mensa qualunque ospite si presenta a far sempre pranzi con certo lusso, se non per bisogno di cibo almeno per grandezza. Bisogna vedere che tono prendono questi cheichs (sceicchi) in mezzo agli altri: vanno sempre vestiti con un certo lusso, e montano superbi destrieri, né mai escono senza accompagnamento di servi e vassalli. Molti cheichs nell'andare portano sempre una sciabola o scimitarra con elsa d'argento e pistole di lusso; mentre il servo ha il fucile o anche una mazza di legno con punta di ferro; e con costumi caratteristici a grandi ornamenti e ricami in oro e seta. I cavalli dei nobili sono equipaggiati con lusso tutto singolare, ornamenti in argento e gualdrappe a ricche e belle stoffe. Del resto sono bravissimi cavalieri e si slanciano alcune volte per la montagna a cavallo, che sembrano piuttosto uccelli che volano, che cavalli che camminano. Vedremo poi i tornei e le corse di cavalli, che qui ancora sono in uso come nei tempi antichi ». I contadini libanesi erano legati per la vita alle loro zolle, ai loro campi a terrazze lungo i declivi e negli anfratti della montagna, che avevano bisogno di cure pazienti e continue. Se la nobiltà sembrava far rivivere il Medio Evo europeo, non per questo i contadini erano servi della gleba, perché di solito si trattava di piccoli proprietari, come i contadini di cui si legge nelle pagine del Vangelo.
I Maroniti, che hanno origini monastiche, sono stati nei secoli educati da monaci e, come essi, vivevano di lavoro e di preghiera.
La madre di Charbel, Brigida, era un'autentica maronita; pregava con le mani levate al cielo, come il sacerdote nella Messa, e soleva dire ai suoi: « Quando prego, fate che nessuno mi veda ». Digiunò per quasi tutta la vita, prendendo un frugalissimo pasto soltanto a mezzogiorno; aveva fatto voto di astenersi in perpetuo dalla carne, ma il suo confessore, un Padre carmelitano di Besciarre, la dispensò da un impegno così grave per una madre di famiglia, commutandole il voto nella recita quotidiana del Rosario.
Il matrimonio di Antun e Brigida fu benedetto da Dio con una corona di figli. Come tutte le donne orientali, le libanesi temevano la sterilità come una sciagura e una vergogna e ricorrevano appassionatamente alla Sade, alla Madonna, per scampare a tanta disgrazia. A Lei ricorrevano non soltanto perché il loro grembo fosse fecondo, ma affinché i bambini potessero crescere robusti; la devozione alla Madonna del Latte o dell'Allattamento era ed è diffusa nel Libano e presso Besciarre appunto una immagine della Vergine ha il titolo di Nostra Signora del latte abbondante. Charbel fu preceduto da due fratelli: Hanna (Giovanni) e Besciara, e da due sorelle: Kaun e Wardé (Rosa). Le virtù materne si specchiarono soprattutto in Wardé, che pregava in continuazione e aveva sempre tra le mani la corona del Rosario. Quando si fidanzò con un certo Tannus (Antonio) Hanna al-Haissi, i paesani la prendevano amabilmente in giro: « Porti una lunga corona, come se fossi una monaca, e sei fidanzata! Quando andrai sposa tua suocera non ti lascerà il tempo di recitare il Rosario! ».
« Forse morirò prima di andare a nozze » rispondeva sorridendo con dolce malinconia la piissima Wardé, e ripeteva spesso nelle preghiere: « Mio Dio, se il mio matrimonio non e di vostro gradimento, desidero morire piuttosto che sposarmi ».
Morì, infatti, prima del matrimonio, e il suo nome passò a una figlia del fratello Hanna.
Quando il fidanzato andava a farle visita in casa, Wardé, che era il più spesso sorpresa in ginocchio a pregare, diceva a una sua nipote: « Stammi dietro e mettiti tra me e il mio fidanzato, stendendo le mani come faccio io, affinché lo possa terminare non vista le mie preghiere ». Un suo piissimo cugino, Antun Butros Za'rur, che invano aveva tentato di farsi monaco e portava il cilizio, affermò d'aver visto, al momento della morte di Wardé, una colomba uscire dalla casa di lei.
Il fratello del Beato, Hanna, fu amministratore del wagf, cioè dei beni patrimoniali della parrocchia di Beqa Kafra e curò nel villaggio la ricostruzione della chiesa di San Saba.
Tutta la famiglia di Charbel era nota per la sua profonda e sincera pietà. Lo zio paterno del Beato, Tanios (Antonio), fu ordinato diacono, ma, per umiltà, rifiutò il sacerdozio.
I due fratelli della madre di Charbel, Giuseppe e Antonio, erano monaci e conducevano vita solitaria nell'eremo di Sant'Antonio di Kossaia, a cinque chilometri da Beqa Kafra. Antonío, il più giovane, abbandonò il mondo per primo, assumendo in monastero il nome Daniele; Giuseppe dovette restare in casa per curare il padre rimasto solo, ma, appena il vecchio chiuse gli occhi, seguì il fratello e prese in religione il nome Agostino.
La casa natale di Charbel, conservata tuttora, non era lontana dalla parrocchia e, come le case palestínesí del tempo di Gesù, era costituita da un solo ambiente, spazioso ed oscuro, affumicato dalla lucerna ad olio che lo rischiarava. L'arredamento era ridotto al minimo indispensabile, qualche suppellettile e gli utensili agricoli, ma la casa dava lo stesso da fare a Brigida, la quale doveva tenere dietro al marito e ai figli, dare una mano nei campi e filare la lana. Oltre la casa, infatti, Antun possedeva qualche fazzoletto di terra e un piccolo allevamento di animali domestici.
Un acuto profumo e sapore di Vangelo caratterizza anche all'esterno l'infanzia di Charbel, il quale doveva trascorrere tutta intera la sua vita nella tremenda e gloriosa semplicità del Vangelo.
La data di nascita del Beato e stata stabilita dal Padre Scebli con calcoli approssimativi. Allo scarso interesse degli orientali, specialmente di un secolo fa, per le registrazioni anagrafiche, bisogna aggiungere il fatto che, allora, assai spesso i libanesi facevano voto di far battezzare i loro bambini fuori della parrocchia, in qualche santuario o convento caro alla loro devozione.
Si sa con sufficiente certezza che Charbel è nato intorno all'anno 1828. Il figlio di Antun e Brigida ebbe, al sacro fonte, il nome Jussef (Giuseppe). Tutto sembrava riservare all'ultimo venuto dei Makhlouf una modesta, ma sicura felicità; la sua patriarcale famiglia, però, fu devastata ben presto dal lutto per la perdita del capo, a causa delle condizioni politiche del paese.
Mehemet Alì, Pascià d'Egitto, cercava in quel tempo di assicurarsi per i suoi ambiziosi progetti il controllo della Siria e del Libano. Una sua armata invase nel 1831 il Libano meridionale e, spalleggiata dall'emiro libanese Bescir il Grande, marciò su San Giovanni d'Acri, che, nel novembre, fu cinta d'assedio. « I Maroniti, che avevano molto sofferto sotto il regime ottomano, vedevano di buon occhio l'arrivo degli Egiziani, alleati dei Francesi. Il Patriarca maronita ...impegnò i suoi uomini capaci di portare le armi ad andare in rinforzo alle truppe liberatrici ».
Dopo aver occupato le città della costa, le truppe d'invasione si spostarono a nord per affrontare i Turchi. I cristiani della montagna furono requisiti per la costruzione di opere fortificate e il padre di Jussef, Antun, con una bestia da soma, scese da Beqa Kafra. I montanari, abituati all'aria sottile e pura delle vette, sono facilmente vulnerabili in un clima più pesante. Antun contrasse una febbre perniciosa che lo portò a morte nel villaggio di Gherfi, presso Gebail.
Quando la triste notizia giunse a Beqa Kafra la numerosa famiglia di Antun pianse tutte le sue lacrime e misurò l'abisso che si era aperto sotto i suoi piedi. La figura della vedova e dell'orfano nella Bibbia e i ripetuti comandi di Dio perché ad essi fosse portato sollievo, danno una idea della drammatica situazione in cui veniva a trovarsi in Oriente, anche in tempi più recenti, una donna abbandonata a se stessa, priva di qualsiasi impiego e protezione, con il peso dei figli senza guida.
La virtuosa madre di Jussef si rese esatto conto delle sue condizioni e responsabilità. Due anni dopo la morte di Antun, essa passò a seconde nozze, con un bravissimo uomo di Beqa Kafra: Lahud Ibrahim, che più tardi fu ordinato sacerdote col nome di Abd el-Ahad (Domenico).
Presso i Maroniti, come in tutti i riti orientali, era ammesso che un uomo coniugato potesse accedere all'ordine sacro, per attendere al ministero specialmente nei piccoli villaggi; mai, invece, fu consentito che un sacerdote passasse a nozze. Venivano scelti uomini esemplari per la loro pietà e istruiti quel tanto che era necessario per le funzioni liturgiche, l'amministrazione dei sacramenti, l'insegnamento del catechismo e della morale al popolo. Uomini piissimi, che facevano un'ottima riuscita e le loro famiglie erano modelli di virtù. Un viaggiatore di quel tempo scrive che questi preti « si occupano del lavoro manuale, senza però accomunarsi col pubblico nel lavorare, e disimpegnano benissimo gli obblighi del loro grado; e non c'è caso che si abbia a dir nulla sul conto loro ».
Il secondo matrimonio di Brigida fu allietato da due figli: Tannus e Noè. Un figlio di costui fu poi parroco di Beqa Kafra 1°. I figli di primo letto di Brigida, e con essi Jussef, furono affidati alla tutela dello zio Tanios, e non risulta con certezza che lasciassero la vecchia casa. La madre s'era dovuta trasferire nella casa del nuovo marito, ma quella precedente apparteneva al patrimonio dei figli di Antun e non poteva essere abbandonata, come i campi e le bestie. Sembra più probabile, perciò, che i cinque fratelli Makhlouf restassero nella casa paterna, guidati dalla zio Tanios e assistendosi a vicenda. In tal modo, Jussef imparò ben presto a rendersi autonomo e a seguire la propria strada.
La triste infanzia di Charbel è coperta da un velo impenetrabile a tratti soltanto squarciato. Sono poche le infanzie privilegiate che hanno una loro storia completa. Appena in età, egli cominciò a frequentare la scuola del villaggio. I vecchi libanesi la chiamavano « la scuola della quercia », perché la fresca ombra di un albero, nello spiazzo dinanzi alla chiesa, era l'aula; maestro era il sacerdote, munito all'occorrenza di un bastone per tenere a bada la scolaresca irrequieta. Il programma di studio non si spingeva oltre i primi rudimenti di scrittura e lettura araba. Il libro di testo di quelle elementarissime scuole era, come nell'Europa medioevale e rinascimentale, il Salterio, detto Tuba dalla prima parola - « Beato » - del primo salmo, che, secondo l'antichissimo uso semitico, dava il titolo al libro sacro. La lingua del Salterio era quella della liturgia maronita, cioè il siriaco, imparentato con 1'aramaico parlato da Gesù. Questa istruzione era destinata in modo particolare a mettere in grado i ragazzi di prendere, fin dall'età di dieci anni, parte attiva alle funzioni liturgiche.
« Ogni giorno, - scriveva il Vannutelli - in tutte le chiese le più piccole si dice la Messa e si recita l'ufficio corale, e il sacerdote trova sempre dei fedeli di buona volontà, che si uniscono a lui per la salmodia, specialmente nei vespri. Per la recita della salmodia il coro non e disposto come presso noi latini, che abbiamo i sedili addosso alla parete, o dietro l'altare o anche sul presbiterio... Invece presso i maroniti si vede un leggio (o anche due) elevato e piano, sul quale si apre il libro, e tutti insieme stando in piedi intorno al libro recitano i salmi, o piuttosto li cantano con una inflessione sempre eguale di voce, un po' malinconica, che e quasi sempre la stessa ».
L'Ufficio divino dei Maroniti e la preghiera di una comunità ieratica, « nel senso che esso comporta la partecipazione effettiva della comunità dei fedeli, presieduta dai suoi sacerdoti ».
Il piccolo Jussef disputava ai coetanei non solamente il privilegio di stare al leggìo, ma anche quello, ambitissimo dai ragazzi libanesi e di tutto il mondo, di suonare le campane. Questa precoce e assidua familiarità con la preghiera liturgica e il primo fondamento della pietà del Beato Charbel che, per una vita intera, non ha fatto altro che esplorare il mistero di ogni parola dei testi sacri e degli antichi autori orientali, largamente presenti nell'Ufficio maronita.
In casa, Jussef recitava ogni giorno con i familiari varie preghiere comuni e soprattutto il Rosario, sotto la guida dello zio o del fratello maggiore, e spesso era invitato a ripetere dinanzi a tutti il brano di Vangelo che il sacerdote aveva letto nella Messa del giorno. I più anziani, infatti, grazie alla quotidiana frequenza alle funzioni, finivano col conoscere a memoria gran parte delle Epistole e dei Vangeli ed erano in grado di controllare l'attenzione dei piccoli ai sacri riti, fonte essenziale della loro educazione religiosa. A Jussef toccò ben presto il compito, proprio dei ragazzi, di sorvegliare le bestie al pascolo. Quelle lunghe ore tra il verde erano occasioni ai sogni e alle divagazioni di una fresca e sbrigliata fantasia, ma nella memoria dei vecchi di Beqa Kafra, tra alcuni frammenti edificanti della infanzia di Charbel, è rimasto anche il ricordo della sua preferenza per la lettura di un libro di preghiere durante il tempo trascorso in campagna.
L'ex-fidanzato di Wardé, sorella di Jussef, dà il seguente giudizio complessivo degli anni oscuri del Beato: « Era prudente e intelligente, spesso spiritoso. Malgrado ciò, detestava di immischiarsi con gli altri ragazzi. Era incline alla preghiera e alla devozione fin dall'infanzia, anzi gli era naturale questo amore, e preferiva la solitudine. In chiesa, stava ritto in ginocchio, senza volgere in giro lo sguardo... A motivo della sua grande pietà e della sua inclinazione alla preghiera, all'assistenza alla Messa e agli Uffici e cerimonie liturgiche, e del suo desiderio di star lontano dalla gente, come anche della notorietà che s'era acquistata in mezzo a noi per la sua buona condotta, i ragazzi del villaggio lo soprannominarono il Santo ».
Si racconta che egli menava al pascolo una vacca, in un campo distante una mezz'ora da Beqa Kafra, denominato al-Bahiss, proprietà della famiglia. Là c'era una specie di grotta che serviva di rifugio al pastorello durante la calura. Quando la bestia s'era saziata, Jussef le diceva all'orecchio: « Riposati qui; adesso è il mio turno e reciterò le mie preghiere ». Il luogo, perciò, ebbe in seguito mutato il nome da el-Bahiss in el-Qaddis: il Santo.
La vita eremitica, come si vede, cominciò per Jussef con l'età della ragione e diventò per lui una seconda natura. Il contenuto religioso della solitudine gli si rivelava nei contatti con i due zii eremiti, che egli si recava a visitare nella vicina Kossaia, nella Valle Santa (la Qadiscia).
Padre Agostino e Padre Daniele gli raccontavano gli esempi edificanti degli antichi santi del deserto, gli parlavano delle tradizioni religiose dei Maroniti, della loro perseveranza eroica nella fede di cui era maestro il Papa di Roma e garante Sua Beatitudine il Patriarca, e forse accarezzavano la speranza di vedere un giorno quel caro nipote nelle loro file.
Il convento di Kossaia era come sospeso nell'aria, sulla valle digradante in terrazze, coltivata a grano, vigne e pioppi, che si alimentavano al Nahr Qadiscia. Era, quello, il principale della ottantina di monasteri che allora avevano nel Libano i monaci di Sant'Antonio e accoglieva circa sessanta religiosi: il più venerato santuario e la più numerosa comunità della Montagna.
Dal convento addossato alla roccia, contornato da dirupi e fronteggiato da una rupe altissima, non si poteva vedere che il cielo e ascoltare, di notte, il sibilo del vento, l'urlo degli sciacalli e, a mezzanotte, il canto dei monaci incapucciati: una scena di biblica solennità.
All'entrata del convento, una caverna profonda era indicata come la cella del grande Sant'Antonio, padre di tutti i monaci, che sarebbe venuto dall'Egitto in questo deserto. Nella grotta, erano condotti i malati di mente e quanti erano ritenuti invasi dal demonio; i più agitati erano immobilizzati con catene attaccate agli anelli infissi nelle pareti rocciose e molti pellegrini, per devozione, passavano la notte nella caverna con anelli e catene al collo.
A due o tre minuti dal convento, era la grotta dei penitenti, dove si ritiravano i monaci che intendevano condurre una vita più mortificata e severa, soli con Dio. Sulla collina opposta al convento erano i romiti in capanne aggrappate alla roccia, segnalate da una croce, dove i solitari si nutrivano di erbe e di preghiere. Possedevano in tutto una stuoia e una tavola per letto, una coperta, qualche libro, un Crocifisso, qualche arnese di lavoro per le vigne di cui non mangiavano il frutto; ma erano uomini felici e semplici, di vita elementare, ma profonda e perfetta. La lunga consuetudine con le cose umili e buone e con l'ininterrotto silenzio faceva di questi uomini degli eterni fanciulli, anche quando la loro barba si imbiancava come la cima della Montagna.
I pellegrini, che attirati dalla fama della loro santità, si recavano a visitarli, erano accolti con grazia, rifocillati con i frutti della terra coltivata dagli eremiti e con l'acqua cristallina della vicina sorgente.
Kossaia, diceva Germanos Farhat, « e come una luna che si leva all'orizzonte del Libano e i cui raggi guidano per mano il penitente... I suoi monaci sono la luce della terra... Armate di angeli li custodiscono e lo spazio e troppo angusto per contenerli ».
Il giovane Jussef spalancava gli occhi sulle austere meraviglie di Kossaia e ascoltava dagli zii monaci la storia e le leggende fiorite intorno al celebre monastero. Nel 1542 era morto, dopo mezzo secolo di penitenza e di vita solitaria, Junan el-Matriti, dal cuore puro e perfetto. Per quattro anni prima di morire, si nutrì una volta ogni due giorni e, in quaresima, il sabato e la domenica soltanto. Digiunava ancora severamente dalla Pentecoste a Natale e dalla Epifania a Pasqua; beveva soltanto il sabato e occupava le ore del giorno e della notte in continue preghiere e prostrazioni. Durante la settimana santa ne faceva non meno di ventiquattromila, ma si vedeva superato dal discepolo Hanna, che ne aggiungeva altre duemila. Gli venivano attribuiti molti miracoli. Un giorno che la già magra provvista di olio era alla fine, l'eremita si raccolse in preghiera e bruciò un pugno d'incenso, mentre l'anfora si riempiva di squisitissimo olio. Al discepolo Hanna, stupito ed entusiasta testimone del prodigio, disse: « Lodiamo Nostro Signore Gesù Cristo. Egli ha compiuto una cosa meravigliosa per mezzo dell'ultimo dei suoi servi, ma io ti proibisco di parlarne prima della mia morte ».
I discepoli di el-Matriti erano disperati di non poterne imitare le ardue virtù e uno di essi, che ne scrisse la vita, esclamava: « Me miserabile! Qual è la mia audacia! La mia mano peccatrice getta via la penna, perché il lettore dirà: E come! Un albero così fecondo ha dato i frutti così scarsi, duri e amari, che ci serve l'indegno biografo ».
Un vecchio contadino di Beqa Kafra testimonia nel processo di aver saputo da suo padre, il fidanzato di Wardé, la sorella di Jussef, che il Beato diede in gioventù saggio della sua intelligenza un anno che sulla Montagna, presso Besciarre, si era abbattuto un furioso temporale. Il vecchio ricordava ancora a memoria una parte della lunga poesia che Jussef aveva allora composto e nella quale la descrizione del rovescio di pioggia sulle varie località, dalla montagna dei cedri alla costa di Tripoli, risulta, alla maniera dei poeti della Bibbia, dalle reazioni degli abitanti dei villaggi devastati.
Jussef diceva: « I beduini accampati-sul Dahr el-Qadib (una vetta al di sopra dei cedri) hanno detto: Dio sta per darci l'abbondanza. È motivo di gioia per il lupo, che rapirà la pecora e la sua agnellina. Le genti di Besciarre dissero dapprima: mettiamoci al riparo: è una nuvola passeggera. Le genti di Bkerke - questi cervi! - si sono nascoste a Slajman. Le genti di- Beqa Kafra impallidiscono... ».
Non si conoscono, per questi anni, crisi o tempeste interiori di Jussef. La sua vita e un lungo, stretto sentiero tra le rupi della penitenza, tra i profumi della montagna dei
cedri, un cammino solitario e sicuro, un dialogo con Dio sul filo delle parole stesse di Dio, ripetute e assaporate ogni giorno nella liturgia, nel silenzio della natura, delle cose e degli uomini. Un dialogo di cui conosciamo pochissime battute, perché meglio si parla col Signore quando vengono meno le parole e insorge l'eloquenza dei fatti.
CAPITOLO V
CHARBEL
Si ignorano le date della Cresima e della Prima Comunione di Jussef e siamo ridotti a immaginare le sue disposizione e le sue reazioni spirituali, specialmente la prima volta che si nutrì del Corpo di Cristo. Il ragazzo era indubbiamente ben preparato e, se mancò la solennità che oggi fa di una Prima Comunione una festa anche esteriore, non mancò certamente la festa dell'anima.
Il primo riferimento cronologico certo dopo la data di nascita e quello del suo ingresso in monastero, che avvenne quando Jussef contava ventitrè anni.
Ventitrè anni sono tanti per una vita sempre uguale, tutta dedita al lavoro dei campi e interrotta soltanto dalle festività liturgiche o da qualche festicciola campestre, alla quale interveniva tutto il villaggio, specialmente in occasione della mietitura e della vendemmia. A Beqa Kafra si conoscevano tutti e, anche se con un certo distacco, per il suo precoce amore alla solitudine, Jussef non poteva non partecipare. Come a Cana di Galilea ai tempi di Gesù, le cerimonie nuziali impegnavano in letizia tutti gli abitanti di Beqa Kafra. Non sappiamo se, in queste occasioni, la fantasia di Jussef sia corsa dietro a progetti particolari per la sua vita, dal momento che egli era in età di dover prendere una decisione; non sappiamo se ha dovuto lottare con se stesso e con gli altri per sottrarsi al sogno di scegliersi una compagna per una vita normale, come gli altri suoi coetanei « l'abito angelico » dei novizi: una sottana di pesante e ruvida stoffa nera e un cordone di pelo di capra.
Con l'abito mutato mutò anche il nome, che fu quello di Charbel, un martire di Edessa del secondo secolo, celebrato dalla Chiesa maronita il cinque settembre.
Durante la commovente funzione, il novizio Charbel udì la voce grave del Superiore pregare su di lui: « Cristo, Dio nostro, che sei disceso dal cielo e hai preso la carne dell'uomo da Maria Vergine, e ti sei fatto uomo per gli uomini e per la loro salvezza; che hai detto: Venite a me tutti, che siete stanchi e aggravati ed io vi darò riposo, e ancora: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Accogli, Signore, questo tuo servo e introducilo nell'ovile della penitenza, perché egli ha rinunziato al mondo e ha seguito te, e adesso invoca supplice la tua clemenza e misericordia. Gradisci anche, o Signore, questo suo inizio della professione monastica e concedigli che, con ogni devozione, continenza e obbedienza, compia opere degne di questa professione e a te, al tuo Padre benedetto e allo Spirito Santo, innalzi lodi perenni ora e sempre, nei secoli dei secoli ».
Poi risuonò la cantilena del Salmo 15, nel quale sono elencate le qualità morali dell'uomo che diventa ospite nella casa di Dio, seguito da altre sacre letture, tra le quali il brano del Vangelo di Matteo, là dove Pietro domanda a Gesù che cosa toccherà in sorte a chi lascia tutto per seguirlo. Il Maestro gli risponde: « In verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella rigenerazione, quando il Figlio dell'uomo sederà sul suo trono glorioso, sederete anche voi su dodici troni, per giudicare le dodici tribù d'Israele. E chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o figli o campi a causa del mio nome, riceverà il centuplo e avrà in sorte la vita eterna ».
Prima dell'abbraccio di pace da parte della comunità, il Superiore, rivolto a oriente, pregò così: « Disponi o Signore, e dirigi la via di questo tuo servo; impugna le tue armi e sorgi in suo aiuto, e disperdi dal suo cospetto tutti gli spiriti maligni, e scaccia da lui tutti i cattivi pensieri di paura, di pigrizia, di rilassamento. Illumina, o Signore, l'anima sua con la luce della tua santa scienza e concedigli di servirti con rettitudine e di essere una pianta benedetta, come splendido olivo nella casa di Dio; osservi i tuoi precetti e il suo nome sia scritto nel libro della vita nel regno tuo, insieme con i Padri, che presero il santo abito della vita monastica, con Sant'Antonio, Macario, Pacomio e tutti gli altri, che furono simili ad essi, e per la loro santa intercessione e le preghiere della Madre di Dio Maria, di tutti gli eletti e di coloro che fanno la tua volontà, noi tutti possiamo meritare la buona fine e la sorte che tocca ai santi, e glorificarti e ringraziarti adesso e sempre, nei secoli ».
È la prima volta che a Charbel vengono indicati gli esempi degli antichi Padri del deserto, Antonio, Macario e Pacomio, tra i quali egli avrà un giorno a buon diritto il suo posto, il suo trono.
Il novizio dell'Ordine di Sant'Antonio veniva sottoposto a un anno di tirocinio, vivendo a parte nel monastero, per iniziarsi alla disciplina dell'anima e del corpo, dei pensieri, delle parole e dei gesti. Tutto era di misura e scandaglio, esplorazione di un mondo che poteva raggelare e sgomentare sul principio, ma che a poco a poco dava il gusto di Dio e apriva orizzonti di contemplazione e di gioia. L'addestramento della milizia del Signore ha l'implacabilità di un regolamento militare, ma, in più ed essenzialmente ha un'anima che tutto traduce in amore.
Il novizio era come privato della parola, per impedirgli ogni precipitazione: doveva tacere dinanzi ai Superiori e rispondere solo se era interrogato; alla mensa comune aveva il posto a una tavola distinta e quando gli passava dinanzi il Superiore doveva alzarsi e inchinarsi a occhi bassi e con le mani incrociate sul petto; se meritava un rimprovero, doveva subito gettarsi in ginocchio e ascoltare in silenzio.
Avremo occasione di notare che Charbel resterà un eterno novizio, ripetendo per tutta la vita questi atteggiamenti e questi gesti che non riuscirono, in lui, a diventare un meccanismo o un'opaca abitudine.
Ogni giorno, il Maestro dei novizi iniziava i giovani ai segreti della preghiera mentale e vocale, li istruiva nella dottrina cristiana, spiegava le Regole e gli statuti dell'Ordine, il modo di confessarsi e di comunicarsi con frutto, di recitare degnamente l'Ufficio e di prender parte devotamente alla liturgia, che doveva essere il grande compito, « l'opus magnum » del futuro monaco.
Oltre alle pratiche di pietà e di disciplina, i novizi attendevano anche al lavoro dei campi, insieme con i contadini addetti al monastero e alle sue proprietà. Nei campi, dovevano essere come l'ombra degli alberi: senza luce e senza voce, in silenzio e con le palpebre abbassate.
Il convento di Maifuq era in mezzo al villaggio, circondato dalle case dei contadini, tra coltivazioni di gelsi e allevamenti di bachi da seta, che, fino a tempi recenti, costituivano la maggiore attività dei contadini libanesi e la principale risorsa del paese.
Ai novizi di Maifuq era affidato il compito di spogliare i rami dei gelsi dalle foglie e dalla scorza, mentre in luogo separato e distinto, le mogli e i figli dei contadini curavano i bachi.
Accadde una volta che una ragazza, colpita dalla serietà e dalla modestia del novizio di Beqa Kafra, volle metterlo alla prova e tentare di sciogliere quel ghiaccio. Per due volte di seguito prese la mira e gli gettò sulla faccia un baco, volendo così costringere Charbel a venir fuori dalla sua corazza di imperturbabilità e di silenzio. Il novizio fu sconvolto da quel gesto forse innocente e forse carico di maliziosi sottintesi. La notte stessa, senza dir nulla a nessuno, sgattaiolò furtivamente dal monastero per raggiungere, dopo quattro ore di cammino verso sud-ovest, alle prime luci dell'alba, il convento di San Marone ad Annaya.
Nel registro del convento di Maifuq restò scritto: « Entrò per la prova Jussef di Beqa Kafra. Fu chiamato Charbel, nell'agosto del 1851. Si è sfratato ». Per quest'ultima frase e usato un verbo arabo, il cui significato può anche essere quello, di un abbandono volontario del monastero da parte del novizio.
Una nipote di Hanna, fratello di Charbel, racconta che, quando il nonno venne a sapere dalle mormorazioni di Beqa Kafra, dove correva la voce che Charbel si era sfratato, ne provò gran pena, ma più tardi si rese conto con sollievo che il fratello aveva preso la fuga da Maifuq per il desiderio di sottrarsi con maggior sicurezza al mondo, opportunità che Maifuq sembrava negargli e il monastero di Annaya, isolato e lontano dalle case dei contadini, largamente gli offriva.
Indubbiamente, quella fuga di Charbel fu un colpo di testa, come si dice, che dimostra, però, l'estrema sensibilità del novizio al pericolo, dovunque si annidasse e in qualunque modo si esprimesse. Un colpo di testa provocato da sentimenti di cui nessuno possiede la chiave e che vanno giudicati alla luce del mistero imprevedibile e indecifrabile della grazia.
Quel gesto sbarazzino della fanciulla di Maifuq poteva dire a Charbel tante cose alle quali chiunque altro sarebbe stato sordo. Egli può aver giudicato che l'edificio della virtù, che stava tirando su giorno per giorno, pietra su pietra, potesse all'improvviso crollare, trascinandolo nella rovina. D'altra parte, il Vangelo, con immagini che un orientale come lui poteva apprezzare assai meglio di noi, dice: « Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco che andartene con due mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile... E se e il tuo piede a scandalizzarti, taglialo: e meglio per te camminar zoppo nella vita, che essere gettato con due piedi nella Geenna. E se e il tuo occhio a scandalizzarti, cavalo: e meglio per te entrare con un occhio solo nel regno di Dio, che essere gettato con due occhi nella Geenna ».
Per comprendere certe dolcissime asprezze, certe imperiose esigenze della Parola di Dio, ci vogliono i santi; gli altri, noi, troviamo modo di offuscare il barbaglio di certi testi del Vangelo e di smussare certi pungoli dei precetti di Cristo.
La mediocrità riduce tutto alla sua bassezza; la virtù si misura sulle altezze vertiginose della grazia e si abbandona senza riserve agli slancì dell'anima, irresistibilmente sospinta dall'amore di Dio.
Il Superiore di Annaya dovette accogliere rabbuiato e in allarme il trasfuga di Maifuq, ma, dopo averlo ascoltato, ebbe buoni motivi per accettarne le ragioni. Quell'esperto di anime si rese conto che non si trattava di un'impennata giovanile, ma di un gesto che meritava considerazione e protezione. Egli ebbe, però, bisogno di un permesso del Superiore generale dell'Ordine per ammettere Charbel nel convento di San Marone, nel cui diario scrisse che il giovane fu sottoposto ai regolari due anni di prova prima di ricevere dal Padre Antonio el-Bani l'abito religioso il 1° ottobre dell'anno 1853, insieme con Fratel Giuseppe Abdelly.
Abbiamo seguito Charbel sul cammino di Maifuq e di Annaya, come se null'altro fosse accaduto intorno a lui; infatti, ciò che accadde a Beqa Kafra e in famiglia fu come se non lo riguardasse affatto.
La sua fuga dalla casa e dal villaggio fu presto scoperta e mise in agitazione la madre, i fratelli, le sorelle e lo zio tutore. Qualcuno aveva avuto sentore delle tendenze di Jussef, ma fu forse quello scomparire di notte, come un ladro, che indispettì la parentela.
Un nipote di Hanna, fratello del Beato, racconta di aver sentito dalla madre che, essendo venuto una volta a Beqa Kafra dal convento di Kossaia il Padre Daniele, lo zio eremita di Jussef, quando il monaco stava per prendere congedo dai suoi chiese che Jussef gli facesse compagnia fino al monastero. Il fratello del Beato, Hanna, gli rispose: « Zio, ho paura che se Jussef viene con voi ci resterà ». Non era difficile avere un pensiero del genere, conoscendo gli umori di Jussef, la sua ritiratezza e pietà, ma quando egli mise i parenti di fronte al fatto compiuto, questi non riuscirono a rassegnarsi. Una nipote del Beato afferma che furono ben dodici - numero « rotondo » alla maniera orientale? - i tentativi fatti per ricondurre a Beqa Kafra Jussef ma tutti puntualmente frustrati dall'inespugnabile novizio. Ci si misero un po' tutti: la madre Brigida, lo zio Tanios che lo aveva allevato, i fratelli Hanna e Besciara e tutti, puntualmente, fallirono.
« Una volta che Charbel usciva dal monastero di San Marone con i novizi per recarsi al lavoro nei campi, sua madre, intenta a spiarne il passaggio, lo vide e gli andò incontro. Lo afferrò per la tonaca e insistette perché tornasse a casa, pensando che la vita religiosa non fosse lo stato al quale egli era chiamato e che più tardi avrebbe lasciato l'abito. Ma, quando lo vide fermo nella sua vocazione, gli disse: « O tu persevererai nella vita religiosa e sarai un buon monaco, o torna con me a casa fin d'ora ».
Sul principio, forse la famiglia aveva messo in bilancio la mancanza, con la fuga di Jussef, di due solide braccia per il lavoro dei campi; un uomo di meno in una famiglia come quella di Charbel, dove fratelli e sorelle dovevano sostenersi a vicenda, significava sottrarre un pilastro che poteva sbilanciarla troppo. Forse tutti erano più affezionati a lui, che in tenerissima età s'era ritrovato orfanello e con la madre passata in casa d'un altro marito. Il nuovo sposo di Brigida non poteva certo fare obbiezioni - lui sacerdote - alla vocazione del figliastro. Tutto sommato, erano in gioco sentimenti contrastanti, ma quella preoccupazione della madre per l'autenticità della vocazione di Jussef ci dice che, in fondo, i suoi familiari, ottimi cristiani, tenevano sopra ogni cosa alla sua buona riuscita.
In un'altra occasione, Brigida, attaccatissima a Jussef, si recò ad Annaya per vederlo e intrattenersi con lui, insistendo nel suo legittimo desiderio. Frate Charbel si rassegnò a scambiare con lei qualche parola, acquattato nell'ombra dell'androne del monastero, mentre la madre restava dinanzi alla porta senza poterlo nemmeno scorgere. « Così tu mi privi della tua vista, figlio mio? », supplicava in lacrime la povera donna. « Se a Dio piace - si udì dall'androne - ci rivedremo in cielo ».
Una volta Gesù, mentr'era in cammino, invitò un tale a seguirlo: « Permettimi di andare prima a seppellire mio padre » rispose colui; e Gesù: « Lascia che i morti seppelliscano i loro morti ». Un altro si era offerto spontaneamente al Maestro: « Ti seguirò, Signore, ma prima permettimi di accomiatarmi dai miei di casa »; e Gesù: « Chiunque guarda indietro mentre mette mano all'aratro non e adatto al regno di Dio ».
Non ci sono che i santi, a prendere il Vangelo logicamente e tremendamente sul serio e i fatti dimostrano che sono soltanto loro ad avere, come sempre, ragione.
Il 1° ottobre del 1853, Frate Charbel fu dunque ammesso a ricevere l'abito monastico e a pronunziare i voti solenni, che rendevano irrevocabile il suo proposito di offerta totale a Dio e di perfezione nell'esercizio delle virtù.
Durante la Messa, dopo l'Introito, egli si presentò a capo scoperto, a piedi nudi e senza cintura, con la faccia volta ad oriente, dinanzi al Superiore circondato dalla comunità, mentre i monaci tenevano in mano le candele accese.
Charbel si rivolse poi ad occidente e si inginocchiò. Il Superiore invocò su di lui una prima benedizione di Dio « che riposa nei suoi santi » e intrecciò con il candidato un breve dialogo, nel quale questi dichiarava di compiere deliberatamente quel passo, senz'altro scopo che non fosse quello di votarsi a Dio per sempre. Il celebrante lo ammonì a considerare la necessità della prudenza e del coraggio per la difficile vita nel monastero, dove non si trovava una automatica sicurezza, ma dove erano in agguato particolari tentazioni come la fame, la sete, le veglie, il freddo, il caldo, le contumelie, gli obbrobri, perfino le inimicizie e le calunnie degli altri confratelli, tanto per dire le cose senza infingimenti e senza palliativi. Charbel, in altre parole, doveva prepararsi a morire nell'obbedienza: una morte senza consolazioni visibili.
Nel coro si udì la ferma voce del nuovo monaco: « Sì, Padre mio, con l'aiuto di Dio e delle tue preghiere ». « Sappi, figlio mio - gli fu detto - che gli Angeli sono invisibilmente presenti e ascoltano tutte le tue parole, e scrivono il voto che stai per fare. Sta bene attento, carissimo, e considera seriamente se ciò tu fai spontaneamente, liberamente, con tutto il cuore e con piena volontà ». Charbel ripete la precedente risposta e fu invitato a pronunziare la formula dei voti di obbedienza, di castità e di povertà secondo le regole dell'Ordine, e di rinunziare a perseguire ogni dignità e preminenza sia nell'Ordine che fuori.
Alla promessa solenne di Charbel seguì il coro: « Padre di verità, che accogliesti il figlio prodigo, dopo che egli aveva dissipato i suoi beni nella lussuria e nell'ubriachezza; che gli cadesti sul collo e lo abbracciasti, e uccidesti per il suo pranzo il vitello ingrassato: accogli i tuoi servi ritornati al tuo ovile e fa' gioire gli Angeli Vigilanti per la speranza data ai penitenti ». Poi il celebrante mise la mano sul capo di Charbel per affidare al Signore il patto che il nuovo monaco aveva stretto con il suo Dio. A voce alta, il Superiore invocò Cristo, che rivolse agli uomini l'appello urgente della vocazione che li strappava agli umani affetti, affinché avvincesse a lui Charbel « con i vincoli del suo amore » e lo tenesse a se stretto affinché potesse ereditare le promesse di chi risponde agli appelli divini e si sottomette al giogo della grazia, fatto leggiero dall'amore.
La commovente cerimonia continuò con canti e letture. Tra l'altro, fu cantato il brano della lettera di San Paolo agli Efesini, dove l'apostolo esorta a cingere l'armatura di Dio per star saldi contro le macchinazioni di Satana, e quello del Vangelo di Matteo, contenente le promesse del Cristo a Pietro per quanti, lasciando tutto e tutti per seguire Gesù, avranno in compenso le inestimabili ricchezze dell'anima.
Sul capo di Charbel si moltiplicarono le preghiere della comunità, nell'ansia affettuosa di vedere il nuovo membro degno della scelta divina e dei Padri che lo avevano preceduto: Antonio il Grande, Macario, Pacomio, Ilarione, Basilio, Efrem e gli altri anacoreti esemplari. La benedizione per tutta la comunità concluse il rito.
Da allora in poi, Charbel non sarà più evidenza nella vita del monastero: egli non fu nulla di più di un monaco perduto nell'anonimo.
CAPITOLO VI
LA SCUOLA DEI SANTI
Dopo la professione religiosa, il Superiore di Annaya, a suo giudizio insindacabile e con il consiglio della comunità, decise che Frate Charbel iniziasse il corso di studi per entrare negli Ordini sacri. Prima che venisse stabilita la sua futura carriera, Charbel restò affidato alla custodia e alle cure del Padre Vicario, senza alcun contatto ne con i novizi né con gli altri monaci.
Lo Scolasticato dell'Ordine di Sant'Antonio riservato alla formazione culturale dei monaci aspiranti al sacerdozio si trovava nel monastero di San Cipriano; presso il villaggio di Kfifan.
Charbel si incamminò un giorno, in compagnia di un confratello, verso il nord e, dopo tre ore circa di marcia per dirupi e sentieri da muli, passando per Maifuq, luogo della prima e sola avventura di tutta la sua vita, giunse alla nuova residenza. La Regola dell'Ordine prevedeva che gli studi dei monaci professi si svolgessero sotto la guida di un maestro di Grammatica e uno di Filosofia; il corso di Teologia era affidato a un altro docente, ma poteva anche accadere che uno solo fosse il professore per il corso completo di studi. Ogni mese, gli alunni venivano saggiati in una disputa filosofica e ogni anno si tenevano due sessioni di esami. La domenica, gli studenti assistevano a conferenze sulla Sacra Scrittura, alle soluzioni dei Casi di coscienza e a lezioni di teologia speciale « contro scismatici, eretici e infedeli ». Era necessario soprattutto che gli alunni imparassero a perfezionare l'arabo, la lingua del paese, e il siriaco, lingua della liturgia.
In realtà, questi studi non avevano alcuna pretesa scientifica per quanto riguarda la vastità del programma e l'approfondimento degli argomenti, ma miravano all'essenziale, alla formazione cioè di sacerdoti in grado di espletare i loro compiti nella liturgia, nel ministero della confessione e nell'assistenza a un popolo buono e semplice.
Del resto, tutta la storia degli asceti orientali, anche i più illustri, dimostra che la formazione culturale poteva benissimo ridursi alla catechesi parrocchiale, integrata da una larga conoscenza della Bibbia per mezzo della liturgia. Il monaco doveva rinunziare alla scienza teorica, per acquisire la vera scienza spirituale alla luce dello Spirito Santo, presente nei puri di cuore.
I testi liturgici orientali attingono largamente all'antica letteratura cristiana e la liturgia maronita utilizza inni stupendi dei più grandi poeti siriaci come Sant'Efrem, « cetra dello Spirito Santo » e San Giacomo di Sarug (451-521) « flauto dello Spirito Santo » e « cetra della Chiesa ortodossa ». Ogni giorno, nel Breviario, al mattutino del sabato, Charbel leggeva: « Nella Chiesa santa viene predicata la fede che ci insegnarono i Padri santi, sostegni della Chiesa, pastori veraci, dottori scelti, sterminatori d'ogni eresia: Basilio con il grande Gregorio, Atanasio e la torre di verità Cirillo, Eustazio, Giovanni Crisostomo, l'illustre Sant'Efrem, San Giacomo e San Marone ». La consuetudine con le pagine vive, ricche di idee e di spirito, di questi grandissimi e santi uomini, allargava la mente e infiammava l'anima, e chi ha una qualche conoscenza degli antichi Padri della Chiesa sa benissimo che vale più la lettura di una loro pagina ardente che il ginepraio di erudite ma fredde questioni e raffinate o puntigliose polemiche. I Padri, oltre tutto, non sono soltanto maestri di fede e di vita spirituale, ma assai spesso anche modelli di stile e di alta poesia.
Gli europei che visitarono il Libano al tempo di Charbel si preoccupano di giustificare con valide ragioni la limitata cultura del clero. Il Mislin, per esempio, scrive: « Se i sacerdoti (libanesi) non hanno la cultura che si acquista nei nostri collegi, e perché essa non e necessaria come ai sacerdoti d'Europa. Nel Libano non ci sono città propriamente dette... I Maroniti sono contadini; tutti sanno leggere e scrivere, e da questo punto di vista sono più progrediti di molti popoli di Europa che li accusano d'ignoranza. I loro sacerdoti dunque, non avendo da fare con la gente del gran mondo, da predicare nelle grandi capitali, né da trovarsi ogni giorno a contatto con quei dotti che attingono al giornale tutta la loro scienza, o a combattere l'influenza di un sindaco volterriano o di un maestro di scuola socialista, possono fare benissimo a meno dei gradi universitari. Alle conoscenze che sono loro necessarie, essi aggiungono una fede viva, puri costumi: è questo, a rigore, tutto ciò di cui hanno bisogno. Gli Apostoli non erano accademici, e tuttavia hanno portato al mondo più luce di tutte le accademie... C'e, e vero, non soltanto presso i Maroniti, ma presso tutti gli Orientali, una grande apatia per la scienza; ma come potrebbero acquistarla sotto la dominazione ottomana? Tutto il Libano non e che una immensa borgata agricola con poco commercio, senza città, senza porti propri; non può comunicare con gli Stati vicini che per mezzo delle città turche di Beirut e Tripoli, ed e stretta tra nazioni barbare e il deserto. Sarebbe ingiustizia pretendere dai Maroniti l'impossibile. Se li si paragona ai nostri abitanti delle campagne, essi saranno quasi sempre superiori per la dolcezza e la purezza dei loro costumi, la loro ospitalità l'onestà, l'affabilità, l'attività ingegnosa, la loro indomabile perseveranza, e soprattutto per l'incanto della loro conversazione e il loro genio poetico. Essi non hanno nè fabbriche, nè ferrovie, nè romanzi, nè giornali, nè sale di spettacolo, nè agenti di polizia; ma le loro donne tessono stoffe, sono fedeli ai mariti; l'autorità del padre di famiglia sostituisce la forza armata; e la bellezza del cielo, la solennità del mare, la fertilità della natura, ottenuta col sudore della fronte, offrono ogni giorno uno spettacolo del quale essi si sanno accontentare ».
Per questo vero popolo di Dio erano necessari soltanto uomini di Dio.
La scuola di Kfifan, al tempo di Charbel, era retta da un piissimo e dotto monaco: il Padre Nehmetellah el-Kafri, che più tardi fu Superiore generale dell'Ordine, eccellente conoscitore, tra l'altro, della lingua siriaca, della quale compose una grammatica rimasta per lungo tempo classica. Quando egli era assente dal convento, o impedito, veniva sostituito nell'insegnamento dal Padre Nehmetallah (o Ni'matullah) Kassab el-Hardini, già maestro dello Scolasticato, che era allora il faro di San Cipriano.
La formazione di Charbel è dominata da queste due nobilissime figure di religiosi e poiché, come abbiamo già detto, nella tradizione spirituale orientale l'influsso della vita, più che della cultura, dei maestri è determinante, riteniamo di rendere un eccellente servizio al nostro lettore trascrivendo il profilo biografico del Padre el-Hardini, scritto dal Padre el-Kafri. Nessun altro documento potrebbe, meglio di questo, introdurci nel mondo di Charbel e restituirci con migliore evidenza l'atmosfera di Kfifan. È fuor di dubbio che el-Hardini fu il modello al quale, durante tutta la sua vita, si conformò il nostro Beato e non e senza significato il fatto che, insieme con quella del Padre Charbel, fu a suo tempo introdotta anche la Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Padre el-Hardini. Lo spirito di el-Hardini passò in Charbel, come il mantello di Elia passò ad Eliseo e lo spirito del profeta di fuoco si posò sul discepolo. La lettura della breve biografia di el-Hardini consentirà al lettore di riascoltare le esortazioni fatte al giovane monaco Charbel, di conoscere almeno in parte i suoi soggetti di pratica meditazione.
Il Padre Nehmetallah, figlio di Giorgio Kassab e Maria Raad, del villaggio di Hardin nel distretto del Batrun (Monte Libano), nacque nel 1808 e fu battezzato col nome di Jussef. « Fin dall'infanzia - scrive il Padre el-Kafri che fu egli stesso alunno del servo di Dio - era inclinato alla devozione e all'assistenza della Santa Messa. Egli fuggiva la compagnia degli uomini ed era discreto. Suo padre lo mandò alla scuola del convento di Hub a Tannurin (distretto del Batrun), dove imparò la lettura semplice dell'arabo e del siriaco, dopo di che si dedicò al lavoro manuale nei terreni, che gli davano da vivere. Giunto all'età di vent'anni, lasciò tutti i suoi beni e se ne andò ad abbracciare la vita religiosa nel monastero di Sant'Antonio di Kossaia, che appartiene all'Ordine Libanese, e cominciò, fin dal noviziato, a condurre la vita di un uomo virtuosissimo, applicandosi alla preghiera mentale e orale, notte e giorno, visitando spesso il Santo Sacramento e restando lunghe ore alla sua presenza, a tal punto che, talvolta, egli trascorreva tutta la notte in chiesa; e quando, per ordine dei Superiori, la lasciava, si tirava da parte nei corridoi del monastero, assorto nella meditazione ed emettendo lunghi sospiri ».
« Avendo terminato gli anni di prova, ricevette l'abito angelico (dei monaci) dalle mani del Padre Macarios di Wadi-Sciakrur, allora Superiore del detto monastero... Fu in seguito mandato allo scolasticato di San Cipriano di Kfifan (distretto del Batrun) per acquistare le scienze necessarie al sacerdozio. A queste si diede, pur perseverando nell'osservanza delle regole monastiche, con uno zelo, un ardore, una puntualità tali che i Superiori dovettero mandarlo al monastero di Mar Mussa el-Habasci (l'Etiope), nel distretto del Maten, per tema che egli non diventasse vittima degli scrupoli e inabile a ricevere gli Ordini santi. Ma poco tempo dopo lo fecero ritornare allo Scolasticato in considerazione della sua buona condotta. Egli faceva, negli studi, più progressi di tutti gli studenti suoi condiscepoli, ai quali si rendeva utile con le spiegazioni che dava per aiutarli a capire le lezioni del professore. Inoltre, egli aveva la mansione di tagliatore d'abiti per ordine del Superiore, senza che il suo ardore nell'adempiere i doveri di religioso e praticare gli esercizi eremitici ne fosse per questo diminuito ».
« Dopo aver terminato i suoi studi e subìto l'esame che lo rivelò capacissimo, fu ordinato sacerdote... nel 1833. Dopo la sua ordinazione, raddoppiò di zelo negli esercizi di pietà e nella pratica di solide virtù. Si confessava tutti i giorni come preparazione alla Santa Messa, pratica alla quale restò fedele fino alla fine della vita, eccetto qualche volta, quando era impossibile o quando i confessori che lo dirigevano gli proibivano tale frequenza. Costoro hanno testimoniato di non aver mai trovato in lui, ordinariamente, materia sufficiente per l'assoluzione. Egli considerava la confessione come una delle preparazioni migliori al divin sacrificio. Impiegava un'ora intera a celebrarlo, recitando le preghiere con molto fervore, devozione e rispetto, e tutto infiammato d'amore; egli manifestava visibilmente la gioia e la letizia che gli procurava la Santa Messa. Il suo cuore vi si preparava con estrema cura, con meditazioni, la lettura spirituale e le visite al Santo Sacramento. Cominciava la Messa soltanto quando tutti l'avevano già detta, a un'ora tarda della mattinata. Terminava le sue devozioni, orazioni mentali e vocali, verso mezzogiorno. Non pranzava prima d'aver recitato tutto il Rosario - spesso in compagnia d'un altro - con grande pietà e fervore, e con voce commovente, con accenti d'amore e confidenza filiali nella Santissima Vergine Maria, Madre di Dio ».
« I venticinque anni della sua vita sacerdotale, egli li ha trascorsi digiunando tutti i giorni, anche le domeniche e le feste. Osservava i voti monastici, i precetti generali e particolari, in maniera rigorosa. Aveva in grandissima stima la virtù dell'obbedienza, e si applicava con cura a eseguirne tutte le prescrizioni: temeva assai di non conformarvisi. Per obbedienza soltanto accettò l'incarico di Assistente, che gli fu affidato tre volte, a motivo del suo zelo per l'osservanza delle regole monastiche. Prima, era stato nominato professore degli Scolastici al monastero di Kfifan, durante due Capitoli successivi. Grande era il suo impegno nell'adempiere questo ufficio, perché aveva molto a cuore l'istruzione e la disciplina. Era versatissimo nella teologia morale soprattutto. La sua intelligenza era viva e la sua scienza estesa ». « Custodì in maniera particolare il tesoro della castità e della purezza, con tal cura, che non soltanto non guardava in faccia nessuno e mai si tratteneva con donne, ma evitava perfino di incontrarle: se prevedeva un incontro, cambiava strada. Se, durante un viaggio, un incontro del genere avveniva inopinatamente, scendeva dalla cavalcatura e camminava a piedi, con gli occhi sempre bassi. Non soltanto egli non permise mai, in tutta la sua vita sacerdotale, che una donna gli baciasse la mano, ma gli uomini stessi, e specialmente i giovani, ne ottenevano il permesso a fatica. Per conseguenza, fuggiva tutte le occasioni di peccato, per leggiere che fossero, evitando non solo le occasioni prossime, ma anche le più remote... A tale scopo usava tutti i mezzi più efficaci, come digiuni, veglie e la durezza verso se stesso. Ecco perché il suo corpo era smagrito e il suo colore sempre pallido. Sebbene la sua costituzione fosse buona e la forza notevole, aveva lo stomaco rovinato e spesso restituiva al campo il nutrimento preso. Probabilmente ciò proveniva dai cibi freddi che gli venivano conservati per il pasto del mezzogiorno. Egli diceva che se rimandava il pranzo non era a motivo del digiuno, eccettuato i sabati e le vigilie, ma perché gli esercizi spirituali gli prendevano tempo e l'obbligavano a ritardare ».
« Si sforzava di far brillare la povertà in tutto ciò che riguardava la sua persona, il cibo, gli abiti, il letto e quanto era messo a sua disposizione. Amava trattenere gli oggetti meno comodi, e per lo stretto necessario, anche in fatto di libri. Tutte le volte che entrava in un monastero, consegnava al Superiore tutti gli oggetti di suo uso e che non portava - foss'anche una penna - da un monastero all'altro senza il permesso del Superiore. Consegnava anche al Superiore del monastero dove dimorava tutto ciò che ricavava dal lavoro manuale, che consisteva nella rilegatura dei libri, lavoro che faceva anche quand'era Assistente dell'Ordine. Talvolta acquistava, sempre col dovuto permesso, ornamenti sacerdotali e immagini per le chiese. Non perdeva un sol minuto di tempo, sempre occupato in qualche lavoro spirituale o materiale ».
« Era umilissimo e sull'umiltà fondava tutte le sue virtù. Detestava gli omaggi e fuggiva chi lo lodava, perciò rifiutava le cariche e si rassegnava ad accettarle solo se costretto dall'obbedienza, dopo aver fatto ogni sforzo per far accettare le sue dimissioni. Quando qualcuno gli parlava del generalato, dicendo che egli aveva tutte le opportunità per essere eletto, rispondeva talvolta: piuttosto la morte! Un'altra volta che si tentava di convincerlo esser volontà di Dio che egli occupasse tal carica per il bene dell'Ordine, rispondeva che, al contrario, Nostro Signore e sua Madre vi si opponevano; e poiché gli chiedevano come l'avesse saputo, rispondeva: « La Santa Vergine me lo ha detto ». E ripeteva: « Chiedo a Dio di non morire nell'esercizio di una carica ». Tuttavia, negli onori restava nella sua umiltà e continuava a servirsi, come sempre, da sè. Era mite in tutte le sue parole e in tutti i suoi gesti, usando dolcezza più grande con quelli che egli vedeva agitati dalla collera e servendosi di parole concilianti per calmarli ».
« La sua carità verso i fratelli era in tutto conforme alla regola: amava tutti d'uno stesso amore, senza distinzione di persone, di luoghi, di parenti o estranei; ma aveva simpatia per gli uomini virtuosi, pii e ferventi, e specialmente per i semplici. Nessuna amicizia partícolare o familiarità; voleva soltanto l'amicizia che avesse per oggetto il prossimo e per motivo Dio. Era severo con se stesso quanto era indulgente con gli altri. Senza allontanarsi dalla prudenza, si assumeva pesanti obbligazioni liberandone gli altri. Faceva estrema attenzione a non causare scandalo al prossimo in nulla; al contrario, usava ogni sforzo per edificare tutti e fare in modo che acquistassero la pietà ardente e la vera riforma. Sempre che poteva interrogava la gente semplice e i fanciulli sugli articoli della religione e spiegava loro ciò che e necessario alla salvezza. Faceva l'elemosina ai poveri, per quanto era permesso, con toccante compassione e grande carità. La stessa carità manifestava verso i peccatori e le anime del purgatorio, offrendo preghiere per gli uni e le altre ».
« Sopportava con pazienza tutte le prove e i mali fisici o morali, come le malattie, i dolori, le intemperie delle stagioni, in particolare il freddo, di cui soffriva durante le ore trascorse in chiesa d'inverno sia di notte che di giorno, sempre digiuno, senza parlare della dispepsia di cui soffriva... Portava abiti ordinari e andava per un istante a scaldarsi al fuoco presso un confratello soltanto quando il freddo era eccezionale... Non era mai triste o afflitto, sempre dello stesso umore, sottomesso in tutto alla volontà di Dio senza inquietudini e turbamenti. La sua unica preoccupazione era di restare incrollabilmente fedele ai suoi esercizi spirituali, di perfezionarli, di accrescerli sempre di più... ».
« Della sua orazione, si può dire che egli pregasse ininterrottamente, di giorno e di notte... Non si dispensava dalle preghiere corali diurne e notturne se non per una ragione gravissima. Anche durante l'ultima sua malattia, non mancò mai al coro finché gli vennero meno le forze da non poter reggersi in piedi. Era sempre unito a Dio, anche nei lavori materiali, che non gli impedivano di tenersi continuamente alla presenza del Signore e di meditare sugli attributi divini, com'era chiaro dalla sua calma, dal suo silenzio, dalla sua gravità e dai suoi sospiri. Perciò amava allontanarsi dagli uomini ed evitare ogni commercio con essi... ».
« Grande era la sua devozione al Santissimo Sacramento; stava alla sua presenza ore intere... ripeteva le visite più volte al giorno, adorandolo rispettosamente e devotamente fin da quando entrava in chiesa e specialmente al momento di uscirne. Allora, dopo aver fatto la genuflessione, si fermava un istante fissando l'altare, poi andava via. Chi potrà descrivere l'ardore del suo amore appassionato per la Santissima Vergine e la sua fervente devozione verso di lei?
Dite piuttosto che ne era invaghito. Ripeteva continuamente il suo nome benedetto, invocandola giorno e notte, con gemiti e sospiri commoventi. Ogni volta che entrava o usciva dalla cella, recitava in ginocchio il saluto angelico davanti all'immagine che aveva presso di sè. Amava particolarmente la devozione verso il mistero della Immacolata Concezione e perciò ripeteva spesso: Benedetta l'Immacolata Concezione della Vergine Santissima! Ripeteva queste parole anche durante l'ultima sua malattia, in delirio. Quando riprendeva i sensi, si voltava dalla parte della immagine di Maria, dicendo: "O Maria, venite in mio aiuto!". Per tutta la vita non smise di amarla con passione, di farne soggetto di conversazione e di esortare gli ascoltatori a votarsi a lei, soprattutto facendo parte della Confraternita del suo Sacro Cuore, di cui egli stesso era membro, lavorando con zelo alla sua propagazione, distribuendo i bollettini della Confraternita che i Gesuiti gli mandavano e, non contento di ciò, si adoperava a fondarla nei monasteri dell'Ordine... Faceva anche parte della Confraternita del Sacro Cuore, dello Scapolare della Madonna del Carmelo e del Santo Rosario... Leggeva ogni giorno, e più volte al giorno e di notte, l'opera di Sant'Alfonso de' Liguori intitolata « Le glorie di Maria », nutrendosene come di un alimento squisito, tenendola sempre al capezzale. Il sabato, giorno dedicato in modo speciale a Maria, digiunava fino a mezzogiorno e si asteneva anche da alimenti grassi in suo onore, prendendo solo cibo preparato con olio. Digiunava tutte le vigilie delle sue feste e l'intero mese mariano, durante il quale, in certi anni, si astenne dal grasso, accontentandosi di pane e legumi ».
« Adempiva con imparzialità i doveri della carica affidatagli, dimorando continuamente e senza annoiarsi nei monasteri dell'Ordine. Una volta sola, nella sua vita religiosa, dovette dormire per necessità fuori del monastero. Fu l'unica volta in cui fu costretto ad entrare nella casa paterna poco dopo l'entrata in religione. Passava allora per il suo villaggio per recarsi allo Scolasticato. Non volle ricevere nulla dai parenti, ne allora né in seguito, a meno che non fosse assolutamente forzato. Immediatamente, distribuiva ai confratelli ciò che aveva ricevuto. Raramente riceveva i parenti al parlatorio; soltanto di rado, e suo malgrado, permetteva che venissero a fargli visita ».
« In una parola, questo santo religioso era il modello di tutte le virtù, d'una santità senza uguali. La sua vita irreprensibile e la sua pietà diventarono proverbiali, non soltanto presso i monaci, ma anche presso il popolo tutto. Si diceva " Un tale simile ad Hardini " o " hardana ", verbo (arabo) inventato dalla gente per significare: " Diventare come Hardini " ».
« Tale fu la sua vita fino al momento in cui la morte venne a spezzare la cetra che questo cantore faceva vibrare delle lodi dell'Altissimo. La luce delle sue virtù aumentava in splendore fino al pieno meriggio, cresceva fino alla sera di questa effimera vita, cioè fino al suo passaggio da questo mondo a una vita migliore. Ciò avvenne la notte del martedì 14 dicembre, a mezzanotte ».
« Poco prima di perdere la conoscenza, ricevette il santo Viatico e l'estrema unzione con devozione e rassegnazione alla volontà divina, invocando la Madre di Dio... Tutta la comunità e alcuni sacerdoti secolari, venuti senza esser convocati per assistere ai funerali, gli diedero sepoltura, dopo avergli fatto funerali solenni e commoventi. Tutti fecero toccare oggetti al suo corpo per conservarli come reliquia. Alcuni fratelli laici presero anche come reliquie capelli del capo e peli della barba; altri, pezzi dell'abito. Per mezzo di queste reliquie e di altre, si compirono in seguito molti miracoli... Il suo corpo restò qualche tempo sotterra; le membra erano intatte e coperte dalla pelle. Dopo ch'ebbe operato molti miracoli, fu esumato con l'autorizzazione dei Superiori. Venne preparata una bara nella quale fu deposto il corpo e messo in un posto speciale, dove molti fedeli lo visitano e ottengono la guarigione dalle loro infermità e altri favori ».
Il Padre Hardini morì cinquantenne, nel 1858, quando Charbel era alla fine dei suoi studi a San Cipriano, dopo essere stato testimone attentissimo delle virtù e della fama dell'esemplare monaco, intento ad « hardineggiare » anche lui, in silenzio, ma con fedeltà e tenacia. Lo stesso biografo di Hardini, il Padre el-Kafri, ha dato anche un giudizio lapidario sul soggiorno del Beato a Kfifan. Un vecchio eremita testimonia di avergli sentito dire che Charbel era per i suoi confratelli « il modello dell'applicazione e dell'obbedienza, e che durante tutto quel tempo si inginocchiava sul pavimento della chiesa, sempre allo stesso posto... La maniera di inginocchiarsi dimostrava la sua pietà, e gli altri studenti si commovevano al vederlo e provavano sentimenti di devozione ».
Quando il Padre el-Kafri seppe, a Kfifan, della morte di Charbel, alla presenza dei Superiori, del direttore della scuola e dei monaci di San Cipriano, i quali esclamavano:
« Beato te, Padre Charbel, che hai saputo guadagnarti il cielo! », dichiarò: « Era il mio migliore allievo in teologia ».
Un altro testimone afferma che Charbel era forte soprattutto in teologia morale - la materia in cui eccelleva appunto el-Hardini - studiata sul trattato di Sant'Alfonso M. de Liguori. Abbiamo letto che Hardini era un lettore assiduo delle « Glorie di Maria » del grande santo e scrittore napoletano; vedremo che Charbel meditava 1'« Apparecchio alla morte » dello stesso autore: indubbiamente l'afflato e l'unzione di Sant'Alfonso erano graditissimi ai libanesi, la cui devozione mariana e così vicina a quella dei napoletani. Sant'Alfonso, del resto, poteva benissimo stare accanto, per la semplicità ed essenzialità della sua dottrina spirituale attinta alle più pure fonti patristiche, per il fervore e gli affetti, ai grandi devoti di Maria della tradizione orientale.
La dimora a Kfifan fu decisiva per Charbel: lunghi anni di applicazione severa, di impegno instancabile, durante i quali l'intelligente contadino di Beqa Kafra assorbì insegnamenti soprattutto di vita, senza perdere un'ora, senza lasciar correre alcuna occasione, avido di verità, affamato di pietà e di virtù, avendo sotto gli occhi - e fu questa la più grande grazia per lui - modelli eccelsi di santità.
E’ proprio vero che i santi non restano mai soli: la loro fecondità spirituale è la testimonianza più evidente delle loro sicure e contagiose virtù.
CAPITOLO VII
SULL' ALTARE
Nella Chiesa maronita, la scala degli Ordini sacri è in parte diversa da quella della Chiesa latina come diversi sono i riti con i quali vengono conferiti. I gradi degli Ordini minori sono: il Cantore o Salmista, il Lettore, il Suddiacono; i maggiori: il Diacono e il Sacerdote.
Il Cantore riceve la tonsura e le funzioni che negli Ordini latini sono attribuite via via all'ostiario, all'accolito e al suddiacono, presso i Maroniti sono raccolti nel suddiaconato.
Particolare importanza ha, invece, nelle ordinazioni maronite, la deputazione alla lettura della Bibbia, divisa in cinque parti. La prima, comprende la lettura dell'Antico Testamento, fatta eccezione per i profeti e viene affidata al Lettore o Salmista; la seconda comprende le letture dai profeti, che rientrano nelle attribuzioni del Lettore; la terza, è composta dalle lettere « cattoliche » degli apostoli Giacomo, Giuda, Pietro e Giovanni, e degli Atti degli Apostoli e la loro proclamazione appartiene al Suddiacono; la quarta comprende le epistole di San Paolo, la cui lettura e compito dei Diaconi; la quinta e riservata ai Vangeli, i quali sono letti dall'Arcidiacono, che non è un vero e proprio ordine, ma una dignità.
Ignoriamo le date relative alle varie ordinazioni del Beato Charbel, ma conosciamo esattamente quella della sua ordinazione sacerdotale: il 23 luglio 1859. Charbel fu consacrato nella residenza patriarcale di Bkerke, dal vescovo Giuseppe Marid, per ordine del Patriarca Paolo Mas'ad.
Il Beato non ha lasciato nulla di scritto, nessun diario o appunto spirituale, nessun documento di quelli che fanno la delizia di un biografo e stimolano la curiosità, l'interesse e 1'edíficazione dei lettori. Siamo dunque costretti a ignorare i sentimenti e i propositi di Charbel a mano a mano che saliva la scala degli Ordini, durante la preparazione remota o immediata al sacerdozio; ma una cosa e certa: per tutta la sua vita, egli visse quotidianamente e con eccezionale impegno la sua Messa. Visse, anzi, per l'offerta quotidiana del divin Sacrificio. Questo significa che egli ha meditato ogni passo nella carriera degli Ordini e ha cercato con tutte le forze di essere sommamente consapevole di tutto ciò che riguardava le sue funzioni spirituali. Il testo delle sue meditazioni, la sorgente prima dei suoi pensieri era, a tal proposito, il testo stesso del rituale. Gli uomini di Dio non cercano le vie traverse, ma preferiscono dar fondo a ciò che dice la Chiesa, la Madre.
Del resto, i testi e i documenti ecclesiastici sono la sintesi più autorevole e perfetta della dottrina e della vita religiosa, e spesso dobbiamo accorgerci che quanto abbiamo faticosamente attinto ai rivoli si trovava già limpidamente nella fonte.
Nel rito maronita, il sacerdote viene ordinato durante la Messa, dopo la consacrazione. Il vescovo, disponendosi a donare alla Chiesa e al mondo un nuovo ministro di Dio, attinge la sua forza ai sacri misteri presenti sull'altare. Egli, infatti, si volge completamente alla mensa e, dopo aver levato in alto lo sguardo e le braccia, scopre le Specie consacrate e comincia ad agitare le mani intorno alla patena e al calice, poi le congiunge, come se vi avesse attinto qualcosa. Così congiunte, porta le mani sul capo dell'eletto a spandervi ciò che ha attinto. Ripete questi gesti tre volte, agita le mani sul candidato e gli copre la testa con la parte anteriore della pianeta, sovrapponendo la mano destra e agitando intorno la mano sinistra. Con la mano sul capo del prossimo sacerdote, il vescovo recita la grande preghiera consacratoria : « Dio grande e terribile, che operò cose gloriose e mirabili senza numero, che e grande per potenza e inscrutabile dall'intelligenza, ammirabile nei pensieri, nei confronti degli uomini... Tu sei il nostro Dio, che conosci i segreti dei cuori, che scruti le reni e penetri la mente; nulla, infatti, e nascosto agli occhi del tuo giusto giudizio; Tu manifesti il futuro; sei Tu che in tutte le generazioni scegli per il ministero dei santi coloro che ti sono graditi. Eleggi, o Signore, anche questo tuo servo al sacerdozio, e concedigli di ricevere il gran dono del tuo Spirito Santo senza rimprovero nei costumi e senza incostanza nella fede, e sia egli degno di esercitare il sacerdozio del Vangelo del regno tuo, di stare al tuo santo altare, di offrire doni e sacrifici spirituali, di rinnovare il tuo popolo con il lavacro della rigenerazione, di mostrarsi a tutti come una lampada della luce del tuo Unigenito e coeterno Figlio, di ordinare e ornare la tua santa Chiesa, di beneficare mediante l'imposizione delle sue mani, in modo che la parola del tuo Vangelo progredisca e il tuo nome sia glorificato, come in tutta la terra così anche nella Chiesa affidata a questo tuo servo ».
Rivoltosi all'altare, il vescovo termina la sua preghiera, poi pronunzia altre orazioni con le mani stese sui sacri misteri e sulla testa del sacerdote, invocando per lui 1'effusione dello Spirito Santo e delle grazie annesse al sacerdozio. Segue l'unzione delle mani del sacerdote col sacro crisma e, alla fine di altre preghiere, il vescovo traccia sulla fronte dell'ordinato un segno di croce, dicendo: « Signore, Dio onnipotente, guarda dal cielo e visita questa vigna e questa pianta, piantata dalla tua destra, e il figlio dell'uomo che ti sei allevato ». Dopo di che, impone ancora la mano sulla testa del neo-sacerdote e ne promulga l'avvenuta ordinazione.
Segue la vestizione dei paramenti sacerdotali, che oggi sono uguali a quelli latini; fatta eccezione di due manicotti in più. Dopo la lettura di un brano dalle Epistole e dai Vangeli, una processione accompagna l'ordinato per un triplice giro in chiesa; nel primo, egli incensa la chiesa e il popolo, nel secondo, porta il libro dei Vangeli, nel terzo la patena e il calice con il Corpo e il Sangue del Cristo. Ritornato all'altare, lo bacia e recita una preghiera per i sacerdoti defunti, riceve dal vescovo la comunione sotto le due specie e, a sua volta, la distribuisce ai chierici e ai fedeli presenti.
La funzione ha termine con altre preghiere e ammonimenti.
Ci preme di dire subito che un esame attentissimo di tutte le testimonianze raccolte ufficialmente per la Causa di Beatificazione di Charbel danno l'esatta sensazione che, dal primo all'ultimo giorno della sua vita religiosa, egli sia come rimasto fermo a un modulo di vita, sempre eguale a se stesso, quasi - ci si passi per buona l'immagine - come un orologio in cui ogni secondo, ogni minuto, ogni ora battono con successione isocrona e chiudono puntualmente il cerchio di ogni giornata. Per un orologio, una giornata è uguale all'altra, ma per l'uomo che vive sotto la tirannia del tempo, ogni giorno e diverso dal'altro e ci sono di quelli che possono sconvolgere una vita, talmente nuovi da essere irripetibili. Abbiamo già detto a suo tempo che si ignorano crisi giovanili di Charbel e, in genere, qualsiasi genere di svolta brusca, fatta eccezione per l'episodio di Maifuq, ma anche questo dimostra soltanto il proposito di Charbel di non lasciarsi minimamente allontanare o distrarre dal cammino che si era prefisso. Da novizio, già era un modello nella preghiera e nell'osservanza delle regole che, per un religioso, rappresentano la norma e la sintesi della santità; da studente, era esemplare anche nello studio; di lui monaco ed eremita si dovrà dire lo stesso. Si potrebbe credere a uno sforzo dei testimoni della sua vita di presentarlo come bloccato in una perfezione di vita senza sbalzi ed il vaglio delle testimonianze consente effettivamente di stabilire che non e facile trovare una vera e propria incrinatura nella costante e compatta santità di Charbel. É chiaro che la perfezione assoluta non e possibile neppure a un santo, al quale si richiede soltanto che non defletta volontariamente dal suo proposito di consacrazione al Signore e agisca in ogni cosa, anche quando altri potrebbero trovare motivo di critica, in buona fede e con retta intenzione, teso continuamente nello sforzo eroico di fedeltà alla propria vocazione e al dovere di ogni ora. Volevamo, comunque, dire che non ci e stato possibile tracciare una specie di diagramma ascendente della vita spirituale di Charbel. A un certo momento, come vedremo, egli passerà alla vita eremitica e questo e, certo, un passo avanti, ma i testimoni sono d'accordo nell'affermare che il mutamento delle condizioni esteriori non significò in alcun modo mutamento o sviluppo interiore.
Questa è la ragione per la quale, parlando di Charbel, la distinzione tra il periodo di vita monastica, dopo l'ordinazione sacerdotale (1859-1875) e il periodo di vita eremitica, che copre gli anni dal 1875 alla morte nel 1898, ha scarso significato per restituirci il profilo spirituale del Beato. Ciò risulta da quanto di lui si può giudicare dall'esterno, giacché i suoi segreti nessuno può ovviamente svelarli. In altre parole, egli e apparso sempre uguale a se stesso; il nostro lettore, perciò, non vorrà accusarci di confondere le prospettive se raccoglieremo insieme testimonianze ed episodi scelti indifferentemente dall'uno e dall'altro periodo della vita di Charbel. A nostra discolpa può valere il fatto che, al principio del nostro studio, avevamo tentato effettivamente di ricostruire sul filo della cronologia anche la vita interiore di Charbel, ma l'impresa, oltre che impossibile, si e dimostrata inutile.
Del resto, questo potrebbe anche essere l'aspetto più singolare della santità di Charbel: la sua fedeltà, fin dal principio, alla ricerca della perfezione in ogni parola, ogni gesto, e si dovrà convenire che una santità del genere e eloquente quanto quella conquistata a tappe, se non passando bruscamente da una vita di peccato alla grazia, com'è accaduto a molti santi, percorrendo un cammino in continua e faticosa ascesa.
È eroico il soldato che mantiene fino all'ultimo sangue la prima posizione occupata perché essenziale alla strategia, come e eroico il soldato che passa di posizione in posizione per una conquista decisiva.
Nella sua Messa quotidiana, Charbel trovava una miniera tale di riflessioni che si spiega come egli non facesse in tempo ad esaurirla ogni giorno, mentre il significato essenziale e profondo della liturgia eucaristica, con il miracolo della reale presenza del Cristo sotto il velo delle specie eucaristiche, la comunione del suo Corpo e del suo Sangue, il valore sacrificale dell'offerta, propongono tali realtà misteriose e misteriosamente presenti e operanti da colmare l'anima con una misura traboccante.
Le liturgie orientali sono come un giardino lussureggiante, ricche di pagine bibliche e patristiche, di inni e di acclamazioni, di gesti pieni di significati simbolici, che affondano le loro radici nella più antica tradizione della Chiesa e si adattano splendidamente alla psicologia caratteristica di quei popoli. La liturgia maronita si collega con la tradizione di Antiochia, dove la prima volta i fedeli di Gesù furono chiamati « cristiani », anche se la sua storia e complicata e difficile da dipanare. Tenteremo qui di dare una idea sommaria del rito della Messa cosiddetta « privata » che fu la sola autorizzata per tutti giorni dal Sinodo libanese del 1736 e non si oppone, come tra i Latini, alla Messa cantata, ma a quella concelebrata, potendo, come questa, essere ordinaria o solenne.
Come tutte le liturgie eucaristiche dei vari riti, anche la Messa maronita si compone di due grandi parti: una, didattica, che corrisponde all'antica Messa dei catecumeni, e una propriamente eucaristica che era la Messa dei fedeli. Ciascuna di queste parti ha varie suddivisioni, composte di riti e preghiere fisse, intercalate da preghiere variabili (anafore).
Dopo aver rivestito i sacri paramenti, recitando a ognuno di essi un versetto della Bibbia che ne sottolinea il significato simbolico, il sacerdote si reca al centro dell'altare, benedice e impone l'incenso e prepara la materia del divin sacrificio, concludendo questa parte preparatoria con la recita del Pater noster e del trisagion. Seguono sei sezioni, dette anche « parti » o « offici ».
La prima, composta di varie preghiere, culmina nell'« Hussoio » o preghiera « del perdono », comprendente un « proemio » maestoso e un « sedro » (ordine, disposizione) con invocazioni alla Madonna, agli apostoli, ai martiri, a tutti i santi e ai defunti.
Nella seconda sezione, dopo un introito, il celebrante incensa le offerte sacre recitando il Miserere, cui seguono un'orazione e un secondo « Hussoio » col suo poemio e « sedro », che e un inno in versi, variabile. Il mercoledì, giorno dedicato presso i Maroniti alla Madonna, esso e in onore della Vergine. Segue il trisagion e una incensazione, poi la lettura dell'Epistola e del Vangelo, contornata da bellissime preghiere e conclusa con un inno di Sant'Efrem, chiamato « prima omelia ». A questo punto, terminata la parte didattica, comincia quella eucaristica. Il sacerdote recita un inno, incensa l'altare, le offerte e i fedeli e recita la professione di fede, indi comincia l'anafora, che corrisponde press'a poco al Canone della Messa latina.
Il messale maronita contiene otto su una settantina di anafore siriache conosciute, e il sacerdote ne può scegliere una a suo piacimento. Quella « che da tutti i sacerdoti è preferita, che ha avuto un uso che di gran lunga e il più diffuso » 1° porta il titolo di « Anafora della Santa Chiesa Cattolica Romana Madre di tutte le Chiese », compilata con orazioni tratte dalla liturgia romana ed esemplata sull'anafora detta dei Dodici Apostoli. Tra l'altro, il sacerdote impone le mani sul popolo, invocando le benedizioni divine, e recita una preghiera prima di rimuovere il velo del calice, dà la pace all'altare ai « santi misteri » che sono su di esso, e all'inserviente, il quale la trasmette al popolo; poi scopre il calice e agita il velo con mano tremula sopra i « misteri », si segna col velo e con esso benedice il popolo, accompagnando i gesti con apposite preghiere.
In una quarta sezione della Messa, il celebrante benedice la patena e il calice, e recita il prefazio o « preghiera trionfale », conclusa dal Sanctus, poi canta o pronunzia a voce alta e chiara le parole della consacrazione sul pane e sul vino e inclina il calice col Sangue di Cristo in quattro direzioni, in modo da formare un segno di croce. Recita poi la « preghiera della economia » (cioè del mistero di Cristo) o anamnesi e la preghiera del ringraziamento, agitando per tre volte le mani dal basso in alto sulle Specie consacrate, poi invoca lo Spirito Santo - epiclesi - prostrandosi. Indi legge i « dittici » o « intercessioni », pregando per i Pastori della Chiesa, la Madonna e i Santi, per i fedeli defunti e benedice il popolo.
Nella quinta sezione, il sacerdote fa con l'ostia sopra il calice diciotto segni di croce (simbolo delle diciotto ore della passione del Cristo) mentre l'inserviente recita una preghiera metrica o omelia. Il celebrante alza l'ostia e il calice per offrirli al Padre celeste e durante questa elevazione pronunzia una preghiera in versi di San Giacomo di Sarug che comincia « O Padre della verità... », che avremo occasione di citare in appresso.
Segue la recita del Pater noster, con 1'embolismo, e una seconda preghiera della imposizione delle mani per la benedizione sul popolo. Una lunga invocazione precede la elevazione prima dell'ostia e poi del calice, con i quali il sacerdote traccia per aria un segno di croce.
Nella sesta sezione avviene la frazione dell'ostia e l'intenzione di una particella di essa nel calice, poi il sacerdote si comunica con metà dell'ostia e un sorso del prezioso sangue, indi comunica i fedeli, offre le restanti specie consacrate per i defunti e le consuma. Dopo il ringraziamento per la comunione e una preghiera di benedizione per il popolo, questo viene congedato con un'ampia e bellissima formula. La benedizione finale viene impartita dopo un triplice alleluia e la recita di un terzo Pater noster.
Se il sacerdote lascia i paramenti sull'altare, lo bacia dicendo: « Resta in pace, o santo altare, e che in pace io possa ritornare a te. L'Eucaristia che da te ho ricevuto mi serva per la remissione dei debiti e il perdono dei peccati e perché possa comparire davanti al tribunale di Cristo senza reato e senza confusione. E non so se ritornerò ancora a offrire sopra di te un altro sacrificio o no ».
La celebrazione della Santa Messa è il banco di prova della fede e della virtù del sacerdote: dove nulla e concesso alla esperienza dei sensi, tutto si trova con la fede; dove tutto potrebbe diventare abitudine, tutto deve conservare perenne freschezza. Charbel celebrava il Santo Sacrificio con estrema compostezza e senza la minima fretta: « Recitava parola per parola, senza ometterne alcuna. Il popolo che assisteva alla sua Messa era vivamente impressionato, ed io stesso - testimonia Saba Tannus Mussa, un laico che frequentò per diciotto anni il Beato - che spesso gliela servivo, glorificavo Dio, soprattutto al momento delle genuflessioni che egli faceva durante la consacrazione e in tutti i suoi movimenti. La sua fede era come incarnata in tutto ciò che ho enumerato e specialmente dopo le parole della consacrazione, quando talvolta le lacrime gli sfuggivano dagli occhi. Due volte ho fatto attenzione e, in una, le lacrime bagnarono il corporale. Dopo la comunione sotto le due specie, egli vide la traccia delle lacrime sul corporale e, credendo fosse una goccia del sangue prezioso, ne fu turbato. Vedendolo inquieto, gli dissi: " Che avete? È una delle vostre lacrime, cadutavi dagli occhi dopo la consacrazione! " Egli ne rimase scosso e, dopo la Messa, portò il corporale al monastero ed espose il caso al Superiore per tranquillità di coscienza ».
Il Padre Francesco as-Sibrini, che conobbe il Beato tredici anni prima della morte, dice: « Durante la celebrazione della Messa gli si manifestavano in volto i segni di una devozione straordinaria: era come rapito e fuori di se. Dopo aver compiuto le sue pratiche di pietà, passava alcune ore a prepararsi al Santo Sacrificio, che finiva di celebrare soltanto verso mezzogiorno. Lo stesso accadeva per il ringraziamento, che assorbiva ore intere. Qualunque cosa dovesse fare per obbedienza, la preparazione e il ringraziamento non prendevano mai meno di un'ora. Ciò che usava per la Messa, come il sapone, l'asciugamano, le calzature, non destinava ad altri usi, per rispetto. Era come rapito nelle sue azioni spirituali e soprattutto al momento della epiclesi; alla comunione e alla elevazione era assorbito nella contemplazione e nelle lodi della divina misericordia e non prestava alcuna attenzione a qualsiasi movimento o rumore che si faceva accanto e intorno a lui ».
Altri religiosi dicono: « Assistevo spesso alla sua Messa e notavo che era come se vedesse con i suoi occhi il Figlio di Dio » « La sua voce era bassa, e sul volto si rifletteva la gioia interiore ».
« Quando beveva il Sangue prezioso e mangiava il Corpo di Cristo, appariva come se gustasse ciò che di meglio esiste al mondo e sorbisse una bevanda celeste ». I testimoni oculari della vita del Beato sono particolarmente precisi per il tempo in cui egli viveva nell'eremo, dove poteva dare più libero sfogo alla sua pietà.
« A motivo del suo grande rispetto per il Santissimo Sacramento, egli poneva a destra dell'altare, dalla parte del Vangelo, un candeliere di ferro a tre bracci, su ciascuno dei quali metteva un pannolino pulito. Un primo pannolino gli serviva per asciugare le mani e, all'occorrenza, il naso, dall'inizio della Messa fino all'Epistola; il secondo, dall'Epistola alle parole della consacrazione; il terzo, dalle parole della consacrazione alla fine. Dopo un lungo ringraziamento, prendeva i tre pannolini, li lavava e li metteva ad asciugare per il giorno dopo ».
Un eremita vissuto qualche tempo col Beato, raccontava che nell'eremo era uso che i solitari si servissero la Messa scambievolmente, a turno, specialmente d'inverno, quando
l'immobilità faceva gelare. Una volta che la neve era caduta abbondante, i due eremiti compagni di Charbel avevano profittato che il Beato si stava preparando alla Messa per andare accanto al fuoco a scaldarsi. Il calore aveva appesantito i loro occhi quando, a un tratto, il braciere fu proiettato sul muro; la brace e la cenere che cadevano intorno svegliarono i due eremiti, i quali, spaventati, si precipitarono in cappella, dove trovarono il padre Charbel vestito dei sacri paramenti, in piedi dinanzi all'altare, in attesa di un inserviente. Al loro arrivo Charbel non disse nulla e non dimostrò alcun fastidio.
Un vecchio religioso racconta: « Il defunto mio fratello Saba Tannus Abi Junes e sua moglie Kafa, la cui casa era vicina al romitorio di Charbel e che assistevano alla sua Messa, mi raccontarono che durante gli ultimi giorni della vita del padre Charbel, mentre il servo di Dio celebrava il santo sacrificio, quando giunse alla piccola elevazione, le sue mani che tenevano alta la santa ostia si seccarono (rimasero bloccate). Poiché l'elevazione durava troppo, il suo compagno di romitorio gli si avvicinò ed ebbe la certezza che egli non poteva fare più alcun movimento; prese allora con dolcezza l'ostia dalle mani di Charbel e la depose sulla patena. Con l'aiuto di Fratel Butros, il domestico dell'eremo, fece scendere Charbel su una sedia accanto all'altare. Una mezz'ora dopo circa, il servo di Dio ritornò allo stato normale, risalì sull'altare e terminò la Messa ».
Lo stesso testimone racconta un fatto straordinario: « Mio fratello e sua moglie mi dicevano che, mentre un giorno padre Charbel diceva la Messa nell'eremo, essi erano presenti e avevano con sé la nipote della moglie di mio fratello, figlia di Giuseppe Saba, chiamata Rachele, che allora aveva circa quattro anni ed e morta l'anno scorso. Questa innocente, al momento della elevazione, vide un Bambino fra le mani di padre Charbel e gridò: " Vedi, zia, come è bello il Bambino! ". La zia la zittì. Quando Charbel spezzò l'ostia, la piccola gridò di nuovo: " Zia, vedi come spacca il Bambino! ». La zia la fece ancora tacere e il padre Charbel continuò la Messa come al solito ».
La proverbiale lentezza del Beato nella Messa quotidiana, che metteva in fuga i frettolosi inservienti, rivela la profonda coscienza ch'egli aveva dei divini misteri, la sua insaziabile fame di Dio; infatti, una volta che un sacerdote si era fermato al romitorio per celebrare la Messa e filava con una certa precipitazione, Charbel non poté fare a meno di uscire dal suo silenzio - ciò che accadeva assai di rado - per dirgli: « Perché correte tanto? mangiate forse una zuppa dl ceci? ».
Durante i primi anni della vita sacerdotale del Beato, nel 1860-1861, si trovava nel Libano, incaricato di una spedizione archeologica, Ernesto Renan. Egli ebbe allora occasione di visitare la Palestina, dove scoprì « un quinto Vangelo » nella cornice geografica della vita di Cristo. Grazie al « quinto Vangelo », Renan scoprì, naturalmente a modo suo, il Cristo, riducendone la vita a un conflitto di paesaggi: tra la serenità dei giardini, delle colline e dei fantasiosi uomini di Galilea e l'aridità del deserto e degli uomini della Giudea, ai quali Gesù, immalinconito e depresso, finalmente si arrese, fino a farsi portare sulla croce.
La troppa famosa « Vita di Gesù » di Renan fu pubblicata nel 1863 e avvelenò l'Europa. Nel Libano, ad Annaya, padre Charbel sprofondava ogni giorno nella luce e nella pace del mistero di Cristo, vivo e presente nella Eucaristia, e chi lo vedeva scopriva il Vangelo della grazia e della vita.
Evidentemente il Cristo, mistero dei misteri del Vangelo, non si presta a esercizi letterari e a rugiadosi, romantici sfoghi.
CAPITOLO VIII
UN RAMO DELL'ANTICA QUERCIA
Il popolo maronita è nato all'ombra di un monastero e, trasferitosi sulla Montagna Bianca, i monasteri diventarono i quadri e il centro della sua vita non soltanto spirituale, come accadde per i monasteri benedettini nell'Europa dell'alto Medioevo. L'educazione religiosa di quel popolo fu, in un certo senso, una educazione monastica: i monaci gli instillarono una fede semplice, profonda, intrepida, un gusto vivissimo della liturgia, l'inclinazione a rigorose pratiche ascetiche, come gli insegnarono a vincere con il lavoro accanito e intelligente - ascetico, si direbbe volentieri - le asperità della Montagna.
Per lunghi secoli i monaci del Libano furono dei liberi devoti, che intraprendevano spontaneamente una vita di penitenza e di preghiera, e non pronunziavano veri e propri « voti »: anche quando si riunivano in una specie di comunità, non avevano alcun legame giuridico. Venuti dalla Siria in un paese quasi deserto ed impervio, singolarmente adatto a una vita di severa e solitaria ascesi, i primi monaci si moltiplicarono presto, popolando in particolare la Valle Santa. La fama di questi solitari varcò le frontiere del Libano: il nobile provenzale Francesco Gallaup, signore di Chasteuil (m. 1644), venuto in Oriente per approfondire lo studio della Sacra Scrittura, si consacrò nel Libano alla vita eremitica e vi diventò famoso come « il Santo ».
Nel secolo XVII, grazie al prestigio acquistato nel paese da alcune nobili famiglie maronite, i monaci sciamarono dalla Valle Santa verso il sud, nel distretto del Kesruan, che diventò il centro cristiano del Libano e si popolò di chiese e di conventi, tra gente semplice e fervorosa, così descritta da un gesuita contemporaneo: « Il carattere degli abitanti è buono, di umore dolcissimo. Non respingono nessuno e, non potendo offrire ciò che si desidera, offrono almeno buone parole. La bestemmia è un mostro raro; di furto non se ne parla nemmeno; se sono ammalati e provati, dicono che ciò viene da Dio. Sono forti in digiuni e astinenze; le donne sono assai ritirate; si mostrano avidi di rosari, medaglie e immagini ».
Fino alla metà del secolo XVII, i monasteri libanesi formavano isole autonome e i monaci, in mancanza di regole e costituzioni scritte, seguivano una disciplina fondata su usi tradizionali. Il portar l'abito monastico equivaleva a una tacita professione religiosa. Fu il grande Patriarca maronita Stefano Duaihi (m. 1704) a introdurre nel Libano una prima legislazione monastica. Egli era stato mandato a studiare a Roma nel 1670, dove, nelle biblioteche, ricercò i documenti storici della sua nazione e li trasse dall'oblio. A Roma, aveva anche potuto constatare i benefici della centralizzazione nel governo dei monasteri occidentali e rifletteva sulla sua utilità anche nel proprio paese. La Provvidenza gli venne in aiuto. Gabriele Hawa, Abdallah Qarali, Giuseppe al-Batn, tre maroniti di Aleppo in Siria, venuti a contatto con i religiosi delle missioni latine d'Oriente - Francescani, Gesuiti e Cappuccini - avevano anch'essi concepito l'idea di una vita religiosa più regolare e organizzata. I tre sottoposero al Patriarca il loro progetto, che fu volentieri approvato, e ricevettero dalle sue mani l'abito religioso il 10 novembre 1695, dando inizio all'esperimento, che ancora non esigeva l'emissione dei voti. Nello stesso anno, però, pronunziarono il voto di povertà e nel 1698 fu portato a termine un abbozzo di regola, da aggiungere a quella che tradizionalmente veniva attribuita a Sant'Antonio Abbate.
I discepoli che si erano ben presto riuniti intorno ai tre fondatori furono chiamati, dal paese d'origine di costoro, Aleppini, e, nel 1706, Monaci Libanesi di Sant'Antonio.
La nuova famiglia religiosa ebbe però a subire ben presto una dura prova. Gabriele Hawa si separò dai due primi compagni e tentò inutilmente di dar vita a una nuova comunità, dopo di che si stabilì a Roma.
Il Padre Qarali, eletto Superiore generale, presentò la Regola al Patriarca, che l'approvò il 18 giugno 1700. I monaci emisero i tre voti di povertà, castità e obbedienza. Una nuova formulazione della Regola, che prevedeva un quarto voto, di umiltà, fu approvata dal Patriarca Giacomo Awad il 23 novembre 1725. Poiché contro il nuovo Ordine si era scatenata una incresciosa campagna di opposizione, per metterla a tacere si fece ricorso alla Sede Apostolica.
Le « Regole e Costituzioni dei Monaci Siro-Maroniti dell'Ordíne di Sant'Antonio Abbate della Congregazione del Monte Libano », tradotte dall'arabo in latino da Giuseppe Simone Assemani, furono finalmente rivedute, accresciute e approvate il 31 marzo 1732, col Breve « Apostolatus officium » di Papa Clemente XII.
Ma i germi della divisione non erano stati del tutto soffocati. Da Aleppo, erano venuti nel Libano molti aspiranti alla vita monastica, attirati dalle virtù e dalla scienza di Abdallah Qarali; Germano Farhat fa cenno delle discordie che allora travaglíavano i monaci, i quali si affidavano alla protezione della Vergine Madre di Dio. Per evitare inconvenienti peggiori, si dovettero separare i monaci in due rami: gli Halabié (cioè Aleppini) e i Baladié (cioè « del paese », in arabo, balad). La casa generalizia dei Baladiti (o Libanesi) fu stabilita nel celebre monastero di Kossaia.
Attualmente, le denominazioni ufficiali dei due rami sono: Ordine Antoniano Libanese dei Maroniti e Ordine Antoniano Aleppino dei Maroniti.
Le necessità dei tempi e l'evoluzione sociale della nazione indussero in seguito i monaci ad accettare il ministero parrocchiale e l'insegnamento scolastico. Dopo l'adattamento delle Costituzioni al nuovo Diritto Canonico Orientale, gli Antoniani Libanesi furono dalla Santa Sede dichiarati Ordine non monastico il 16 dicembre 1955.
La regola dell'Ordine nel quale si votò a Dio il Beato Charbel si ispira, nella sua parte generale, alla cosiddetta Regola di Sant'Antonío, pubblicata la prima volta dal dotto maronita Abramo al-Haglani (detto in Europa Ecchellensis), da un testo arabo che e una compilazione tardiva, tratta dalla « Vita » di Sant'Antonio scritta da Sant'Atanasio, vescovo di Alessandria d'Egitto (circa 295-373) amico e devoto del padre della vita eremitica, e tradotta in latino da Evagrio di Antiochia nel 388, e da altri scritti relativi a Sant'Antonio e al monachesimo primitivo.
Nelle altre parti, la regola monastica di Charbel aveva come prototipo le Costituzioni dell'« Ordine di San Paolo primo eremita », fondato in Ungheria da un canonico di Strigonia verso il 1250, diffuso in tutta l'Europa centrale e abolito dall'imperatore Giuseppe II nel 1780. Le Costituzioni di quest'Ordine, elaborate a Roma nel 1643, furono alla base di molti Ordini orientali.
Charbel era un assiduo lettore della « Vita di Sant'Antonio » e e, attraverso florilegi tradizionali, di quelle degli eroi del monachesimo antico. Al di là dei precetti espressi dalle Regole del suo Ordine, di cui egli fu un modello vivente, al punto da essere considerato come « la Regola incarnata » Charbel ha assorbito e rivissuto lo spirito dei primi famosi monaci, conosciuti comunemente come i Padri del deserto. Le affermazioni dei testimoni sono concordi ed esplicite: un religioso dichiara: « Egli ci ha ripresentato alla memoria ciò che abbiamo letto sulla vita religiosa nel Prato dei monaci, relativo alla vita degli antichi Padri del deserto »; e un laico: « Egli visse... come i santi e gli eremiti antichi, la cui vita ci è stata letta nel Sinassario ». « Veramente, attesta un altro monaco, le virtù dei Padri del deserto di Sceti sono incarnate in lui; egli ha superato ciò che leggiamo nei libri ».
Il Superiore del monastero di Annaya dichiara: « Se non fosse per le prescrizioni della Chiesa, le quali proibiscono di onorare i servi di Dio prima che essa li beatifichi e li canonizzi con la sua santa autorità, i monaci avrebbero scritto la vita di questo giusto (Charbel) nel Sinassario della Chiesa... perché non abbiamo letto nella vita dei Padri del
deserto alcuna cosa che superasse ciò che abbiamo constatato di questo eminente eremita ».
Charbel aveva pochi libri di lettura; insieme con i testi orientali, frequentava le Confessioni di Sant'Agostino, l'Imitazione di Cristo, l'Apparecchio alla morte di Sant'Alfonso, la Perfezione cristiana del Padre Rodriguez, cioè i manuali classici della spirítualita cristiana occidentale che, per vie dirette o indirette, raccolgono il succo della spiritualità dei Padri del deserto e del monachesimo primitivo. « Coloro che hanno familiare l'ascesi cattolica, come ancora oggi si insegna, e che la paragonano a quella del deserto, sono sorpresi della conformità perfetta e spesso letterale dei due insegnamenti. Senza dubbio, non si tratta di semplice coincidenza, ma anche di influenza diretta: i più moderni maestri della vita spirituale si sono formati alla scuola dei vecchi monaci ».
La vita ascetica, che nei tempi apostolici cominciò sotto la forma caratteristica della vita verginale, quando stava per terminare l'epoca delle persecuzioni scatenate contro la Chiesa che penetrava faticosamente, ma decisamente nella società pagana, tra la fine del III e il principio del IV secolo, essendo diventate più rare le occasioni di affrontare il martirio, ideale supremo di rinunzia al quale si ispiravano i cristiani ferventi dei primi tre secoli, assunse nuove forme di perfezione: « una specie di martirio volontario destinato a sostituire il martirio di sangue, la cui speranza scompariva. Conviene tuttavia notare che anche prima della pace costantiniana (a. 313), dei cristiani ferventi fuggivano già il mondo e si davano nella vita privata alle pratiche dell'ascesi, mentre altri cercavano nel deserto la rinunzia totale alle delizie di una civiltà corrotta. L'esempio soprannaturale di alcune grandi figure, come San Paolo eremita e Sant'Antonio, trascinò nelle solitudini della Tebaide o nelle laure della Palestina e della Siria folle sempre più numerose di imitatori, i quali diventarono i figli spirituali di questi Padri del deserto ».
San Paolo di Tebe si ritirò nella solitudine verso il 250 e l'Egitto diventò il centro principale della vita anacoretica coi deserti della Tebaide, che accoglieva Sant'Antonio e i suoi seguaci, della valle della Nitria, con i discepoli di Ammonio, che vi si ritirò verso il 325; dello Scete, con i seguaci di Macario il grande (300-391). Dall'Egitto, il movimento anacoretico passò in Palestina con Ilarione di Gaza (292-371), nel deserto del Sinai, dominato dalla figura di S. Nilo (m. circa il 430) e in Siria.
L'iniziatore del cenobitismo fu San Pacomio, nato da genitori pagani verso il 290-292. Battezzato, si ritirò presso gli anacoreti della Tebaide, in un tempio abbandonato; fu discepolo del celebre solitario Palamone, poi lo lasciò per trasferirsi nel villaggio abbandonato di Tebennisi sulla riva destra del Nilo, dove molti asceti lo scelsero per maestro. Là fu fondato il primo monastero, che ben presto accolse un centinaio di monaci per i quali Pacomio scrisse una Regola, stabilendo un'autorità centrale e la pratica in tutto della vita comunitaria. Si è calcolato che nel V secolo i monaci egiziani assommassero a cinquecentomila: una grandiosa città di Dio. Il cenobitismo salvò il monachesimo primitivo da pericolosi fenomeni di anarchia religiosa. I grandi legislatori della vita monastica furono San Basilio il Grande (m. nel 379) in Oriente e San Benedetto da Norcia in Occidente (m. circa il 547), dove il primo monachesimo fu conosciuto attraverso gli scritti di San Girolamo.
La vita di Sant'Antonio, dice Sant'Atanasio, « e sufficiente come esempio di ascesi » e, secondo San Gregorio Nazianzeno, è « il codice di leggi della vita monastica, presentata sotto forma di racconto ». Nato verso il 250 sulla riva occidentale del Nilo, nel Medio Egitto, da genitori agiati e di ottima condizione sociale, Antonio rimase orfano a diciotto anni, insieme con una sorella più giovane di lui. Avendo sentito leggere il Vangelo che diceva: « Se vuoi esser perfetto va', prendi ciò che possiedi e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi, vieni e seguimi » distribuì le sue terre ai compaesani e vendette il resto, riservandone una parte per il sostentamento della sorella. Un altro ammonimento del Vangelo: « Non preoccuparti del domani » lo indusse a un secondo passo: alloggiò la sorella in un monastero di vergini e si mise alla scuola di un vecchio eremita che viveva fuori del villaggio natale. Là affrontò epiche lotte con Satana, poi si ritirò in un sepolcro scavato nella roccia e in seguito in un castello diroccato, dove visse recluso per venti anni, ricevendo provviste soltanto ogni sei mesi. Intanto continuavano gli assalti di Satana che voleva ad ogni costo piegare quell'atleta di Cristo. Verso il 305, un gruppo di uomini desiderosi di seguirne l'esempio costrinse Antonio ad aprire il suo ritiro. I dintorni si popolarono ben presto di eremiti, di cui il grande solitario fu padre e maestro veneratissimo e ricercatissimo per i miracoli ottenuti mediante le sue preghiere. Durante la persecuzione di Massimino (a. 311) si recò ad Alessandria per assistere i cristiani condannati alle miniere e chiusi nelle prigioni.
Alla ricerca di un'ascesi più rigorosa, si isolò poi nell'alta Tebaide, presso il Mar Rosso, donde, a intervalli, si recava a visitare i discepoli rimasti presso il Nilo. Aveva un bel fuggire gli uomini: folle di pellegrini accorrevano a lui, portando i malati perché li guarisse. Ritornando al suo rifugio, visse ancora venti anni. Morì a centocinque anni, nel 356, dopo aver predetto la sua fine e chiesto di esser sepolto in luogo segreto.
La vita di Antonio, gli esempi e gli insegnamenti a lui attribuiti e trasmessi nelle collezioni di Apoftegmi (Detti memorabili) furono il codice della vita monastica anche in Occidente, dove Antonio detto 1'Abbate fu e rimane popolarissimo.
Antonio, che Atanasio definisce « un martire di amore », e l'antesignano e il modello degli innumerevoli martiri d'amore che in ogni tempo han fatto spregio di tutto per abbandonarsi in preda alla grazia.
Il Beato Charbel, per le sue origini etniche, per il tempo e in mondo in cui visse, respirava l'aria, la dottrina e gli esempi degli spirituali del deserto, dei quali è da considerarsi legittimo discendente, soprattutto durante il periodo della sua dimora nell'eremo.
CAPITOLO IX
« ORA ET LABORA »
Dopo l'ordinazione sacerdotale, Padre Charbel visse nel convento di San Marone ad Annaya, in compagnia di una decina di monaci e di una cinquantina di fratelli laici, per lo spazio di sedici anni, fino al 1875.
I Maroniti abitavano la montagna di Annaya fin dal secolo XIII, ma con l'avvento dei Saraceni dopo la completa disfatta dei Crociati, i villaggi, le chiese e i monasteri della zona furono devastati o incendiati; per cancellare addirittura da quei luoghi la presenza dei cristiani furono fatti venire dall'Iraq e dalla Persia tribù musulmane Sciite. Al contatto dei Maroniti, del loro spirito di fraternità e di carità, questi arabi si ammansirono e, col passare del tempo, il monte di Annaya ritornò in possesso dei Maroniti. I nomi delle località della regione sembrano originati dal tentativo di riprodurre la topografia dei luoghi santi di Gerusalemme e degli immediati dintorni: la punta più alta e il « Monte della Trasfigurazione»; Turzaya, a sud, e il « Monte degli Ulivi »; a oriente e « l'aia di Ornan il gebuseo»; Annaya e un'alterazione di « Betania ».
Il monastero di San Marone ad Annaya fu cominciato a costruire nel 1828, l'anno della nascita di Charbel: un edificio di rozze pietre squadrate, dominato da un campanile modesto, che aveva l'aspetto di una fortezza.
I binari maestri lungo i quali scorreva ogni giorno la vita di Charbel ad Annaya furono, secondo la regola monastica, la preghiera e il lavoro. Ecco il giudizio complessivo di un testimone: « Charbel non si vedeva che in chiesa e al lavoro... non perdeva il tempo con i visitatori, non si stancava mai... fu come in un continuo ritiro spirituale ».
Il Beato recitava l'Ufficio divino in coro, con la comunità, presso il grande leggio comune o da solo se era stato impedito da altre occupazioni di parteciparvi. In questi casi, quando non recitava in ginocchio le Ore canoniche, stava ritto presso il leggio e articolava lentamente le parole, ad alta voce, come se fosse in conversazione con Qualcuno che i suoi occhi scorgevano. Salmodiava con rispetto e convinzione, con gli occhi fermi sul libro, senza svagarsi.
L'Ufficio maronita comprende una decina di Salmi e il resto e occupato da omelie dei Padri antichi, ricche di contenuto teologico, da inni, cantici e preghiere, con prevalenza delle composizioni poetiche di Sant'Efrem e di San Giacomo di Sarug, i grandi siri. I vari generi letterari di questa alta e sonora poesia di fede invitano alla tristezza o alla gioia, al timore o alla speranza, percorrendo tutto l'arco dei sentimenti che invadono un'anima in colloquio con Dio e in discordia col mondo.
Il giorno liturgico va dal tramonto al tramonto e le Ore canoniche sono sette: i Vespri, Compieta, l'Ufficio notturno, quello dell'aurora, l'ora di Terza, di Sesta e di Nona.
Lo schema di massima di una giornata monastica di Charbel può essere questo: a mezzanotte, recita dell'Ufficio notturno, seguito da Lodi all'aurora, Ora Terza, poi il lavoro. Verso le undici del mattino, la Santa Messa, seguita dalle Ore Sesta e Nona. Verso le tre pomeridiane il pranzo; verso le diciassette-diciotto, il Vespro.
Alle preghiere d'obbligo, Charbel ne aggiungeva altre: il Rosario soprattutto, che recitava in chiesa, in ginocchio, con grande fervore e visibile piacere, così da suscitare nei confratelli il desiderio di recitarlo insieme con lui. La devozione alla Vergine era il giardino fiorito dell'anima di Charbel, una preziosa eredità del suo popolo e, specialmente, del suo maestro el-Hardiní.
Aveva bisogno di non meno di tre ore per le sue devozioni particolari, tra le quali quelle alle anime del purgatorio; praticamente, quando non era al lavoro, si trovava sempre in chiesa, prostrato in preghiera. La sua anima vegliava di continuo e spesso la sua preghiera era un parlare senza parole, come l'orazione di cui parla Cassiano, riassumendo il pensiero e l'esperienza dell'antico monachesimo, quella preghiera che « non si occupa nella considerazione di nessuna immagine, non si esprime ne con la voce ne con le parole, ma sgorga da uno slancio ardente, da un trasporto ineffabile, da un impeto insaziabile dello spirito. Rapito fuori dei sensi e del visibile, l'anima si apre a Dio con gemiti inenarrabili e sospiri ».
La preghiera che tende a diventare occupazione costante e la caratteristica dell'antica spiritualità monastica. Dice ancora Cassiano: « Lo scopo del monaco e la perfezione del cuore consistono in una perseveranza ininterrotta nella preghiera. Per quanto e dato alla umana fragilità, e uno sforzo verso l'immobile tranquillità dell'anima e una purezza perpetua... Tutto l'edificio delle virtù ha un solo scopo: quello di raggiungere la perfezione della preghiera, ma senza questo coronamento, che ne collega le diverse parti, in modo da formare un tutto compatto, non avrà né solidità né durata. Infatti, senza la virtù né si acquista ne si porta a perfezione la costante tranquillità della preghiera... ma, in contraccambio, le virtù che servono di fondamento non giungeranno, senza di essa, alla loro perfezione ».
La Sacra Scrittura, letta o ascoltata nell'Ufficio divino, era l'anima dell'antica preghiera monastica; la Parola di Dio costituiva il testo della meditazione perpetua.
L'ardore del Monaco « lo fa rassomigliare a un cervo spirituale, che pascola sulle montagne dei Profeti e degli Apostoli, cioè si sazia dei loro più sublimi e misteriosi insegnamenti. Vivificato da questo alimento di cui non cessa di nutrirsi, egli si compenetra a tal punto di tutti i sentimenti espressi nei Salmi, che li recita ormai non più come composti dal Profeta, ma come se ne fosse egli stesso l'autore e come una preghiera personale, nei sentimenti della più profonda compunzione; o almeno stima che essi sono stati fatti espressamente per lui e conosce che quanto e da essi espresso non si e soltanto realizzato nella persona del Profeta, ma trova ancora in lui, tutti i giorni, il suo compimento ».
Lo studio della Sacra Scrittura era oggetto non di scienza, ma di sapienza, ricerca di Dio e della sua volontà, itinerario di perfezione: « lampada che brilla nell'oscurità, fino a che spunti il giorno e la stella del mattino si alzi nei... cuori », fonte di consolazione e di speranza, ricchezza e armatura dell'anima.
Charbel concedeva al suo corpo il minimo indispensabile di riposo; dopo l'ufficiatura di mezzanotte, era solito restarsene in chiesa fino al mattino: all'apparenza, egli si coricava e si levava con gli altri. Il Padre Ignazio attesta: « Ricordo bene che, quando ero al monastero in qualità di « sciammas » (cioè inserviente) e poi da monaco, entravo talvolta in chiesa per assicurarmi che la lampada dinanzi al Santissimo Sacramento fosse sempre accesa. Una volta la trovai spenta e cercavo di raggiungerla a tentoni per riaccenderla, quando urtai qualcuno che mi disse: " Non abbiate paura, sono io ... ". Mi accorsi dalla voce che era il Padre Charbel, in ginocchio ».
In comunità si trovava, perciò, comodo affidare al Beato il compito di suonare la campana per chiamare i monaci all'ufficiatura notturna.
Secondo la tradizione monastica, tre cose rendono consistente uno spirito che tende alla dissipazione: le veglie, la meditazione e la preghiera; assiduamente praticate, esse stabiliscono l'anima in una incrollabile fermezza. « Ma questa - aggiunge Cassiano - non si acquista altrimenti che con un lavoro continuo, non per amore di guadagno, ma per i sacri bisogni del monastero; perché questo e il mezzo per liberarsi dalle preoccupazioni della vita presente e rendere possibile il compimento del precetto apostolico: Pregate incessantemente ».
Alle origini dell'ascesi monastica, i solitari che si ritiravano fuori dei villaggi erano soprattutto dei poveri e come tali lavoratori manuali: il lavoro col sudore della fronte era come il fondamento di ogni altro esercizio ascetico e partecipazione reale alla vita degli umili. Poiché le mortificazioni e le penitenze riducevano al minimo i bisogni materiali dei solitari, il loro lavoro serviva anche all'esercizio della carità, per assistere i poveri per esempio, dal momento che l'aver essi abbandonate le soddisfazioni e le comodità del mondo non li dispensava dalle responsabilità che ognuno ha di fronte agli altri. Il motto benedettino « Ora et labora » è una perfetta sintesi della vita monastica di ogni tempo.
Nel monastero di Annaya tutti dovevano lavorare, nelle varie mansioni interne e nei campi di proprietà del convento. Padre Charbel era stato un contadino e come tale aveva una destinazione naturale nell'osservanza di questo punto della Regola. Da monaco, dice un testimone, egli lavorò come un operaio pagato, e ben pagato, che cerca di aumentare il salario con un lavoro più prolungato e ben fatto.
Dopo le pratiche di pietà Charbel prendeva con i compagni la via delle vigne e dei campi, portando con sè gli arnesi necessari e restava sul posto di lavoro secondo le necessità, a volte anche fino al tramonto. Lungo il cammino non diceva una parola, ma era tutto assorto, ad occhi bassi, nella recita del Rosario. Se si incontrava con qualche viandante si limitava a rispondere al saluto tradizionale: « Sia lodato Dio! », con un « Dio vi benedica ».
Giunto sul luogo stabilito, non perdeva un minuto: lo si vedeva col cappuccio calato sugli occhi e trattenuto da un sarmento, zappare vigorosamente, finché il sudore che gli colava dalla fronte, e che non, si curava di asciugare, gli inzuppava la tonaca.
Spesso faceva il lavoro tipico dei contadini della montagna libanese: contenere il terreno digradante in terrazze fermate da muretti a secco, o tagliava le ramaglie per preparare le zolle alle semina.
Se il lavoro lo tratteneva a lungo fuori del monastero, quando la campana suonava le ore della preghiera corale egli si appartava dai contadini che davano una mano ai monaci o ne guidavano il lavoro, e, inginocchiato a terra o sulle pietre, alzava le mani e pregava; poi riprendeva a zappare, a sarchiare, a raccogliere pietre. Dal principio alla fine non gli usciva di bocca una parola; un testimone afferma: « Se gli alberi o le pietre dei campi parlavano, anche il Padre Charbel parlava ». L'unico segno della sua presenza era il tonfo della zappa tra le zolle, il rumore delle pietre gettate nel mucchio. Si sentiva la sua voce sommessa soltanto quando, finito il compito assegnatogli, chiedeva al soprastante, con le braccia in croce e il capo chino come un novizio alla presenza del Superiore, che cosa gli restasse da fare.
Col trascorrere delle ore, la lena di Charbel, invece di diminuire, cresceva; egli non si preoccupava mai di avvertire che era tempo di smettere perché il sudore cominciava a gelarsi addosso; e se qualcuno dei compagni, disfatto dalla fatica e dal sole, si sedeva su un sasso per tirare il fiato e scambiare qualche chiacchiera innocente, Charbel non lo imitava. Se gli veniva espressamente ordinato qualche momento di sosta, sedeva da parte, in silenzio, faceva a meno di bere e aspettava quasi con impazienza di essere chiamato alla ripresa.
Non si scusava mai se veniva richiesto di una fatica superiore alle sue forze. I monaci e i contadini del monastero avevano l'abitudine di pregare il Superiore di fare a meno di mandare nei campi gente che, per incapacità, poteva riuscire più di danno che di utilità, ma nessuno ebbe mai a lagnarsi del lavoro di Charbel. Al tramonto, sulla via del ritorno, il Beato portava con se una fascina di legna o di sterpi per la provvista del monastero e trasportava gli arnesi. I passi erano scanditi dalle Ave Marie del Rosario.
Un giorno che doveva trasferirsi insieme con i compagni da un campo all'altro con i buoi e gli aratri perché era il tempo della semina, gli fu giocato uno scherzo. I sacchetti delle sementi erano stati affidati ai novizi e a un altro monaco che racconta l'episodio. Costui, il Padre Antonios Aytu, ebbe l'idea di mettere alla prova la pazienza del Beato. Cominciò a caricarlo di tutto quanto aveva a portata di mano, come se Charbel dovesse trasportare da solo tutta l'attrezzatura del gruppo di lavoro. Quando il Padre Antonios ebbe finito, di sotto al groviglio di sacchi e di ferri vide il volto sorridente di Charbel e lo senti ripetere l'ammonimento di Gesù ai Farisei: « Guai a voi... perché imponete agli uomini fardelli insopportabili, mentre voi non li toccate nemmeno con un dito ». Tutti scoppiarono a ridere e liberarono in fretta Charbel dal carico.
Un giorno, il Padre Charbel fu destinato per una settimana ad aiutare i muratori nella costruzione di un forno per il pane. Informatosi dal capomastro sul suo compito, si mise a spaccar pietre e trasportarle fino a farsi uscire il sangue dalle unghie. Il muratore, intenerito dalla fragilità del corpo di Charbel, inutilmente lo pregò di non schiantarsi.
Il Beato era come un'ombra; cercava di passare inosservato, ma era dovunque notato perché « Dio l'aveva reso venerabile », come dice il capomastro di cui abbiamo parlato.
Vengono in mente le parole di Sant'Atanasío nella vita di Sant'Antonio: « Il suo volto aveva una grazia grande e mirabile. Aveva dal Signore questo dono: quando si trovava nella folla dei monaci, se qualcuno che non lo conosceva voleva vederlo, lasciava tutti gli altri e accorreva difilato a lui, come attirato dalla sua vista. Egli tuttavia non si distingueva dagli altri ne per altezza ne per importanza, ma per la serenità dei tratti e la purezza dell'anima. La sua anima era in pace, e anche i suoi sensi esterni erano nella calma ».
CAPITOLO X
BEATI I POVERI
I voti sono per il religioso un solenne impegno accolto dalla Chiesa in nome di Dio, una consacrazione alla vita perfetta in povertà, castità e obbedienza, e la loro osservanza e un itinerario chiaramente tracciato, uno stretto sentiero per raggiungere la mèta, un argine e un giogo che incanalano tutte le forze spirituali.
La povertà è rinunzia ai beni terreni; la castità è rinunzia ai piaceri della carne; l'obbedienza è immolazione della propria volontà: uno spogliamento totale per la libertà assoluta dell'anima che, libera da ogni peso, potrà essere pronta e sensibile ai richiami di Dio, che a ogni passo ripete: « Vieni, seguimi ».
Un fratello laico riassume così tutta la vita di Charbel: « Non sapeva fare altro che pregare, celebrare la Messa e osservare le Regole » e nessuna testimonianza è più laconica e conclusiva per darci un'idea della santità di un monaco. Un altro religioso dice: « Era un gigante nella mortificazione e nella abnegazione »; e un altro ancora: « Si distingueva dai monaci più virtuosi come la grande quercia si distingue dalla piccola ginestra ».
Se a qualche religioso veniva ordinato alcunché di penoso o di particolarmente difficile, il Superiore si sentiva rispondere: « E che! Mi prendete per il Padre Charbel per domandarmi ciò? Io non posso vivere come lui e fare ciò che egli fa ». La vita del Beato, e detto ancora, era un rimprovero continuo agli altri confratelli, che lo spiavano di continuo per vedere se egli si tenesse sempre all'altezza della sua fama; e non e a dire che la comunità di Annaya fosse rilassata, tutt'altro!, ma la presenza di un Padre Charbel stabiliva una misura quasi irraggiungibile, un confronto nel quale era facile soccombere.
Nel Libro di Dio, la povertà è ricca di contenuto spirituale; non è soltanto privazione di beni materiali, ma è anche una disposizione dell'anima. Gesù non dichiara beata la povertà come fatto bruto soltanto, ma per il valore che essa può e deve avere di incentivo ad accelerare il possesso del regno di Dio.
La « filosofia » monastica insegna che « quando diciamo addio alle visibili ricchezze del mondo, noi abbandoniamo non beni che ci appartengono, ma beni che ci sono estranei, anche se possiamo glorificarci di averli acquistati col nostro lavoro o ricevuti dai parenti per eredità... Nulla veramente ci appartiene al di fuori di ciò che possediamo nel cuore e fa una cosa sola con la nostra anima, in modo che sia impossibile a chiunque rapircelo ».
La povertà materiale ha senso, dunque, soltanto quando e ricchezza dell'anima, quando e segno di una volontà di acquistare di dentro beni spirituali, nella proporzione in cui si rinunzia a ciò che e visibile ed esterno.
La Regola dell'Ordine di Sant'Antonio prescriveva che il monaco non doveva possedere nulla di suo nè usare qualcosa come se fosse sua. Al tempo di Padre Charbel, l'autorità monastica si ispirava a una certa larghezza: era consentito, per esempio, tenere in cella qualcosa da mangiare e trattenere qualche elemosina ricevuta per la celebrazione di Messe o per la partecipazione a un funerale, ma il Padre Charbel non profittò di questa indulgenza, non chiese mai a tal fine un permesso ne lo suppose tacito.
La povertà, nella sua vita, era parlante. L'abito monastico da lui indossato era di stoffa grossolana, abbondantemente ma accuratamente rappezzato, pulito però. La camicia era di tela grezza e nascondeva un cilizio, e la tonaca stretta alla vita da una cintura di cuoio. D'estate e d'inverno, sempre lo stesso abito; Charbel non giudicava sufficienti i rigori dell'alta montagna per consentirsi l'uso delle calze o di maglie di lana.
Una volta, racconta il Padre Ignazio, Charbel andò a trovare il Padre Rukos al-Mescemesciani il vecchio, e mostrandogli la tonaca lisa gli disse: « Fate in modo che io mi comporti come la mia tonaca o vestitemi come devo comportarmi ». Il testimone interpreta le oscure parole, di caratteristico stile enigmatico orientale, in questo senso: « O mi mandate all'eremo dove questo abito e conveniente oppure datemene un altro migliore, che porterò quando vi accompagno ». Si trattava di una battuta di spirito di Charbel o la risposta voleva essere una cauta espressione del suo desiderio di una vita più spoglia? Sta il fatto che il Superiore entrò subito nella sua cella e diede al Padre Charbel la propria tonaca, che però risultò troppo larga per lui.
Certo, le parole del Beato non dovevano significare scontentezza o rimprovero per il suo Superiore, dal momento che aveva l'abitudine di indossare gli abiti smessi dagli altri monaci.
La cella di Charbel ad Annaya era nell'ala occidentale del monastero e portava il numero sedici. Lunga ed alta poco più di tre metri, larga un metro di meno, aveva un soffitto di travi e una finestra ad ovest. Il pavimento era battuto in cemento del paese e la porta dava sulla chiesa, di fronte all'altare maggiore. La cella conteneva in tutto un letto di legno, con un materasso coperto da un tappeto di pelo di capra. Sotto il letto, un ripiano di cannucce serviva per deporvi i libri di pietà. Sul muro della cella c'era una scansia per la lucerna. Al di fuori di queste cose, Charbel aveva soltanto un paio di sandali di ricambio in buone condizioni, che gli servivano soltanto quando celebrava la Messa. Il materasso era vecchio e stracciato; il cuscino, una tavoletta coperta da un brandello di tonaca. Un giorno, in assenza di Charbel, un confratello gettò via nel cortile l'asse di legno, sostituendola con un guanciale di lana, ma fu dal Beato costretto a rimettere tutto a posto.
La mensa del monastero di Annaya era già, in ossequio alla Regola, povera e fornita di cibi « ovvi e non ricercati » per i due pasti della giornata. Un operaio che lavorava a San Marone ed era ammesso nel refettorio dei Padri, ricorda che Charbel « mangiava una volta sola al giorno. Il suo pasto era composto di tre gallette o paní rotondi rifatti, che egli divideva in pezzetti e bagnava nella scodella contenente una zuppa di legumi - ceci o lenticchie - o di semola. Charbel mangiava lentamente, modestamente, senza sbirciare intorno a se o nel piatto degli altri. Quando i confratelli avevano terminato, egli prendeva la scodella del compagno vicino, la lavava e versava la sciaquatura nel suo piatto, bevendola per mortificarsi e dominarsi. Dopo il pasto, noi riposavamo, ma il Padre Charbel andava in chiesa per la visita al Santissimo Sacramento ». Aveva anche l'abitudine di mangiare i pezzi di pane bruciacchiato che altri scartavano e le briciole rimaste sulla tavola.
Quando passò nell'eremo, ebbe modo di essere ancora più mortificato. Le testimonianze sono ricche di particolari: mangiava una volta al giorno secondo la regola degli eremiti, verso l'ora dei Vespri, quando il compagno lo chiamava ed egli si presentava col cappuccio tirato sugli occhi e la testa abbassata sul petto. Poi aspettava l'ordine di sedere e, dopo la preghiera, incrociava le gambe e si accoccolava (alla maniera degli orientali), davanti alla scodella di terracotta o di legno e mangiava in silenzio, con posatezza, la sua zuppa di legumi, cotta di solito con olio, essendo l'uso del burro ristretto alle grandi feste di Natale, Pasqua, Sant'Antonio protettore dell'Ordine e i santi Pietro e Paolo titolari dell'eremo. Per lo più mangiava il « fattusc », cioè una specie di macedonia di pane, cipolle e legumi che a volte erano anche selvatici, sicché accadde un giorno che si sentisse male perché insieme con quelli si erano mischiate anche erbe velenose. Se andava per lavoro al convento raccoglieva in cucina le bucce di patate crude, le lavava e le friggeva superficialmente per mangiarle.
Dopo la solita, meticolosa raccolta delle briciole, a un ordine del compagno si alzava di slancio, andava a sciacquare i piatti e metteva la sciacquatura in un bidone arrugginito per berla poi di nascosto. Non prendeva frutta, e se il compagno gliene dava ordine, piluccava qualche chicco di uva; si asteneva dal vino e dal latte e da ogni altra bevanda fresca, per temperare l'arsura d'estate o per riscaldarsi nei rigidi inverni.
Chi e stato in Oriente, conosce l'importanza di un refrigerio; non per nulla Gesù, nel Vangelo, promette una ricompensa a chi dà « un bicchiere d'acqua fresca » all'assetato, perché nelle terre aride quell'offerta può a volte significare la vita e la morte per chi riceve e per chi dà. I viaggiatori del tempo di Charbel, e le cose oggi non sono mutate, magnificano ad ogni passo la generosità e la premura dei monaci libanesi per gli ospiti, ai quali per prima cosa si offriva un rinfresco.
A Beqa Kafra, il fratello del Beato, Hanna, nei giorni di festa, ammoniva i figli con una punta di malinconia; « Noi mangiamo carne e mio fratello non ne assaggia! » E al tempo della vendemmia: « Noi qui mangiamo l'uva e mio fratello, che lavora in una vigna i cui grappoli si possono mettere nel sacco (cioè: sono grandi e magnifici) non li tocca nemmeno... La sua vita è quella di un miserabile: mangia i residui dei monaci e le briciole... » Povero Hanna, che compiangeva il felice Charbel! Un giorno il Superiore generale, Padre Mubarak Mutaini, fece una visita ad Annaya e i monaci gli prepararono il pranzo nei pressi dell'eremo. Il Padre Charbel venne a fare atto di omaggio al Superiore, il quale gli disse « Starete con noi a tavola ». Il Beato rispose: « Noialtri abbiamo fatto voto di fare cose difficili e questo e facile ». Il Superiore pensò che il Padre Charbel avesse così acconsentito e al momento opportuno lo mandò a chiamare. Charbel accorse e cominciò a stropicciarsi le mani, mormorando imbarazzato tra i denti: « Padre generale... Padre generale... » come se per un verso non volesse trasgredire un ordine e per un altro gli dispiacesse di prender parte al pranzo, che per le circostanze era indubbiamente fuori dell'ordinario. Il Superiore comprese e sorridendo lo congedò.
Un'altra volta l'eremita che viveva con lui, non si sa se sul serio o per celia, gli disse: « Fratello, mi sono dimenticato di voi e non ho più nulla da darvi da mangiare; c'e rimasto solo il cibo della gatta, nel suo piattino ». « Padre - rispose tranquillamente Charbel - non c'e alcun inconveniente; mi contento molto volentieri di ciò che e stato preparato per il più piccolo degli animali.
Si legge negli Apoftegmi dei Padri: « Un giovane desideroso di rinunciare al mondo, dopo aver distribuito i suoi averi, eccetto un piccolo gruzzolo che trattenne per sé, andò a mettersi sotto la direzione di Sant'Antonio Abbate. Conosciuta la sua intenzione, l'anziano gli disse: « Se il tuo proposito di conversione è saldo, va' nel vicino villaggio, compra della carne e legala aderente al tuo corpo nudo, poi torna da me ». Il giovane eseguì a puntino il comando ricevuto e lungo la via del ritorno uccelli rapaci e cani l'assalirono dilaniandogli le carni. Arrivato dall'anziano, questi gli chiese se avesse obbedito e il giovane mostrò il suo corpo ferito. Sant'Antonio allora disse: « Chiunque rinuncia al mondo senza abbandonare il denaro, sarà assalito e lacerato dai demoni ».
Il distacco di Charbel dal denaro fu totale; non conosceva neppure il valore delle varie monete e non sapeva distinguerle l'una dall'altra; non seppe mai quali e quante elemosine fossero fatte al convento o al romitorio anche per suo mezzo.
Quando gli veniva data l'offerta per la Messa la faceva consegnare dal devoto stesso al Superiore, se era in convento, o al suo compagno dell'eremo. Se i fedeli insistevano perché l'accettasse lui, prendeva il denaro senza guardarlo e lo consegnava a chi di dovere, dicendo: « Sbarazzatemene; non voglio tenere questo demonio con me ».
Una volta, dopo l'assistenza a un funerale, aveva avuto come gli altri monaci, la sua parte di elemosina. Ritornato al convento, si affrettò a rimetterla al Superiore, il quale con buon garbo la rifiutò: « Tenete il denaro: potreste averne bisogno per comprare qualche fazzoletto o cose del genere », ma Charbel restò con la mano aperta: « Quando avrò bisogno di qualcosa ve la chiederò ».
Un inserviente di Annaya racconta che il Beato, avendo ricevuto in dono all'eremo alcuni fazzoletti, li consegnò immediatamente al Superiore, il quale gli ordinò di passarli
al suo inserviente. Charbel titubò: « Padre, se volete permettermi di prenderne uno... » « Erano nelle vostre mani, soggiunse un tantino risentito il Superiore, perché non lo avete preso? » E Charbel: « Non prendo nulla senza il vostro permesso ». Il Superiore, rivolto all'inserviente; « Dagliene uno », disse. L'uomo scelse un bel fazzolettone di color rosso fiammante, e Charbel: « Vedete, Padre, che mi dà il vostro servitore! » Finalmente fu autorizzato a scegliere il fazzoletto che preferiva.
Un sacerdote riferisce d'esser stato incaricato da una povera donna, sofferente di emorragie ribelli a ogni cura, di portare a Padre Charbel un'elemosina affinché le venisse data una cintura benedetta. È questa una tipica devozione mariana del Libano: nelle pubbliche calamità, epidemie, siccità, guerre, i capifamiglia si recano in chiesa portando ciascuno un velo di seta o di cotone secondo la condizione sociale. I veli, intrecciati o annodatí insieme, vengono sospesi intorno alla cappella, dentro o fuori, affinché la Madonna « leghi », cioè fermi il malanno.
Il Padre Charbel prese un velo dalla immagine della Madonna del Rosario e disse: « La donna se ne cinga, e guarirà ». Quanto all'elemosina: « Mettila sull'altare, il Padre Macario verrà a prenderla ».
Se si insisteva che la volontà dell'offerente era che la elemosina fosse consegnata soltanto a lui, Charbel stendeva una mano quant'era lunga, chiudeva gli occhi, chinava il capo, poi si dirigeva verso il Padre Macario e, con voce ferma, quale dalle sue labbra si udiva soltanto in chiesa, diceva: « Padre Macario, Padre Macario, prendete questa elemosina » Teneva il braccio disteso, lontano dal corpo, « come se avesse in mano uno scorpione » e, senza preoccuparsi di controllare l'offerta, aspettava che il compagno gliela togliesse di mano.
Qualcuno sarà forse tentato di sorridere al pensiero che, per Charbel, una monetina di rame potesse assumere addirittura l'aspetto di Satana o a trovarlo esagerato nella osservanza della povertà, come se la sua virtù diventasse a tratti meschina. Il fatto è che i santi non la pensano così e, a rifletterci bene, non hanno tutti i torti. Perché l'attenzione alle minime cose è segno di una presenza continua al proprio ideale, prova di una volontà decisa a tenergli fede ad ogni costo.
CAPITOLO XI
BEATI I PURI DI CUORE
La Regola dell'Ordine di Charbel ammonisce il monaco di frenare con somma diligenza i propri sensi, di astenersi dal parlare con donne o di frequentarle, anche se sono parenti, e di fuggire ogni occasione nociva alla castità. La più antica tradizione monastica accumula gli esempi e gli ammonimenti a questo proposito e sembra che la più violenta battaglia degli « atleti » del deserto sia stata impegnata proprio su questo fronte. Basti ricordare le proverbiali tentazioni di Sant'Antonio e le sue titaniche lotte con lo spirito impuro, che preferisce, secondo il Vangelo, i luoghi deserti. Gesù stesso « fu condotto nel deserto dallo Spirito per essere tentato dal diavolo », il cui scopo, inutilmente perseguito, era di compromettere la missione del Cristo nel mondo. La Bibbia, specialmente l'Antico Testamento e i libri sapienziali, è piena di ammonimenti accorati e severi sulla mortificazione dei sensi e il Vangelo identifica in un'occhiata un pericolo gravissimo. In tutto questo qualcuno metterebbe in conto anche il temperamento orientale particolarmente proclive e focoso, ma è certo che quel fuoco cova sotto tutte le ceneri, anche quelle che sembrano spente.
I Padri insegnavano a proposito dei pensieri impuri: « Se non hai pensieri di tal natura, sei un uomo senza speranza; infatti, se non hai pensieri, e segno che tu compi le azioni. Perché chi non pugna e resiste contro i pensieri peccaminosi della sua mente, pecca nella carne. Chi pecca nella propria carne, non è molestato da pensieri ». E non viene mai il giorno in cui chi combatte può prendersi un istante di riposo: « Come la guardia del corpo di un re - diceva 1'abbate Pastore - ha sempre l'arma in pugno, così e necessario che l'anima sia sempre all'erta contro il demone impuro ».
Questa vigilanza armata e, per necessità, suscettibilissima, e tesa, sicché gli anacoreti e i monaci escludevano la donna dalla loro vita, al punto che si era dispensati nei riguardi di esse anche dal sacro dovere della ospitalità.
Si racconta che un solitario ottantenne viveva da quarant'anni in una caverna senza mai uscirne e mai aveva permesso che una donna lo vedesse. Dell'eremita Martino, San Gregorio Magno scrive: « Dal momento in cui cominciò a vivere da recluso, quest'uomo venerabile aveva deciso che non avrebbe più guardato una donna; non che disprezzasse il sesso, ma temeva che, alla vista della bellezza femminile, il vizio della tentazione penetrasse in lui. Una certa donna lo seppe, salì audacemente la montagna e senza pudore si precipitò alla grotta. Ma, avendola Martino veduta di lontano e scorto gli abiti femminili e la visitatrice, essendosi messo in preghiera, si gettò a terra e vi restò prostrato così a lungo, che l'impudente, stanca di occhieggiare alla finestra della cella, si ritirò. Il giorno stesso, appena discesa dalla montagna, la donna morì. In tal modo, con questa sentenza di morte, si capì che l'Onnipotente s'era grandemente dispiaciuto dell'aver essa contristato il servo di Dio con la sua maligna insolenza ».
Un giorno San Saba camminava con un discepolo sulla strada da Gerico al fiume Giordano, quando incontrarono una comitiva nella quale si trovava una fanciulla bellissima. Poco dopo, Saba volle mettere alla prova? I discepolo e disse: « Donde viene quella ragazza con un occhio solo? ». « Ma no - rispose il compagno - ha tutt'e due gli occhi ». « T'inganni, figlio mio - ribatte il vecchio - ha un occhio solo ». Il discepolo confermò che non era vero: « Come lo sai? » fece a bruciapelo Saba. « L'ho guardata bene, Padre - rispose l'altro - e ho potuto vedere che gli occhi ce l'ha tutti e due ». Allora il vecchio gli disse: « E come hai osservato il precetto che dice: « Non alzerai l'occhio sulla donna » e « Non lasciarti rapire dai suoi sguardi? ». Brucia, la passione nata da una vana contemplazione. Ebbene, sappilo: da oggi in poi, non resterai più con me nella cella, perché non osservi la modestia dello sguardo come conviene ».
Quest'ascesi ombrosissima e per qualcuno feroce, era essenziale nella professione monastica. Un cuore perfetto e purissimo, offerto continuamente a Dio e custodito intatto da ogni turbamento, è il termine unico delle aspirazioni e dei desideri del monaco: per questa purezza, diceva Cassiano, « noi dobbiamo abbracciare la solitudine, soffrire i digiuni, le veglie, il lavoro, la nudità, darci alla lettura e alla pratica delle altre virtù, intendendo con esse di rendere e custodire il nostro cuore invulnerabile a ogni nociva passione e salire per mezzo di questi gradini alla perfezione dell'amore ». La perfezione dell'amore: ecco l'ideale che rende implacabili i santi.
I testimoni della vita di Charbel sono commossi e addirittura esterrefatti quando parlano della sua purezza: « Aveva orrore delle donne ed evitava di incontrarle. Non ascoltava mai le loro confessioni, non le guardava in viso, ma teneva sempre il cappuccio tirato sul naso ». Lo stupore e l'entusiasmo induce questo testimone a calcare la mano, giacché Padre Charbel non esitava, in realtà, a confessare le donne se il Superiore gliene faceva comando.
La verità e che, finché gli è stato possibile, egli si è difeso ad oltranza, se si può dire che in questa materia esiste un eccesso di misura.
Nessuno sa dire se Charbel abbia subìto l'assalto di tentazioni violente e con quale frequenza. Un suo compagno di lavoro racconta che una volta, in campagna, gli stava poco lontano quando lo sentì invocare aiuto « come un bambino ». Si precipitò da lui, domandandogli una prima e una seconda volta che cosa avesse. Dopo qualche esitazione Charbel rispose: « Ho avuto una tentazione che mi ha gettato nell'angoscia ». Il Beato ripeteva spesso ai confratelli: « Questo corpo e come l'asino; se lo saziate, diventa prepotente e incontinente, se l'affamate diventa docile ». E il povero asino di Charbel ne ha fatti di digiuni! Il modello più vicino a Charbel fu senza dubbio il servo di Dio el-Hardini, suo maestro a San Cipriano. Anche lui non guardava mai una donna e pregava e lottava per difendersi. « Io andavo con alcune compagne - racconta una vecchia - nei terreni del monastero e nei dintorni per coltivare le piante di tabacco, perché allora non c'erano novizi per fare questo lavoro. Quando andavo con le amiche ad attingere acqua, incontravamo qualche volta il Padre el-Hardini. Immediatamente, egli prendeva un'altra strada per evitarci, come si fugge un serpente. Spesso scappava solo al sentire le nostre voci. Noi avevamo capito; quando lo vedevamo di lontano accanto al pozzo, non osavamo più andarci e aspettavamo che se ne andasse. Egli non permetteva che assistessimo alla sua Messa, perché ce n'era una per le donne in una cappella presso l'ingresso del monastero ».
Un amico di el-Hardini, vedendolo sempre confinato nella sua cella, lo invitò un giorno a una breve passeggiata nei dintorni del convento. Soltanto una prolungata insistenza poté convincere il santo monaco, il quale, però, a un centinaio di metri dalla porta del monastero, vide una vecchia intenta a lavare i panni. Il Padre el-Hardini trasalì, si affrettò a riguadagnare la porta del convento, corse nella cella e vi si chiuse a lungo. Un ragazzo - che poi racconterà il fatto - si accostò a curiosare alla finestra della cella e vide el-Hardini flagellarsi con una cintura di ferro ».
Con questi esempi, è più facile capire Charbel. La sua estrema riservatezza, del resto, lungi dall'essere giudicata stravagante, era ammirata e tenuta in gran conto non soltanto dai cristiani ma anche dai musulmani e le donne stesse, che avrebbero dovuto risentirsi per i suoi atteggiamenti scostanti, erano le prime a facilitargli il rigore della virtù, esattamente come accadeva per il Padre el-Hardini.
« Tutti - dice un maestro dei novizi - sapevano che egli non voleva assolutamente guardare una donna. Le donne avevano per lui un'alta considerazione e da se stesse, quando venivano a sapere che il Padre Charbel doveva passare per il posto dove si trovavano, scomparivano dinanzi a lui. Mi ricordo che una volta, mentre lavoravamo nei campi... a ovest del convento, dal lato sud, vedemmo le donne che tornavano dall'aver ascoltata la Messa nel monastero, cercare di nascondersi al riparo delle rocce e dietro gli alberi. Ne domandai il perché al soprastante dei campi ed egli mi rispose: « Può darsi che il Padre Charbel stia venendo dal romitorio al convento. Queste donne, sapendo che egli non le vuole vedere, si nascondono per rispetto ». Infatti, poco tempo dopo vedemmo venire il Padre Charbel e quando egli entrò nel convento le donne ripresero il cammino per tornare a casa ».
Del resto, se le donne non erano leste a togliersi di mezzo, ci pensava il Padre Charbel. Una volta che saliva dal monastero di Annaya verso l'eremo carico di provviste, si fermò all'improvviso, come spaventato, presso la sorgente di Annaya. Un capraio lì vicino gli domandò premurosamente: « Padre, perché vi siete fermato? ». E l'eremita: « Dite a questa vipera di allontanarsi dalla mia strada... » Una donna, seduta al margine del sentiero, per trovare sollievo dal gran caldo s'era un po' alleggerita e aveva sciolto i capelli. Il capraio l'avverti bruscamente: « Passa l'eremita » ed essa, impaurita, si dileguò in tutta fretta.
In questa fuga delle donne il monaco non doveva fare eccezione nemmeno per quelle di casa sua.
Nella Storia Lausiaca si legge: « Pior, giovane egiziano, dopo aver rinunziato al mondo, partì dalla casa paterna e promise al Signore, per un eccesso di fervore, di non vedere più alcuno dei suoi parenti. Dopo cinquant'anni sua sorella, già vecchia, udito che il fratello viveva, minacciò di impazzire se non l'avesse rivisto. Ma non potendo andare nel gran deserto, pregò il vescovo del luogo di scrivere ai Padri del deserto perché glielo inviassero e lo rivedesse. Pior, subita una forte pressione, credette opportuno di prendersi un compagno e partire. Giunto alla casa della sorella, fece annunziare: " È arrivato tuo fratello Pior". Mentre egli stava fuori, accortosi dal rumore della porta che la vecchia usciva per incontrarlo, chiuse gli occhi e gridò verso di lei: " Oh tu! oh tu! io sono Pior tuo fratello, guardami quanto vuoi ". Quella si convinse e rese gloria a Dio e, non essendo riuscita a persuaderlo d'entrare nella casa, ritornò sui suoi passi; invece il fratello, fatta una preghiera sulla porta, riprese la via del deserto ».
Da quando entrò novizio nell'Ordine, da monaco ed eremita ad Annaya, Charbel non vide mai più il suo villaggio natale; avendo scelto di morire al mondo, morì davvero e mai parlò dei suoi, mai si preoccupò di averne notizie. Una volta che i parenti si erano recati al monastero, nei primi anni della sua vita religiosa, supplicarono il Beato di andare almeno una volta a Beqa Kafra, ma egli li spaventò dicendo: « Il monaco che va dai parenti deve farsi di nuovo religioso »; in altri termini, sarebbe stato costretto a rifare il noviziato perché quella visita era da considerarsi una fuga, una apostasia.
La nipote Wardé raggiunse una volta l'eremo con il figlio di dieci anni, ammalato, ma mentre il ragazzo fu ammesso nel sacro recinto, la mamma e una donna che l'accompagnava - anch'essa ammalata e venuta a chiedere la guarigione - furono costrette a parlare con lui attraverso la porta. Un'altra volta Wardé dovette recarsi dallo zio eremita per affari. Era morto Hanna, fratello di Charbel, e si doveva decidere a proposito della successione nei beni, ai quali aveva diritto anche il Beato. « Io non ho più relazioni col mondo - disse l'eremita di dietro alla porta - da quando ho lasciato Beqa Kafra e ho abbracciato la vita religiosa ». Per dare maggior forza alle sue parole le scrisse su un pezzo di carta e lo mandò ai parenti perché servisse di documento.
Sempre Wardé, desiderò che, essendogli nato un figlio, Butros, questi fosse battezzato dallo zio eremita, ma il viaggio fu inutile. Charbel non la ricevette e le comunicò, sempre dall'interno dell'eremo, che la sua richiesta non poteva essere esaudita. Il pronipote fu battezzato dall'altro eremita. Charbel non permise nemmeno a Wardé di assistere alla sua Messa e la povera donna dovette accontentarsi di ascoltarla da una finestrella praticata nella porta della chiesa.
Il Padre Elias el-Ehmegi racconta: « Mi trovavo in visita agli eremiti, quando notai alcune donne in attesa dinanzi al romitorio. Appena vi giunsi, mi salutarono dicendo: « Stiamo qui da parecchio tempo e veniamo di lontano, dal villaggio di Beqa Kafra, distante una giornata di cammino da qui, per vedere il Padre Charbel, ma egli non vuole riceverci. " Chi siete? ". " È sua sorella e noi 1'accompagniamo. Per piacere, convincetelo a farsi baciare la mano dalla sorella. Da molto tempo non lo vede e desidera tanto incontrarlo ". Ne fui commosso e andai immediatamente dal Padre Charbel, il quale si trovava in chiesa, per pregarlo d'aver compassione di sua sorella, venuta di
lontano per la soddisfazione di vederlo un istante. "Non uscirò " disse Charbel, ma io ritornai alla carica: " Vostra sorella vi prega di stendere la mano dalla finestra; si accontenterà di baciarla e poi se ne andrà anche se non vi avrà veduto: me lo ha promesso ". " Non stenderò la mia mano dalla finestra " rispose Charbel; ed io, per la terza volta: " Vostra sorella vi prega di prendere questo fazzoletto, di passarlo sulla immagine dei Santi Pietro e Paolo e di restituirglielo ". " Passatelo voi stesso e dateglielo ", egli rispose. La sorella di Charbel ritornò in lacrime a Beqa Kafra e io fui stupito di tanta severità, di cui non capivo il significato. Quando Charbel uscì dalla cappella mi mîsi a discuterne con lui: " Non era conveniente rimandare la vostra povera sorella senza averle data soddisfazione. Dove sono i sentimenti di tenerezza? Dov'è l'amore fraterno? ". Egli non mi rispose ed io capii, dal suo silenzio, che i santi compiono azioni che sconcertano e non sono imitabili. Fui certo che nel suo cuore non c'era più posto per i sentimenti umani, ma batteva soltanto per l'amore di Dio ».
CAPITOLO XII
LA VITTORIA DELL'OBBEDIENZA
Il tema biblico della vocazione di Abramo, esplorato con cura dalla più antica catechesi cristiana, ebbe un rilievo particolare nella spiritualità monastica. « La tradizione dei Padri - scrive Cassiano - e l'autorità della Sacra Scrittura ci mostrano che tre sono le rinunzie, che ognuno di noi deve applicarsi ad adempiere con ogni sforzo. La prima e corporale, che ci fa rigettare tutte le ricchezze e i beni di questo mondo; la seconda e quella che ci fa rinnegare la nostra vita passata, i vizi e le passioni dello spirito e della carne; la terza consiste nel sottrarre la nostra mente a tutte le cose presenti e visibili, per contemplare soltanto le cose eterne e desiderare soltanto ciò che e invisibile. Dio ci insegna a fare queste tre rinunzie quando dice ad Abramo: Esci dalla tua terra, e dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre: Per prima cosa disse " dalla tua terra ", cioè rinunzia ai beni di questo mondo e alle ricchezze terrene; secondo: " dalla tua parentela ", cioè rinunzia alla tua vita e alle abitudini di prima che aderiscono a noi fin dalla nascita come se avessero contratto con noi una specie di affinità e consanguineità; terzo: " dalla casa di tuo padre ", cioè perdi la memoria di tutti i ricordi del mondo presente ».
Abramo fu il pellegrino di Dio e i primi anacoreti lo imitavano nel loro spostarsi da un luogo di ritiro all'altro, Ma Abramo e anche, nella Bibbia, modello perfetto di obbedienza alla voce di Dio, per la quale gettò alle sue spalle tutta una vita e tutto un mondo per andare verso l'ignoto. L'obbedienza, per i Padri del deserto, era sottomissione al padre spirituale, all'anziano che guidava il discepolo che lo aveva scelto, con l'esempio e i consigli, nelle ardue vie della perfetta rinunzia; con l'istituzione della vita comune, del cenobitismo, l'obbedienza era prestata a un superiore ufficialmente riconosciuto, ma essa restò la prova fondamentale della vita monastica, come è la madre di tutte le virtù.
L'obbedienza incondizionata, fino alla croce, fu la misura dello « svuotamento » del Figlio di Dio fatto uomo e il fondamento della sua glorificazione in cielo, in terra e negli abissi. Con i suoi patimenti, Gesù, quantunque Figlio dell'Altissimo, « imparò l'obbedienza e, reso perfetto, divenne per tutti coloro che l'obbediscono causa di salvezza eterna ». La Madre di Gesù amò definirsi « serva del Signore », rinunziando alla sua volontà, perché si compisse la volontà di Dio.
Charbel leggeva nella sua preferita Imitazione di Cristo: « Gran cosa è vivere nell'obbedienza, sotto un superiore, vincolati nella nostra libertà. C'è tanta più sicurezza, infatti, nella condizione di chi deve obbedire, che in quella di chi deve guidare. Ma purtroppo, nell'obbedienza, molti ci stanno per forza, assai più che per amore: e per questi l'obbedienza diventa una pena, della quale, naturalmente, si lamentano a ogni minima occasione. Eppure questi tali non conosceranno la vera libertà, se non sottomettendosi a qualcuno, senz'alcun rimpianto, per amore di Dio. Corri qua, corri là: non troverai pace che nell'umile sottomissione all'autorità di un superiore, perché il sognare e il provare nuove condizioni non dà altro, mai, che delusione ».
L'obbedienza è un lento martirio, il più raffinato perché fruga nel sangue dell'anima; e una offerta inequivocabile, d'amore, che si rinnova ad ogni impeto di ribellione annidata nei pensieri, nelle parole e nell'azione dell'uomo fin dall'alba della sua storia. Quando si trattò di scrivere nel registro del monastero di Annaya il necrologio di Padre Charbel, dopo le sommarie notizie sulla morte, non si trovò di meglio che affermare: « Ciò che egli farà dopo la sua morte dispenserà dal parlarne a lungo, a motivo della sua eminente condotta e soprattutto nella osservanza dei suoi voti, a tal punto che noi diremmo che la sua obbedienza era angelica e non umana ».
Che l'obbedienza sia stata la caratteristica più visibile della vita spirituale del Beato è ripetutamente affermato dai contemporanei: « La virtù religiosa nella quale il Padre Charbel fu eminente e nella quale diventò celebre fu la sua obbedienza. È quello che si ripete ancora oggi ». Gli esempi a tale proposito « riempirebbero un volume », che dovrebbe raccontare ogni istante dei suoi giorni, perché nessuno lo vide mai fare qualcosa di propria iniziativa.
« A proposito dell'obbedienza, afferma un altro testimone, dico tutto in poche parole: al monastero, obbediva al Superiore; nei campi, a colui che dirigeva i lavori, anche se era un domestico; nell'eremo, al suo compagno. Obbediva in tutto, e nessuno riusciva a sapere ciò che gli era gradito e ciò che lo faceva soffrire » perché più degli altri sapeva che non esiste coraggio più grande di quello che fa leva sull'aiuto di Dio.
Il Padre Macario, suo compagno di romitorio, gli ordinò una volta di andare a far legna.
« Dove volete che vada a raccoglierla? » disse a capo chino Charbel.
« Dal bosco di Ehmege », ribatte con una punta di impazienza il Padre Macario, che aveva un caratterino piuttosto difficile.
Nelle immediate vicinanze dell'eremo si stendeva una vasta foresta, mentre quella di Ehmege era distante circa tre ore di cammino. Il Padre Macario voleva dire che era perfettamente inutile la domanda di Charbel: gli alberi li aveva sotto il naso. Ma non aveva fatto i conti con l'obbedienza del suo compagno, il quale si aspettava sempre un ordine preciso per eseguirlo a puntino. Charbel non fece altro che prendere una corda e dirigersi verso il bosco di Ehmege e il Padre Macario ebbe appena il tempo di richiamarlo e dirgli, questa volta con ogni precisione, che la legna andava raccolta intorno al romitorio.
Poteva anche accadere che chi si azzardasse a scherzare col Padre Charbel dovesse amaramente pentirsene e non certo perché il Beato ci si mettesse di proposito a fargli dispetto.
Ad Annaya c'era una installazione per la coltura dei bachi da seta e, un giorno, un serpente si intrufolò nella bigattiera. Il Padre Charbel fu incaricato di snidarlo, dal Superiore che lo aveva chiamato apposta. Dopo poco, Charbel tornò col rettile in mano e chiese tranquillamente dove dovesse metterlo. Il Superiore scrollò il capo: benedetto uomo, era possibile che non lo sapesse? « Nella mia cella », rispose con un sorrisetto ironico. Per il Beato era un ordine e il Superiore trovò lo sgradito ospite sotto il letto.
La disponibilità di Charbel era tale, che egli non si curava di esaminare gli ordini ricevuti per rendersi conto, eventualmente, che non fossero contrari ad altre disposizioni. Ogni comando faceva regola a se; era, nel momento in cui veniva dato, una regola nuova, alla quale non restava che conformarsi ciecamente.
Prima di lui, gli eremiti di Annaya avevano stabilito che il bosco del romitorio dovesse essere rispettato: non si doveva raccogliere legna né foglie da dare alle capre. Il Padre Macario ritenne di non doversi conformare a questa tradizione e spesso incaricava Charbel di andare a far fascine. Il Beato non si preoccupò mai di fargli notare che non era quello l'uso dei loro predecessori; a lui competeva obbedire e al compagno assumere la responsabilità delle decisioni.
Charbel era soltanto « l'ombra che segue l'uomo » e che non gli indica la strada.
È strano come a volte la virtù eroica susciti negli spettatori il desiderio di metterla alla prova, quasi non si creda ai propri occhi o per assicurarsi che è vera virtù e non posa.
Perfino i monaci più giovani e i novizi, conoscendo il debole di Padre Charbel per l'obbedienza assoluta, si divertivano a saggiarla. Mentre un giorno egli era in compagnia di un gruppo di novizi nei campi, la campana del monastero tintinnò per chiamare i monaci alla recita delle Ore dell'ufficio divino. I novizi smisero subito di lavorare e dissero le preghiere; il Padre Charbel, invece, continuò tranquillamente a zappare. I giovani lo guardavano di sottecchi, tra la meraviglia e lo scandalo, e alla fine lo apostrofarono: « Padre, perché non avete pregato insieme con noi? ». « Perché non me ne avete dato l'ordine » fu la risposta. I novizi ci rimasero male, come se fossero stati presi in giro e il giorno dopo, nella stessa circostanza, fecero apposta a non chiamare Charbel, il quale, naturalmente, non lasciò la zappa.
Si capì, allora, che egli faceva terribilmente sul serio; in seguito, i giovani si premurarono sempre di avvertirlo e il Beato li seguì docilmente. Perché egli non aveva volontà, ma era come uno strumento inerte che non si muove finché una mano non l'impugni, come un corpo che, senz'anima, non dà segni di vita.
Un uomo senza volontà è quanto di più lacrimevole sia dato vedere, è un albero senza linfa, una nuvola senz'acqua, ma quando si tratta non di assenza di volontà, bensì di rinunzia ad essa, di offerta, è segno del massimo sforzo di libertà.
L'obbedienza di Charbel, inoltre, nasceva dalla sua convinta e profonda umiltà. Tutti avevano il diritto di comandarlo, perché tutti erano migliori di lui: « Sono il più disprezzabile degli uomini - diceva - sono un peccatore », felice di avere da chiunque la possibilità di fare qualcosa che il comando rendeva gradita.
Per conto suo non si permetteva di dar ordini a nessuno, di dispensare rimproveri, e se qualcuno gli faceva un'osservazione, a proposito o a sproposito, non esitava a buttarsi in ginocchio, chinando il capo fino a terra per chiedere perdono e restava così: un mucchietto di panni, finché chi lo aveva ripreso non lo invitava ad alzarsi.
« Se io sono un asino - diceva al Padre Macario, che era più giovane di lui - abbiate pazienza e sopportatemi per amore di Cristo ».
Ma la verità non si può negare ed erano in molti a raccomandarsi alle sue preghiere, a chiedergli la benedizione: « Voi siete un santo », gli dicevano senz'ombra di piaggeria, ma Charbel, a quelle parole, si turbava, scuoteva la testa scontento e rispondeva: « Preghino per voi i Santi ». Affabile e delicato con tutti, amava sinceramente tutti i confratelli senza alcuna distinzione, in tutti vedendo l'immagine di Cristo; pregava incessantemente per loro, era prodigo, se richiesto, di consigli spirituali, si faceva in quattro per sollevarli da ogni fastidio e, sul lavoro, sceglieva il compito più fastidioso o più duro per liberarne gli altri. Monaco anziano, non riteneva disdicevole spazzare, lavare i piatti, sostituire nelle loro incombenze gli inservienti del monastero. Tutto era sempre troppo onorevole per lui, e non perdeva l'occasione di raccomandarsi alle preghiere degli altri, invocando soccorso alla sua pochezza e fragilità. Non ci sono che i santi, i quali possiedano l'esatta misura; la loro fede, la loro sensibílita spirituale li fa attenti a ogni minuzia; ciò che ad altri può sembrare inezia, per loro e importante, non perché ingigantiscano indebitamente le cose, ma perché per essi, ogni omissione, anche lieve, nella pratica della virtù, e un furto nell'olocausto di se fatto a Dio; ogni mancanza, anche minima, è un tradimento dell'amore.
CAPITOLO XIII
GLI ALTRI
Gli uomini del nostro tempo giudicheranno Charbel un uomo perduto per il mondo e la sua vita senza dubbio ammirabile, ma sterile per gli altri. Perché noi siamo divorati dalla febbre dell'azione e anche la virtù è apprezzata soltanto quando si traduce in opere utili al prossimo, intendendo questa utilità come soccorso concreto, materiale ai mille bisogni dell'uomo.
È vero, Charbel fu perduto per il mondo, ma non perduto per gli uomini. Il suo Ordine non aveva cura d'anime e, se il Patriarca o un vescovo desiderava servirsi dei suoi membri per qualsiasi ministero, doveva darne ordine scritto al Superiore.
Il Beato, poi, non ebbe mai, in tutta la sua vita, cariche o mansioni di alcun genere che, in monastero o nel romitorio, lo mettessero in qualche modo in contatto con gli altri. Egli era soltanto un monaco, al quale null'altro si chiedeva che pregasse nelle ore stabilite e facesse il lavoro che a mano a mano gli veniva assegnato.
Se si vuol capire in qual senso Charbel esercitò quello che noi chiamiamo apostolato, e necessario rendersi conto della tradizione orientale alla quale egli appartiene e della quale è splendido esempio.
Tutti i teorici della vita monastica sono concordi nell'affermare il principio che l'asceta, come tale, non ha doveri pastorali; un principio ancor più generale, nell'Oriente, e che qualsiasi cristiano salva il mondo salvando se stesso. Il monachesimo e 1'eremitismo non sono altro che l'ultimo gradino della vita cristiana; gli antichi includevano l'idea di perfezione in quella di salvezza e non distinguevano tra cristiani che vogliono soltanto salvarsi e cristiani che tendono alla perfezione.
Gli Apoftegmi dicono: « Il monaco, come fedele vedetta, affronta, notte e giorno, il travaglio della preghiera incessante; il dolore dei peccati trafigge il suo cuore, rende i suoi occhi fonte di lacrime e fa scendere sulla terra la misericordia divina ».
Il Concilio di Calcedonia (451) impone ai monaci di tendere alla esichia, cioè alla quiete, alla pace perfetta dell'anima e del corpo: « amare la quiete (esichia) ed essere occupati soltanto nel digiuno e nella preghiera, restando nei luoghi nei quali rinunziarono al mondo » e l'imperatore Giustiniano, al quale si deve la prima legislazione monastica, nella Novella 133, dell'anno 539, dice che la vita monastica « e utile non soltanto a quelli che vi si consacrano, ma apporta egualmente aiuto a tutti gli altri, per la sua purezza e la supplica che rivolge a Dio ».
Uno scrittore russo dichiara che il monaco è « il fermento della giustizia per la intera città »; esso, per l'Oriente, rappresenta con la sua perfezione quella « bellezza spirituale » che è riflesso degli splendori del regno di Dio, irradiato dall'asceta nel mondo.
Per gli occidentali, una vita « apostolica » è una vita attiva, protesa all'incontro con gli altri, sospinta dalla carità verso i mille bisogni non soltanto spirituali del prossimo, intenta a moltiplicare progetti e iniziative per la conquista della terra alla verità e alla grazia. Per la tradizione orientale, invece, « apostolica » e la vocazione e la vita dell'asceta, il quale, con le preghiere e le penitenze, con la pratica eroica della virtù, raggiunge un grado perfetto di contemplazione, un'unione così intima e salda col Cristo, da realizzare in sé le promesse di Gesù fatte agli Apostoli: « Questi saranno i miracoli che accompagneranno i credenti: nel nome mio scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e se berranno qualche bevanda mortifera non farà loro alcun male, imporranno le mani ai malati e questi saranno guariti ». I carismi apostolici e profetici della conoscenza dei segreti e della penetrazione delle coscienze, insieme con i prodigi d'ogni genere, sono segni di una santità che eguaglia quella degli apostoli e sono essi che attirano le anime, portandole sul cammino del regno di Dio.
Il monaco e un grande benefattore dell'umanità; « egli deve restare accanto al popolo cristiano non materialmente... ma deve sentirsi, e bisogna che i fedeli lo sappiano, come uno di loro, per ricordare ad essi più efficacemente dei predicatori, l'obbligo di essere perfetti come e perfetto il Padre celeste ».
Non è l'asceta che va agli uomini, e il mondo che va all'asceta, per edificarsi, per migliorarsi, per riceverne consigli e benefici spirituali e materiali d'ogni genere, grazie ai doni divini di cui e pieno chi veramente si è consacrato a Dio. L'anacorèsi, cioè la fuga, impone al monaco e all'eremita di distaccarsi completamente dal mondo, e mondo sono anche gli uomini per le loro passioni, peccati e imperfezioni, le quali rischiano a ogni passo d'intralciare l'asceta nel cammino verso la pace perfetta e la contemplazione tranquilla. La pace assoluta che sradica l'asceta dal mondo agitato e peccatore, lo stabilisce nel mondo dello spirito, affinché egli parli soltanto con gli angeli; ma è di questa lingua che ha bisogno il mondo babelico se vuole ritrovare Dio, ascoltarlo, parlargli e salvarsi.
I più famosi Padri del deserto « nel ritiro, si nutrivano senza mai saziarsi del segreto della solitudine... e per quanto era in essi non cercavano in alcun modo la compagnia degli uomini; ma, d'altra parte, sopportavano mirabilmente la frequenza e le debolezze di coloro che accorrevano ad essi; tra la moltitudine innumerevole dei fratelli che affluivano da ogni parte, sia soltanto per far loro visita, sia allo scopo di progredire nella virtù, l'inquietudine quasi continua che causava ad essi l'obbligo di accogliere tutti li trovava inalterabilmente pazienti. Si sarebbe potuto credere che, durante la loro vita, essi non avessero imparato o praticato altro che di adempiere verso i forestieri ai doveri ordinari della carità, in modo che era un problema per tutti sapere in quale professione il loro zelo si manifestasse di più e se la loro magnanimità si accordasse meravigliosamente alla purezza della vita eremitica o alla vita comune ».
Quanto abbiamo detto fin qui trova lampante conferma nella vita di Charbel. Innanzi tutto, cominciamo con 1'escludere una sua avversione vera e propria ai contatti col pubblico, che non sarebbe stata certamente virtuosa. Due episodi sono assai chiari a questo proposito. Sappiamo già che egli non lasciava il convento per nessuna ragione; adesso aggiungiamo che doveva trattarsi di ragioni unicamente personali. Infatti, quando c'era di mezzo un ordine superiore, egli affrontava il sacrificio anche di una prolungata assenza.
Un anno, in occasione della settimana santa, si venne a sapere che nel villaggio di Kfarbeal, l'incaricato del ministero non era all'altezza del compito, soprattutto a motivo della scarsa scienza teologica. Poiché si trattava di contadini del monastero di San Marone, il Superiore provvide lui, incaricando il Padre Charbel di fare quanto era necessario per l'osservanza dei doveri pasquali di quei dipendenti. Il Beato, senza avanzare la minima difficoltà, si trasferì a Kfarbeal, dove rimase una settimana intera.
Un notabile libanese, lo sceicco Sallum ad-Dahdah, aveva avuto la sventura di perdere l'uno dopo l'altro cinque figli consunti dalla tisi; ne aveva ancora due e anch'essi erano già aggrediti dal male. Disperato, il pover'uomo fece ricorso al Superiore di Annaya per supplicarlo di mandargli in casa il Padre Charbel, nelle cui preghiere aveva fiducia per sottrarre i due figlioletti all'amaro destino degli altri. Il Superiore se ne impietosi e diede a Charbel l'ordine di esaudire il desiderio dello sceicco. Il Beato, in compagnia di due confratelli, si trattenne in casa di Sallum un mese intero, finché i bambini guarirono.
L'unica condizione posta da Charbel per quella missione fu che, durante la sua permanenza, le donne della casa lasciassero il luogo dov'egli abitava.
Nel paese e nel tempo di Padre Charbel non era nemmeno pensabile un apostolato di tipo occidentale, moderno, inteso come attività di recupero delle anime o sprone a pungolare i pigri. Abbiamo già altrove riferito gli elogi della popolazione libanese e in modo particolare dei Maroniti e qui viene opportuna una pagina dell'ungherese Mons. Mislin: « Ho trascorso in Libano un mese soltanto, ma lo annovererò tra i più felici della mia vita. Io so adesso che c'è un angolo, su questa terra, dove la religione, come nei primi tempi della Chiesa, è il principio di tutte le azioni. Là Dio è ancora Dio, e non sono stati messi al suo posto gli idoli generati dalla corruzione degli uomini; là Dio è ancora adorato in ogni luogo, nelle chiese, in seno alle famiglie e sulle pubbliche piazze, perché si crede che dovunque abbiamo bisogno di Lui e che Egli può aiutarci. Là non si vuole ristabilire la società su una base più perfetta del Vangelo; si ammette com'è la dottrina di Gesù Cristo e la si segue. Se sconosciuti profeti vengono ad annunziare nuove verità, il popolo, nella sua semplicità, le rigetta, perché non sono conformi alle antiche; esso non crede che più una dottrina è recente ed oscura e più è vera. Non sa sacrificare la propria fede all'amore delle novità, né all'interesse, né all'ambizione. Esercita l'ospitalità, la carità, la giustizia, come virtù cristiane e non come invenzioni della nostra epoca. I fanciulli non sono dei prodigi a sette anni per poi essere uomini nulli per il resto della loro vita; non viene loro somministrato il latte dell'orgoglio per poi fare ad essi mangiare il pane dell'inganno: ciò che e precoce in loro e il timor di Dio e il rispetto dei genitori e questo resta. Questo popolo crede ancora che non e permesso dir tutto come non è permesso far tutto, perché la parola spinge all'azione e val meglio prevenire che punire il male. Obbedisce agli anziani, agli uomini costituiti in dignità, perché così comanda Dio; non e ancora ammesso che l'ingratitudine, la presunzione e l'inesperienza siano titoli per ben governare la famiglia e la società. Rispetta i sacerdoti come ministri del Signore; non ha ancora scoperto il segreto di amare la religione e di odiare quelli che si adoperano ad espanderla. Non ha tante Bibbie quanti sono i biblisti ma ha i precetti del Vangelo nel cuore, e li pratica. Crede che l'ordine è normale nella società e che turbarlo e colpa. Crede molte altre cose che sembrano altrove dimenticate, e perciò io amo questo popolo dolce, semplice, buono, credente... e direi illuminato, perché e la fede che illumina e non il dubbio o la negazione se i più puri raggi del cielo non avessero sempre diffuso la loro luce su queste montagne, come avrebbe potuto questo piccolo popolo resistere, durante undici secoli, alla invasione della barbarie? ».
Ammettiamo pure che questo quadro idillico avesse i suoi angoli oscuri, sta di fatto però che i cristiani del tempo di Charbel erano credenti per i quali la presenza di un uomo di Dio costituiva da sola motivo sufficiente per uscire dal torpore, per alimentare santi pensieri e buoni desideri, per avvertire il bisogno di esser migliori. Lo si è visto ancora quando, come diremo a suo luogo, quindici anni fa, i prodigi di Annaya sembrarono far ritornare tra i vivi Charbel.
Il padre Ignazio al-Mescemesciani e perfettamente nell'alveo della tradizione orientale, quando afferma del Padre Charbel: « Il più grande servizio che egli rendeva al prossimo era la sua preghiera continua per gli altri, non soltanto per alleviare le sofferenze del corpo, ma per procurare la salvezza dell'anima ». Il Beato aggiungeva alle intenzioni spirituali espresse dalle preghiere liturgiche quelle che gli venivano raccomandate e si commuoveva quando gli veniva esposto qualche caso di particolare necessità: allora gettava sulla bilancia di Dio tutto il peso del suo amore.
Un solitario dei nostri tempi, scrive: « Nessuno dei segreti divini, nessuno degli interessi umani e nascosto al monaco che pare lontano da tutto. Egli entra nei segreti di Dio e negli interessi degli uomini, riportando agli uomini i segreti di Dio. Intermediario, sovente ignorato dagli uomini, sempre conosciuto da Dio, ha nel suo cuore una facoltà che aspira a diventare più grande delle miserie della terra che deve portare davanti a Dio, una facoltà che ambisce d'essere grande quanto la misericordia di Dio che deve riportare sulla terra. Sa che le miserie degli uomini sono un immenso oceano, che le misericordie di Dio sono un oceano più immenso ancora; e sa che la sua vocazione gli chiede d'essere il canale di comunicazione fra questi due oceani. Ascoltate la sua preghiera del giorno e della notte, questa preghiera che s'interrompe con rincrescimento e che ricomincia con ostinazione; ascoltatela, seguitela; e capirete l'intensità delle relazioni e degli scambi divino-umani, che si operano attraverso questo canale che si chiama un chiostro ».
Charbel amava appassionatamente le anime e gioiva o soffriva nel suo impenetrabile silenzio, popolato di mille voci imploranti.
Un giorno, un monaco addetto a una parrocchia dei dintorni di Baalbeq, trovò l'eremita Charbel in lacrime. Di tanto in tanto, secondo l'uso orientale, egli si dava colpi in testa per esprimere il cordoglio. Il monaco gliene domandò la ragione, ma non ottenne risposta. Dopo ripetute insistenze, Charbel gli disse: « Ve lo dico sotto il sigillo del segreto che non svelerete prima della mia morte. La causa del mio pianto è che oggi un uomo di Almatt è morto e la sua anima e andata all'inferno ». La scontrosità esteriore di Charbel era forse una difesa per la tenerezza che aveva in cuore per tutti i bisogni e che lo avrebbe spinto a effondersi, violando 1'impegno della ricerca della pace perfetta impostogli dalla sua vocazione. Si aggiunga, che l'accorrere a lui di pellegrini, specialmente nell'eremo, e la richiesta continua di preghiere e di benedizioni, perfino da parte di musulmani, rischiavano di turbare la sua umiltà. Aveva un bel dire: « Pregate anche voi. Che differenza c'è tra me e voi? Dio esaudisce voi come esaudisce me ». « Domandate a Dio di esaudirvi secondo la vostra fede... io sono il primo dei peccatori »... « Abbiate fiducia in Dio, Dio avrà cura di voi ». I pellegrini lo imploravano, gli si attaccavano, esaltando la sua virtù e i poteri che da essa gli venivano, convinti che tutto era possibile ottenere, anche nei casi disperati, mediante l'intercessione delle sue preghiere.
I Maroniti hanno una devozione particolare per l'acqua santa. In ogni occasione, per ogni male, essi vi fanno ricorso con immensa fede. Quando viaggiava nel Libano, il Padre Vannutelli si vedeva spesso fermato sui sentieri più impervi, da contadini che lo pregavano di benedire l'acqua. I pellegrini che andavano all'eremo di Annaya ambivano soprattutto a ritornare a casa con un po' d'acqua santa benedetta da Charbel per farne uso al momento opportuno, ma il Beato faceva ciò soltanto dietro ordine del compagno, il Padre Macario, ed era questi che riceveva i visitatori e distribuiva l'acqua. Nei dintorni di Annaya, infatti, si era ben presto diffusa la fama della miracolosa efficacia della benedizione di Charbel. Nella montagna solitaria, l'eremita era un presidio, un rifugio e una speranza per i poveri, i semplici e gli afflitti e a quella buona gente non si poteva fare maggior bene di quello che viene da una fede senza calcolo e da una fondata speranza.
Si raccontano molti fatti a proposito della efficacia della benedizione di Charbel. Una volta che le capre del monastero di San Marone furono colpite da una epidemia che le decimava, il Superiore se ne preoccupò e non trovò di meglio che incaricare il Beato di andare a vedere il gregge per benedirlo. Un testimone oculare descrive questa visita: l'eremita perlustrò ad una ad una le bestie e su ognuna recitava una preghiera. Questo bastò perché il monastero salvasse le capre. L'acqua santa benedetta da Charbel salvò anche il gregge e l'allevamento dei bachi da seta di un contadino di Batrun.
È rimasto famoso nella memoria dei devoti di Charbel il suo intervento contro le cavallette, il biblico flagello dei paesi d'Oriente. A questo proposito si raccontano due episodi, distinti per la indicazione del nome dei Superiori di Annaya citati, ma da qualche altro testimone fusi insieme. Uno di essi dice: « Quando le cavallette invasero il paese, volando e strisciando in quantità tale da oscurare come nuvole la luce del sole e coprirono il piano e le colline in maniera terrificante, senza risparmiare alcuna vegetazione, al punto che - si era in primavera - divorarono perfino le scorze degli alberi, la popolazione si diede freneticamente da fare per allontanarle. Gli sforzi furono vani, perché il numero ebbe ragione del coraggio. Allora il Superiore di San Marone ordinò al Padre Charbel di benedire l'acqua e di aspergere con essa le terre del monastero. Egli obbedì, e appena le cavallette si avvicinarono alle proprietà del convento, si divisero in due gruppi e si allontanarono verso destra e verso sinistra, senza danneggiare la proprietà. La gente di quei paesi fu stupefatta quando vide le pianure e le colline del Libano spogliate di ogni verzura e semente, mentre le terre del monastero restavano verdeggianti, intatte ».
Un vecchio monaco di Annaya riferisce: « Quando avevo dodici anni, le cavallette invasero l'intero paese e il nostro villaggio di Ehmege (non lontano dal monastero).
Il defunto Rascid bey Khuri, che allora era sottoprefetto della regione, si recò dal Superiore di San Marone per sollecitare l'invio di Charbel ad Ehmege, affinché allontanasse le cavallette con la sua benedizione. Il Padre Charbel obbedì e andò. Al villaggio, benedisse l'acqua sotto i miei occhi. Gli abitanti avevano preparato l'acqua nelle giare. Dopo che l'acqua fu benedetta, la presero e aspersero le vigne e i campi. Le cavallette non fecero ulteriori danni e passarono sulla località senza nuocere. Questo l'ho visto con i miei occhi ».
Al Beato vennero attribuiti in vita straordinari doni di prescienza. Il Superiore di Annaya aveva mandato il Padre Marone el-Mescmesciani a prendere Charbel con sé per recarsi ad Amscít, dove un giovane della famiglia Lahud era gravemente infermo. Il Padre, recatosi all'eremo, disse a Charbel soltanto di seguirlo, senza specificarne il motivo. Lungo la strada, a un'ora di distanza da Amscít, il Beato, a un tratto, si fermò bruscamente. Interrogato dal compagno rispose: « Non c'è più ragione di continuare il viaggio: è morto ». Il Padre Marone insisteva per riprendere il cammino, in obbedienza al Superiore, e a questo richiamo Charbel non oppose resistenza, ma giunti ad Amscit trovarono che il malato era deceduto esattamente un'ora prima ».
Altri prodigi correvano di bocca in bocca. Un calzolaio di Ehmege, Gibrail Jussef Saba, era stato colpito da un accesso di follia: si stracciava le vesti, bestemmiava atrocemente e tentò anche di uccidersi. Un suo amico, che racconta il fatto, recatosi a fargli visita, lo trovò che schiacciava i grani del Rosario della moglie, vomitando maledizioni.
Il pazzo fu portato all'eremo di Charbel, dove un compagno del Beato, Padre Libaios, ordinò al folle di entrare nella cappella, ma questi puntò i piedi, smaniando. Venne fuori il Padre Charbel e gli ordinò: « Alzati ed entra in chiesa ». Il pazzo lo seguì docilmente. « Inginocchiati » e s'inginocchiò. Sull'uomo imbambolato il Padre Charbel lesse una pagina di Vangelo e lo rimandò a casa guarito e accompagnato da un codazzo di gente.
Un monaco testimonia la guarigione di suo fratello Assad Hanna Salem che era improvvisamente diventato muto. Due mesi dopo l'accidente, il monaco, col permesso del Superiore, andò a visitare suo fratello. La gente del villaggio, che era Qartaba, credendo che Assad fosse impazzito e, secondo alcuni, ossesso dal diavolo, consigliava di trasportarlo a Kossaia, nella grotta di Sant'Antonio, per farlo esorcizzare, ma il monaco preferì prendere la via dell'eremo di Annaya, dove pregò Charbel di recitare una preghiera sul fratello « a condizione - disse - di dirmi se guarisce o no ». Il Padre Charbel fece entrare il muto in cappella, gli pose sulla testa il libro dei Vangeli e ne lesse alcuni brani. Poi, preso un bidone smaltato che conteneva acqua benedetta, ne versò nel cavo della mano e la diede da bere al malato, dicendo: « Non temete, guarirà ». Poi il monaco riprese, col malato, la via di casa. Camminavano da pochi minuti quando il muto gridò all'improvviso: « Fratello mio! » espressione che in arabo è un monosillabo, poco più di un rauco suono gutturale; poi cominciò a chiamare per nome alcuni monaci che in quel momento scendevano dall'eremo per tornare a San Marone, e infine si mise a cantare a squarciagola.
Il fratellastro del Beato, Noè, andò un giorno a visitare Charbel nell'eremo. Il Beato, nel congedarsi da lui, gli diede un foglietto con la famosa « preghiera di Sànt'Antonio » affinché lo mettesse al collo del nipote Bulos, figlio di Noè, che poi fu parroco di Beqa Kafra e, nel processo, testimonia il fatto. Un cugino di Noè, al quale erano morti tre figli, tutti nel primo anno di vita, avendo saputo di quel dono del Padre Charbel, chiese insistentemente lo scapolare per metterlo sul suo ultimo nato. Il bambino sopravvisse ed emigrò poi in America.
CAPITOLO XIV
PIU' IN ALTO PIU' SOLO
La solitudine fu il primo ideale degli antichi asceti e soltanto quando il monachesimo orientale si fu consolidato diventò prima uso e poi regola di non andare nel deserto prima di aver condotto vita cenobitica, cioè in monastero.
La Regola di Charbel diceva: « Poiché i nostri Padri coltivarono non soltanto la vita cenobitica, ma anche quella eremitica, e la tramandarono a noi, perciò, fedeli al loro esempio, stabiliamo che e permesso a qualunque monaco professo, dopo un quinquennio dalla professione monastica, e dopo aver chiesto e ottenuto il permesso dell'Abbate, di ritirarsi, temporaneamente o in perpetuo, in una cella separata dalla comunità dei monaci, provvista tuttavia di chiostro, secondo il giudizio dell'Abbate e della Congregazione. Là si dedicherà alla preghiera e agli esercizi spirituali. E, se avrà buona salute, gli si affidi un campicello da coltivare, oppure attenda a un lavoro manuale utile e conveniente. L'Abbate poi, prima di dare al monaco il suddetto permesso, metta a prova il suo spirito, affinché quel ritiro non nasconda una frode del diavolo ».
Quest'ultima precauzione può sembrare assai strana, ma San Giovanni Climaco, stabilendo il ventisettesimo gradino della Scala del Paradiso, la solitudine appunto, non senza sottile umorismo scriveva: « Ci sono di quelli che a questo porto (o piuttosto pelago, o forse abisso) si presentano, perché non sanno governare la propria lingua, o altre abitudini; altri perché sono troppo iracondi e non sono capaci (i miserabili!) di frenarsi, se vivono in mezzo ad altri, perché (superbi come sono) preferiscono navigare a proprio capriccio, e non sotto dipendenza; chi, perché, stando fra le persone e le cose, non si sentono capaci di dirigere i loro affetti; chi per divenire, vivendo da soli, più ferventi; chi per far penitenza in segreto, mediante discipline, dei peccati commessi; chi, infine, per acquistarsi onore. Ci sono anche di quelli (se, venendo sulla terra il Figliuolo dell'Uomo ne troverà ancora) i quali si uniscono, come a consorte, a questa santa vita, per le delizie, la dolcezza e la sete dell'amor di Dio, non prendendo però questa risoluzione prima d'aver dato il libello del ripudio all'accidia: l'unirsi a quella, stando ancora uniti a questa, è riputato adulterio ».
Charbel, in vita sua, non ha domandato mai nulla, lasciandosi in tutto guidare dagli altri, contento di obbedire a ogni regola, a ogni comando, da qualsiasi parte gli venisse, a ogni desiderio dei suoi Superiori. Si poteva fare di lui quel che si voleva: non era attaccato nemmeno a questo o a quel determinato modo o tempo di esercitare la virtù e di raggiungere la perfezione.
La solitudine lo aveva attirato fin dall'infanzia e solitario fu in ogni momento della vita; « la sua vita in monastero - dice un vecchio monaco che lo conobbe a lungo - era quella di un eremita; e il suo merito nel romitorio non è stato superiore a quello che ebbe in monastero »... « la differenza fu che seguì la regola degli eremiti ».
L'occasione del suo trasferimento dal convento di San Marone all'eremo è nota in tutti i particolari. Charbel era tornato una volta dal lavoro nei campi per l'ora della cena e, alla presenza degli altri monaci, aveva pregato il Fratello dispensiere di mettergli l'olio nella lanterna, che gli doveva servire per leggere in cella. Il Frate lo rimproverò: « Perché non siete venuto prima d'ora, durante la giornata? ».
« Ero nei campi », rispose confuso Charbel.
« Per penitenza - rimbeccò il dispensiere - non avrete olio stasera. Andate! ».
Charbel, a capo chino, obbedì e s'incamminò.
Accanto al refettorio, c'era una giara piena d'acqua, su un banco, e Charbel, passando di là, versò un po' d'acqua nella lanterna e raggiunse la sua cella. Con la massima semplicità accese lo stoppino e recitò l'Ufficio alla luce tremolante, per circa due ore.
Quando suonò la campana del silenzio, tutti i monaci spensero la loro lucerna, ma nel convento restò illuminata soltanto una finestrella.
L'inserviente del monastero Saba Tannus Mussa si trovava in quel momento nella cella del Superiore, intento ad abbassargli lo stoppino della lucerna, e, aprendo egli la porta per uscire, il Superiore lo seguì con lo sguardo e si accorse che una finestra brillava.
« Chi ha la luce accesa? » disse a Saba. « Non lo so », rispose l'inserviente.
Il Superiore, preoccupato di qualla infrazione delle Regole, si diresse a grandi passi verso la luce solitaria, e si rese conto che veniva dalla cella del Padre Charbel. Aprì energicamente la porta: « Non avete sentito la campana? Perché non avete spento la lucerna? Non avete forse fatto voto di povertà? ». Charbel si gettò in ginocchio e, piegando la fronte fino a terra, domandò umilmente perdono: « Son tornato dai campi e dovevo ancora recitare l'Ufficio. Ho adempito questo dovere ».
L'ínserviente che accompagnava il Superiore confermò la spiegazione di Charbel, aggiungendo: « È strano; dove ha potuto prender l'olio se il dispensiere non gliene ha dato? ».
E il Superiore a Charbel: « Dove avete preso l'olio? ».
Charbel esitò nella risposta, si prostrò di nuovo e: « Perdonatemi - disse - per amor di Nostro Signore! ». Alle insistenze del Superiore, finì per confessare: « Ho messo un po' d'acqua nella mia lucerna per finire l'Ufficio ». Il Superiore era disposto a credere soltanto ai propri occhi, e afferrò la lucerna, che nelle sue mani si spense. Al lume di una candela il contenuto della lucerna fu versato in terra: era acqua! Il Superiore avvampò e, tirandosi dietro la porta della cella, mormorò al Padre Charbel: « Pregate per me ».
A circa venti minuti di cammino dal monastero di Annaya, separato da questo da un avvallamento coperto di vigne, appollaiato su una cresta di montagna a 1270 metri di altezza, c'era un romitorio intitolato ai Santi Apostoli Pietro e Paolo. Era stato fondato nel 1798 da due uomini del vicino villaggio di Ehmege: Jussef Abi-Ramia e David Khalifé, i quali si ritirarono lassù a condurre vita penitente e, più tardi, entrati nell'Ordine Libanese di Sant'Antonio, fecero dono della proprietà al monastero di San Marone.
Vi si arrivava per sentieri impervi, tra i boschi o su terreni sassosi e ardui; il sole vi trionfava d'estate e la neve durante i crudi inverni, quando uragani e fulmini sembravano prediligere quel cocuzzolo sperduto. In tutta la montagna libanese era difficile trovare un luogo abitato a tale altezza e in tale disperata solitudine. Il picco precipitava a sud, per uno sprofondo di quattrocento metri, sulla valle di Aín Turzaya, dove scorreva il fiume. A nord e ad ovest scendeva un rapido declivio. L'occhio spaziava su un maestoso orizzonte: dalla parte meridionale si scorgevano le case di Beirut, distesa sulla costa del Mediterraneo, luccicante al confine del panorama, Tripoli e alcuni villaggi del litorale di Batrun; più lontano biancheggiavano alcuni abitati del Kesruan; a sud e ad ovest si levavano le montagne di Ehmege e, a oriente, quelle di Mescemesce.
L'eremo era una poverissima costruzione d'un sol piano, con due ali protese a oriente e a occidente; ciascun'ala comprendeva tre celle, coperte da una terrazza di tronchi d'albero e terra pressata. Ogni cella aveva sulla porta una apertura di poco più di venti centimetri. Le celle mettevano in un angusto corridoio; quella di Charbel era tra l'ala orientale e la porta meridionale del corridoio, che da una parte conduceva all'oratorio e dall'altra alla cucina. Era lunga tre metri, larga poco più di due metri e alta due metri e mezzo circa; sulla parete est, una finestrella si apriva sulla montagna di Ehmege; nel muro nord, un vano faceva da armadio. La cella era pavimentata con lastre di pietra e i muri, anch'essi di pietra, erano spalmati di fango; la copertura era di tronchi d'albero e terra.
Un muro circondava da ogni parte l'eremo, oltre il quale si estendeva una vigna; a ovest, una folta e antica foresta di querce allargava le sue ombre propizie.
Il romitorio era stato negli ultimi anni santificato dalla presenza del Padre Eliscia el-Hardini, fratello del « Santo di Kfifan », morto in tarda età il 13 febbraio 1875. Charbel lo aveva conosciuto e frequentato per alcuni anni e, se anche desiderò succedergli, non ne fece mai parola ad alcuno. Secondo un testimone, sarebbe stato proprio il Padre Eliscia a chiedere a Charbel di prendere il suo posto; secondo altri fu il Superiore, dopo il fatto della lucerna, che domandò il permesso - per trasferire lassù il Beato. Altri afferma che, per qualche tempo, Charbel fu compagno di solitudine del Padre Eliscia e sotto i suoi ordini, alla morte di el-Hardini, Charbel avrebbe obbedito al Padre Libaios Ramati, più tardi trasferito ad altro eremo, a Kattara; infine, e questo con certezza, Charbel visse in solitudine col Padre Macario el Mescemesciani, più giovane di lui, al quale tuttavia era sottoposto.
Il Beato aveva quarantasette anni quando salì all'eremo di San Pietro e Paolo e vi restò fino alla morte, per lo spazio di ventitrè anni, ancora e sempre in continua preghiera, in quotidiana fatica. La sua obbedienza fu messa più che mai alla prova, dipendendo egli volontariamente e nelle minime cose dai cenni del difficile Macario.
La Regola prescriveva che gli eremiti non dovessero essere meno di due e più di tre nello stesso romitorio; uno doveva assumere la cura spirituale e materiale del compagno
o dei compagni e, se i solitari erano anche sacerdoti, dovevano celebrare la Messa, recitare l'Ufficio, confessarsi e fare le loro divozioni nell'oratorio privato dell'eremo. Quello di Annaya era un ambiente quadrato di sei metri di lato e aveva un altare di legno dedicato agli Apostoli titolari. Sopra l'altare, varie immagini di famosi santi eremiti come Paolo, Antonio e Marone. A destra, una immagine della Vergine e, sui gradini dell'altare, secondo l'uso libanese, altre immagine sacre sparse. Il coro si innalzava di venticinque centimetri sul pavimento di cemento locale.
Questo fu il rifugio dei rifugi per il Padre Charbel, la solitudine suprema, dove sfogava l'anima sua e trascorreva le ore di preparazione alla Santa Messa, celebrata verso il mezzogiorno, e le successive ore di ringraziamento, fino all'ora del Vespro.
Il lavoro nella vigna e nell'eremo interrompeva soltanto esternamente il ritmo della preghiera e l'unico pasto del giorno, verso le tre pomeridiane, non era altro che un esercizio di penitenza, per la esiguità e povertà del cibo.
Andava a letto dopo la recita di Compieta e le preghiere che la seguivano, verso le venti e trenta; a mezzanotte ritornava nell'oratorio per l'Ufficio, dopo di che non dormiva più o al massimo ancora per un'ora: o restava inginocchiato in chiesa a continuare il suo colloquio con Dio, oppure, in cella, leggeva la Sacra Scrittura e qualche pagina di teologia
Il bagaglio del deserto, secondo San Giovanni Climaco, e: « Animo tranquillo, fantasia purificata, rapimento in Dio, meditazione della morte come vicina e delle pene eterne, preghiera continua; custodia assoluta di se, estinzione della libidine, abnegazione d'ogni affetto; esser morto per il mondo, che sia scomparsa la golosità, che si abbia il senso delle cose divine; buona discrezione, dono delle lacrime, e sterminio della loquacità ».
Gli anni, le stagioni e i giorni passavano sempre uguali, nell'eremo e sul breve cammino che portava al vicino convento di San Marone, dove Charbel si recava a far provviste o per lavoro e, a Pasqua e a Natale, per partecipare alle solenni celebrazioni liturgiche della comunità. Un mondo fatto di nulla e di tutto, che spaventa chi ha bisogno del rumore, delle parole, dell'attività soffocante, della folla per convincersi di essere vivo.
Una vita che aveva per modelli gli angeli, i profeti, il Cristo. Nella Chiesa orientale Mosè ed Elia sono maestri del servizio divino e di tutte le virtù: essi avevano ottenuto gloria e raggiunta la perfezione nella solitudine del deserto del Sinai, dove Dio si rivelò tra fiamme, folgori e tuoni o nel sussurro di una tenue, misteriosa brezza la, dove la loro preghiera valse ad ottenere salvezza per il popolo di Dio, dove l'umano sconforto fu vinto dalla onnipotenza segreta e misericordiosa di Dio.
« Nelle caverne - scrive Sant'Efrem - e nelle grotte han vissuto gli uomini della solitudine. In una caverna visse Elia, e al sommo di una montagna Eliseo. Giovanni Battista visse nel deserto e Nostro Signore predicò in un luogo selvaggio ».
Caverna o eremo: l'impero del silezío e della solitudine che mettono a nudo le anime e allo scoperto i suoi nemici, dove si scatenano lotte che travolgono le anime deboli e incerte, che impegnano inesorabilmente tutte le forze e svelano la purezza delle intenzioni di chi intende votarsi a Dio senza sottintesi e senza avarizia.. Deserto dove per miracolo della grazia brucia con fiamma inestinguibile l'amore.
Nella cella nuda e miserabile di Charbel che nessuno, se non di sfuggita ed eccezionalmente, poteva visitare, i vetri della finestra erano schermati da un panno nero; il letto era un tappeto di pelo di capra, coperto da una tonaca consunta, il guanciale un'asse di legno avvolto in una lugubre stoffa. Tutto era apparenza di miseria e di morte, là dove erano immense le ricchezze di grazia e di vita. Estate e inverno, come al solito, Charbel portava sempre la stessa tonaca, non insensibile, ma resistente al calore e al gelo. Sulla tonaca erano visibili i lunghi punti dei maldestri rammendi fatti dall'eremita.
L'incaricato della sartoria del convento fu mandato un giorno al romitorio per provvedere i solitari di biancheria. « Entrai - egli racconta - nella cella di Padre Charbel e non vi trovai alcun abito degno di essere indossato. Gli diedi allora l'ordine di sbarazzarsi di tutti quegli stracci e cominciai a distruggerli sotto i suoi occhi. Egli si mise a convincermi di lasciarglieli, per rappezzarli e servirsene ancora, di non distruggerli così, per non contravvenire alla povertà. Ritornai al monastero e gli feci cucire due abiti, per ordine del Superiore, ma quando glieli mandai, si scusò di non poter indossare una tonaca nuova e mi disse di pregare il Superiore di mandargli, se voleva, un vecchio abito meno ingombrante per il lavoro, e di non mandargli camicie, che egli sostituiva con un cilizio di pelo di capra e un panciotto per nascondere il cilizio di catenelle puntute. Metteva il mantello soltanto per andare in chiesa o quando usciva dall'eremo, ma non quando si recava sul lavoro. Portava un pantalone alla turca, di greggio, tinto con anilina nera. Le scarpe, erano le caratteristiche medas dei monaci e, tranne che per la celebrazione della Messa, rattoppate e consunte ».
I monaci di San Marone salivano spesso all'eremo. Il Padre Giuseppe el-Ehmegi racconta che, trovandosi un giorno con un altro Padre lassù, stava godendosi lo stupendo panorama con un binoccolo, quando gli passò accanto il Padre Charbel. L'eremita portava sulle spalle una fune e si affrettava a far legna per la cucina. Padre Giuseppe gli fece cenno di fermarsi e, porgendogli il binoccolo: « Prendete - disse - e guardate Beirut: vi sembrerà di averla sotto gli occhi ».
Padre Charbel scuoteva la testa sotto il cappuccio tirato sugli occhi e fermato da un giunco: « No, no - rispose - non ho nulla da spartire con queste cose ».
Il creato è il primo gradino della scala che porta incontro a Dio ma, evidentemente, non serviva più a chi era intimo di Dio e su quella scala era molto in alto.
Un giorno un giovane religioso che poi fu più volte Superiore, professore e autore di quaranta opere - il Padre Mubarak Tabet - desiderò di conoscere gli eremiti e gli eremi del suo ordine: in compagnia di tre confratelli, salì all'eremo e chiese di vedere il Padre Charbel. Gli ospiti furono ricevuti da Padre Macario, che si sedette in conversazione e chiamò il Beato, il quale rimase in piedi. « Ci alzammo - racconta il Padre Tabet - e lo salutammo; gli baciammo la mano, chiedendogli la benedizione. Egli ci benedisse e domandò: " Donde venite, Fratelli? " Glielo dicemmo, facendo il nostro nome, quello dei nostri conventi e del paese natale. Egli disse: " Nei conventi dove siete passati avete trovato qualche nostro religioso deceduto, per dirgli la Messa? ". " No - rispondemmo - ed egli ci lasciò per tornare in cella " ». Restammo col suo compagno, il quale disse: « È l'ora del pranzo, permettetemi di farlo venire a mangiare e di farvi pranzare con noi ». Portò una scodella di terracotta e vi sbriciolò del pane secco, poi vi aggiunse delle erbe, un po' d'aceto, di olio e di cipolle. Chiamò allora il Padre Charbel il quale ci invitò con lui, ma lo ringraziammo e rifiutammo. Domandammo al Padre Macario quante volte al giorno mangiassero: « Una volta al giorno - rispose - a quest'ora ». Erano le dieci arabe, cioè due ore prima del tramonto. Durante il pasto il Padre Charbel non disse una sola parola, ma era il padre Macario a intrattenerci. Dopo la preghiera di ringraziamento, i due eremiti entrarono in cappella, secondo l'uso dei monaci. Quando uscirono, il padre Macario restò con noi, ma il padre Charbel tornò in cella.
Mentre egli era in cappella, noi ci recammo alla porta della cella del Padre Charbel per vedere che c'era dentro, perché, prima, non ci aveva dato il permesso di entrare. È una piccola cella stretta, annerita dal fumo; c'è un letto di assi di legno appoggiato a due pietre. Non vedemmo né materasso, né coperta; sulle assi c'era una stuoia di pelo di capra.
Quando il Padre Charbel uscì dalla chiesa e si diresse verso la cella, lo pregai di ascoltare la mia confessione. « Vieni », mi disse, ed entrò nella cappella. Dopo la confessione, guardando in giro il soffitto e i muri della chiesa, vi scorsi delle crepe nel tetto e nel muro, che potevano far crollare il soffitto. « Padre, gli dissi, voi trascorrete tutta la notte in questa chiesa; quest'eremo e esposto ai fulmini: e sufficiente un colpo di tuono per farvi crollare tutto addosso, perché non fate dei restauri? ». « Che importa? » - rispose - ed io, di rimando: « Voglio dirlo al Superiore, perché faccia qualcosa ». Egli mi disse: « Non dite nulla. Dove, figlio mio, posso trovare un posto più santo di questo altare per morirvi? ».
Il Padre Giovanni Jndari, che fu Superiore generale dell'Ordine Libanese, racconta minutamente il suo primo incontro con Charbel nel settembre del 1897, cioè un anno prima della morte del Beato: « Mi accompagnava nella visita il Padre Abramo di Hakel, che morì in odore di santità. Andammo all'eremo e, appena giunti, ci recammo in chiesa, dove vedemmo il Padre Charbel in ginocchio, raccolto, immobile. Durante la breve preghiera i nostri occhi erano fissi su di lui, che non si voltò a guardarci.
Usciti dalla cappella, trovammo il Padre Macario che stava preparando il pranzo. Al romitorio di Annaya, gli eremiti mangiano una volta al giorno, verso le tre pomeridiane.
Il piatto, chiamato « makhluta », una specie di zuppa, si componeva di lenticchie, piselli, fagioli, grano triturato e altri legumi. Quando il Padre Macario ebbe affettate le cipolle, che fritte nell'olio sono mescolate ai legumi, chiamò il Padre Charbel, subito accorso, e gli disse: « Prendete queste cipolle e fatele friggere ». Ciò che egli fece, senza guardarci. Allora il Padre Macario... andò a prendere due piatti vuoti, un po' di pane e verdura commestibile. Prese dal Padre Charbel la casseruola e gli disse: « Scegli i legumi ». Il Padre obbedì e mise le foglie in un piatto. Quando il Padre Macario servì il pranzo nei piatti gli disse: « Mangia », ed egli cominciò a mangiare. Dopo, incrociò le braccia, con gli occhi fissi a terra, senza dire una parola. Il Padre Macario gli disse: « Va' a fare una visita al Sacramento e poi torna a lavare i piatti ». Charbel andò per la visita e noi lasciammo l'eremo.
L'estate dell'anno seguente 1898, andai con un gruppo di confratelli studenti a, visitare il romitorio. Trovammo il servo di Dio in chiesa, in ginocchio. Non ci rivolse neppure uno sguardo; dopo la preghiera, aspettavamo che si voltasse dalla nostra parte, ma egli non fece alcun movimento. Uscimmo dalla cappella nel cortile antistante e, siccome facevamo rumore, il Padre Charbel aprì la porta della cappella e, in piedi, con le braccia in croce, si mise a guardarci sorridendo. Mise una mano sulla nostra e disse a voce bassa: " Salve ". Per un minuto restammo dinanzi a lui, rispettosamente. Poi egli chiuse la porta e tornò alla sua preghiera, mentre noi ci allontanavamo nella foresta.
Io tornai indietro perché voleva vederlo e parlargli; entrai in cappella, ma non lo trovai; guardai nel corridoio dell'eremo e non c'era; salii sulla terrazza ed eccolo là: seduto, con un libro in mano: la vita di Sant'Antonio il Grande. Al mio arrivo, mi porse il libro, dicendo: " Leggi questo capitolo ". Lessi ad alta voce, e quando finii il capitolo, egli si riprese il libro, ritirandosi senza dire una parola ».
Un vecchio domestico del monastero fu testimone dell'episodio del fulmine nell'eremo. Un giorno, sul mezzodì, scoppiò una folgore sulla cima della montagna di Annaya. I monaci di San Marone, preoccupati per l'incolumità degli eremiti, corsero lassù.
Il fulmine era caduto sull'ala meridionale dell'eremo, dirupandola in parte, aveva diroccato un muro della vigna e, entrato nella cappella, aveva bruciato le tovaglie del l'altare e le pianete che vi erano deposte, spostato il calice da un lato all'altro, spalancate le porte e intontiti i due compagni di Charbel che si trovavano in cucina.
Il Padre Charbel, che prima della caduta della folgore era in chiesa, in ginocchio davanti all'altare, fu trovato nella stessa posizione.
Il Superiore del monastero gli disse: « Padre Charbel, non avreste potuto spegnere le tovaglie e le pianete in fiamme? ». « Che cosa volete che spegnessi, caro fratello! Appena han preso fuoco si sono spente ». L'incendio, cioè, era stato rapidissimo e il Beato aveva ritenuto più importante di continuare la sua preghiera, senza il minimo turbamento.
Si aspettava, come sperava e aveva detto al Padre Tabet, la grazia di morire nel luogo santo? La bella morte! Ma anche a questo privilegio era pronto a rinunziare.
CAPITOLO XV
ABBOZZO D'UN RITRATTO
Il titolo di questo capitolo, per modesto che sia, pecca ancora di presunzione. Charbel è passato come un'ombra su questa terra. l'immagine è affiorata spesso nel corso del nostro racconto, perché è la sola che possa rendere con maggiore approssimazione la realtà di una vita che non fa storia.
Il peso di Charbel nel mondo fu e resta tutto spirituale: di lui non esiste un ritratto che ne riproduca il volto o la figura e i testimoni dei suoi giorni terreni offrono soltanto sporadicamente qualche notizia utile per ricostruirli. Quel suo tenere il capo costantemente chino e il volto coperto sembra aver fatto dileguare la sua immagine dalla memoria dei contemporanei.
Un vecchio muratore che l'aveva avuto alle sue dipendenze sul lavoro quando il Beato era ancora nel monastero di Annaya lo descrive di taglia minuta, fragile di corporatura, « mingherlino come un cucchiaio »: come a dire tutto testa. Aveva gli avambracci grossi quanto un pollice e le dita delle mani affusolate. Il volto pallido, con gli occhi le cui palpebre non battevano, come se fosse morto, era incorniciato da una barba corta e rada, appena inargentata, come i capelli, da qualche filo bianco.
Magro e fine, pelle ed ossa, ma di ottima salute, nonostante quasi mezzo secolo di estenuanti digiuni e di nutrizione assai scarsa, di pochissimo sonno e di ininterrotte fatiche, fino alla fine dei suoi giorni non fu mai seriamente ammalato. Negli ultimi anni s'incurvò leggermente 3 e, se possibile, smagrì ancora un po'. Buona razza e buon sangue di contadino libanese, di uomo della montagna, asciutto e sano, che la fatica e le privazioni irrobustivano, si direbbe. Molti antichi anacoreti son vissuti straordinariamente a lungo, come se la penitenza fosse la miglior cura ricostituente: gli è che l'uomo è spirito e carne e dipende dalla preminenza data all'uno o all'altra decidere spesso anche della sua resistenza all'usura del tempo.
Al tempo di Charbel settant'anni erano già una eccellente media e molti monaci suoi contemporanei, come l'eremita el-Hardini, morto ottantenne, la raggiunsero e la superarono. Sono il disordine, l'affanno, le preoccupazioni, che logorano la fibra dell'uomo, non le occupazioni sia pure continue e intense. La carne si consuma, ma lo spirito si fa più vivo. La virtù non ha mai ammazzato nessuno.
Impresa ancora più ardua è ricostruire la fisionomia psicologica di un uomo che in tutta la vita ha detto, di suo, assai poche cose e non ha lasciato alcun documento o scrittura. Tuttavia, è possibile approfittare di alcune osservazioni di chi lo conobbe per comprendere che tipo di uomo egli fosse.
Qualcuno si lascia sfuggire che Charbel aveva tutta l'aria di essere un sempliciotto, forse per quei suoi sorrisi che si sostituivano il più spesso alle parole, ma, a frequentarlo, ci si accorgeva che, invece, era intelligente e perspicace. Di solito non interveniva nelle conversazioni, ma, all'occorrenza, le sue risposte o i suoi interventi erano brevi e pertinenti. Della sua cultura abbiamo già detto a proposito del corso di studi da lui compiuto a Kfifan: non era di certo una scuola superiore o una università, ma sufficiente ai reali bisogni del tempo. Era in grado di citare appropriatamente la Sacra Scrittura e i libri spirituali; anzi, si dilettava di proporre una specie di giochetto: recitava un testo sacro e i suoi interlocutori dovevano far seguito con un altro, che cominciasse con la lettera che concludeva la parola precedente; egli poi dava una spiegazione breve ed edificante dei testi addotti.
Il Padre Sim'an el-Ehmegi, eremita di Maifuq, che conobbe il Beato dalla gioventù, dice che Charbel aveva l'intelligenza e la prudenza che fa i santi; infatti: non ha commesso alcuna mancanza, osservando tutte le regole con esattezza, ordine e cura; non ha mai dimenticato i suoi doveri e, nei casi di coscienza e nella direzione spirituale, vedeva più chiaro delle cosiddette persone istruite.
Charbel taceva e ascoltava durante le conversazioni, ma se era richiesto d'un parere in materia di teologia morale o spirituale la sua lingua parlava dall'abbondanza del cuore e le parole mal nascondevano l'intimo fervore.
Nella recita corale dell'Ufficio aveva una bella voce ed era abilissimo nella lettura della lingua siriaca, da lui studiata con il Padre el-Kafri, al quale era talvolta paragonato dai monaci.
Accadeva anche che i buoni Padri si abbandonassero di tanto in tanto a « discorsi favolistica e comici », per i quali gli orientali hanno una predilezione, e allora anche Charbel diceva la sua, con un lieve sorriso.
Si potrebbe addirittura parlare di un umorismo di Charbel, del quale non mancano esempi. Un giorno di festa, quando egli era monaco a San Marone, un contadino dei dintorni, venuto per assistere alla Messa, aveva lasciato fuori della porta il suo nodoso e fido bastone e, al termine della funzione, ebbe la brutta sorpresa di non trovarlo. Cominciò allora a sbraitare; lo strepito richiamò fuori il Padre Charbel, il quale disse con dolcezza al contadino infuriato: « Fratello, fratello, nel monastero nessuno alza la voce... ». L'uomo strillò: « Mi hanno rubato il bastone! E che! Ci sono ladri nel monastero? ». Padre Charbel sorrise: « No, fratello, qui non c'e nessun ladro. La vedi questa conca di pietra nel cortile? Sta là da quando il convento e stato costruito e nessuno mai l'ha rubata ». Il contadino restò perplesso, poi scoppiò a ridere e i presenti gli fecero eco: la conca era scavata in un blocco di roccia che venti persone non sarebbero state in grado di spostare a forza di braccia. Una volta, era d'inverno, il Padre Charbel era nella panetteria del convento per dare una mano; a un certo momento fu annunziata la visita del curato Juhanna Sa'ade del villaggio di Mescemesce, vicario patriarcale del distretto di Gebail.
Il reverendo apparteneva a una famiglia di riguardo ed era qualcuno nella società; la sua ricchezza gli permetteva di intrattenere amicizie con i notabili del paese e i funzionari del distretto e di tutto questo egli era particolarmente fiero. Ben piantato e panciuto, pieno di sussiego, ci teneva a conservare un certo distacco dagli altri colleghi anche nelle
sue abitudini di vita, insolite in quei luoghi per un membro del clero. Quando si presentò al convento di San Marone, portava al disopra della sottana un mantello di folta pelliccia, che gli dava l'aria di un emiro, di un principe e, facendosi scortare nella panetteria, si mise a discorrere con una certa prosopopea con i monaci. A un certo punto, si parlava del peccato, con gran meraviglia di tutti si udì la voce del Padre Charbel, il quale di solito interloquiva soltanto se gliene veniva dato l'ordine. I monaci, sorpresi, si rivolsero verso di lui come un sol uomo e lo videro alzare gli occhi divertiti sul voluminoso curato: « Che importa a voi il peccato - disse sorridendo Charbel al grosso e presuntuoso reverendo - non arriva fino a voi, con quel mantello di pelliccia! ». Risero tutti e anche il reverendo Juhanna, se non altro per togliersi dall'imbarazzo.
Charbel, dunque, non era astratto al punto da non osservare con acutezza e bonomia gli altri e non poteva fare a meno di sottolineare con spirito un avvertimento spirituale. Del resto, l'umorismo ha il potere di riportare uomini e fatti al loro esatto valore e, se non e maligno, non e contrario alla virtù.
Un'altra volta, dell'umorismo di Charbel fece le spese anche un Superiore del monastero. Costui, in un'annata difficile per il convento e per ragioni speciali faceva lavorare monaci e novizi anche in qualche giorno di festa, dispensandone però il Padre Charbel, che sapeva rigoroso al riguardo. Gli ordinò, invece, di celebrare lui la Messa cantata per il popolo. Al momento della benedizione finale, gli si avvicinò sull'altare, dicendogli sottovoce: « Non avete avvisato il popolo che giovedì e la festa dell'Ascensione e che devono astenersi dal lavoro ». Alla Messa, infatti, erano presenti i coloni del monastero. Charbel rispose immediatamente: « E’ un giorno festivo là dove viene onorato come tale. Quelli che lavorano la festa o la domenica non hanno bisogno di essere avvertiti ».
Il Superiore mangiò la foglia e da quel giorno in poi si guardò bene dal far lavorare monaci e coloni nei giorni di festa.
Nella vita religiosa e possibile qualche gloriuzza, qualche ingenua aspirazione alle cariche, e c'e anche chi, in buona fede e con volenterosa umiltà, si ritiene capace di dare un contributo non spregevole al proprio Ordine prendendo in mano qualche leva di comando.
Padre Charbel era indifferente a ogni maneggio del genere, e quando una volta gli dissero che il Padre Assistente del Generale aveva in animo di nominarlo Superiore da qualche parte, ricambiò l'informazione con asciutte parole: « Nell'Ordine ci sono molte persone capaci. Il nostro Ordine è già molto buono se accetta gente vile come me »
Non si preoccupava degli affari: pregava per il buon raccolto, ma non si affannava a sapere se il monastero, in quell'anno, avesse guadagnato o perduto: tutto era Provvidenza.
Era indifferente a tutto, come se fosse solo sulla terra: non si dava da fare per procurarsi amici e non si preoccupava di eventuali nemici, non si curava di elogi o complimenti, non confidava in nessuno, non parlava mai dei Superiori, non si precipitava incontro agli illustri visitatori del monastero per far sfoggio di ornati salamelecchi; i parenti, poi, era come a una distanza astrale per lui. Si contentava di pregare per tutti e di amare in Dio le anime di tutti.
Affabile in ogni rapporto con gli altri, Charbel non era né affettato né compassato e nelle cose del mondo dimostrava la semplicità di un fanciullo Come poteva, il mondo, arrivare fino ad Annaya? E che cosa poteva insegnargli di veramente interessante, il mondo?
Un giorno, un operaio del monastero accompagnava Charbel che, carico di un fascio di rovi per rinforzare la siepe della vigna, si dirigeva verso l'eremo. A un tratto, camminando egli come al solito ad occhi bassi, vide a terra un cartoncino con l'immagine di un cavaliere. Continuò a fare qualche passo, poi si fermò, posò a terra la fascina e ritornò a raccogliere la carta. Giunto al romitorio, entrò in cappella, schierò l'immagine di quel cavaliere insieme con le altre che erano deposte sui gradini dell'altare e si inginocchiò dinanzi.
L'operaio che era con lui sgranò gli occhi: « Cha fate, Padre? ». « È San Giorgio - rispose Charbel - ed io lo prego ». « Ma no! - ribatte con spasso l'operaio - è un pacchetto di sigarette! ».
Padre Charbel non rispose e, in silenzio, passò la carta all'operaio. Un cavaliere degno di essere effigiato non poteva essere che San Giorgio.
Nelle memorie degli antichi eremiti si legge spesso che le bestie dei luoghi selvaggi e deserti dove essi si ritiravano, invece di recar loro offesa, obbedivano ai loro ordini e vivevano con essi docilmente.
Ciò, dice Cirillo di Scitopoli, non deve meravigliare chi conosce la Sacra Scrittura e sa che quando Dio abita in un uomo, tutti gli esseri gli sono sottomessi, come lo erano ad Adamo prima che egli trasgredisse il comandamento del Signore. Lo stesso autore racconta che San Saba, palestinese, con la preghiera scacciò un leone che stava annusando con intenzioni sospette un suo discepolo.
Una notte Saba si era ritirato a dormire in una tana di leone. L'animale sopravvenne e addentò i panni dell'eremita, il quale, come se nulla fosse, cominciò l'Ufficio notturno. Il leone se ne stette buono, accucciato fuori della tana e, terminata la salmodia, afferrò di nuovo il mantello dell'eremita per costringerlo a venir fuori, ma Saba gli disse: « La grotta e abbastanza grande per tutti e due: e ci ha fatti lo stesso Dio; se vuoi resta, se no vattene ». Il leone preferì dormire fuori.
Allo stesso San Saba toccò estrarre, sulle rive del Giordano, una spina dalla zampa di un leone, che gliel'aveva stesa come per chiedergli di aiutarlo.
Gli animali di Charbel sono di taglia più modesta e meno feroci, ma stanno egualmente a dimostrare la sua bontà d'animo e la sua sicurezza: « Tutte le creature - egli diceva - sono uguali, velenose e no. Dio le ha create soltanto per un fine utile e non dobbiamo ucciderle ».
Agli inizi della sua vita eremitica, fu incaricato una notte di far la guardia alla piantagione di cocomeri e di cetrioli. Al mattino, il Padre Macario la trovò devastata e rimproverò senza peli sulla lingua il Padre Charbel. « Le volpacchiotte erano così piccole - rispose l'eremita - che ne ho avuto pietà e ho lasciato che mangiassero ».
Un giorno, otto contadini lavoravano insieme con Charbel e Macario nella vigna dell'eremo e all'ora del pranzo si radunarono insieme. Fu chiamato anche Padre Charbel, ma in quel momento una grossa vipera strisciò verso il muro di cinta. Immediatamente si pensò di demolirlo per snidare e uccidere il rettile, ma Charbel, in piedi davanti al muro: « Vieni, benedetta », disse all'imboccatura del rifugio della vipera, la quale venne fuori e cautamente prese la direzione della porta della vigna tra lo stupore dei presenti.
La pietà verso le bestie assunse in Charbel toni di adorabile semplicità. C'era nell'eremo uno sciame d'api e una volta alcune di esse erano cadute nell'abbeveratoio dove stavano per annegare. Il Beato si chinò a prenderle delicatamente ad una ad una e metterle ad asciugare al sole. Un'ape lo punse al dito ed egli, dopo aver estratto il pungiglione, mise l'insetto ad asciugare. Il contadino che si trovava in quel momento con lui l'avvertì che, priva di pungiglione, l'ape sarebbe morta. « È vero? - rispose con disappunto Charbel - peccato! ».
Di tanto in tanto ci siam dati premura di riferire parole del Beato in varie circostanze; si vorrebbe poter offrire un florilegio dei suoi detti, che degnamente avrebbero figurato nella collezione degli antichi Apoftegmi, ma dobbiamo limitarci purtroppo a racimolare qua e là, in una messe avarissima.
A un monaco, diceva: « Fratello mio, il mondo è ingannatore. Dio sa tutto ciò che è ín noi. Quelli che gli domandano una grazia non restano delusi. Domandategli tutto ciò di cui avete bisogno ».
Allo stesso religioso: « Non preoccupatevi mai di questo mondo. Preoccupatevi piuttosto dell'altra vita e del giudizio di Dio, perché Colui che giudica conosce tutto e non ha bisogno di essere informato ».
Ad altri monaci: « Lavorate per la gloria di Dio e sarete compensati con la beatitudine eterna ».
Le frasi più frequenti sulle sue labbra erano espressioni di abbandono alla volontà amorosa di Dio:
« Dio dispone tutto. Questa e la volontà di Dio ». « La Provvidenza ha cura di tutto ».
« Sia fatta la volontà di Dio ».
« Mio Dio, il mio cuore è vostro ».
« Che cosa ci appartiene in questo mondo? Noi siamo come viaggiatori in cammino verso l'eternità ». Certo, non si tratta di pensieri elaborati e peregrini, ma di idee elementari nella condotta cristiana della vita, ma non sono, quelle più semplici, le norme più difficili e importanti?
Ma il suo silenzio era più eloquente di ogni discorso. Padre Charbel non ha predicato mai: bastava vederlo.
CAPITOLO XVI
LA MORTE DESIDERATA
Alcuni antichi monaci egiziani domandarono un giorno all'abbate Macario: «Come mai il tuo corpo è sempre segaligno, sia quando digiuni che quando mangi? ». Il vecchio rispose: « Lentamente la fiamma divora il bastoncello che serve all'uomo per essiccare il frutto sul fuoco; così il timore di Dio e ardore che consuma le ossa di chiunque ricerchi purificazione ».
Charbel, dice un monaco, « era di fuoco in tutte le sue azioni e non era per nulla freddo e lento. Ardeva nella preghiera, nel lavoro, nel camminare... anche nella vecchiaia camminava rapidamente, come una pernice ». La sua buona salute cominciò ad alterarsi soltanto negli ultimi anni, quando ebbe a soffrire di violenti coliche intestinali, che si facevano più crudeli d'inverno, al tempo delle nevi, ma egli non si preoccupava di farsi curare.
Una volta che era a lavorare nella vigna dell'eremo, in in compagnia di altri due monaci e di un contadino, il Beato fu visto piegarsi in due e tenersi i fianchi con le mani, mentre gemeva sommessamente.
« Che cosa ha l'eremita? » domandò un monaco a Padre Macario.
« Ha violenti coliche nefritiche ».
« Vada a letto allora; chiameremo un altro operaio per sostituirlo ».
« Vuol farsi violenza », rispose scrollando il capo il Padre Macario.
Il lavoro continuò. Il testimone che racconta il fatto conduceva i buoi e, poiché le bestie a un certo momento stavano per travolgere una spalliera di viti, il Padre Charbel si trascinò a gran pena fin à per scostarla e impedire il guasto; ma ad ogni passo gemeva.
« Piano, Padre, chè fermo i buoi », gli disse un monaco. « Padre, così ci sarà danno - rispose l'eremita con un filo di voce - ed io sarò responsabile nei confronti del voto di povertà ».
Per tutto il resto di quella giornata non volle prendere un attimo di riposo e continuò il lavoro fino all'ora di pranzo, quando si sfamò con una magra insalata.
L'Abbate Evagrio diceva: « Quando ti soffermi nel silenzio della cella, raccogli tutti i tuoi sensi e fissali sulla memoria della morte; vedrai allora il nessun valore del corpo: insisti a pensare la caducità di ogni parvenza e affronta il pungolo amaro di questa riflessione: la vanità del mondo delle forme, incutendo sgomento, ti renderà umile e laborioso, e niente ormai farà più vacillare il proposito di sradicarti del tutto. Non dimenticare neppure i caduti negli inferi: pensa a quella solitudine desolata, al gemito orrendo, all'angosciosa lotta, all'ansia dolorosa dell'interminabile pianto. Anche il giorno della risurrezione abbi costantemente presente il giudizio divino, orrendo e pauroso. Il rossore che coprirà i peccatori alla svelata faccia di Cristo, di Dio, degli Angeli e di tutti gli uomini; i tormenti, il fuoco eterno, l'imperituro tormento, le tenebre infernali, lo stridore dei denti, lo spavento il supplizio. Rievoca il bene riservato ai giusti: la fiducia che li accompagna davanti a Dio, a Gesù Cristo, agli Angeli e a tutto il popolo dei santi; il regno dei cieli, la gioia e la pace. Tutto questo abbi sempre presente: gemi, piangi, ricopriti di cordoglio nel timore di avere la triste sorte dei peccatori; gioisci, esulta, tripudia per il bene preparato ai giusti... La sorte degli uni e degli altri non dimenticare mai, né quando sosti silenzioso nella cella, né quando ti trovi nel dissipamento esterno. Almeno il ricordo di queste realtà ti sia d'aiuto a conservarti immune da sordi e malèfici pensieri ».
Il Padre Charbel aveva tra i pochissimi suoi libri l'Apparecchio alla morte di Sant'Alfonso M. de' Liguori, che con non minore efficacia delle parole severe degli antichi Padri del deserto e, riecheggiandole, scavava nel fondo dell'anima per scuoterla e metterla di fronte alla ineluttabilità dei Novissimi e alla gravità della condizione dell'uomo: pensieri seri e solenni, che incombono ogni giorno sull'anima cristiana. Anche l'Imitazione di Cristo; altro libro che Charbel leggeva assiduamente, ha un vigoroso capitolo sulla meditazione della morte e dice: « Beato chi ha sempre dinanzi agli occhi l'ora della morte e chi a morire si prepara ogni giorno ».
In realtà, la vita eremitica, che reca in tanti modi visibili i segni di una morte esteriore, è una impareggiabile scuola per prepararsi all'estremo momento. Nella quiete perfetta dell'anacoreta si inserisce, non come motivo di terrore e tanto meno di disturbo, il pensiero delle cose eterne, l'attesa del supremo incontro con Dio, che di quella quiete e l'oggetto e il fine.
La liturgia maronita è straordinariamente ricca di preghiere per i defunti; la celebrazione della Messa e l'Ufficio divino ne sono come impregnati e il motivo eucaristico ritorna spesso per alimentare la speranza cristiana: « Il fuoco minaccia le mie membra: ma vi e nascosto il tuo Corpo vivificatore... La geenna attende per tormentarmi: ma in me è mescolato il tuo Sangue prezioso ».
Un inno di San Giacomo di Sarug, nell'Ufficio della domenica, esalta l'Eucaristia come pegno di vita per i defunti: « I morti che si nutrirono del tuo Corpo e del tuo Sangue, o Figlio di Dio, Per te risorgano e con te gioiscano il giorno in cui apparirai... Tutti i morti che mangiarono il tuo Corpo, o Figlio di Dio, Per te risorgono dalla polvere in cui sono prostrati... ». La liturgia orientale dice che il Cristo giudice ritornerà dal punto dell'orizzonte verso il quale e, per questo motivo, rivolto l'altare: l'oriente, e si appella in ciò alla tradizione apostolica.
Le chiese devono essere costruite in modo da orientarle verso est, perché Adamo fu espulso dal paradiso terrestre dalla porta del giardino che guardava a oriente e verso di essa volgeva i suoi occhi lacrimosi il primo uomo, quando, nella preghiera, si faceva più acuta la nostalgia dei beni perduti. Nel battesimo, il neonato, quando rinunziava a Satana e alle sue opere, era tenuto con il capo in direzione dell'occidente e al momento in cui professava la fede veniva rivolto ad oriente. In punto di morte, il cristiano deve guardare ad est, in attesa del Giudice e della misericordia trionfante.
Il Padre Charbel ha mosso i primi passi verso il Cristo Oriente dall'altare, un venerdì, il giorno in cui, secondo la tradizione orientale, Adamo fu creato, il giorno in cui fu scacciato dal paradiso delle delizie, il giorno in cui fu redento.
Era il sedici dicembre del 1898; l'eremo dei Santi Pietro e Paolo era sepolto sotto la neve e il silenzio, intorno, era quasi palpabile. Come al solito, il Padre Charbel aveva cominciato la sua Messa, dopo lunghissima preparazione, verso il mezzogiorno, con l'anima colma. Assaporava ogni parola e indugiava nei solenni gesti liturgici. La sua voce era affaticata, ma la recitazione non era confusa; nonostante il declino delle forze, egli era presentissimo alle meravigliose preghiere liturgiche, che gli riportavano alla mente e al cuore il pensiero del Padre celeste, di Cristo, dell'amatissima Vergine, dei santi, dei vivi e dei defunti bisognosi della gloria e dell'amore di Dio, che nella sua anima di fuoco attizzavano, vivi come il giorno della prima Messa, sentimenti di lode, di ringraziamento, di umiltà, di gioia inenarrabile. Quell'ora della Messa era stata sempre tutta la sua vita e anche se non ha avuto il presentimento della fine imminente, egli era ormai al vertice della sua incandescente vita spirituale.
Il Corpo e il Sangue di Cristo erano già sull'altare, dopo che egli aveva pronunziato con evidente trasporto e con lacrime le parole della consacrazione, ed aveva già tracciato i diciotto segni di croce con l'ostia sopra il calice, mentre l'inserviente diceva: « O ministri della Chiesa tremate, perché state servendo un fuoco vivo e il potere di cui siete investiti e superiore a quello dei Serafini. O Signore, volgi uno sguardo di pietà verso il padre nostro che sta davanti al tuo altare. O Signore nostro, accetta la sua oblazione come accettasti quella dei Profeti e degli apostoli... ». Poi Charbel alzò l'ostia e il calice nella « piccola elevazione » dicendo: « O delizioso sacrificio che per noi e stato offerto, o vittima di riconciliazione, che ha offerto se stessa al suo Genitore, o Agnello che è stato di se stesso il pontefice offerente; che la nostra preghiera, o Signore, diventi per la tua misericordia incenso e così la presenteremo al Padre tuo ».
Seguì la preghiera ritmica di San Giacomo di Sarug: « O Padre della verità, ecco che il Tuo Figlio è vittima atta a placarti. Accettalo perché è per me che egli è morto. Ecco il sacrificio, ricevilo dalle mie mani e sii propizio, e non ricordarti più dei miei peccati, che ho commesso al cospetto della tua maestà... Ecco che il sangue suo e sparso sul Golgota e intercede per me. Accetta la mia oblazione per riguardo ad esso. Quanti ne ho di peccati! Ma quanta ne hai di misericordia! Se tu vuoi pesare, prevarrà la tua clemenza più dei monti, il cui peso soltanto a te è noto... Guarda verso i peccati e guarda verso l'olocausto che viene offerto per essi. Assai più grandi sono l'olocausto e la vittima che le colpe. Giacché io ho peccato, il tuo Diletto ha sopportando i chiodi e la lancia. I suoi patimenti valgano a placarti e per mezzo di essi io abbia la vita. Gloria al Padre che per noi mandò il Figlio suo, adorazione nel Figliuolo, che mediante la sua crocifissione liberò tutti, e siano rese grazie allo Spirito Santo, per mezzo del quale ebbe compimento il mistero della nostra Redenzione. Benedetto sia colui che per amore diede vita a noi tutti. Gloria a lui ».
La Messa continuò fino alla comunione: « Nell'istante in cui beveva il Sangue prezioso, egli afferrò il calice con forza e strinse i denti e le labbra sull'orlo. Restò così fino all'arrivo del suo compagno, il Padre Macario, che tirò con forza per strappargli il calice e ci riuscì con qualche difficoltà: il Padre Charbel aveva bevuto il Sangue prezioso. Fu spogliato dagli ornamenti sacerdotali e rimase senza conoscenza.
Il corpo inerte fu immediatamente trasportato nella miserabile cella e disteso sulle assi di legno coperte da un tappeto di pelo di capra, che costituivano il letto dell'eremita. Non lo spogliarono e Charbel restò infagottato nella sua tunica nera finché spirò. Per otto giorni fu tra la vita e la morte, con intervalli di lucidità, durante i quali pronunziava giaculatorie e preghiere, versetti dei Salmi, frammenti di brani liturgici e soprattutto l'invocazione « Padre della verità », come a rinnovare ogni volta che ne aveva coscienza l'offerta della sua vita insieme con Cristo.
Charbel non aveva nulla negato a Dio di tutto se stesso e in quegli estremi momenti teneva nelle mani l'anima sua protesa nell'olocausto per l'ultimo filo di fumo, per l'ultima
esalazione di soave profumo. Invocava Gesù, Maria - l'amore di tutta la sua vita - e Giuseppe; San Pietro, che aveva vegliato, con San Paolo, le ore di silenzio, di preghiera e di lavoro nell'eremo di Annaya.
Qualche volta lo prendeva come una frenesia e diceva« Voglio celebrare la Messa, preparate il necessario ». La sua vita era stata tutta una Messa.
Si dice che ai morenti occorra di ripercorrere come in un lampo l'intero corso della vita, ma è certo che la morte e il compendio di una esistenza. Charbel si era consacrato a Dio nella osservanza dei voti di povertà, di castità e obbedienza e a tratti, quando appena poteva essere consapevole dei propri pensieri, concentrò nelle ultime ore, in uno sforzo supremo, la sua volontà di restarvi appassionatamente e scrupolosamente fedele.
Fratel Butros al-Mescemesciani si trovava presso il giaciglio dell'agonizzante e desiderava di riceverne la benedizione. Il Padre Charbel levò la mano e lo guardò, ma si astenne dal tracciare il segno di croce, nonostante le insístenze del religioso. Il parroco che assisteva il Beato intuì le ragioni della perplessità del morente: Fratel Butros aveva il cappuccio sollevato di poco sulla fronte e si vedevano in parte i capelli; il sacerdote glielo disse all'orecchio e soltanto dopo che s'ebbe assestato il cappuccio il Fratello ricevette la benedizione. Quattro minuti dopo Charbel spirò.
Sulla cima sperduta di Annaya, e con un tempo da lupi, non era certo facile avere un medico; due giorni prima della morte, fu chiamato al capezzale di Charbel un praticone: Saba Tannus Mussa, che gli stette vicino. Venne però anche il dottor Nagib bey el-Khuri, il quale prescrisse un po' di brodo di carne per rianimare l'agonizzante, ma quando questi annusò il piatto, si rifiutò per non violare il grande digiuno del tempo di Natale, che era cominciato il quindici del mese e doveva protrarsi fino alla vigilia delle festività. Quando, però, gli fu detto che il brodo era stato preparato per ordine del Superiore, ne bevve qualche sorso.
Ridotto pelle e ossa, quasi senza più vita, il Beato reagiva ancora all'imperativo della castità. Privo di conoscenza, si era trovato con la mano sulla testa di Fratel Butros, ma quando rinvenne trasalì e ritirò la mano « come se l'avesse toccato un serpente ». Lo stesso religioso, che gli faceva da infermiere, doveva fargli violenza per aiutarlo nelle insopprimibili necessità della malattia. Il Padre Macario, che più d'ogni altro aveva le prove quotidiane della virtù di Charbel per averlo guidato in tutto e per tutto, anche se sarebbe stato più logico che accadesse l'inverso, era accanto al compagno di romitorio emozionato, in pianto, incapace di adempiere le funzioni sacerdotali per mancanza di pratica. Lo sostituì il curato Michele Abi Ramia, che recitò le preghiere degli agonizzanti e diede a Charbel la sacramentale assoluzione tutte le volte che sembrava esalasse l'ultimo respiro.
Padre Charbel si addormentò nel Signore nella pace perfetta la vigilia di Natale del 1898, all'ora dei Vespri. Per i sacerdoti defunti, l'Ufficio divino dei maroniti canta un inno di San Giacomo di Sarug, che dice: « O Figlio di Dio, che scegliesti sacerdoti per servirti, abbi pietà dei sacerdoti che si addormentarono nella tua fiducia.
Le loro mani che offrirono sacrifici per i peccatori battan le palme fra le schiere dei tuoi cantori. Anche le loro dita, che spezzarono il tuo Corpo e il tuo Sangue divino, prendano rami per il grande osanna e ti escano incontro. La loro bocca pura, che ti celebrò con Salmi gloriosi canti gloria nella tua reggia, insieme con i tuoi santi. La loro dolce voce, che a te gridò « Signor mio, Santo, Santo! » nel giorno della risurrezione lodi il tuo nome con gli Angeli.
Anche le loro labbra, che furono incensieri per placarti, echeggino gloria con gli Angeli Vigilanti, in mezzo al Paradiso.
Gloria al Padre, che scelse i sacerdoti per lodarlo; Adorazione al Figlio, che insegnò loro a celebrare i suoi misteri; Lode allo Spirito, che discende e si posa sui loro sacrifici e accorre ad essi quando lo invocano. Benedetta sia la sua potenza ».
« Quelli, le cui bocche furono come cetre dalla dolce melodia e servirono onorevolmente il loro Signore, furono ridotti al silenzio per un verdetto della morte avara, ammutolirono le arpe delle dieci corde dotate di parola, i loro occhi diventarono impotenti alla lettura dei Libri (santi) e vennero meno i canti e gli inni divini di giubilo. Concedi loro, o Signore, che ti servano degnamente nella Chiesa dei primogeniti, la Gerusalemme del cielo ».
Il 24 dicembre 1898 morì anche Giovanni Hage, il grande Patriarca maronita, in età di ottantadue anni. Le attenzioni del Libano erano, giustamente, tutte per lui; chi mai pensava che in quello stesso giorno, nella montagna inaccessibile, si era spenta una gran luce?
Intorno a Charbel era un pugno di uomini, il compagno dell'eremo, il parroco Abi Ramia, Fratel Butros, Fratel Francesco, Saba Tannus Mussa. Gli chiusero gli occhi e gli misero le braccia in croce con un Crocifisso sul petto. Poi si inginocchiarono e recitarono le litanie della Madonna, perché la Madre di Gesù e di tutti gli uomini suoi fratelli portasse per mano il suo fedelissimo servo incontro al Figlio.
Qualcuno portò al monastero vicino la triste notizia e un piccolo gruppo di monaci, aprendosi a fatica la strada nella neve, si recarono a recitare accanto al confratello qualche preghiera di suffragio.
La piccola, fragile salma fu preparata. Fratel Francesco di Qartaba, che aveva assistito Padre Charbel durante la malattia, voleva rivestirlo con abiti migliori di quelli, ridotti all'estremo della consunzione, che aveva ancora addosso, ma un monaco fece opposizione: « Lascia stare, Fratello, aspettiamo il Superiore, perché non si dica che quelli che lo hanno spogliato si siano appropriati di qualcosa ». « Ma è un eremita! - gli fu risposto - che cosa può possedere? ». Evidentemente si pensava che Charbel avesse presso di se qualche gruzzoletto delle elemosine che i monaci, col consenso del Superiore, potevano trattenere, oppure a qualche bene di famiglia, che comportava diritti di successione: questo, infatti, e esattamente il significato della frase riferita.
Charbel venne svestito e apparve la ruvida stoffa di cilizio che sostituiva la camicia: dal gomito al pugno un pezzo di stoffa normale lo nascondeva ad occhi indiscreti.
Il cappuccio era attaccato al collo per mezzo di un cordoncino di peli; la stoffa bianca che tratteneva il cappuccio sulla tonaca era quasi distrutto dal sudore e al suo posto era stato cucito sommariamente un panno ruvido che, al tatto, dimostrava di nascondere qualcosa. « Il denaro dell'eremita! » esclamò qualcuno. Si, la ricchezza di Charbel: un pugno di sassolini che dovevano aggiungere penitenza a penitenza quando egli si sdraiava sulle tavole per prendere l'avaro riposo.
La salma di Charbel fu deposta nella cappella del romitorio, dove trascorse la notte della vigilia di Natale, quando in tutta la Chiesa di Dio esplode con tenerezza infinita la « grande gioia » al della nascita del Salvatore.
Sulla Montagna Bianca la neve stendeva un manto immacolato e sulla cresta di Annaya cadeva la pioggia e il gelo frugava le ossa.
I vicini cedri esalavano la loro pungente fragranza.
CAPITOLO XVII
IL SEPOLCRO GLORIOSO
Il giorno di Natale, verso le otto del mattino, dall'eremo sepolto sotto la neve si mosse per il monastero di San Marone un breve corteo, che accompagnava il cadavere di Charbel deposto su una rozza barella: 1'eremita, secondo l'uso, era a viso scoperto, con le braccia in croce e un Crocifisso sul petto: in vita e in morte, gesti uguali.
Nel monastero si era frattanto raccolta spontaneamente una piccola folla di monaci, contadini dipendenti da San Marone e altri venuti dai dintorni; tra essi, si distinguevano anche alcuni musulmani, che stimavano molto l'eremita ed erano venuti a rendergli l'ultimo omaggio: in Oriente, i santi appartengono a tutti e unanime è l'ammirazione e la venerazione per « gli uomini di Dio », che hanno consacrato la loro vita all'ascesi.
La folla commossa e in preghiera di tanto in tanto esclamava: « Beato lui, che e presso il suo Dio nella felicità eterna »; « Beato lui, che era un santo: e salito in cielo vestito », il che significava esaltare una indiscutibile virtù. La salma di Charbel fu esposta nella chiesa del monastero, con la testa verso l'altare. L'ufficiatura per un monaco defunto si svolgeva in due tempi: prima nella chiesa e poi lungo il percorso dalla chiesa alla tomba. Furono cantati i Salmi del dolore e della speranza: il Miserere, il De profundis, il Salmo - Dio mio, Dio, perché mi hai abbandonato? - che Gesù recitò sulla croce; poi le preghiere in lode del « Signore della vita, che è giusto, che ama e risuscita senza corruzione quelli che la morte ha immerso nella corruzione ». Si pregò « per il fratello Charbel, che ci ha lasciati oggi, con fede sicura e che ha portato a termine la sua vita religiosa esemplare » affinché il Signore gli concedesse « la beatitudine eterna inesplicabile, per tutte le sofferenze, le veglie, le preghiere che ha fatto su questa terra » e gli rendesse agevole « il passaggio pericoloso e i luoghi di dolore; e che i vostri Angeli, o Signore, lo portino in cielo sul seno di Abramo, Isacco e Giacobbe, dove si trova il porto dei giusti ».
Davanti alla tomba il celebrante disse: « Il corpo è consegnato alla tomba, l'anima va verso il cielo: preghiamo che sia bene accetta e il suo viaggio felice. Il corpo e l'anima dicono insieme: sia benedetto Colui che e venuto e ci ha salvati, e ci ha dato la speranza della resurrezione ».
Per la sepoltura di Charbel nacque tra i monaci una discussione. Alcuni non avrebbero voluto inumarlo nel sotterraneo del cimitero comune, perché era pieno d'acqua e conveniva che un eremita santo come il Padre Charbel avesse una sua propria tomba, per conservarne le venerate spoglie. Il Vicario del monastero, in assenza del Superiore, giudicò che l'eccezione era contraria alle Regole dell'Ordine, e che se Charbel era stato davvero un santo, avrebbe lui provveduto a preservare il proprio corpo.
Fu così sepolto nel sotterraneo destinato alla sepoltura comune dei monaci, a oriente del monastero, dalla parte dell'altare maggiore. Anche morto, Charbel era come abbarbicato all'altare, distante dalla sua salma un paio di metri.
L'ultima inumazione a San Marone era stata fatta un quattro anni prima; quando si apri il sotterraneo, si trovò che dalla soprastante terrazza vi gocciolava l'acqua. Per un riguardo a Charbel furono disposte nella fanghiglia alcune pietre, sulle quali vennero adattate due assi di legno coperte da un panno di pelo di capra, per evitare che, con l'andar del tempo e il perdurare dello stillicidio, l'acqua sommergesse il cadavere.
Adesso, tutto sembrava finito: l'eremita silenzioso era ormai anche invisibile.
La notte del funerale di Charbel, il Padre Elia el-Bemehraini entrò in chiesa per fare una visita al Santissimo Sacramento. Dopo aver recitato il Rosario ed altre preghiere, lasciò di corsa la chiesa e andò a svegliare il Padre Fancesco as-Sibrini; tremava come una foglia: « Ho visto una cosa straordinaria, mai veduta in vita mia... Alzatevi e venite a vedere: é una luce, che esce dalla porta del Tabernacolo, fa il giro del cadavere di Charbel, resta immobile sul catafalco e poi ritorna al Tabernacolo! ».
Il Padre Francesco si precipitò in chiesa e il Padre Elia gli mostrava a dito l'itinerario della luce, ma non vide nulla e, uomo positivo, pensò a una allucinazione del buon monaco.
La notte seguente alla sepoltura di Charbel, molti abitanti delle case coloniche prospicienti il monastero videro anch'essi una luce, che si abbassava e si innalzava sul luogo dove era stato deposto il corpo dell'eremita. Il fenomeno durò per lo spazio di quarantacinque notti. I contadini corsero al monastero per comunicare ai monaci la strabiliante notizia, ma il loro entusiasmo fu ghiacciato dallo scetticismo dei religiosi. Uno di loro però, il Padre Antonio al-Mescemesciani, volle fare un sopralluogo e, recatosi di notte in casa di uno dei coloni del convento, constatò l'apparizione della luce.
Del fatto, furono testimoni anche alcuni musulmani. Il mudir, cioè il prefetto della provincia, Mahmud Hemade, si trovava in perlustrazione nei dintorni di San Marone, alla ricerca, con un drappello di gendarmi, di alcuni criminali fuggiaschi. Poiché il monastero era circondato da un folto bosco, facile rifugio e nascondiglio propizio, i gendarmi, lasciati i cavalli legati presso la casa di Saba Tannus Mussa, che racconta il fatto, si avviarono nelle tenebre in direzione del convento. A qualche metro dall'edificio, a oriente della chiesa di San Marone, videro una luce, prima fioca e poi, a mano a mano, più intensa. Era facile pensare che i malfattori si trovassero là, intorno a un fuoco, e i solerti gendarmi si precipitarono sulla traccia, ma senza trovare nessuno. Bussarono allora alla porta del monastero e quando fu loro aperto, interrogarono i monaci e perquisirono tutti i ripostigli in cerca dei delinquenti. Non riuscivano a convincersi: quella luce doveva pur significare qualcosa, qualcuno doveva pure averla accesa, e raccontarono al Superiore la loro avventura. « E’ un po' di tempo - disse il monaco - che sentiamo dire dalla gente di qui che si vede nei dintorni una luce, proprio là dove l'avete vista anche voi: sul luogo dove e sepolto il Padre Charbel ». Il mudir Mahmud fu meno scettico dei religiosi e non ebbe difficoltà a credere in un prodigio; giurò, anzi, che alla prima occasione avrebbe raccontato tutto a Sua Beatitudine il Patriarca maronita. L'apparizione frequente e misteriosa della luce e il gran parlare che se ne faceva, la fama di Charbel che andava crescendo, la minaccia dei fedeli di impadronirsi, come si faceva negli antichi tempi per gli asceti morti in concetto di santità, del corpo del santo eremita, indussero l'autorità ecclesiastica ad intervenire. Il Superiore di San Marone ne parlò al Generale dell'Ordine, il quale ottenne dal Patriarca l'autorizzazione a riaprire la tomba di Charbel per trasferirne i resti in un luogo riservato.
Il 15 aprile 1899 cominciò la singolare avventura del corpo del Beato. Alla presenza del Superiore del convento, dei monaci e di un gruppo di laici, tra i quali dieci erano stati quattro mesi prima presenti alla sepoltura, venne riaperto il sotterraneo. Era diventato un pantano, sul quale sembrava galleggiare il corpo di Charbel, che, sebbene coperto da un leggero strato di muffa, appariva intatto, tenero, flessibile in tutte le giunture; intatti erano anche i capelli e la barba, solcati da fili d'argento; sui fianchi del cadavere erano ancora visibili i segni lasciati dal cilizio a catenella, che l'eremita aveva sempre nascosto. agli occhi di tutti. Il corpo trasudava, dai fianchi, un liquido strano, sanguinolento:
Il sotterraneo fu richiuso e venne inviata una relazione al Patriarca, il quale dispose che il cadavere fosse trasferito in un posto isolato, per impedire che la notizia del suo stato, diffusa tra il popolo, desse inizio a una venerazione che le leggi della Chiesa non consentivano.
Rivestito con nuovi abiti asciutti, il corpo di Charbel fu racchiuso in una bara scoperta di comune legno e deposto in un piccolo locale, nel quale i monaci ammucchiavano il carbone per gli incensieri, i paramenti fuori uso e quanto può contenere un ripostiglio. Il vano, infatti, era chiamato « mambasce », cioè « ripostiglio ».
Nel maggio del 1901 il corpo fu ancora traslocato in una stanza a pianterreno presso la porta del monastero, a mezzogiorno, fuori del recinto della clausura. Il flusso del liquido, come un sudore sanguinolento, continuava e nulla - neppure un prolungato, drastico e deplorevole intervento di Sabba Tannus Mussa che si piccava di conoscere la medicina - poteva arrestarlo.
Il corpo di Charbel era coperto da una lastra di vetro e ogni due settimane i monaci dovevano mutargli gli abiti. Medici del paese e specialisti di mezza Europa furono interpellati a varie riprese in merito all'essudato sanguigno, ma nessuno riuscì a dare una spiegazione del fenomeno, tanto più strano in quanto costante.
Il dottor Elias el-Onaissi, nel 1921, attesta: « Ho visto, nel convento di Annaya, il corpo del Servo di Dio, il Padre Charbel. Avvicinandomi alla bara che lo racchiude, ho sentito un odore simile a quello che emana naturalmente dai corpi vivi. Avendo osservato con attenzione ed esaminato questo cadavere, ho notato che i suoi pori trasudano una materia come il sudore; cosa strana e inesplicabile secondo le leggi della natura per questo corpo inanimato da tanti anni. Ho ripetuto molte volte lo stesso esame, in epoche differenti; il fenomento e sempre stato identico ».
Un celebre medico libanese, il dottor Giorgio Sciukrallah, dopo aver esaminato il corpo di Charbel trentaquattro volte in diaciassette anni, scriveva: « Dopo aver esaminato parecchie volte questo corpo intatto, son rimasto sempre stupito del suo stato di conservazione, e soprattutto di questo liquido rossastro che trasuda. Io stesso ho consultato buoni medici a Beirut e in Europa nel corso dei miei numerosi viaggi: nessuno ha saputo spiegarmi il fatto. E’ un fenomeno talmente unico, che nessun medico ha potuto vederne uno simile, che la storia nella medicina non ha mai registrato. Non mi stanco mai di indagare se mai, al mondo, un corpo sia stato conservato come quello ». Lo stesso medico propone il seguente ragionamento: « Supponiamo che il liquido trasudato dal corpo ogni giorno non pesi che un grammo; durante cinquantaquattro anni,
la somma e di 19 chilogrammi e 764 grammi. Ora, la quantità media del sangue e degli altri liquidi contenuta in un corpo umano è di cinque litri! Il meno non dà il più: principio scientifico evidente per se stesso; ma il liquido rosso versato dal corpo di Charbel supera di molto il grammo ogni ventiquattro ore. Una sorgente si sarebbe seccata, se non e alimentata per mezzo secolo. La mia opinione personale, fondata sullo studio e l'esperienza, e che questo corpo e conservato da un potenza soprannaturale ».
L'autorità suprema della Chiesa non si è pronunciata sullo straordinario fenomeno, perché quello che fa un santo è soprattutto il sangue dell'anima, l'offerta quotidiana di tutto se stesso, il sacrificio eroico di tutte le forze spirituali e fisiche alla gloria della grazia di Dio.
In occasione della costituzione del tribunale per la Causa di Beatificazione del Padre Charbel, la cui apertura era stata domandata nel 1925, fu deciso di procedere a una sepoltura più riservata del corpo di Charbel, per evitare l'indiscreta devozione dei fedeli.
Il 15 ottobre 1926 il cadavere fu sottoposto a un nuovo, accuratissimo esame. Dai piedi alle spalle, misurava 149 centimetri; la pelle era ancora in varie parti fresca e le articolazioni flessibili: si aveva l'impressione che Charbel fosse morto da poco. Erano ancora visibili le tracce del cilizio nei fianchi e, alle ginocchia, i calli prodotti dalle interminabili preghiere. La pelle non cessava di trasudare il misterioso liquido. Rivestito di paramenti sacerdotali di color bianco, dopo un solenne funerale, al quale partecipò una folla immensa accorsa anche di lontano e che aveva con sé molti bambini portati a baciare la mano al « Santo », la domenica pomeriggio 24 luglio 1927, il corpo fu messo in una bara di legno fasciata di zinco e deposto in una nuova tomba ricavata nel muro della cripta della Chiesa di San Marone. La tomba fu murata e segnata da una semplice iscrizione: « Sepolcro del Padre Charbel di Beqa Kafra, eremita »: un'altra lapide con le date essenziali della vita del Beato e dell'inizio della procedura per la sua glorificazione, fu messa nel locale destinato alla celebrazione della Messa.
Nel febbraio del 1950, si cominciò a notare la fuoriuscita di un liquido dalla pietra tombale. Il venticinque dello stesso mese, il Superiore del monastero, alla presenza dei monaci, aprì il sepolcro e constatò che la bara era in perfette condizioni, ma dall'estremità lasciava colare il liquido che era penetrato fin nella cripta.
Il Patriarca maronita ordinò che il sepolcro fosse riaperto alla presenza delle autorità e di una commissione di medici, il 22 aprile. La salma venne esaminata nella chiesa del monastero e si constatò che il liquido era sparso su tutto il corpo e aveva impregnato i paramenti che lo rivestivano: le braccia e le gambe si flettevano ancora. Alla chiusura della tomba, si ebbe cura di cementarla accuratamente, per impedire gesti inconsulti dei pellegrini e di quanti gridavano al miracolo.
Il 7 agosto 1952 ebbe luogo una esumazione segreta, alla presenza di tre commissioni; la commissione ecclesiastica era formata dal Cardinale Gabriele Tappouni, Patriarca dei Siro-cattolici e da altri vescovi della sua comunità, oltre a dignitari maroniti; della commissione medica facevano parte cinque dottori, con a capo un professore della facoltà francese di medicina di Beirut; la commissione di osservatori era composta di altre personalità e tecnici, tra cui il Ministro dell'igiene della Síria. I paramenti sacerdotali di Charbel erano imputriditi, ma il corpo era sempre come immerso nel liquido sanguinolento.
Il corpo del santo eremita rimase esposto al pubblico dal 7 al 25 agosto.
Mai, intorno al sepolcro di Charbel, erano mancati devoti, anche se si era stati attentissimi ad evitare ogni segno di culto. Fin dai giorni seguenti alla sua morte cominciarono a circolare narrazioni di fatti prodigiosi attribuiti alla intercessione dell'eremita, come s'era già parlato di suoi miracolosi interventi in vita.
Ci limitiamo a un racconto soltanto, nel quale ritroviamo tutto intero Charbel. Un bifolco del convento di San Marone - Tannus Scehade di Ehmege - era afflitto da un male alla gola, ai fianchi e alle spalle. Qualcuno che era stato a visitare la tomba di Charbel gli suggerì di ricorrere a lui, ma il bifolco fece spallucce: « Io domandare la guarigione a quell'idiota? Non credo alla sua santità e preferisco domandare la guarigione alla mia asina piuttosto che a lui! ». La moglie lo rimbeccò. « Sta' zitto, screanzato! ».
La notte stessa, mentre il bifolco stava per prendere sonno si vide venire incontro il Padre Charbel, accigliato e con in mano il bastone a forma di « T » al quale si appoggiava quando recitava il breviario al leggio, nel coro. L'uomo era ancora sveglio; si buttò dal letto e mosse verso Charbel per chiedergli perdono. Si gettò in ginocchio, e Charbel lo toccò per tre volte col bastone, nei fianchi, sul petto e tra le spalle, dicendo ogni volta: « Il Padre Charbel è un asino!,». Poi sparì e, con lui, scomparvero anche i mali del bifolco ».
CAPITOLO XVIII
IN ORIENTE BRILLA UNA STELLA
Nell'agosto del 1950, chi scrive queste righe era a Beirut. Veniva dalla Grecia, dalla Turchia e dalla Siria, lungo un itinerario che aveva come tappe d'obbligo i siti d'interesse archeologico, prevalentemente biblico: in tal caso, anche un misero, sbrecciatissimo rudere, valeva la spesa di centinaia di chilometri e non certo con i mezzi di un raffinato turismo.
Il Libano ricercato era quello della Bibbia, dei Fenici, del museo di Beirut, delle prestigiose rovine di Biblos, di Tiro, di Sidone; Annaya non era nemmeno segnata sulla carta geografica e tanto meno prevista come tappa d'interesse storico e scientifico, ma era tanta, in quei giorni, l'eccitazione dei libanesi per quelli che venivano chiamati « i fatti di Annaya » che non fu possibile sottrarsi a una visita lassù, a San Marone.
Dovunque si andava si incontrava gente che parlava di Charbel; anche alla celebre Università di San Giuseppe dei Gesuiti, severi professori per i quali l'Oriente non aveva
più misteri, domandavano: « Siete stati ad Annaya? ». E ognuno aveva da dire la sua, molti erano un grado di elencare episodi strepitosi. Nelle strade di Beirut, anche nei paraggi degli alberghi più lussuosi e profani, patetiche e popolari immagini di Charbel attiravano lo sguardo incuriosito, se non altro, dalla tipica fattura di quei cartoncini.
Sarebbe stato davvero imperdonabile sottrarsi all'onda di quell'entusiasmo, alla suggestione dei discorsi che si facevano nelle case religiose e nelle strade, tra intellettuali e popolani.
Fu così che anche noi, cinque fedelissimi amici rotti ad ogni fatica, sensibili ad ogni richiamo, in un viaggio che doveva continuare per la Palestina e l'Egitto, nel fondo dei deserti e per pietraie divorate dal sole, prendemmo il cammino di Annaya. Nel frattempo, i nostri tentativi di raccogliere un minimo di informazioni su questo famoso Charbel venivano immancabilmente frustrati; non si riuscì a sapere altro che era un eremita della montagna, un santo maronita: ogni domanda curiosa veniva soffocata da un profluvio di esclamazioni sul numero imponente di miracoli, che si verificavano ogni giorno e più volte al giorno; praticamente non c'era nessuno che non fosse stato testimone, o informato di prima mano, di qualche episodio prodigioso e nessuno che non insistesse sul fatto che beneficiari della strepitosa potenza di intercessione del Padre Charbel non erano soltanto i cattolici, ma anche gli ortodossi e perfino i musulmani.
Lungo la strada incrociammo tutti i tipi di vetture, che nel novanta per cento dei casi o andavano ad Annaya o ne tornavano e quando giungemmo sullo spiazzo di San Marone lo trovammo nereggiante di folla, sulla quale occhieggiavano ombrelli bianchi e neri di tutte le fogge per una difesa aleatoria del sole che picchiava senza risparmio.
La folla mobilissima ci inghiottì e ci trasportò come inerti da un capannello all'altro, dove qualcuno si offriva all'osservazione, mostrando i segni di una guarigione sempre oltre i limiti del normale, o stava raccontando con abbondanza di particolari e fiorite espressioni un recente miracolo. Si parlava addirittura di un bambino musulmano guarito dalla cecità e in giro notammo parecchi copricapi che denunziavano i fedeli di Maometto.
Quando riuscimmo a raggiungere la tomba di Charbel la trovammo invasa da devoti, che pregavano ad alta voce, cantilenando e invocando la intercessione del « Santo di Annaya » in tutti i dialetti arabi: la fama di Charbel aveva superato le frontiere degli stati del Medio Oriente e i pellegrini accorrevano non soltanto da ogni angolo del Libano, ma dalle città, dai villaggi e dai deserti della Siria, della Giordania, dell'Egitto, della Turchia e dell'Iran.
Qualche volta, la gendarmeria di confine aveva dovuto chiudere un occhio perché i pellegrini diretti al Libano non si erano preoccupati delle formalità dei passaporti: che cosa poteva contare la polizia nei confronti di un taumaturgo?
Il Superiore di Annaya fu gentilissimo con noi, ci ragguagliò sul movimento impressionante di fede e di pietà e sui prodigi di Charbel, ci mostrò alcuni documenti e, tra l'altro, una fotografia di cui, da qualche mese, si faceva un gran parlare. Era accaduto che, 1'8 maggio di quel 1950, un gruppo di Missionari Maroniti di Kraim - fondati nel 1866 dal sacerdote libanese Giovanni Habib - era venuto in pellegrinaggio ad Annaya. A ricordo di quella giornata indimenticabile era stata fatta la solita fotografia al gruppo formato da quattro persone, più il Padre custode della tomba di Charbel.
Quando la fotografia fu sviluppata, oltre i cinque, piuttosto disordinatamente distribuiti, era visibile al centro, in primo piano la figura - dalla testa ai fianchi - di un venerabile monaco con la barba bianca, che nessuno aveva invitato nel gruppo e nessuno aveva visto sul posto.
La fotografia fu portata ad Annaya e fatta esaminare da esperti, i quali credettero di poter escludere un fotomontaggio; i monaci píù anziani di San Marone, i quali ricordavano il Padre Charbel, assicurarono che l'intruso della fotografia era proprio lui: l'eremita!
Tutto era cominciato con l'esumazione del 22 aprile di quell'Anno Santo. Mentre si procedeva all'esame del corpo di Charbel, una folla numerosa e variopinta di pellegrini si era inerpicata fino ad Annaya, portandosi dietro un vasto campionario di malati: ciechi, sordi, muti, paralitici, cancerosi, e già prima che la commissione ufficiale d'inchiesta portasse a termine il suo lavoro, si gridava ai miracoli. Lo stesso giorno 22 aprile, i monaci dovettero aprire un registro per la documentazione delle asserite grazie e riempivano pagine e pagine.
Annaya era diventata l'approdo della fede e della speranza di migliaia di afflitti, che bivaccavano intorno al convento e vegliavano presso il sepolcro glorioso, toccavano e baciavano la fredda pietra che li divideva dall'eremita. Le preghiere non avevano mai fine: giorno e notte si celebravano funzioni, benedizioni e processioni con il Santissimo Sacramento, con le immagini della Vergine e di San Marone.
Europei e orientali, cattolici e ortodossi, musulmani e drusi, splendidi beduini affioranti da mitici deserti, si stringevano intorno al monaco, che durante tutta la sua vita non aveva fatto altro che nascondersi agli occhi degli uomini. Notte e giorno molti sacerdoti purificavano le anime nel sacramento del perdono, perche c'era una gran fame di fede.
La gigantesca quercia sotto la quale si diceva che il Padre Charbel, quand'era all'eremo, si raccogliesse in meditazione, venne distrutta dai fedeli che volevano ad ogni costo una qualsiasi reliquia: prima i rami, poi il tronco, poi il ceppo. Il Superiore di San Marone mi fece dono d'una scheggia salvata dalla devota devastazione. Il convento cominciava a popolarsi dei numerosi ex-voto dei guariti: strumenti prima di tortura per gli infermi diventavano adesso documenti di grazie ricevute, rozze rappresentazioni di varie parti del corpo prima dolenti e poi rifiorite facevano mucchio.
Dal 22 aprile al 14 luglio del 1950 i registri di Annaya elencarono trecentocinquanta casi di guarigioni ritenute prodigiose e riguardanti trentuno ciechi, trentasette sordomuti, centosessantatre paralitici e storpi; centodiciannove incurabili diversi; tra questi restituiti alla gioia di vivere si contavano venti musulmani.
La stampa di Beirut, poi di tutto il Medio Oriente e infine dell'Europa, si impadronì del " caso Charbel " e si fece eco nel mondo dell'anno di grazia di Annaya. Il 4 luglio 1950, la moglie del Presidente del Libano in villeggiatura ad Evian, dichiarava al settimanale belga « Vivre »: « Sono sconvolta da ciò che accade presso la tomba del monaco Charbel. Ci sono andata due mesi fa e sono stata testimone di una guarigione miracolosa ». Alcuni giorni prima, in una trasmissione radio da Parigi, il figlio del Presidente Libanese aveva citato le prove delle guarigioni miracolose di Annaya.
S. E. Charles Helou, già ministro del Libano presso la Santa Sede e oggi Presidente della Repubblica, nel maggio, scriveva nella rivista araba « al-Scirah »: « Per tutti i benefici già elargiti nell'ordine spirituale e morale, per il fervore e l'estasi delle folle inginocchiate, che la memoria del monaco Charbel sia benedetta! La cosa più sorprendente forse in tutto ciò, è che il miracolo non meraviglia più. Gli uomini ci si sono abituati. Coloro che nelle scienze sperimentali non esitano ad andare a fondo a tutte le induzioni, fermano la loro curiosità sulla soglia del soprannaturale. Inoltre, distolgono la loro curiosità dalle manifestazioni visibili del soprannaturale. Come giustificare tale incoerenza? Perché anche il soprannaturale è di per se stesso quasi carnale. È in qualche modo entrato nelle abitudini. Non vi sono che le brutture e le delusioni che siano reali e quotidiane. Ciò che a Lourdes, per esempio, ha potuto essere chiamato il canto di Bernadette, con tutto il posto che lascia al soprannaturale e al divino, e il cantico stesso della vita. Il vecchio precetto e sempre di attualità: chiudi gli occhi e vedrai ».
A proposito dell'impressione prodotta sui musulmani dai prodigi di Annaya, si citano alcuni significativi episodi. Uno di essi fu testimone oculare della guarigione miracolosa di Suor Maríe-Abel, della quale avremo occasione di parlare in seguito, e quando vide la religiosa camminare, trasportata dalla folla, mentte le campane di San Marone suonavano a festa, gridò: « Voglio farmi cristiano! ».
Ed ecco come il musulmano Muhamad Ali Murué racconta la sua guarigione: « Fui incarcerato il 9 novembre 1948. Ero disperato, perché avevo famiglia. Avvertii dolori provocati da reumatismi e artrite e soffrivo di indebolimento della vista all'occhio sinistro. Fui curato dai dottori Giuseppe Farhat e Alberto Zebuni, ma senza successo, e diventai cieco da quell'occhio. Alcune parti del corpo mi si gonfiarono. Allora sentii parlare dei miracoli del servo di Dio Charbel. Sul principio, ne risi e ne motteggiavo, dicendo che era tutta propaganda per far quattrini. Tuttavia, quando vidi nei giornali le fotografie di coloro che erano stati guariti, credetti alla sua santità e promisi di dare cinquanta lire libanesi se fossi stato guarito. Domandai all'infermiera Afduka Saliba di andare per me alla tomba di Charbel, per portare la mia offerta, insieme con una lettera destinata ad essere messa sulla tomba, nella quale dicevo: « Sono un uomo imprigionato ingiustamente; ho perduto la vista e la salute; prego Dio e il Padre Charbel di guarirmi e di liberarmi dalla prigione. Se veramente sono colpevole, voglio uscir di prigione cieco e paralitico. Accluse, sono cinquanta lire che porta la signorina Afduka ». L'infermiera partì, accompagnata da una religiosa e dal Capo Brigata Sciakib Baidun. Tornarono la sera, portandomi incenso, acqua e terra, insieme con un batuffolo di cotone che aveva toccato la tomba del Padre Charbel. Mi passai il batuffolo di cotone sull'occhio e sulle parti doloranti del corpo, dopo averlo intinto nell'acqua benedetta. Due ore dopo, l'occhio era pieno di lacrime, ciò che non accadeva da tre mesi. Quando mi svegliai l'indomani mattina, i miei dolori erano scomparsi. L'occhio cominciò a migliorare di giorno in giorno; adesso, posso leggere i caratteri grandi. Spero che con l'aiuto di Dio l'occhio ridiventerà normale ».
Ciò accadeva l'11 maggio 1950. Il dottor Farhat, medico dell'ospedale delle malattie contagiose e delle prigioni, che aveva diagnosticato per Muhamad un'artrite cronica, un'ulcera allo stomaco e, dopo un consulto con il dottor Zebuni, specialista di oftalmologia, un'atrofia della retina all'occhio sinistro con perdita della vista per l'ottanta per cento, constatò la scomparsa del gonfiore alle mani e ai piedi, la sopravvenuta agilità delle dita e la completa scomparsa dell'atrofia della retina, che secondo il dottor Zebuni era inguaribile e minacciava anche l'occhio destro. « Dal punto di vista medico, egli aggiungeva, noi sappiamo che l'atrofia, specialmente dopo alcuni mesi, non può regredire ».
Di grande interesse sono le reazioni di alcuni membri della misteriosa setta dei Drusi, di fronte alla guarigione della signorina Hosn Mansur el-Mohair, di ventiquattro anni. Dalla nascita, costei aveva la gamba destra più corta dell'altra di « tre o quattro dita » e zoppicava penosamente. Recatasi in visita alla tomba di Charbel, portò a casa dell'acqua benedetta e della terra presa sulla tomba, con le quali comincíò a frizionare la gamba offesa, sentendola ogni volta scricchiolare. La madre, non vedendo alcun esito della strana cura, le diceva: « Non ostinarti nelle tue preghiere; se Charbel avesse voluto guarirti lo avrebbe già fatto! » E la giovane: « Non è bene scandalizzarsi; per conto mio, la mia fede resta incrollabile: con la grazia di Dio sarò guarita ». Finalmente, ebbe la gioia di constatare che, un giorno, la gamba più corta aveva raggiunto la stessa lunghezza dell'altra e poteva camminare come tutti.
Quattro notabili drusi del suo villaggio, che la conoscevano personalmente, rilasciarono dichiarazioni giurate sulla stupefacente guarigione della signorina Hosn Mohair; uno di essi, l'emiro Malik Erselan, il quattordici maggio 1950 scriveva: « Ho creduto alla santità del Padre Charbel, io, che non credevo al alcuna religione ».
Ed ecco un'altra sensazionale dichiarazione dell'undici giugno 1950: « Io sottoscritto, Munir Taki Eddin, direttore generale della Difesa nazionale, residente a Beirut, dichiaro e confesso che il Padre Charbel è santo. Possa Iddio ricavarne bene e benedizioni per il nostro caro Libano. Mio fratello Nadin, in seguito a un incidente, perdette l'udito all'orecchio destro. I dottori Diab e Olivier (dell'ospedale americano di Beirut), costatando la perforazione del timpano, disperavano della sua guarigione. Fortunatamente, mio fratello ascoltò i consigli degli amici: partì per Annaya e visitò la tomba del Padre Charbel, poi tornò a Beirut. Da quella visita in poi, ci sente normalmente. Riteniamo l'essenziale di questo fatto: essendo noi miscredenti, questo miracolo è avvenuto tra noi affinché otteniamo la fede, di cui abbiamo tanto bisogno in questo mondo ».
Lo sceicco Nadim era fratello anche dell'allora Ministro del Libano a Mosca, Khalil Taki Eddin.
Una guarigione di cui era vivissima la memoria durante la nostra visita alla tomba di Charbel, e quella della signorina Muntaha Daher Bulos, la quale racconta: « Nel 1901 - avevo un anno - ebbi un accesso di febbre tifoidea che mi lasciò una gobba all'omoplata destra, crescente di giorno in giorno e di anno in anno. Quando visitai la tomba di Charbel, 1'11 maggio 1950, mi tenni a una certa distanza, a causa della folla, e dicevo: « Se non vi do noia, come fanno gli altri, ripeterò la preghiera del Signore e un'Ave Maria, chiedendovi di aiutare i miei nove nipoti orfani. Per me, non domanderei nulla, perché ho quasi cinquant'anni e la mia vita si avvicina al termine. Proteggete i miei occhi, affinché possa continuare nel mio mestiere di sarta.
Ritornai a Beirut senza avvertire nulla. Il 15 maggio, cioè tre giorni dopo la mia visita, sognai di essere nella chiesa vicina a casa mia (la parrocchia di San Marone), circondata dai parenti, ai quali chiedevo di unirsi alle mie preghiere; mi risposero che non potevano farlo perché occupati. Soggiunsi che avrei pregato da sola. Mi svegliai alle quattro e mezza e cominciai a vestirmi dinanzi allo specchio. Fui meravigliatissima di scoprire che la mia gobba era scomparsa. Prima della mia guarigione, avevo incaricato la signorina Kaukab Nasr, che era nella stanza con me, di frizionare la gobba con l'acqua benedetta, che aveva portato dalla tomba del Padre Charbel, ed essa rispose: « La Messa comincerà tra cinque minuti; dopo, farò la frizione » Allora, felice, le gridai: « Sono guarita! Guardate; la mia gobba è scomparsa ». Poi andai ad ascoltare la Messa in chiesa e, quando tornai a casa, corsi dalla madre di Badi' Scibli, che viveva nella stessa mia casa, gridando: Sono guarita!. All'età di cinque anni, sono stata curata da molti medici, che adesso sono morti. Dopo, non ho più consultato dottori, perché sapevo che era inutile ».
Il dottor Scedid, della Croce Rossa libanese, certificava che « la gobba molto pronunziata, il petto contratto e le spalle difformi » della signorina Muntaha erano migliorate, nella loro difformità, del novantacinque per cento, e che l'aspetto era quasi normale.
Non possiamo, evidentemente, riprodurre i voluminosi incartamenti che, nel monastero di Annaya, raccolgono i casi di guarigioni attribuiti alla intercessione del Beato, nè tantomeno sfogliare la biblioteca di volumi contenenti le lettere che dai cinque continenti giungono ogni giorno ad Annaya per invocare l'aiuto di Charbel o raccontano grazie ricevute. La Chiesa di Dio, ormai, ha avallato le virtù e la potenza dell'eremita di Annaya e di fronte al suo verdetto cade ogni perplessità e ogni dubbio sulla santità di Padre Charbel. Del resto, nessuno potrà mai elencare le provvidenziali conseguenze spirituali della gran luce che splende nel Libano. « Nessuno - scriveva il Padre Gastone Fournier nella parigina La Croix del 28 marzo 1953, concludendo una serie di articoli - ormai può disinteressarsene. Nè il teologo. Nè il mistico. Nè lo storico. E neppure il giornalista ».
Soprattutto, non può disinteressarsene chi « ama i santi, che sono nel paese » di Dio e, chi in essi vede una splendente testimonianza della onnipotenza e dell'amore di Dio, della gloria della grazia sua, una manifestazione della santità, che e prerogativa dell'unica e vera Chiesa di Cristo.
CAPITOLO XIX
IL CAMMINO DI ROMA
Abbiamo detto fin dal principio che Charbel e il primo « confessore » orientale la cui santità sia stata verificata secondo le norme giuridiche stabilite dalla Chiesa in epoca moderna. Per dimostrare come il giudizio dato sulla sua virtù sia stato circondato di tutte le possibili precauzioni prima di ricevere la conferma soprannaturale dai miracoli, rifacciamo qui rapidamente il cammino che ha dovuto percorrere presso la Sacra Congregazione dei Riti, creata da Sisto V nel 1588 per regolare l'esercizio del culto divino e trattare le cause dei Santi.
Il procedimento giuridico e indicato come « Causa di Beatificazione e di Canonizzazione », perché l'obbiettivo ultimo e quello appunto di decretare, a colui che viene riconosciuto « Beato » e in onore del quale la Chiesa concede un culto pubblico limitato, il titolo di « Santo », con culto universale.
La causa prevede una serie di tappe successive, che si iniziano nei luoghi dove il servo di Dio morì o trascorse la maggior parte della sua vita o avvennero i miracoli, con un Processo detto ordinario perché affidato all'autorità ecclesiastica, cioè 1'« Ordinario », locale. Vengono innanzi tutto raccolti tutti gli scritti del servo di Dio; nel caso di Charbel, non esiste alcuna scrittura, di nessun genere, di suo pugno, quindi ometteremo la procedura relativa al loro esame, che avrebbe dovuto essere affidato in seguito a due censori teologi della S. Congregazione dei Riti per constatare che nulla in essi si trovava in contrasto con la dottrina della fede e della morale.
Il Processo ordinario, detto informativo e tendente a provare la fama di santità, delle virtù e dei miracoli di Charbel e l'assenza di ostacoli perentori alla sua glorificazione, fu istruito ventotto anni dopo la sua morte a cura del Patriarca Maronita dal ventuno aprile 1926 al venti giugno 1928, sotto il pontificato di Pio XI.
In detto Processo furono chiamati a deporre in un tribunale ecclesiastico appositamente costituito e sotto il sacro vincolo del giuramento trentanove testimoni che avevano conosciuto personalmente Charbel o che avevano sentito parlare di lui da testimoni oculari. I testimoni sono presentati al Postulatore, il quale è colui che promuove legittimamente la Causa presso la competente autorità diocesana prima e pontificia poi, o indotti d'ufficio. Un altro processo è dedicato alla dimostrazione che il servo di Dio non fu mai onorato con culto ecclesiastico e pubblico.
Gli atti del processo ordinario, in un esemplare che si chiama Transunto, vengono sigillati e trasmessi a Roma, alla S. Congregazione dei Riti, la quale emana un decreto di apertura. La Cancelleria del Dicastero prende in consegna gli atti per una eventuale traduzione e ne cura la Copia publica destinata al Postulatore e all'Avvocato della Causa. La Copia del processo di Charbel, in una versione francese dall'arabo, consta di mille e sedici pagine manoscritte e fu terminata il ventisette settembre 1950. Il decreto di apertura fu emanato il quattro aprile 1929.
Sulla Copia publica, l'Avvocato prepara la Positio super introductione Causae con una in f ormatio, seguita dagli estratti delle deposizioni processuali e dai documenti essenziali. Il Sottosegretario della Congregazione romana controlla se questo testo riproduce esattamente la Copia publica. La Positio di Charbel fu stampata a Roma nel 1953. Il volume viene consegnato al Promotore, generale della fede presso la Congregazione, il quale ha il compito di tutelare i diritti della fede e l'osservanza delle leggi ecclesiastiche nel processo, con un esame rigoroso, segreto e assolutamente libero degli atti e con le obbiezioni, che egli in coscienza ritiene di fare allo svolgimento del processo e alla condotta del servo di Dio. A queste obbiezioni, dette animadversiones, risponde l'Avvocato. Corredata di questi documenti, la Positio viene discussa nella S. Congregazione, in una riunione detta Congregatio ordinaria, per decidere se è il caso di proporre al Sommo Pontefice la firma del decreto per la Commissio della introduzione della Causa. Un Cardinale della Congregazione fa da Relatore o Ponente. Per Charbel, il decreto fu firmato il due aprile 1954 da Papa Pio XII, il quale firmò, secondo l'uso, col nome di battesimo Eugenio. Il decreto attestante l'assenza del culto fu emanato il quindici ottobre 1954.
Si entra così nella fase del Processo apostolico, fatto . cioè per autorità della Santa Sede dall'Ordinario ecclesiastico che già aveva istruito il Processo informativo, sulla
base di un interrogatorio preparato dal Promotore generale della fede.
Nel processo apostolico di Charbel, svoltosi dal ventisei gennaio 1955 al diciannove luglio 1956, furono aggiunti ai precedenti testimoni altri dieci, nelle stesse condizioni dei primi.
L'apertura di questo processo viene fatta secondo le norme già seguite per il processo ordinario. Attraverso la trafila descritta sopra, viene preparata dall'Avvocato una Positio super virtutibus, sulla quale il Promotore della Fede fa le sue osservazioni e obbiezioni e l'Avvocato le risposte. Tutto questo materiale viene accuratamente esaminato, normalmente cinquanta anni dopo la morte del servo di Dio, in una riunione detta Congregazione antepreparatoria, alla quale intervengono il Cardinale relatore e tutti i Prelati Officiali e i Consultori della Congregazione dei Riti.
Se l'esito di questa discussione e favorevole, il Papa ordina che si proceda oltre e l'Avvocato prepara una Nova Positio super virtutibus, a cui il Promotore aggiunge le sue obbiezioni, che viene presentata in una riunione della Congregazione preparatoria, alla quale partecipano anche tutti i Cardinali del Dicastero. Dopo la felice conclusione di questa seduta, si passa a una Novissima Positio, con le ultime obbiezioni e risposte, esaminate in una Congregazione generale tenuta alla presenza del Papa.
Questi ripetuti e scrupolosi esami, condotti con piena indipendenza di giudizio, hanno lo scopo di eliminare ogni ombra di dubbio sulle virtù del servo di Dio.
Dopo ognuna delle indicate Congregazioni viene emesso un decreto, che, dopo la generale, e redatto in forma particolarmente solenne e viene letto alla presenza del Sommo Pontefice, il quale sancisce l'eroicità delle virtù del servo di Dio. Le tre Congregazioni relative al Padre Charbel furono tenute rispettivamente 1'11 aprile, il 5 maggio 1964 e il 19 gennaio 1965. Il decreto sulla eroicità delle virtù di Charbel e stato promulgato il 15 luglio 1965 e dopo di esso, a Charbel spettava il titolo di Venerabile.
Prima di giungere alla beatificazione, le norme canoniche esigevano, per la Causa di Charbel, due miracoli compiuti per sua intercessione, come conferma soprannaturale del giudizio formulato sulla sua santità. _ Nella discussione dei miracoli si procede come per la discussione delle virtù; questa volta, però, la Positio contiene due voti o pareri di medici, discussi dalla Consulta Medica della Sacra Congregazione, composta da nove membri. Dopo la seduta, gli atti vengono trasmessi al Promotore generale, con una informatio dell'Apvocato, per la preparazione delle animadversiones e delle risposte.
Se la relazione della Consulta medica e favorevole, si chiede la dispensa della Congregazione antepreparatoria e la discussione vien fatta in una Congregazione preparatoria e poi in una Congregazione generale, alla presenza del Papa. Il decreto sui miracoli e letto alla presenza del Sommo Pontefice. Dopo, si prepara la Positio super tuto, che risponde al quesito « se si possa procedere con sicurezza (in latino: tuto) alla Beatificazione del servo di Dio ». È superfluo notare che questo modo di condurre l'esame dei miracoli è un nuovo argomento per dimostrare quale e quanta cautela la Chiesa usi in atti di così grande importanza. Il Papa ordina poi la pubblicazione del decreto, detto del Tuto, e fissa il giorno della Beatificazione, che si celebra nella Basilica Vaticana.
La prima guarigione ritenuta prodigiosa e proposta per la causa di Charbel, riguarda la libanese Suor Maria Abel Kamari, della Congregazione dei Sacri Cuori. Il processo apostolico è stato istruito - come tutti gli altri processi - nel patriarcato di Antiochia, dal diciannove gennaio 1955 al diciannove luglio 1956. Furono interrogati, oltre la Suora, tredici testimoni, tra i quali i due medici curanti, e presentate due relazioni radiologiche. Un esame supplementare è stato fatto nei mesi di maggio e di giugno nel 1965. La diagnosi della malattia, formulata ad unanimità dalla Consulta Medica della S. Congregazione dei Riti, è la seguente: « Ulcera gastrica cronica in soggetto già operato di gastroenteroanastomosi per ulcera pilorica stenosante con sindrome diastrofico-carenziale ».
Suor Maria, nata nel 1912, dopo aver goduto buona salute fino alla sua entrata in convento nel 1929, subì nel 1933 l'asportazione delle tonsille e, nel 1934, fu operata d'appendicite. Nel gennaio 1936 cominciò la sua odissea di malata, che si protrasse per quattordici anni. Gravi disturbi di stomaco, che andavano sempre più peggiorando, le impedivano l'alimentazione fino a farle perdere rapidamente trenta chili di peso. La Suora subì, il 28 agosto e il 29 settembre 1936, due interventi chirurgici su un'ulcera pilorica e le aderenze che si erano formate.
Dopo una breve parentesi di benessere, la paziente ritornò al primitivo stato di sofferenza, con nuove complicazioni, tra le quali grave astenia e deperimento, anoressia,
decalcificazione delle ossa e perdita dei denti. Nel 1942, Suor Maria era ridotta al punto che se ne aspettava la morte e le vennero amministrati gli ultimi sacramenti. Dal 1942 al 1947 i gravi disturbi gastrici continuarono e ridussero l'ammalata al letto, in nuovo pericolo di morte. L'undici luglio 1950, mentre in tutto il Libano si diffondeva la fama dei prodigi che si diceva si verificassero presso la tomba di Charbel, Suor Maria fu penosamente trasportata ad Annaya, dove giunse estenuata. Passò la giornata in preghiera accanto alle spoglie del santo monaco e l'indomani vi tornò, in mezzo alla folla dei pellegrini. Dopo aver assistito a tre Messe, verso le nove e un quarto, la Superiora che l'accompagnava le chiese se volesse ritirarsi a riposare, ma Suor Maria preferì restare.
Alle dieci meno venti minuti, raccolse con un fazzoletto alcune gocce che stillavano dalla lastra tombale di Charbel e lo passò sul proprio corpo. A questo punto si sentì all'improvviso invasa come da nuova vigoria e di lì a pochi istanti si alzò e uscì, seguita dalla folla che gridava al miracolo. Lo stesso giorno ingerì vari cibi senza avvertire alcun disturbo e, nel pomeriggio, fece a piedi l'aspra salita che porta all'eremitaggio di Charbel, dove passò la notte in preghiera. L'indomani, ridiscese ad Annaya e poi ritornò nel suo convento di Bikfaya. In seguito, riacquistò circa venticinque chili di peso e fu destinata all'apostolato tra le giovani operaie. Vive tuttora in buone condizioni di salute.
La Consulta Medica della S. Congregazione dei Riti ha riconosciuto la guarigione di Suor Maria Abel Kamari come istantanea, perfetta dal punto di vista clinico, stabile e duratura, come documentano successivi esami radiologici, tale da non potersi attribuire a cause naturali.
La seconda guarigione riguarda Alessandro Oubeid, un fabbro libanese, anch'egli tuttora vivente. Nel 1925 subì un infortunio sul lavoro: martellando alla forgia un pezzo
di ferro, fu colpito all'occhio destro da una scheggia di metallo, con lesione alla congiuntiva e alla cornea, che però guarirono senza esito invalidante.
Nella seconda metà dell'ottobre 1937, Oubeid ebbe un altro grave incidente allo stesso occhio. Mentre attraversava una località boscosa in compagnia di un cugino, questi, a un certo punto, dovette allontanare con la mano un ramo di cipresso, che gli attraversava la strada. Il ramo, ridistendendosi, colpì con violenza l'occhio destro di Oubeid, che camminava dietro il cugino. In conseguenza, egli riportò il distacco della rètina.
I medici giudicarono l'occhio inguaribile, perduto e pericoloso per quello sano, raccomandandone la enucleazione. Per tredici anni. 1'Oubeid rimase cieco dell'occhio destro e dovette limitarsi a cure che gli attutivano i disturbi dolorosissimi.
L'ammalato si era rassegnato alla sua disgrazia, fino al giorno in cui cominciò il movimento dei pellegrini alla tomba di Charbel.
Il diciotto ottobre 1950 volle recarsi anch'egli ad Annaya. Ritornato a casa l'indomani, i dolori all'occhio ripresero con tale violenza che avrebbe preferito strapparselo.
Il venti ottobre, alle quattro, si assopì, risvegliandosi con alte grida, per l'impressione come d'un colpo infertogli all'occhio malato. Riaddormentatosi, si svegliò che ci vedeva da ambedue gli occhi. La diagnosi della Consulta medica e stata così formulata all'unanimità: « Rottura traumatica della rètina panamacolare con distacco della rètina ed uveite. Iridociclite reattiva ipertensiva con opacità dei mezzi diottrici e parziale esclusione papillare. Conseguente cecità ».
Il processo istruito per autorità apostolica si svolse dal 19 gennaio 1955 al 19 luglio 1956, con l'escussíone di nove testimoni, tra i quali due medici, e la documentazione clinica.
La Consulta medica, che si e giovata anche del parere di . insigni specialisti, ha riconosciuto all'unanimità che la guarigione e istantanea, perfetta, duratura e non spiegabile naturalmente. Nella letteratura medica mondiale non esistono casi di distacchi di rètina che, dopo un lunghissimo periodo di tempo, possono permettere un recupero della vista; anzi, col tempo, si instaurano fenomeni degenerativi, che conducono al totale sovvertimento degli elementi costitutivi del bulbo oculare.
La sicura via di Roma ha portato l'umile monaco libanese alla gloria degli altari.
CAPITOLO XX
CHARBEL E NOI
Giunto alla fine della storia di Charbel, il lettore, dapprima incuriosito, si sarà, lo speriamo senza attribuircene il merito, a mano a mano interessato alla vicenda, lineare ma profonda, dell'eremita di Annaya e avrà ammirato l'eroismo delle sue virtù, disperando, forse, di poterle imitare. Oltretutto, quel tipo di santità sembra essere fuori del nostro tempo. Lo stesso Ordine di Charbel non ha più veri e propri eremiti. L'ultimo, il Padre Giacomo Mizreani, e morto nel 1954, nel romitorio che e a dieci minuti dall'antico convento della Madonna di Tamisc, inerpicato su un dirupo che precipita sulla riva sinistra del Nahr el-Kelb. Qualche suo volenteroso imitatore ha dovuto desistere per ragioni di salute. Certo, esistono ancora eremiti, ma la Beatificazione di Charbel intende proporre il suo esempio all'intero mondo cristiano e non soltanto a una esigua minoranza.
L'istituto della Canonizzazione, infatti, « formatosi lentamente fin dai primordi della Chiesa, si propone di designare alla imitazione delle generazioni future uomini per fetti nella vita e nelle opere, testimonianze concrete di quanto lo Spirito di Dio può attuare nel mondo ». Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha solennemente affermato: « La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei Santi, infatti, proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare ».
Ogni Santo proclama « le meraviglie di Cristo » perché « ha cercato di realizzare nella sua vita, nel modo più perfetto possibile e con caratteristiche tutte personali, la vita e la dottrina di Cristo. Purtroppo c'e la tendenza di fare dei Santi solo dei potenti intercessori, ma lasciando prendere il sopravvento a questa loro innegabile caratteristica si cade nel devozionalismo e in talune esagerazioni cultuali che non giovano alla vita spirituale del popolo cristiano. I Santi invece sono anzitutto i prototipi della nostra santità, i maestri più sicuri per raggiungere la pienezza del Cristo, il Santo per eccellenza, i membri più attivi del suo Corpo mistico. I singoli cristiani devono conoscere, per mezzo della vita dei Santi, come si può innestare Cristo sulla natura umana onde ottenere la trasformazione ».
Tutti i nati da Dio, tutti i figli della Chiesa, senza alcuna distinzione ed esclusione, sono chiamati alla santità per il loro battesimo, in virtù del quale, fatti « compartecipi della divina natura », « siamo chiamati figli di Dio e tali realmente siamo », con l'obbligo di rassomigliare al Padre celeste ed esser perfetti come Lui è perfetto', progredendo senza stanchezza nel cammino della perfezione, mediante un'assidua corrispondenza alla grazia che da Lui ci viene senza avarizia.
La Chiesa è santa perché il Cristo, che l'ha amata come sua Sposa, ha offerto se stesso per lei « per santificarla », l'ha unita a sé stesso come suo Corpo e l'ha inondata di Spirito santo. « La volontà di Dio - diceva Paolo ai primi fedeli - è questa: che vi santifichiate », perché Gesù « a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità della vita, di cui Egli stesso è autore e perfezionatore ». A tutti egli ha inviato lo Spirito Santo, che li muova internamente ad osservare il comandamento, nuovo e « suo », di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze di amarsi a vicenda come Egli ci ha amati.
Tutti i cristiani devono vivere « come conviene a santi », a « eletti da Dio, santi e diletti »; tutti i fedeli « di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità », che promuove nella società terrena anche un tenore di vita più umano.
L'antica tradizione cristiana includeva quella che noi chiamiamo « perfezione » nella idea di « salvezza », che significa integrità, santità perfetta, immunità da ogni malattia o difetto. I primi monaci si ritiravano nel deserto per « salvarsi » e Sant'Ignazio Martire successore di Pietro sulla cattedra di Antiochia, educato alla scuola di Giovanni e di Paolo, affermava che il suo martirio gli avrebbe consentito di « essere un vero discepolo » del Cristo 1'. Il martirio, infatti, per l'antichità cristiana, era il più certo e, in un certo senso, l'unico mezzo per raggiungere la perfezione evangelica, perché testimonianza suprema di quell'amore perfetto, che suppone una fede perfetta e comanda tutte le virtù; di quella carità che è « il vincolo della perfezione » 's, forma e compendio di tutta la vita cristiana.
Tutti, dunque, dobbiamo essere divorati dalla fame di santità; sottrarsi alla grazia che sospinge, all'amore di Dio che vuole perfetti i suoi figli, é tradire la propria vocazione cristiana.
Anche nel firmamento della santità « altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle, e perfino una stella differisce dall'altra in splendore », ma tutte narrano, nei cieli e con i cieli, la gloria di Dio.
L'eccezionalità di certe vocazioni, certi vertiginosi eroismi, che i Santi compiono per speciali impulsi di grazia, non esigono, a meno di un medesimo richiamo ed impeto, di essere imitati, ma sono destinati a spronare tutti almeno alla pratica ordinaria della virtù, nei modi e nelle forme possibili nelle varie condizioni e nei diversi stati: « Vi sono bensì vari carismi, ma un medesimo Spirito; e vi sono vari ministeri ma un medesimo Signore; e varie operazioni, ma è il medesimo Dio che opera in ogni cosa in tutti... tutto è operato dall'unico e medesimo Spirito, il quale distribuisce i suoi doni a ciascuno come vuole... In un solo Spirito fummo battezzati noi tutti... e tutti bevemmo di un unico Spirito ».
Charbel fu monaco, e la vita monastica è in germe nella vita cristiana, anche se non a tutti è dato di comprendere l'urgenza di particolari rinunzie'. Il Padre dei monaci, San Antonio Abbate, come racconta Sant'Atanasio (Vita 2-3) volle semplicemente obbedire, senza sottintesi e riserve, al comandamento di Cristo di abbandonare tutto e tutti per essere perfetti e di non affannarsí per il domani. I monaci « sono i cristiani che, per una insigne grazia di Dio, si sono messi nelle condizioni migliori affinché il comune battesimo produca in essi i frutti più abbondanti, il cento per uno, promesso a coloro che fanno l'atto di carità il più grande possibile.
San Giovanni Crisostomo, percorrendo le beatitudini evangeliche, che Gesù proclamò ammaestrando « le folle » di Galilea, afferma: « Ti inganni enormemente se credi che i doveri dell'uomo di mondo sono differenti da quelli del monaco. La differenza tra i due consiste nel fatto che l'uno si sposa e l'altro no ». Ciò vale anche per le altre rinunzie accettate col sacro impegno dei voti.
Tutti sono obbligati dal comune comandamento di Dio ad essere puri in pensieri, parole ed opere, ad essere interiormente distaccati dai beni del mondo; « nessuno può servire a due padroni ».
Dal tempo della vocazione di Abramo e dalla sua esemplare risposta, l'obbedienza a Dio, a Cristo, alla Chiesa, alla legittima autorità umana, è una componente fondamentale della storia della salvezza e l'obbedienza dei religiosi si sviluppa a poco a poco all'interno della forma d'obbedienza comune a tutti i cristiani, in virtù della necessaria imitazione di Cristo, il quale e venuto sulla terra per fare la volontà del Padre celeste e a proclamare beati coloro i quali, obbedendo, diventano sui fratelli e sorelle e, madri.
L'« atletismo » dei Padri del deserto e dei loro seguaci come Charbel, l'impegno totale, lo sforzo eroico e diuturno che essi impiegarono nelle vie della santità, sono un monito oggi, che in mille modi si cerca di spiegare, scusare e addirittura autorizzare la debolezza di volontà e di spirito. L'uomo e stato sempre fragile, ma sempre ha « potuto tutto » con la grazia di Dio, a patto di non renderla « vana ».
Il mondo, ha detto Paolo VI, proclamando San Benedetto Patrono dell'Europa, ha ancora bisogno, oggi, della vita monastica. E’ la « sete di vera vita personale, che conserva all'ideale monastico la sua attualità... Correva l'uomo una volta, nei secoli lontani, al silenzio del. chiostro... ma allora questa fuga era motivata dalla decadenza della società, dalla depressione morale e culturale d'un mondo, che non offriva più allo spirito possibilità di coscienza, di sviluppo, di conversazione: occorreva un rifugio per ritrovare calma, studio, preghiera, lavoro, amicizia, fiducia. Oggi non la carenza della convivenza sociale spinge al medesimo rifugio, ma l'esuberanza. L'eccitazione, il frastuono, la febbrilità, l'esteriorità, la moltitudine minacciano l'interiorità dell'uomo; gli manca il silenzio con la sua genuina parola interiore, gli manca l'ordine, gli rimane la preghiera, gli manca la pace, gli manca se stesso. Per riavere dominio e godimento spirituale di sé, ha bisogno di riaffacciarsi al chiostro ».
Affacciandoci alla solitudine di Charbel, dobbiamo avvertire il desiderio di essere, in Dio, noi stessi, di ritrovarci nella solitudine dell'anima sgombra, per ascoltare le voci dello Spirito.
La vita eremitica alla quale si votò Charbel deve considerarsi come « l'ultima conseguenza della concezione cristiana sulla perfezione e dei mezzi che si debbono adoperare per raggiungerla », ma San Basilio il Grande afferma che, a parte la solitudine materiale, c'è una « anacoresi » indispensabile a tutti i cristiani: la fuga dal peccato, il distacco dalle proprie volontà ed esigenze, che contrastano la volontà di Dio che ci vuole santi.
L'eremitismo è la fuga più completa e vistosa dal mondo, che può compromettere il raggiungimento della perfezione, ma tutti dobbiamo evitare la corruzione del mondo: « Per la sua facilità a insinuarsi anche nelle anime più ferventi e per le segrete complicità che trova in esse, lo spirito del mondo e dannoso in modo particolare per i cristiani che tendono alla perfezione, più dannoso, in un certo senso, delle tentazioni aperte come quelle della collera e della impurità. Infatti, più di tutto il resto, e lo spirito naturale, umano e terreno, che contribuisce a mantenere queste anime nella mediocrità, a infrangere e paralizzare il loro slancio verso la pienezza dell'amore di Dio, indebolendo lo spirito di fede, lo spirito veramente soprannaturale, spingendo a fidarsi dei mezzi umani, degli appoggi terreni, mantenendo quelle sottili forme di amor proprio che arre-
stano la crescita della carità, impedendo la vera libertà interiore, il vero distacco dal creato ».
Per salvare il mondo, per conquistarlo spiritualmente, e necessario, come vuole Cristo, essere nel mondo, ma non appartenere a tutto ciò che nel mondo allontana da Dio; servire il mondo senza esserne schiavo, ma per vocazione d'amore.
Il fatto che Charbel è un monaco e un eremita della Chiesa d'Oriente, ci deve dare la nostalgia, la passione della preghiera e dell'azione, per la riconciliazione dei fratelli separati delle Chiese orientali nell'unità della Chiesa di Cristo, una ed unica.
Nelle comunità cristiane orientali oggi separate e delle quali non poche si gloriano di essere state fondate dagli stessi Apostoli di Cristo, si trovano incalcolabili tesori ai quali l'Occidente ha attinto nel campo della liturgia, della tradizione spirituale e dell'ordine giuridico. I dogmi fondamentali della fede cristiana sono stati definiti in Concili Ecumenici celebrati in Oriente. Le Chiese orientali hanno un profondo, vivissimo amore alla Sacra Liturgia, specialmente eucaristica, e magnificano in splendidi inni la Vergine Maria; quantunque separate, hanno veri sacramenti e in esse « si trovano pure le ricchezze di quelle tradizioni spirituali, che sono espresse specialmente dal monachesimo. Ivi, infatti, fin dai gloriosi tempi dei Santi Padri, fiorì quella spiritualità monastica, che si estese poi all'Occidente, e dalla quale, come da sua fonte, trasse origine la regola monastica dei latini, e in seguito ricevette di tanto in tanto nuovo vigore».
La Provvidenza ha disposto che la prima testimonianza di santità nell'Oriente cattolico dei tempi moderni solennemente riconosciuta secondo le nome stabilite dal Diritto Canonico fosse data dalla fedelissima Chiesa Maronita, che ha la sua culla in quel Libano, le cui antiche e venerande tradizioni religiose Paolo VI, nella sua sosta festosa e suggestiva a Beirut durante il pellegrinaggio in India, ha detto degne di ricordo, di elogio e di apprezzamento. Il Libano, ricco di vitalità cristiana e di slancio nell'umano progresso, è una nazione « nel seno della quale coabitano pacificamente, in un armonioso equilibrio e per il più gran bene della coesione nazionale, le famiglie spirituali più diverse », in uno spirito di pace e di concordia che « suppone uno sforzo costante e meritorio per far trionfare incessantemente i principi di unione, che sono d'ordine spirituale e morale » .
Nel momento in cui il Sommo Pontefice della Chiesa di Cristo glorifica Charbel, ammirato anche da tutte le comunità cristiane orientali, e nella persona e nella vita santa del monaco di Annaya sancisce la validità della tradizione monastica dell'Oriente, sia questo riconoscimento solenne un paterno invito e un affettuoso incoraggiamento per tutti i fratelli separati d'Oriente a glorificare il Padre celeste e il suo Figlio, diventando « una cosa sola » con noi, affinché il mondo creda che il Padre di tutti ha mandato Gesù sulla terra per farci « perfetti nell'unità » e felici nell'amore col quale Egli ha amato il Prediletto e noi.
EPILOGO
Con decreto in data 23 novembre 1965, le due guarigioni presentate all'esame della Congregazione dei Riti per la Beatificazione del Padre Charbel venivano riconosciute miracolose, quindi, il 2 dicembre successivo, era pubblicato il decreto e fissata la solenne cerimonia della Beatificazione nella basilica di San Pietro per la domenica 6 dicembre, antivigilia della conclusione del Concilio Ecumenico.
Da tutto il mondo erano convenuti nel massimo tempio cattolico i Libanesi esultanti. La Missione ufficiale del Libano era guidata dall'Ecc.mo Dott. Alfredo Naccache, ex Presidente della Repubblica, e formata da S. E. Nazem Accary, ex Presidente del Consiglio dei Ministri (musulmano), e da S. E. il Dott. Nagib Dahdah, Ambasciatore presso la Santa Sede.
Era pure presente una Delegazione del Parlamento Libanese, con a capo il Presidente della Camera dei Deputati S. E. Sabri Hamadé (musulmano-sciita) e formata da quattordici Deputati rappresentanti tutti i Riti e tutte le circoscrizioni; una Delegazione ufficiale della Stampa libanese con ventun giornalisti; una Rappresentanza del Consiglio Municipale di Beirut, con a Capo il Presidente Signor Amin Beyhum (musulmano); la Delegazione del Consiglio Supremo della Comunità Maronita di Beirut; le Delegazioni popolari e pellegrinaggi di Zghorta (Libano Settentrionale), di Beyrouth (ventisette gruppi), del'Monte Libano (quattro gruppi), del Messico, dell'Argentina, del Brasile, della Francia, del Senegal, della Costa d'Avorio, di Gerusalemme (Religiosi e Religiose appartenenti a tutti gli, Ordini e Missioni cattoliche d'origine maronita). Presente anche una Delegazione Alaouita, presieduta dal giornalista Jamil El Alì.
Nel corso della funzione antimeridiana, alla presenza di diciotto Cardinali componenti la S. Congregazione dei Riti, del Capitolo Vaticano e di una grande folla, veniva letto il Breve della Beatificazione, che comincia con le parole del profeta Isaia: Gloria Libani, e subito dopo, tra il commosso e devoto entusiasmo dei fedeli, veniva tolto il velario che ricopriva la « Gloria » del nuovo Beato nella raggiera del Bernini, ed erano scoperti gli arazzi rappresentanti i miracoli avvenuti a intercessione del Beato. Quindi il Cardinale Patriarca Paolo Pietro Meouchi iniziava la solenne santa Messa in Rito Maronita, concelebrata con otto arcivescovi e vescovi Maroniti e i Superiori Generali degli Ordini Antoniani Libanesi.
Nel pomeriggio, il Santo Padre scese a venerare in San Pietro il Beato Charbel. Gli facevano corona trentanove Cardinali e una moltitudine di dignitari ecclesiastici e laici, di clero e di fedeli. Tra la folla, che in simili occasioni suole gremire la basilica, questa volta spiccavano in gran numero i prelati e gli ecclesiastici orientali dei diversi Riti, segnati a dito con gioia ed ammirazione da tutti. Erano intervenuti anche gli Osservatori Delegati al Concilio Ecumenico e i due miracolati Suor Maria Abel Kamari e Alessandro Oubeid.
Dopo la benedizione eucaristica e l'offerta dei tradizionali doni da parte della Postulazione della Causa, guidata dal Padre Abdelahad Shahin, il Santo Padre Paolo VI si recava all'altare papale per ascoltare un devoto indirizzo di omaggio con il quale il Cardinale Patriarca Meouchi Lo ringraziava a nome della Chiesa Maronita e della Nazione Libanese. In risposta il Papa pronunziava la seguente allosuzione, che traduciamo dal francese: « Grande e oggi la letizia nel Cielo e sulla terra per la Beatificazione di Charbel Makhlouf, monaco ed eremita dell'Ordine Libanese Maronita! Grande è la gioia dell'Oriente e dell'Occidente per questo figlio del Libano, mirabile fiore di santità, sbocciato sul ramo delle antiche tradizioni monastiche orientali e venerato oggi dalla Chiesa di Roma!
Come questa gioia non esulterebbe prima di tutto nei cuori dei figli di San Marone? È ciò che affermava con tanta forza il Nostro venerabile Fratello, il Cardinale Paolo Pietro Meouchi, con parole profonde, delle quali vivamente lo ringraziamo. Per l'Ordine Maronita e per i cattolici del Libano, questo giorno è veramente un gran giorno. Perciò ci e grato salutare anche i membri della Delegazione che il Governo libanese ha ben voluto inviare nella presente occasione, come quelli delle altre delegazioni. Noi siamo sensibilissimi a questo delicato gesto, e la presenza di queste personalità evoca irresistibilmente al Nostro spirito l'accoglienza che l'intero Libano, senza distinzione di razza o di religione, ci riservò or non e molto, in occasione del Nostro scalo a Beirut, sul cammino di Bombay. Che tutti siano ringraziati di gran cuore.
La riunione di tanti figli e figlie del nobile Libano - crocevia privilegiato e punto d'incontro tradizionale tra l'Africa, l'Asia e l'Europa - presso il sepolcro glorioso di Pietro, sottolinea l'importanza dell'atto compiuto dalla Chiesa. Ecco che al termine del secondo Concilio Ecumenico del Vaticano, un eremita della montagna libanese e iscritto nel numero dei Beati, primo confessore dell'Oriente portato sugli altari, secondo la procedura attuale della Chiesa cattolica. Quale simbolo dell'unione tra l'Oriente e l'Occidente! Quale segno di fraternità ecclesiale tra i cristiani del mondo intero. Quale onore anche, reso con gioia dalla Chiesa di Roma alla Chiesa Maronita e, attraverso essa, alle Chiese Orientali! Un nuovo membro eminente della santità monastica viene ad arricchire col suo esempio e la sua intercessione l'intero popolo cristiano.
Esempio e intercessione più che mai necessari. Il beato Charbel, figlio d'una numerosa famiglia e ben presto orfano, dopo aver trascorso presso i suoi i primi anni di vita nel villaggio natale, ha sentito 1'ímperiosa chiamata del Signore. Abbandona allora di notte la famiglia ed entra nel monastero di Maifuk, poi in quello di Annaya.
Dopo aver progredito nella virtù durante una ventina d'anni, di vita monastica, si applica poi, per ordine dei superiori, alla vita eremitica. Durante questo tempo di vita religiosa, egli ha dato l'esempio di una vita centrata sulla celebrazione della Messa, sulla preghiera silenziosa dinanzi al Santo Sacramento, sulla pratica eroica delle virtù di obbedienza, di povertà e di castità.
Noi siamo felici, dopo la Beatificazione recente di Jacques Berthieu, missionario gesuita e martire, di presiedere oggi quella di un monaco tutto dedito alla contemplazíone. Mentre termina il Concilio e tanti fedeli si preoccupano giustamente di ciò che la Chiesa dovrà fare per affrettare l'avvento del Regno di Gesù, come e opportuno che il beato monaco di Annaya venga a ricordarci il compito indispensabile della preghiera, delle virtù nascoste, della mortificazione. Alle opere apostoliche, la Chiesa deve aggiungere focolari di vita contemplativa, dai quali la lode e l'intercessione salgono verso Dio come profumo di gradevole odore.
Tali sono alla fine gli insegnamenti che si ricavano per ciascuno da questa cerimonia. Che il Beato Charbel ci trascini al suo sèguito sulle vie di una santità nella quale ha il suo posto di vita silenziosa alla presenza di Dio. Che egli ci faccia comprendere, in un mondo troppo affascínato dalla ricchezza e dalle comodità, il valore insostituibile della povertà, della penitenza, dell'ascesi, per liberare l'anima nella sua ascesa verso Dio. Certo, la pratica di queste virtù è diversa secondo lo stato di vita e le responsabilità di ciascuno, ma nessun cristiano può dispensarsene se vuole camminare dietro Nostro Signore. Queste sono le alte lezioni che ci dà così opportunamente Charbel Makhlouf. Perché esse siano comprese e messe in pratica, Noi invochiamo su tutti, per l'intercessione di questo nuovo Beato già così venerato, una larga effusione di grazie e vi benedicíamo paternamente ».