G. C R U X

 

EGO TE ABSOLVO

 

SATANA... PECCATI. . .VIRTÙ.....


CURIA VESCOVILE - FOGGIA

 

Imprimi Potest

 

Fodiae die 7 octobris 1961

 

PAULUS CARTA

 

Episcopus Fodianus

 

 

ALL'ADORABILE DIO SPIRITO SANTO

SPIRITO DI SAPIENZA E D'INTELLETTO

SPIRITO DI CONSIGLIO E DI FORTEZZA

SPIRITO DI SCIENZA E DI PIETA’ ,

E DEL TIMOR DEL SIGNORE

E

ALLA VERGINE MADRE

SUA IMMACOLATA SPOSA

MADRE AMMIRABILE,

RIFUGIO DEI PECCATORI

OFFRO

CON CUORE CONTRITO

QUESTO

PICCOLO LAVORO


PREFAZIONE

 

Nulla si trova di nuovo in questo mode­sto opuscolo, fatto per i semplici fedeli e senza pretese di istruzione. Come un mazzo di fiori ho raccolto in forma sintetica le di­sposizioni, gli insegnamenti della Dottrina Cristiana intorno alla S. Confessione, spie­gando sopratutto la natura del peccato ed il modo di correggerlo. Osservo le originali espressioni del catechismo nella definizione della Teologia.

Spesso si sente dire: « lo non ho peccato, non so che cosa devo confessare » . Certo questa non è un'espressione dei santi, ma delle anime che non conoscono se stesse e la strada giusta per la vita eterna. « Via che è lunga per distanza, penosa per le difficol­tà e pericolosa per la fragilità umana e per l'astuzia dei nemici ». (Agreda)

Come il Codice della Strada prescrivendo delle regole garantisce all'automobilista sia sicurezza del viaggio, così i dieci Comanda­menti di Dio ed i precetti della Chiesa ser­vano come un faro nelle tenebre del mondo ad illuminare i nostri pensieri, i nostri de­sideri, le nostre azioni secondo la Volontà di Dio e secondo le vedute della fede.

Non incolpiamo lo specchio se la nostra faccia è brutta, dice il proverbio. Vale anche per l'anima. La colpa è solo nostra che non abbiamo specchiato abbastanza l'anima no­stra nello specchio dei Comandamenti. Se ci siamo specchiati solo in penombra, senza il lume dello Spirito Santo, se siamo rimasti abbagliati dal nostro amor proprio, che abilissimo sa nascondere i nostri difetti; fa  vedere l'anima nello specchio secondo la nostra fantasia e non  secondo la realtà della nostra colpevolezza davanti al Tribunale di Dio. La negligenza o la mancanza di coraggio do guardare la propria faccia e di conoscere veramente « se stessi » può essere fatale a tante anime. Ricordiamo s. Teresa di d’Avila che in una visione vide cadere, come fiocchi di neve tra le fiamme dell'inferno le anime di molti cristiani confessati spesso, ma senza aver preso sul serio il Sacramento della confessione.

 « Nell'anima di ogni uomo sonnecchia il peccatore e il santo. Il compito è di paralizzare il primo e infondere energie al secondo. Si abbia il coraggio di meditare analizzare e riconoscere i propri peccati e guarire in tempo le piaghe col Sangue del Redentore nella S. Confessione. Cosi camminan­do si progredisce sempre più; come dice s. Paolo: « Tutta la Volontà di Dio si rias­sume in questo: « Siate santi e astenetevi dall'impurità, sappiate mantenere il vostro corpo nella santità, nell'onestà, non lascian­dovi dominare dalle passioni disordinate, come fanno coloro che non conoscono Iddio. Negli affari nessuno usi violenza o frode a danno del fratello, perché il Signore fa giustizia di tutte queste cose » . (S. Paolo, Ts. 4 - 17).


 

PARTE I

 

SATANA NELLA VITA DELL'UOMO

 

LE DUE CASE

Tra le pittoresche colline di Viterbo, nel silenzioso convento di Montefiascone apparve Gesù alla venerabile Abadessa D. Ce­cilia Baij nel secolo XVIII°, e come una volta sul Lago di Genesaret, istruì con evangelica semplicità la Sua diletta sposa e per mezzo di lei parla anche a noi. «Osserva Maria il cielo ed osserva l'inferno! Vedi questi due luoghi? Queste sono le case dell'eternità dell'uomo. In una di queste deve andare; non vi è altro, e dove andrà ivi starà eternamente. Osserva bene, quanto ci vuole per andare sia nell'una che nell'altra.

Vedi come queste due case nel loro giro son rotonde, senza principio e senza fine. Da questo devi sapere che sono eterne. Chi desidera andare all’eternità beata, gli con­viene volare, perché va verso l'alto, e non ferma  mai il suo volo, altrimenti corre pe­ricolo di cadere in basso.

Le ali per volare sono il desiderio vee­mente di arrivare alla beata eternità. L'ani­ma che ha desiderio di entrare nella Casa paterna dirige il suo volo verso di essa, e supera tutti gli ostacoli che si oppongono; Ma chi non ha desiderio, e desiderio veemente, non ha ali per volare, come la bestia cammina e questo suo cammino è molto pe­ricoloso, si fermerà dappertutto, vi giun­gerà giammai, conoscerà gli impedimenti che la trattengono.

Osserva poi, come in questa casa si entra per di sopra, e non di sotto, come nella casa dell'eternità infelice; ciò significa, che è molto difficile entrarvi, mentre in quella giù in basso è molto facile, perché ci si corre a precipizio.

Non entra lassù chi è gravato di colpe, chi è imbrattato di fango, di terra, ma chi è puro.

Guarda un poco adesso quelli che vanno giù in quella eternità di pene! Come essi corrono a precipizio! Non considerano per nulla le lo­ro miserie, Purché sazino i loro appetiti, poco si curano delle loro disgrazie. Guar­da con che facilità corrono a precipitarsi dentro. La porta di questa casa sta in un abisso e gli incauti vi cascano dentro. Sen­za neppure avvedersene si trovano in quella eternità di miserie, precipitati in quell'abisso senza poterne più uscire. Precipitano con tanta facilità, perché sono gravati dal peso formidabile del peccato e dell'iniquità,

Oh che gravi preoccupazioni sono quelle degli uomini! Sanno benissimo che una del­le due sorti toccherà loro infallibilmente. Non vi è via di mezzo: o un'eternità beata, o un'eternità di tormenti! Eppure la mag­gior parte degli uomini corre a precipitarsi in quell'abisso di miserie.

Anime che non hanno voluto amarmi, an­zi temerariamente offendermi.  Si son  fatte beffa dei miei  Comandamenti, derelitti, della mia legge, e da sé stessi han voluto perire. In quel luogo non ci vanno ceh le anime che ci voglio anadre. Ora dopo morte « con urli e stridore di denti conoscono il loro errore, la loro vita fallita e mandata a monte, bevendo odio come acqua.

Ogni ricordo di cose,vissute o sapute,  ogni grazia sprezzata diventa una fiamma pungente. Si risvegliano dal narcotismo della vita con la quale satana l'ha tenute ad­dormentate. Ma adesso non v'è più tempo. Conviene loro andarsene a loro dispetto, mentre questo stato, lo. Hanno voluto sinché sono     vissute.            Quell’anime   ora            fanno gran strepito e molta resistenza; eppure non giova loro nulla. I demoni feroci ve le precipitano a forza con grande rabbia e tra indi­cibili ,strazi; Oh che grande disgrazia per quelle anime infelici. I, tormenti più fieri stanno dentro e son preparati conforme ai delitti di cui si son rese ree al Mio Divino Cospetto. La rabbia e la fierezza dei demoni verso di esse procede dall'odio implacabile che quegli spiriti ribelli hanno verso le anime; e dal momento che stanno quelle misere in loro balia, in eterna schiavitù, fanno loro tutti quegli strazi che sa inventare la loro fierezza e malvagità.

Oh..quanti sono pochi quelli che liberi dalle cure mondane, procurano di innalzare il vo­lo all'eternità beata! Quanti son pochi quei cuori che desiderano di arrivare a possedere quel bene per il quale sono stati creati!

Ve ne sono quelli che lo desiderano, ma il loro desiderio non è profondo, solo velleità, non operano come dovrebbero. Attenti perché si tratta di una cosa troppo importante! Non fare che tu abbia a trattenere il  tuo volo, neanche per un momento dimen­ticando il tuo ultimo fine, perché in quel mo­mento potresti precipitare.

Lavora senza mai stancarti per la tua eterna salute. Il riposo non l'hai da prendere in questa vita mortale, ma ti riposerai e godrai  ogni felicità nella casa della tua beata eternità. Fa da parte tua tutto quello che sai, che devi, e che puoi, e non dubitare. IO sono il tuo Gesù, sempre mi troverai pron­to in tuo aiuto! Amore, Desiderio, Speranza certa siano i poli sui quali fissi la tua men­te e si fermi e stabilisca il tuo cuore » .

 

LE DUE STRADE

 

 

« Entrate per la porta stretta, perché lar­ga è la porta e spaziosa la via che mena al­la perdizione, e molti sono quelli che entra­no per essa! ».

« Quanto angusta è la porta e stretta la via che mena alla vita, e quanto son pochi quelli che la trovano! » (Mt. VII. 13). Con queste parole evangeliche, Gesù in un'altra visione si degna mostrare alla sua fedele serva Abadessa Baij, le due strade che conducono alle due eternità.

« Vedi Maria questa grande strada, che poi si divide in due. Una erta e spinosa che termina al cielo, e l'altra larga e fiorita che va a terminare nell'abisso infernale.

La strada così vasta che tu vedi è la strada dove camminano tutti i mortali dal principio della loro vita sino all'uso della ragione e nello stato dell'innocenza. Ma appena son giunti all'età della ragione (per la legge di Dio essa è di 7 anni compiuti) e sono capaci di malizia e peccato, virtù e opere buone, questi allora entrano in una di queste due strade, né possono farne a meno, perché sino a questa età dura la strada comune. Poi si divide, ed ognuno sceglie lo stato che vuol tenere, la via che vuol seguire, cioè o lo stato di Innocenza, e questi si sceglie la via aspra e dura ai sensi, ma invero molto dilettevole e gustosa allo spirito. « Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero » ( San Matt. 12-7).

Oppure si sceglie lo stato di colpa o mali­zia, la via larga e spaziosa, molto dilettevole alla vista ed al senso, ma invero assai aspra ed amara allo spirito.

« E perché questa via così larga e bella è tutta piena di fiori e quella erta ed angusta è tutta lastricata di spine? » chiede Maria Baij.

« O figlia - risponde Gesù - vedi quei fiori quanto allettano e quanto vaghi sem­brano alla vista! Or sappi, che tra quei fiori vi son mischiate spine acutissime, velenosi animali che mordono chi li calca.

All'incontro vedi quelle spine di cui è la­stricata la via che conduce al cielo. Quelle sono spine senza punta, perché le ho calca­te prima lo in tuta la loro asprezza, ed ho lasciato ai miei seguaci il facile e dilettevole; onde quelle spine non pungano più, ma son dilettevoli e gustose alle anime amanti.

Tra quelli che camminano per la via aspra ed angusta vi sono i loro Angeli Custodi, che li vanno confortando, asciugando il su­dore degli sforzi e delle penitenze per evitare il peccato, li consolano nelle afflizioni, li ani­mano nella sofferenza, li sostengono affinché non cadano, li accompagnano sempre, né mai li lasciano.

Per il contrario, tra quelli che corrono per la via che conduce all'inferno vi sono dei demoni, che li vanno sferzando, dando loro travagli, amarezze, rancori, ed altre in­quietudini, per indurli alla disperazione, ché finché vivono sempre stanno con timore di perderli, e Poi è proprietà del nemico inter­nale strapazzare i suoi seguaci come padro­ne crudele e tiranno feroce. Guai a chi vive sotto il suo dominio. A quante miserie e disgrazie è soggetto. Anzitutto alla perdita irreparabile dell'anima, la disgrazia maggiore ,che possa avere un'anima, quella cioè di perdere il suo Dio per sempre, il più crudele tormento dei poveri dannati »

 

 

Per me si va ne' la città dolente,

Per me si va ne l'eterno dolore,

Per me si va tra la perduta gente.

 

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina potestate,

la somma sapienza e l'primo amore.

 

Dinanzi a me non fuor cose create

se non eterne, e io eterna duro.

 

LASCIA TE OGNI SPERANZA VOI CH'ENTRATE ! »

 

Dante. Canto III

 

L'inferno si può sbagliare a disegnarlo e descriverlo, ma non si esagera mai. E' come un coltello. Fintantoché il coltello giace sul­la tavola, lascia freddi. Si vede quanto è af­filato, ma non lo si prova. Immergi il coltel­lo nella tua carne ti metterai a gridare dal dolore. Così l'inferno. Nessun mortale lo co­nosce in realtà, finché la parola di Cristo Giudice non lo ricaccia in questo eterno do­lore: « Via da me, maledetti, nel fuoco eter­no! » Il fuoco non significa tormento della coscienza, ma vero fuoco materiale che bru­cia senza consumarsi.

La Sacra Scrittura descrive l'inferno come un carcere, nel quale i dannati vengono violentemente rinchiusi. (II Petri c. 2-4).

Un luogo di oscurità e di tenebre, dove non ci sarà che pianto e stridore di denti. (San Matt; 12-13).

Uno stagno di fuoco e di zolfo, come il luogo dei tormenti. (Apoc. XX)

Una fornace di fuoco inestinguibile (S. Matt. 24-41)

Saranno tormentati giorno e notte nei se­coli dei secoli. (Apoc. XX. 10).

Il fuoco punirà la carne dell'empio. (Eccl. 7. -19.)

Tutte queste pene, compreso le tenebre, le grida, la puzza, sono semplici bagattelle di fronte al dolore dell'anima che ha perduto il suo Dio, da Lui rigettato e maledetto per sempre. S. Agostino dice: « Se i dannati go­dessero la vista di Dio, non sentirebbero pena alcuna, e lo stesso interno si cangereb­be in paradiso ». Il dannato ha perduto un bene infinito che è Dio, e così secondo San Tommaso sente una pena e dolore in certo modo infinita. Questa pena si sentirà per tutta l'eternità. Si tratta di patire sempre gli stessi tormenti nella durata e nell'intensità. I cattolici dannati soffrono di più che quelli delle altre religioni, perché essi, ricevettero di più e calpestarono più grazie e più luce. « E' diventato perpetuo il mio dolore, la pia­ga mia disperata » (Jer. 15-18)

Se un angelo dicesse ad un dannato: « uscirai dall'inferno, ma quando saran passati tanti secoli quante sono le gocce dell'acqua, le foglie degli alberi, e le arene del mare, il dannato farebbe più festa d'un mendico che riceve la notizia di essere fatto re » . Si, per­ché passeranno tutti questi secoli, si molti­plicheranno infinite volte, e l'inferno sarà sempre all'inizio. La tromba del Giudizio Universale si sentirà solo per confermare questa sentenza: ( sempre, mai! Sempre mai. ».

Tra questi dolori e stridi sarà un tormen­to pensare a quanto poco ci sarebbe voluto per salvarsi. Il gaudio del peccato così breve,la vita fuggita come ombra del mattino. «( Er­ba è tutta la carne, e tutta la sua gloria è come il fiore del campo. L'erba secca e il fiore cade. ») (Is. 40. 4.)

Il dannato non è più libero di pensare ciò che vuole e come vuole, ma come un osses­so deve ripetere a sé le stesse cose e medi­tare il proprio fallimento dicendo: «( Se io mi mortificavo a non guardare quell'oggetto, se vincevo quel rispetto umano, se fuggivo quell'occasione, quel compagno, quella con­versazione... non mi sarei dannato! Ho pro­posto tante volte di farlo, ma non l'ho ese­guito, oppure ho cominciato a farlo ma poi l'ho tralasciato e perciò mi son perduto.

« La mietitura è passata, l' estate è finita e noi non siamo stati salvati ». (Jer. 8.-20.) Oh che fatiche ho fatto per dannarmi.... potevo essere sempre felice! « Davanti all'uomo sta.la vita e la morte, il bene e il male e gli sarà dato quello che egli sceglierà. (Eccl. 15-18).

Oggi vi sono tanti accecati e a tal punto da negare perfino l'esistenza dell'inferno. A questi ripeto qui una ricetta usata da un san­to confessore come racconta il Sac. Luigi Chiavarino nel suo bel libro: « Confessatevi bene ».

Un ufficialetto, per accontentare la mam­ma  e la sorella, va a fare la Pasqua.

« Padre, io non credo e me ne rido ». Dunque, voi ridete della Religione e dei Sacramenti? »

« Si, Padre, della Religione e dei Sacramen­ti io me ne rido ».

« Quando è così, capirete anche voi che io non posso assolvervi, né mandarvi alla Comunione » .

«Eppure, la Comunione debbo farla per accontentare la mamma e le sorelle » .

« Bene, dite loro che il Confessore vi ha imposto di fare prima la penitenza. Farete quello che dico e poi ritornerete. Voglio che lo promettiate da buon soldato » .

« Sarà come volete; farò la penitenza; e quale? »

«In queste tre sere rinuncerete ad ogni divertimento, ed appena a letto. direte: « Dio mio, io credo in Voi, ma della Vostra religio­ne e dei Vostri Sacramenti io me ne rido. Credo in Voi, ma della morte e del giudizio io me ne rido. Credo... ma dell'inferno e del­l'eternità io me ne rido. »

l'effetto fu ottenuto. Il pensiero dei no­vissimi fece ravvedere quel militare che in fondo aveva ancora la fede, assopita dalla cattiva vita a cui si era dato, e di cui in faccia a Dio, alla morte ed all'eternità, si vergognava.

Nei nostri giorni non solo un povero uf­ficialetto « ride » della morte e dell'inferno, ma milioni di uomini e di donne traviati dal­le dottrine materialiste ed esistenzialiste ­ripetono: « godiamo, godiamo! La vita sta tut­ta  qui. ».

Satana in ogni epoca trova mille modi per ingannare i figli di Adamo, ma mai come nel nostro secolo è riuscito ad ingannare la massa, levando a popoli interi la fede. Nella vita privata, invasa da televisori, circoli, gi­te, fumetti, riviste, l'uomo non ha più nem­meno un minuto per ragionare sugli scopi della sua esistenza. Dovrà poi per tutta l'e­ternità pentirsi della sua insensatezza. E satana ghignerà:

« Degli uomini me ne rido... me ne rido... credono più al mio inganno, a me che non prometto  loro nulla, che al loro Creatore e alle Sue Promesse ».

«Concepiste paglia, partoriste stoppa, il soffio farà una fiamma che vi consumerà ». (Is. 33.)

 

 

IL RICCO EPULONE

 

Un'anima dannata, come si legge nel libro: «Lettera dal mondo di là » in sogno si la­menta amaramente con la sua amica: « Per­ché tu non mi hai ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, che Cristo manda, immediatamente dopo la morte l’uno afflitto all'inferno e l'altro in paradiso?

Ecco la parabola raccontata dal Creatore stesso dell'inferno, per chi ancora dubitasse della sua esistenza e della giustizia divina.

« V'era un uomo ricco, il quale si vestiva di porpora e di bisso e faceva ogni giorno sontuosi banchetti. E vi era un mendico di nome ,Lazzzaro, il quale pieno di piaghe giaceva all’uscio del ricco, bramoso di satollarsi delle briciole che cadevano dalla mensa del ric­co, e niùno gliene dava: solo i cani andava­no a leccargli le piaghe.

Ora avvenne che il mendico morì, e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo. Mori anche il ricco, e fu sepolto nell'inferno.

Questi alzando gli occhi mentre era nei  tormenti, vide da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno, esclamò e disse:

« Padre Abramo, abbi misericordia di me e manda Lazzaro, che intinga la punta del suo dito nell'acqua per rinfrescar la mia lingua, perché io spasimo in questa fiamma. Abramo gli disse: « Figliuolo, ricordati che tu hai ricevuto del bene nella tua vita, e Lazzaro similmente del male: adesso egli è consolato e tu sei tormentato. E oltre a tutto questo un grande abisso è posto tra noi e voi onde chi vuol passare di qua a voi non può, da codesto luogo tragittare fin qua.

Ed egli disse: « io ti prego dunque, o padre che tu lo mandi a casa di mio padre. Perché ho cinque fratelli, per avvertirli di queste co­se, affinché non vengano anch'essi in questo luogo di tormenti ».

E Abramo gli disse: « Hanno Mosè e i pro­feti, ascoltino quelli! »

Ma egli disse: « No, padre Abramo: ma se un morto andrà ad essi, faranno penitenza ». Ed egli gli disse: « Se non odono Mosè e i profeti: nemmeno se risuscitasse uno da mor­te. crederanno». (S. Luca 16-19).

 

LOTTA CONTRO IL NEMICO INVISIBILE

 

«Porrò inimicizia fra te e la Donna, fra la tua stirpe e la stirpe di Lei » (Gen. 3-15). Con queste parole divine, iniziò la lotta tra la Luce e le tenebre, tra i seguaci di Cristo ed i seguaci di satana. San Paolo dice: « Non dobbiamo lottare contro carne e sangue, ma contro spiriti malvagi ». (Eph. 6-12)

Vantaggio di satana è che lui è invisibile e gli uomini si dimenticano di temerlo. Sa­tana è cacciatore furbo ed instancabile, la sua arma è la slealtà e l'inganno, sa fabbricare trappole d'ogni genere, per tutti i gu­sti e per i vari bisogni, poi le sparge a piene mani, qua e là, dovunque passi un'anima,. quante vi cascano!

Tra i cristiani sono pochissimi quelli che cercano di conoscere l'insidia del fiero ne­mico e si preparano a sostenere virilmente la battaglia e riportare con la grazia di Dio, vittoria in questi assalti infernali. Molti, co­me fanciulli, si mettono a giocare con il fuo­co, o vogliono andare alla caccia del leone, col fucile dei ragazzi, svalutando l'astuzia, l'insistenza e la vigilanza di satana. Altri in­vece danno adito al nemico con il peccato e trattenendosi con esso, gli danno modo di as­saltarli, e trovandosi privi di forze, per non aver pregato abbastanza, restano vinti e su­perati.

« Il diavolo si contenta di poco, di una pic­cola occasione, per poter poi ottenere il suo 1ntento ». (S. Giov. Crisostomo)

,Cristo, contro ogni opera di satana quale è il peccato, sentì tale obbrobrio che lo fece sudare sangue per la ripugnanza. E noi ri­maniamo indifferenti. Non pensiamo che il demonio è come un gatto che gioca con il topolino. Ci rincorre, ci atterra, ci immerge nella sua immonda bava, ( cioè fa moltipli­care il peccato,) dopo ci rilascia ogni tanto, (l'apparente felicità e pace dell'anima nel peccato mortale), per divorarci più crudel­mente nel momento della morte. Arrivati nèll'inferno ripeterà per tutta l'eternità: « Non lamentarti d'essere stato ingannato, ma d'esserti lasciato ingannare! »

Il demonio si può paragonare nel suo la­voro anche al ragno che con cura sceglie il luogo per tessere la sua tela con grande pa­zienza. N ella bocca già sente il sangue caldo delle imprudenti mosche che troveranno la morte nella sua tela. Così satana studia ac­curatamente e con precisione, inclinazioni, carattere, situazioni morali e sociali, il luogo che frequenti e le persone che conosci, per farti cadere nella sua tela tesa e preparata per la tua perdizione.

Stoltezza umana che ci fa odiare spesso il nostro prossimo per pura antipatia o altre c Sciocchezze. E non ci sforziamo mai di odiare il nostro unico e mortale nemico che giorno e notte insidia la vita del corpo ed oltr;e quello, la vita immortale dell'anima. Non ruba solo valori di qualche milione, ma ruba Dio stesso che è infinito, il Sommo ed Unico Bene, la vera ricchezza, che vale più dell'universo.

Dio generosamente soccorre con la Sua Grazia l'anima così insidiata ogni qualvolta l'anima Lo invoca e protesta di non voler acconsentire alle suggestioni ed agli assalti del nemico infernale, e con animo veramente deciso rinunzia a tutto ciò che il demonio può eccitare in lei, di male, tanto per suggestione quanto con fatti. Satana insidia senza eccezione ogni anima e non soltanto, sacerdoti, suore e altre anime elette e pie. Questo libretto è fatto per le anime semplici e senza istruzione speciale. Credo non sarà inutile conoscere un di più la tatt­ica di satana, per consentire così ad ogni cristiano di difendere più valorosamente la propria anima

 

IL CAMPO DELLA LOTTA TRA DIO E SATANA

 

Il campo della lotta tra Dio e satana è l'a­nima umana. E' in essa che si svolge in ogni momento della nostra vita questa lotta.

E' n2cessario che l'anima sia rivestita di Gesù Cristo, della Sua verità e virtù, dello scudo della fede, della parola di Dio, per vincere sì potenti nemici. Per essere rivestiti di Gesù Cristo è necessario morire a stessi. Dio permette la tentazione per acquistare virtù e meriti per il cielo e per trionfare sul demonio. I demoni, angeli caduti all'inizio della .creazione, si contano a milioni. Girova­gano per la terra, « densi come uno sciame di moscerini », e noi neanche ce ne accorgiamo. S. Pietro dice del demonio: « il vo­stro avversario vi gira attorno come un leone ruggente cercando chi divorare. (I. Petr. V. 8.) Il ruggito non significa che satana faccia molto strepito con le sue tentazioni, ma piut­tosto esprime la cupidigia con cui egli cer­ca di rovinare l'uomo.

La presenza dei demoni si rileva dall'effet­to, secondo S, Antonio di Padova: « L'anima si sente eccitata all'odio, alla noia, al dispet­to, indolenza,i demoni fanno sì che la vir­tù, l'onestà, ti stanchi, ecc, »

 

QUALE E'  IL POTERE DI SATANA?

 

 

« Il demonio può operare direttamente sul corpo, sui sensi esterni ed interni, in parti­colare sulla fantasia e sulla memoria, come pure sulle passioni.

In questo modo satana può agire indiret­tamente sulla volontà, che da vari moti della sensibilità, è sollecitata a dare il suo con­senso al peccato. » Tuttavia come osserva S. Tommaso « essa resta sempre libera di acconsentire o re­sistere a questi movimenti e moti della pas­sione. » (Tanquerey.)

Il demonio non può rapire mai la libera volontà nemmeno a coloro che si danno al suo influsso e non può agire mai direttamen­te, ma influisce gagliardamente. Sulle persone in peccato mortale.« Se ci sono pochi osses­si esternamente, di ossessi internamente ce n'è un formicaio. » In pena della loro metodica apostasia da Dio, Questi permette che il maligno si annidi in essi.

Il potere del demonio è quello della na­tura angelica, molto superiore a quello dell'Uomo. Ogni angelo caduto conserva la sua propria natura. Egli ha perduto solo la gra­zia santificante. Come un uomo in peccato mortale conserva intatta la sua natura umana. Ora la natura angelica, nella sua perfezione e sublimità, comprende anche la fa­coltà di fare miracoli con la propria forza, come la natura umana con la sua intelligen­za costruisce ponti, motori, lo sputnik, sen­za intervento di Dio o della grazia santi­ficante. Ma Gesù stesso nel Suo S. Evan­gelo ammonisce.. « non gli credete. per­chè sorgeranno falsi cristi e falsi profeti (amici ed apostoli di satana) che faranno segni e prodigi tali, da sedurre se fosse pos­sibile, anche gli eletti. State dunque attenti: ecco, lo vi ho predetto tutto. » (S, Marco 13. - 14.)

 

Secondo Lèpicier: « L'Angelo può senza la cospirazione di altre cause, trasportare da luogo a luogo corpi anche pesantissimi egli può alzarli e tenerli sospesi in aria per un tempo indeterminato può sconvolgere e met­tre a soqquadro villaggi e città,' può agitare pesanti sostanze e metterle in collisione tra loro  causare terremoti, e sollevamenti nel mare; può suscitare tempeste ed uragani, fermare il corso dei fiumi ed anche, se lo voglia, dividere le acque dell'oceano.

 

Può inoltre l'Angelo, coll'uso di mezzi adat­ti, come di sostanze risplendenti da noi for­se sconosciute, le quali proiettino all'inter­no sprazzi di viva luce, cagionare effetti me­ravigliosi di ottica, e così con opportuna combinazione di ombre e luce, produrre for­me e rappresentazioni fantasmagoriche.

"Può ancora, senza l'aiuto di alcun istrumenti della materia, far sentire dolci me­menti della materia, far sentire dolci me­lodie, ovvero suoni strani, come sarebbero colpi ripetuti, o subitanee esplosioni. Egli può addensare le nubi e causare lampi e tuoni; può sradicare alberi giganteschi e di­struggere edifici; può ridurre in brandelli stoffe e panni. Può spezzare le rocce più dure e le più consistenti. Può dare ad og­getti determinate forme e fogge differenti da quelle proprie della loro natura.

Benché il potere del demonio sia molto esteso sulle facoltà sensibili e sul corpo, questo potere è limitato da Dio, che non gli permette mai di tentarci sopra le nostre forze e, come Padre amoroso non permette che perdiamo un sol capello della nostra testa senza il Suo permesso. Chi dunque s'appoggia su Dio con umiltà e confidenza d sicuro di riuscire vittorioso!

Contro tutte le potenze di satana è effi­cacissima la preghiera a S. Michele Arcan­gelo: « Esorcismo contro satana e gli angeli ribelli, » composto dal Papa Leone XIII . ad uso dei semplici fedeli.

La recita devota del S. Rosario batte, vin­ce e distrugge tutti i demoni dell'Inferno,

come vide S. Giovanni Bosco in una visione. S. Agostino dice: ( Se il diavolo di sua iniziativa potesse qualcosa, non resterebbe un uomo sulla terra.)

 

LE ORE PREFERITE DI SATANA

 

Satana ci tenta in ogni ora della gior­nata, ma le sue ore preferite come principe delle tenebre, sono quelle della notte. In quelle ore i demoni sogliono più che mai scatenarsi, e sfogare contro Dio il loro odio nelle persone umane. Cercano con ogni sforzo di eccitare al male, ingombrando la men­te, eccitando, oscurando intelletto e perver­tendo la volontà, e così con molta facilità stanno acconsentire al peccato.

Per le anime generose ed amanti di Dio, è una splendida occasione dimostrare il lo­ro amore, tacendo veglie, adorazioni nottur­ne per riparare gli oltraggi di satana e de­gli uomini di Dio sì buono.

Tra i giorni della settimana è la dome­nica il giorno prescelto per organizzare at­tese collettive alla Divinità. Il precetto te­stivo è osservato da pochi e per di più tra questi ci sono di quelli che son presenti col corpo al Divin Sacrificio, ma col pensiero già scelgono il cinema a cui nel pomerigio debbono assistere, o pregustano in­contri ecc. ecc. S. Giovanni Bosco vide molti diavoletti aggirarsi in mezzo ai suoi giova­ni, i quali erano raccolti in Chiesa. Ad uno il demonio presentava un giocattolo, ad un altro un libro, ad un terzo il pranzo. Cer­ti diavoletti se ne stavano sulle spalle di al­cuni, non facendo altro che accarezzarli. Questi sono coloro che stanno nel peccato mortale; appartengono a satana, ricevono le sue carezze e non sono capaci di pregare.

Sembra che satana raddoppi lo zelo per indurre gli uomini ad ascoltar e servir lui invece di Dio. Il riposo festivo spesso si con­verte in divertimenti peccaminosi, balli, films immorali, liti familiari, mai così frequenti come la domenica. Le famiglie ideali che si radunano la domenica per leggere la S. Scrit­tura o altro libro utile, all'anima, e per re­citar il Rosario insieme, son divenute rare co­me le mosche bianche.

Dolorosa è questa indifferenza ed igno­ranza degli uomini, che, solo preoccupati del­le cose sensibili, vivono ignari del grande pe­ricolo di essere perseguitati da nemici così potenti, costanti, astuti che odiandoli a mor­te, nulla risparmiano per ingannarli e per po­terli perdere eternamente.

 

 

 

SATANA NELLA VITA DELL'UOMO

 

Satana ebbe sempre un sommo disprezzo per la natura umana. Dal momento della sua  caduta fino alla creazione del mondo non  fece altro che fabbricare progetti per vendicarsi di Dio colpendolo nel suo amore per l'uomo, e perdere così l'umanità. Maria Agre­da nel suo libro: « Mistica Città di Dio » de­scrive il primo Concilio diabolico.

Parla Lucifero: « Dobbiamo lavorare con tutta la nostra forza per assoggettare gli uo­mini alle nostre ispirazioni e sottometterli al­la nostra volontà, per poter poi così perderli. Desidero perseguitare l'intera razza umana per impedirle di arrivare alla Visione Beati­fica di Dio al quale noi non possiamo più spe­rare.

Distruggerò, devasterò tutto e lo soggioghe­rò sotto il mio dominio. Seminerò eresie, dot­trine erronee per mezzo dei miei profeti da me ispirati.

Diffonderò leggi opposte ai Divini coman­damenti dappertutto. Così mi vendicherò del loro Creatore attirando tutti con me negli abis­si infernali.

Ai poveri preparerò ancora di più tribola­zioni ed angustie. Agli indigenti ancora più crudele oppressione. Agli abbandonati, ai perseguitati, ancora un più amaro calice di sofferenza . Seminerò discordie tra le singole persone e tra i regni del mondo. Porterò a posti elevati uomini superbi, pieni di orgoglio e temerari, per diffondere in ogni settore della vita la leg­ge del peccato. I miei seguaci seppellirò nel 'fuoco più profondo. Ai miei stretti e fedeli collaboratori riserberò le pene e i tormenti più atroci, inimmaginabili ad ogni mente u­mana. Questo è il mio regno, ecco la mercede che, contrariamente a quella di Dio, io Lu­cifero, Principe ,del male, preparo ai miei ser­vitori fedeli, per l'eternità.

Al Verbo umanato preparerò le guerre più sanguinose, perché come uomo, è inferiore al­la mia sublime natura angelica. Innalzerò il mio trono sopra il Suo! (Purtroppo satana regna a mezzo del peccato su più cuori che Cristo)

Tra le mie mani annienterò la donna che sarà la Sua Madre. Con la mia potenza e grandezza, che significa distruggere una crea­tura umana?

Voi demoni che mi ascoltate, che mi segui­te, obbedite ora a me nell'ora della nostra vendetta. Fingete amicizia, benevolenza agli uomini per trovare più facilmente la via per rovinarli. Servite loro ingannando. Fateli di­ventare cattivi, immondi, disperati e tirate tutti nella mia rete perchè siano sbalzati dai seggi celesti. »

In questo Concilio diabolico tenuto milio­ni di anni prima della creazione dell'uomo, sono stati inventati ogni specie e sorte di peccati, eresie, e gli stratagemmi di ogni ten­tazione, tutto ciò che può offendere Dio. Nella pienezza dei tempi, appena furono creati Adamo ed Eva, Lucitero non tardò a mettere in esecuzione il suo iniquo proget­to. Purtroppo riuscì molto bene e la con­seguenza di questa sua vittoria tu che egli acquistò potere sopra ogni uomo col pecca­to originale.

Intatti nel Santo Battesimo il sacerdote co­manda al demonio: « e xi ab eo spiritus im­mundus: » « Esci dall'anima spirito immon­do! » Chi veramente ama la propria crea­tura ha fretta di liberarla col S. Battesimo la tenera creatura da un ospite così mostruo­so e non trascura aspettando settimane e me­si per il S. Battesimo.

Ma prima che la creatura venga conce­pita, satana già insidia la sua vita tisica, cer­cando di stornare il cuore e la mente dei genitori usando modi e mezzi proibiti per im­pedire la concezione.

Concepita che tu la vita umana, con in­stancabile odio, satana cerca non di rado di soffocarla nel seno materno praticando l'infanticidio per mezzo di persone a lui seguaci. Lo spirito del maligno, cioè lo spirito del pec­cato viene potenziato nella carne per la man­canza di retta intenzione, e per la sregolatezza nell'uso del matrimonio, da parte dei ge­nitori. Spesso si sente dire: « I miei figli so­no come il diavolo. » E' semplice capire. E' perché durante il tempo che si forma il cor­picino, i genitori non contro bilanciano questo potente influsso di satana con spirito di pre­ghiere ardenti ed elevate a Dio, ringrazian­dolo per la loro dignità come « con Creato­ri » della vita umana,. ma spesso in questo tem­po così prezioso per la formazione di affetti e sentimenti - perché la creatura non si svi­luppa solo col nutrimento del loro corpo, ma con lo stato d'animo della madre - si perdo­no in pensieri mondani, se non vivono addi­rittura in stato di peccato mortale. Uomini grandi e santi si son sviluppati sempre nel seno di donne dalla mente elevata se non, addirittura imbevuta di Dio.

All'avvicinarsi dell'uso di ragione il demo­nio moltiplica l'attenzione per procurare im­pressioni cattive sui nostri sensi e cercar ad ogni costo di riacquistare il suo dominio, per­duto col Battesimo, sopra l'anima, preparan­do attentamente mille tranelli. Egli è furi­bondo contro ogni buona educazione e se po­tesse impedirebbe che Gesù Ostia prendesse possesso della Sua creaturina, sotto il pre­testo che « non capisce.  Intanto lui furbo entra in lei con il primo peccato mortale. Satana fa tutto per procurare che il bambino abusi del primo uso di ragione. La chiesa ha stabilito sette anni di età per l'uso di ragione, per l'obbligo della professione pas­quale e la messa domenicale sotto peccato grave.

Caduto l'uomo nel primo peccato mortale il demonio moltiplica i tranelli. Solo dopo la morte vedremo la parte avuta dal demonio. I tanti avvenimenti apparentemente innocenti. Il potere del demonio aumenta con ogni ì peccato mortale sopra di noi. Satana ha maggiore forza sui tiepidi e i recidivi nel male. Chi abitualmente vive in peccato mortale il demonio lo riguarda come cosa ormai sua  e cerca di impedire con ogni mezzo possibile  i benefici influssi della grazia, le ispirazioni  dell'Angelo Custode, gli ammonimenti, o mette in ridicolo le persone che potrebbero servire come buon esempio. Chi è che non ha esperienza come nella sua vita si presenta questa lotta tra il bene ed il male? Il bambino, il giovinetto, l'uomo adulto, la donna, il vecchio tutti hanno da subire in ogni età tentazioni da parte di satana.  L'uomo non può essere mai abbastanza preparato e provveduto contro queste tentazioni specialmente contro l’ultimo assalto nell’ora dell’agonia. Se sapeste la rabbia dei nostri  nemici nell'ora della morte, - diceva una santa -- e la severità del Giudice, che esa­mina le nostre più indifferenti  operazioni, e l’espiazione da farsi prima di  giungere alla ricompensa.»

Le anime nell'ora dell'agonia sono esposte da parte di satana, dal mondo e dalle cattive abitudini della carne e della propria natura,a incredibili pericoli e tentazioni.

Appena Lucifero ed i suoi seguaci apprendono che qualcuno è ammalato mortalmente, in fretta si armano con tutta la loro malizia e furberia per assalire il povero ma­lato e farlo cadere nelle più svariate tentazioni.            Satana            ha       piena   conoscenza delle        brevità e valore del tempo che ha a sua disposizione,perciò raddoppia la sua furia, gli assalti e la violenza ed intensità delle tentazioni.

Come lupi affamati esplorano le minime intenzioni e abitudini del malato onde poter iniziare dal lato debole gli assalti.

A chi è troppo attaccato alla via materiale, Satana suggerisce che il pericolo non è cosi grande ed imminente come si pensa, e fa tutto affinché da parte dei familiari e dei dottori sia taciuta la verità.

 

 

 

I cristiani tiepidi e negligenti nel ricevere i S. Sacramenti inonda anche ora con freddezza, indolenza e tiepidezza, e fa tutto che muoiono senza Sacramenti, o almeno li rice­vino senza frutto.

A tanti infonde la falsa vergogna in questo momento così decisivo per non confessare certe colpe sempre taciute.

Ad altri impedisce di mettere in ordine la coscienza con lo sdebitarsi negli obblighi.

Ai vanitosi fa perdere quest'ultima ora con ordini e disposizioni vanitose da eseguire do­po la morte, riguardo il cadavere.

Nel cuore degli avari e sensuali accende la fiamma della cupidigia e la fa girare tra ar­denti desideri verso persone ed oggetti amati­Le nostre abitudini e cattivi inclinazioni servono così nella mano di satana per im­pedire che al moribondo possano servire bene i mezzi della salvezza.

I peccati metodicamente commessi, che han­no formato le nostre cattive abitudini, sono in questo terribile momento come spade colle quali questo infernale nemico tenta di dare il colpo mortale.

Le Cattive inclinazioni soddisfatte appiana­no ora la via a satana per entrare nell'anima nostra.

Signoreggiando questo tiranno nella nostra anima, la riempie di un'aria pestifera, avvolgendo l'interno dell'anima di una fitta tene­bra per impedire che l'anima dia ascolto al­le divine ispirazioni e così non si converta a Dio con vero dolore dei suoi peccati. Accen­de in cuore una vana speranza che vivrà an­cora a lungo, guarirà ed avrà sempre tem­po a convertirsi.

A quelli che hanno disprezzato i Sacramen­ti, spesso per giusta conseguenza, muoiono abbandonati per se stessi e senza Sacramenti. Pochissime sono le anime che sono esenti da questi tormenti nella agonia. Perfino gran­di santi dovevano subire atroci assalti. Che pensiamo noi poveri peccatori vissuti senza prepararsi a quest'ora così terribile e privi di opere buone? Ah quanti si perdono per que­sto inganno, che hanno rimandato il loro ri­torno a Dio al momento quando la carne è la più debole, la volontà più fiacca e satana più fiero! Certo come si vive così si muore e per una buona vita segue sempre una buo­na morte: « (M. Agreda: M; Città di Dio) ». Solo una devozione costante al Cuore Im­macolato di Maria SS. e di San Michele Arcangelo assicura la vittoria.

Satana si sdegna grandemente nel vedere svelati la sua malizia e i tranelli contro gli Uomini. E la maggior parte degli uomini fa poco conto del suo principale ed unico ne­mico. Odia il fratello, fa guerra contro altre nazioni, ma non cerca mai di unirsi con gli altri uomini per combattere satana. Ogni pec­cato che si impedisce o non si commette in­debolisce il suo regno. Ogni bene che si fa è una vittoria del Bene sopra il Male. Satana non solo ha strappato dal cielo migliaia di Angeli ma precipita molti uomini dal cielo della Chiesa, dove risplendevano in dignità e santità.

 

LE ARMI DI SATANA

 

« Gli inganni del demonio sono così nume­rosi e difficili, che senza la grazia di Dio non possiamo conoscerli superarli. In tutte le nostre azioni egli fa di tutto, per muo­vere qualche passione in modo da fare insen­sibilmente deviare l'intenzione, acciocchè l'a­mina non operi solamente per Dio e fa per­dere così e diminuire il merito e il premio. Solo chi esamina le sue intenzioni e le sue azioni alla luce divina può riconoscere questi tranelli.» (Agreda.)

1. La sua arma preferita è L'INGANNO E LA BUGIA. Con la bugia ingannò Eva: « Sarete come Dei » e lei credette. « Tutto questo re­gno ti darò » replicò a Cristo mentre il bu­giardo, non possedeva nemmeno un metro quadrato di terra.

Il contegno delle due persone tentate, Cristo ed Eva, racchiude in sé il contegno di tut­ta l'umanità di fronte a satana. Eva ascolta le parole volentieri, riflette, si lusinga della promessa, senza chiedersi con prudenza: «Con chi parlo? » Dice in fretta, inconsideratamen­te un « si » e si fa apostola del male portan­do anche altri con nella rovina. Eva non temeva la minaccia di Dio: « di morte mor­rai » perché non aveva visto mai che tosse la morte: Così l'uomo non teme la morte e­terna, perché non ha visto né l'inferno né satana.

La risposta dignitosa di Cristo al tentatore:

« Adorerai solo il Signore Dio tuo » risuona in ogni anima prudente la quale con umile preghiera e con l'aiuto della grazia sa sce­gliere « solo Dio » contro il falso regno dei piaceri e della felicità, passeggere promesse di satana. Satana è ancora furibondo, perché non potendo conquistare il trono di Dio, cer­ca almeno di cacciare Dio dai cuori degli uomini.

2a Altra arma: LE CREATURE. Satana non tenta direttamente Adamo, ma lo rovina per mezzo di Eva. Se gli uomini potessero vedere la faccia schifosa di satana e la sua mostruo­sità di dragone internale, lo fuggirebbero co­me la peste e nessuno gli darebbe più ascolto. Ma esso si nasconde e noi lo sentiamo parlare per mezzo di un affascinante giovinetto, quando cerca di indurre al peccato, o di una giovinetta, o di donne, uomini, geni­tori senza Dio, o per mezzo di libri, cinema, amici ecc.

Ecco il rimedio: secondo le parole di Maria SS. a M. Agreda: « Quando sentirai sregolato affetto in chi ti avvicina, fuggi come dal demonio, con la differenza che il demonio devi abborrirlo, e le creature devi amarle in Dio. Però, nel ritirarsi, riguardarle come ne­mici, perché tale è chiunque ti allontana da Dio. Siì vigilante quando il demonio si ser­ve per farti cadere per mezzo di creature, sia movendole a eccessivo amore per te, sia eccitandole all'odio e ad abborrirti. »

3a arma: SCORAGGIAMENTO, TRISTEZZA INQUIETUDIBE, MALINCONIA.

Il demonio ha il potere di inFluenzare i nostri sentimenti  . Un tranello molto usato a lui e poco conosciuto dagli uomini è que­sto: Suggerisce sentimenti contrari alla pace ed alla gioia per allontanare l'anima dall'at­tetto del Signore, dal fedele e gioioso adem­pimento del nostro lavoro e dovere.

Satana ci tende inganni per farci desisteTe dal bene e ci fa apparire penosissimo quello che dobbiamo fare per servire Dio, per esem­pio facendoci temere per la nostra salute se dobbiamo andare a messa, ecc.

Unica tristezza lecita è quella di partecipare allo straziante dolore del Cuore di Gesù nel giardino degli Ulivi, contemplando le mo­struosità dei nostri peccati e la leggerezza con i quali offendiamo una Maestà Infinita, un Padre amoroso, che tiene conto perfino del numero dei nostri capelli, e se apparte­niamo al numero degli stolti, alla gente per­duta che non son capaci di salvare se stessi, e vedendo la malizia ed astuzia del nemico, lo seguiamo lo stesso.

4a. arma: STANCHEZZA: per gli esercizi spirituali, specialmente la recita del Santo Rosario che il demonio teme oltremodo, per­ché è l'arma che schiaccia la sua testa orgo­gliosa"

Così cerca di fare tralasciare gli esercizi di pietà o di rimandarli ad altro tempo. L'abitu­dine di satana è di turbare l'ordine delle azio­ni, coll'indurre le persone a perder tempo. I demoni odiano Ciò che tu ami e desideri, cioè l'onor di Dio e la tua eterna felicità, e vo­gliono privarti di ciò che essi non possono più riacquistare.

5a. arma: PERSECUZIONI, CALUNNIE: che satana usa, ma solo con il permesso di Dio. «A chi poi ti perseguita rispondi con amore e mansuetudine, pregando per lui con infimo affetto del cuore. Se ti capita, modera l'ira di alcuno con parole dolci, o disfa qualche inganno per amor della verità, fallo pure, ma non a tua discolpa ma per quietare i tuoi fratelli e per il loro bene e così vincerai te stesso e loro. (M. Agreda: « Mistica Città di Dio. »)

 

LE NOSTRE ARMI

 

« Nessuno può entrare in casa del forte e rubargli i beni se prima non lo lega; allora , gli saccheggerà la casa. » (S. Marco 22. - 27.)

Il « forte» , nonostante la nostra debole na­tura umana, è ciascuno di noi aiutato dalla grazia santificante ed attuale infusa da Dio in noi, nella fortezza dell'anima nostra.

Nel combattimento contro satana noi difen­diamo Dio e l'onor di Dio in noi e dobbiamo usare ogni mezzo per assicurarci la vittoria. Mai dobbiamo perderci di coraggio, ma resi­stere a satana ad ogni costo come se aves­simo al fianco il medesimo Signore nel cui nome combattiamo.

« La volontà è l'unica porta dalla quale il demonio può entrare nell'anima nostra, fuori di quella nessuna segreta ve n'è ».

1a. arma: UNA VOLONTA' INFLESSIBILE, PIUTTOSTO MORIRE che peccare. Come i difensori di certi castelli e fortezze preferi­vano la morte, piuttosto che esser legati e disonorati dal nemico. Satana ci lega col pec­cato e deruba e saccheggia tutti i meriti e virtù conquistati con grande fatica; e di più fa di noi suoi schiavi, e per riscattarci alla libertà dei figli di Dio, vale solo il Sangue di Gesù Cristo.

2a. arma : REGOLA INVIOLABILE E' NELLE TENTAZIONI DI NON BADARE a ciò che il tentatore propone, ascoltarlo. Il partito più sicuro è di scuotersi, allontanando la tentazione.

Si vince sempre il demonio, disprezzan­dolo, trattandolo come nemico di Dio,. senza rimedio nella sua infelicità e senza penti­mento nella sua iniquità. Il demonio superbo per natura, si risente che lo disprezzino e non lo si ascolti, che si conoscano i suoi in­ganni e si scoprano le sue menzogne.

« Devi sapere - dice S. Teresa - che tutte le volte che noi disprezziamo il demonio, togliamo loro di vigore, e l'anima nostra ac­quista su di essi un impero sempre più gran­de. Essi si accaniscono soltanto contro le anime deboli che si arrendono da se stesse. Contro le altre, tutti i loro sforzi sono inu­tili.»

Siccome la sua astuzia supera tutti i mor­tali, non bisogna ragionare con lui come fa­ceva Eva, perchè dal suo intelletto tenebroso escono tenebre che oscurano il nostro giu­dizio, impedendo di vedere la bellezza della virtù e la bruttezza del vizio. Sebbene l'arroganza del demonio sia grande, però mag­giore è la sua debolezza, ed egli non è più che un atomo davanti alla virtù divina.

3a. arma: PREGHIERA UMILE E PERSE­VERANTE. « Pregate per non cadere in tenta­zione. Non c'indurre in tentazione ma liberaci dal male ci insegna Gesù. Ogni preghiera che sgorga dal cuore è efficace per liberarci dagli assalti, ma è molto raccomandabile ricorrere al Cuor Immacolato di Maria, Immacolata Madre dell' Agnello Immacolato Gesù, ed a ,S. Michele Arcangelo. Avendo L'Arcangelo S. Mi­chele inflitto al demonio una splendida scon­fitta, sarà lieto di coronare la sua vittoria in noi e per mezzo di noi. Con grande confi­denza rivolgiamoci pure al nostro Angelo Custode che ha l'ufficio affidatoGli da Dio di custodire il nostro corpo e l'anima nostra.

4a. arma: L'USO FREQUENTE E DEVOTO DEI SACRAMENTI, specialmente la S. Confessione. Subito dopo ogni caduta, non aspet­tare che la bava immonda di satana asciughi il peccato sopra l'anima nostra, ma corriamo a lavare l'anima nel Sangue di Cristo, come non aspetti chi cade nel fango, ma si alzi e si cambi immediatamente. « La confessione essendo un atto di umiltà, mette in fuga il demonio, l'assoluzione ci applica i meriti di Gesù e ci rende invulnerabili ai suoi dardi. » La S . Comunione, il Pane degli Angeli per quelli che desiderano con la forza di Dio, vi­vere la vita degli angeli - adorare, amare, servire, lodare Iddio in carne umana. - Il Pane dei Forti ispira al demonio un vero terrore.

5a arma: USO DEVOTO DEI SACRAMEN­TALI, come Acqua benedetta, candele benedet­te, ma sopratutto l'uso del segno della Croce. « Le parole proclamano un solo Dio in tre persone ed il segno tracciato dalla mano, ri­corda in se stesso il sacrifizio del Calvario. » Il segno della Croce fu sempre strumento dei più grandi miracoli. Per la virtù di questo se­gno i primi cristiani facevano tacere, tremaTe o fuggire i demoni, liberavano gli ossessi, ro­vesciavano gli idoli. Fatto con fede e pietà, allontana ogni tentazione e cancella il peccato veniale. Noi abbiamo fatto di questo segno una semplice abitudine senza attenzione, rispetto, fede. Non meravigliamoci se non godiamo gli effetti.

6a arma: 'SCHIVARE DILIGENTEMENTE OGNI OCCASIONE PROSSIMA ALLA CADUTA, come il soldato si ripara e non espone la sua vita alla morte senza necessità.

 

LE DUE DIVISE. LA GRAZIA ED Il PECCATO

 

Ogni vita umana - ad eccezione di quella della Vergine SS .ma inizia sotto il domi­nio di satana. Il peccato originale come una divisa riveste l'anima, segno di sudditanza del principe delle tenebre.

Nel Santo Battesimo Dio ricambia questa veste della schiavitù con la preziosa divisa dei suoi figli adottivi, tessuta dalla grazia santificante. Questa grazia, ci rende simili a Dio e ci unisce strettamente a Lui.

 

« Per la grazia santificante la natura uma­na viene legata a Dio così intimamente come una goccia d'acqua, che stilla in un bicchiere pieno di vino, si confonde con esso, ne assu­me il colore, l'odore, il sapore ) (S. Tom.) Per mezzo della grazia santificante noi veniamo elevati al di sopra di tutte le cose create, così che tutto l'universo è meno sti­mabile che la grazia di un sol uomo. Se met­tiamo tutti i tesori della terra, oro, argento, diamanti e pietre preziose sopra una bilan­cia, nell'altro piatto un minimo grado di gra­zia, quest'ultima sicuro farà traboccare la bilancia.

Ora, con le tentazioni, satana tenta di ru­barci questi tesori. Sulla terra l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Grazia e può dalla Grazia cadere nel peccato, spesso per debolezza, talvolta per malizia o per ignoranza. Con la morte, questo salire e scendere finisce, perché ha la radice nella imperfezione dell'uomo terreno. Con la mor­te raggiunge lo stato finale, e deve portare per tutta l'eternità quella divisa in cui la morte lo trova.

Quando tutti felici, noi ci specchiamo e ci compiaciamo delle nostre vesti eleganti, non dimentichiamo che Dio e l' Angelo nostro guardano solo la veste della nostra anima e compiangono la nostra cecità, che sotto lo sfarzo delle stoffe abbiamo solo i cenci mi­serabili dell'eterna schiavitù. Prima ti spec­chi l'anima e dopo il viso.

Ma purtroppo, col crescere degli anni, la forza di cambiare divisa diminuisce sempre più. E' vero, che fino alla morte ci si può sempre rivolgere a Dio o voltarGli le spalle. Eppure, quasi trascinato dalla corrente, l'uo­mo prima del trapasso, con gli ultimi deboli resti della volontà si comporta come era abi­tuato in vita. La consuetudine, buona o cat­tiva, è divenuta seconda natura. Questa lo trascina con . L'albero come cade così rimane. Quale è la tua divisa? Hai preparato la tua veste per le nozze con l'Agnello Immacolato? Che cosa aspetti?

 

 

 

IL SENTIERO DELLA CASA PATERNA

 

Dopo tante lacrime, urli, stridori di denti, tenebre, volgiamo il nostro sguardo verso il cielo. L'anima di ogni creatura umana viene dalle mani di Dio, e per mezzo di S. Michele, ,( depositario delle anime ») arriva sulla ter­ra. Siamo usciti tutti dalla stessa casa pater­na, dove abbiamo lasciato il nostro vero pa­dre: Dio, il Padre più tenero, il quale affidan­doci alla nostra partenza a un Angelo, affinchè Ci accompagnasse e Ci custodisse in ogni giorno della nostra vita, e con l'ansia di un Padre amoroso, aspetta il nostro ritorno a Lui nella Casa Paterna, in Paradiso, dopo il nostro penoso pellegrinaggio.

La pagina più splendente dell'Evangelo è questa storia che sembrerebbe inverosimile, se non fosse proprio l'Unigenito Suo Figlio Gesù, a raccontarci l'esistenza e la bontà di un Padre così tenero; incomprensibile amo­re di un Dio, che sacrifica il Suo Figliuolo, purchè possa abbracciare l'uomo peccatore. Chi è così stolto da preferire i tormenti di satana al Cuore di questo Padre che ci aspet­ta con le braccia aperte? Ecco come Gesù racconta:

« Un uomo aveva due figliuoli, e il minore di essi disse al padre: Padre, dammi la par­te dei beni che mi tocca. Ed egli divise tra loro gli averi. E di lì a pochi giorni, messo il tutto insieme, il figliuolo minore se ne an­dò in paese lontano, e ivi dissipò tutto il suo avere menando vita dissoluta.

E dato che ebbe fondo a ogni cosa, fu gran carestia in quel paese, ed egli principiò a mancare del necessario. E andò e s'insinuò presso di uno dei cittadini di quel paese: il quale lo mandò ai suoi campi a fare il guar­diano dei porci. E bramava di riempire il ven­tre delle ghiande che mangiavano i porci: e nessuno gliene dava.

Ma rientrato in se stesso, disse: Quanti mercenari in casa di mio padre hanno pa­ne in abbondanza, e io qui muoio di fame! Mi alzerò, e andrò da mio padre, e gli dirò: « Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno d'essere chiamato tuo figlio: trattami come uno dei tuoi mercenari » .

E alzatosi andò da suo padre. E mentre egli era tuttora lontano, suo padre lo scorse, e si mosse a pietà, e gli corse incontro, e gli gettò le braccia al collo, e lo baciò. E il figliuolo gli disse:

« Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio ».

E il padre disse ai suoi servi: Presto met­tete fuori la veste più preziosa, e ponetegliela addosso, e mettetegli al dito l'anello e ai piedi i calzari: e menate, il vitello grasso e uccidetelo, e si mangi e si banchetti: per­chè questo mio figlio era morto, ed è risu­scitato: era perduto, e si è ritrovato. E co­minciarono a banchettare.

Or il figliuolo maggiore era alla campagna: e nel ritorno avvicinandosi a casa sentì con­certi e balli: e chiamò uno dei servi e gli domandò che fosse questo. E quegli rispose: E' tornato tuo fratello, e tuo padre ha am­mazzato il vitello grasso, perchè lo ha riavu­to sano.

Egli andò in collera, e non voleva entrare. Il padre adunque uscì fuori, e cominciò a pregarlo. Ma quegli rispose, e disse a suo padre:

Il Son già tanti anni che ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando, e non mi hai dato mai un capretto, che me lo godessi coi miei amici: ma dacchè è venuto questo tuo figliuolo, che ha divorato il suo con don­ne di mala vita, hai ammazzato per lui il vitello grasso .

 

Ma il padre gli disse: « Figliuolo, tu sei sempre con me, e tutto quello che ho è tuo: ma poi era giusto banchettare e far festa, perchè questo tuo fratello era morto, ed è risuscitato, era perduto e si è ritrovato ». (S. Luca 15).

Chi non riconosce in il figlio prodigo? Chi è che non ha sciupato il patrimonio del­la grazia santificante? Chi non lascerebbe le ghiande dei maiali, il peccato per il Pane Bianco degli Angeli, il Pane Vivo disceso dal cielo?

Se tu non senti questo dolore e l'amore del Figlio Prodigo nel tuo cuore e ti rincre­sce, ripeti durante la giornata la parola: « Padre » guardando il cielo e tu avrai un grande amore per Dio, tuo Padre e una grande fiducia nell'ora della tua morte.

 

IL BUON SAMARITANO

 

In questa parabola Gesù fa conoscere che Dio non solo è Padre amoroso, ma ha cura sollecita di noi durante il nostro pellegri­naggio, e se qualcuno tra i suoi figli, dimen­ticando la Casa Paterna, si avvia verso Ge­rico, cioè verso il mondo, e non verso la Gerusalemme Celeste e cade nelle mani dei tuoi nemici cioè nelle mani di satana, deruba­to di virtù e di grazie, sanguinante delle ferite del peccato, Dio non lo abbandona mai ma Lui stesso vuole fasciare queste ferite con olio della Sua misericordia e con il vino del Suo amore per mezzo della S. Confessione.

Se per disgrazia sei tra quelli che giaccio­no nel proprio sangue sulla via della vita, invoca Gesù, il Divino Buon Samaritano! Ecco la breve storia, per chi non la ricordas­se bene.­

« Un uomo scendendo da Gerusalemme a Gerico, incappò nei ladroni, i quali lo spo­gliarono, e fattegli delle ferite se ne andaro­no, lasciandolo mezzo morto. Or a caso scen­deva per la stessa strada un sacerdote, il quale vedutolo passò oltre. Parimenti anche un Levita arrivato vicino a quel luogo, e ve­dutolo, tirò innanzi. Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui, e vedu­tolo, si mosse a compassione e gli si accostò, e ne lasciò le ferite, spargendovi sopra olio e vino, e messolo sul suo giumento, lo condusse all'albergo. ed ebbe cura di lui, e il dì seguente tirò fuori due denari, e li die­de all’oste, e gli disse:

« Abbi cura di lui: e tutto quello che spen­derai di più, te lo restituirò al mio ritorno ». « V a, e la anche tu allo stesso modo » dice Gesù anche a te.

 

PARTE II

 

IL SA CRAMENTO DELLA PENITENZA

 

PECCATI

 

 

CHE COSA È IL PECCATO?

 

Il peccato è una trasgressione volontaria della legge di Dio, una disobbedienza a Dio, e quindi un'offesa alla Sua Infinita Maestà, perché preferiamo la volontà nostra alla Sua e violiamo così gl'imprescrittibili Suoi diritti alla nostra sottomissione. Vi sono due spe­cie di peccati:

 

IL PECCATO MORTALE

 

Quando con piena avvertenza e pieno con­senso trasgrediamo una legge importante, - necessaria al conseguimento del nostro fine, - in materia grave, il peccato è mortale. Questo priva istantaneamente l'anima della grazia santificante, che ne costituisce la vita soprannaturale. Il peccato mortale è come una specie di suicidio spirituale; spoglia come un ladro, di tutte le virtù e dei doni che ac­compagnano la grazia abituale. Con il peccato mortale perdiamo pure tutti i meriti passati, accumulati con tanti sforzi, e finché rima­niamo in peccato mortale, non possiamo meritar nulla per il cielo. Si fa piacere al demonio; « e poiché il demonio è la stessa tenebra, la povera anima diviene una mede­sima tenebra con lui ». (S. Teresa)

A questa tragedia orribile si aggiunge la terribile schiavitù che il peccatore deve or­mai subire. Per la perdita della grazia, le passioni cattive si fanno scatenare, forma­no presto le cattive abitudini con le ricadute così difficili a schivarsi; infiacchiscono gra­datamente le forze morali.

Le grazie attuali diminuiscono, sopraggiun­ge lo scoraggiamento e talvolta la dispera­zione nell'ora dell'agonia. Sarebbe la fine di questa povera anima se Gesù, il Buon Pa­store, in un eccesso di misericordia non ve­nisse a liberare dalle spine la sua pecorella smarrita. ) (Tanquerey)

 

IL PECCATO VENIALE

 

Quando la legge da noi violata non è ne­cessaria al conseguimento del nostro fine, o quando la violiamo in materia leggera, oppure, essendo la legge grave in , non la trasgrediamo con piena avvertenza o pieno consenso, il peccato è soltanto veniale, e non ci priva dello stato di grazia santificante.

Il peccato veniale deliberato è il più gran male, in sostanza, dopo il peccato mortale: un'offesa a Dio, una disobbedienza, voluta con pieno consenso dopo averci riflettuto. E' un'ingiuria, un insulto a Dio.

Una volontà divina infinitamente sapiente e retta, sacrificata alla nostra che è cosi soggetta all'errore e al capriccio.

Secondo Santa Teresa, è come se dicesse:

« Signore, benché quest'azione Vi dispiaccia, pure io la farò. So bene che Voi la vedete, so molto bene che non la volete; ma preferi­sco la mia fantasia e la mia inclinazione, an­ziché la Vostra Volontà ». Vi par poca cosa trattar così Dio, il Signore dei Signori, il Re dei re?

« In questa vita, il peccato veniale commes­so frequentemente e con proposito deliberato, priva l'anima di molte grazie, diminuisce gradatamente il fervore e predispone al pec­cato mortale. La priva d'una nuova grazia, che avrebbe ricevuto se avesse resistito alla tentazione, e quindi di un grado di gloria per tutta l'eternità, che se si fosse mantenu­ta fedele avrebbe potuto acquistare. La pri­va d'un grado d'amore che Dio voleva darle. E' una perdita immensa, la perdita d'un te­soro più prezioso che tutti i regni del mon­do.

Il gran pericolo è di scivolare a poco a poco giù fin nel peccato mortale. Crescono le nostre inclinazioni al piacere ed alla sen­sualità. Quanto più si concede a questo per­.fido nemico, tanto più esso chiede, perchè è insaziabile. (Tanquerey)

Scrive P. L. Lallemand: « La rovina delle  anime viene dal moltiplicarsi dei peccati ve­niali che cagionano la diminuzione dei lumi e delle ispirazioni divine, delle grazie e delle consolazioni interne del fervore e del co­raggio per resistere agli assalti del nemico. Ne segue l'accecamento, la debolezza, le ca­dute frequenti, l'abitudine, l'insensibilità, per­ché guadagnato che sia l'affetto, sì pecca quasi senza aver sentimento del peccato. » Con ogni peccato veniale accresciamo il nostro tormento nel Purgatorio. Non potre­mo dunque mai troppo abbominarlo, mai troppo ripararlo con la penitenza e con ele­mosina.

 

 

SENTIRE ED ACCONSENTIRE AL PECCATO

 

« La tentazione è una sollecitazione al pec­cato proveniente dai nostri nemici spirituali. Varia secondo il temperamento, il carattere, e l'educazione. »

Per saper distinguere i vari casi, esaminia­mo la dottrina di Sant' Agostino sulle tre fa­si delle tentazioni: 1. la suggestione, 2. la di­lettazione, 3. il consenso.

 

«LA SUGGESTIONE consiste nella propo­sta di qualche male. La fantasia o la mente vi rappresenta, in modo più o meno vivo, le attrattive del frutto proibito; talvolta que­sta rappresentazione è molto seducente, as­sale con tenacia e diventa una specie d'os­sessione. Per quanto pericolosa sia, la sug­gestione non è peccato, purché non sia stata volontariamente provocata e non vi si ac­consenta; non vi è colpa se non quando la volontà dà il consenso.

 

DILETTAZIONE quando la parte inferiore dell'anima piega istintivamente verso il male suggerito e ne prova un certo diletto, ma senza il consenso, anzi a dispetto della par­te superiore. Come dice S. Paolo: « la carne ha desideri contrari allo spirito » .

Finché la volontà non vi aderisce, questa dilettazione della parte inferiore non è peccato, ma è un gran pericolo, perché la vo­lontà si trova sollecitata a dare l'adesione; onde si pone l'alternativa: la volontà accon­sentirà si o no?

 

CONSENSO. Se la volontà rifiuta il consen­so, combatte la tentazione e la respinge, iesce vittoriosa e fa un atto molto meritorio. Se invece si compiace nella dilettazione, vi pren­de volontario piacere e vi consente, il pec­cato intero è commesso.

Quindi tutto dipende dal libero consenso della volontà, onde noi per maggior chiarez­za, indicheremo i segni da cui si può cono­scere se e in quale misura si è acconsentito.

 

I SEGNI DI NON CONSENSO

 

NON si è acconsentito quando nonostante la suggestione e l'istintivo diletto che l'ac­compagna, si prova disgusto nel vedersi così tentati," quando si lotta per non soccombere; quando nella parte superiore dell'anima si ha vivo orrore del male proposto .

A S. Caterina da Siena, violentemente tentata contro la castità, Nostro Signore disse: « Dimmi un poco: quei brutti pensieri del tuo cuore ti davano piacere o tristezza?  amarezza o diletto? ».

Caterina rispose: « Somma amarezza e tri­stezza. »­

Gesù la consolò aggiungendo che quelle pene erano gran merito e gran guadagno.

Si può essere colpevoli in causa della ten­tazione, quando si prevede che questa o quell'azione che possiamo evitare, ci sarà fonte di tentazioni: « Se so, dice S. France­sco di Sales, che una conversazione mi è causa di tentazione e di caduta eppure ci vado di mia volontà: io sono colpevole di tutte le tentazioni che vi proverò.

 

IL CONSENSO IMPERFETTO

 

Quando non si respinge la tentazione pron­tamente, appena se ne vede il pericolo, vi è colpa di imprudenza che, senza essere grave, espone al pericolo di acconsentire alla ten­tazione.

Quando si esita un istante: si vorrebbe gu­stare un pochino il proibito diletto ma senza offendere Dio, ossia, dopo un momento di esitazione si respinge la tentazione; anche qui è colpa veniale d'imprudenza.

Quando non si respinge la tentazione che a metà; si resiste ma fiaccamente e imperfet­tamente, ora una mezza resistenza è' un mezzo consenso: quindi colpa veniale.

 

CONSENSO PIENO E DELIBERATO

 

Il consenso è pieno ed intiero, quando la volontà, indebolita dalle prime concessioni, si lascia trascinare e gustar volontariamente il cattivo diletto, nonostante le proteste della coscienza che riconosce che è male,' allora, se la materia è grave, il peccato è mortale. Se al pensiero si aggiunge il desiderio ac­consentito, è colpa più grave, Se poi dal de­siderio si passa all'esecuzione, o almeno al­la ricerca e alla provvisione dei mezzi adatti all'esecuzione del proprio disegno, si ha il peccato di opera », (Tanquerey).

 

IL SACRAMENTO DElLA PENITENZA ISTITUITO DA GESU' CRISTO

 

L'origine del Sacramento della penitenza è documentato nel S, Evangelo, Gesù disse a S, Pietro: « lo ti darò le chiavi del regno dei Cieli,' e tutto ciò che tu legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che tu scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli, (S, Matt. 16-19)

 

S. Giovanni apostolo ricorda pure, che Gesù, comparendo dopo la Sua risurrezione agli apostoli radunati nel Cenacolo, disse:

« La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, così 10 mando voi. E detto que­sto, soffiò su loro e soggiunse: « Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi: ed a chi li riterrete, saran­no ritenuti ». (S. Giov. 20-19)

 

San Cipriano, nei più remoti tempi del Cristianesimo, scrive così: « Contessi ciascuno il suo delitto, ve ne scongiuro, mentre siete ancora in vita, quando è ancora possibile la Confessione, quando la espiazione e la remis­sione è fatta per mezzo del sacerdote può es­sere ancora accettata anche da Dio ». E cosi tonti altri Santi Padri e scrittori: S. Basilio,. S. Ambrogio, S. Agostino tino ai santi dei nostri tempi.

 

Satana ha un gran terrore della confessio­ne ben fatta, con proponimenti seri e si sforza di impedire che ci contessiamo e ci contessia­mo bene.

 

Come il lupo atterra le pecore per la gola, perché non possano gridare, e se le porta via e le divora, così fa il demonio con certe ani­me, le afferra per la gola, affinché non confessino i peccati e così le trascina miseramen­te all'interno.

 

San Tommaso dice: « quanto più uno si confessa, tanto maggiore pena temporale gli Viene rimessa.... per il che potrebbe accadere, che a forza di confessarsi, gli venga rimessa ogni pena. »

 

La Confessione è il sacramento istituito da Gesù Cristo, per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo. Dogma di fede: « credo la remissione dei peccati » , senza riguardo alla lo­ro qualità, specie o numero. Questa conso­lante verità la ripetiamo ogni volta che si recita il Credo.

 

Il segreto della confessione inviolabile, durerà sempre, anche dopo la morte del peni­tente. E' desiderabile che anche il penitente conservi il silenzio riguardo alle parole udi­te nella Confessione senza raccontarle a ter­zi.

 

LA CONFESSIONE E I TRE LACCI DI SATANA

 

Un episodio efficace della vita di S. Gio­vanni Bosco è questo: S. Giovanni Bosco eb­be una notte un sogno straordinario, denso di significato profondo: « Vidi in una chiesa una schiera di giovanotti" Non pregavano es­si. ma sembrano prepararsi alla Confessione. Mi sedetti al confessionale," ma presto, veden­do tanti giovani, mi alzai per guardare se vi fossero altri Confessori che mi aiutassero, non vedendo nessuno, m'incamminai per andare in sacrestia e chiedere qualche Sacerdote. Ed ecco vidi qua e là giovani, i quali avevano una corda al collo, che loro stringeva la gola. Perché quella corda? - domandai. Leva­tela! - Un giovane mi rispose: Non posso levarla; vi è uno dietro che la tiene.

Volsi allora gli occhi con maggiore attenzione su quella moltitudine di giovani e mi parve di vedere dietro alle spalle di molti spuntare due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio; vidi una brutta bestia, in forma di gattone, con lunghe corna, che stringevano quel laccio.

Interrogai quel brutto animale ed esso si nascondeva ancora di più. Allora dissi ad un giovane:

« Va' in sacrestia e di' a Don Merlone, direttore della sacrestia, che ti dia il sec­chiello dell'acqua benedetta! Il giovane ri­tornò ben presto. Presi allora io l'aspersorio e domandai ad uno di quei gattoni:

« Chi sei tu?»

L'animale, che mi guardava, allargò la boc­ca, allungò la lingua e poi si mise a digrina­re i denti, in atto di avventarsi contro di me.

« Dimmi presto, cosa fai qui? Infuria co­me ti pare, non ti temo. »

Il mostro cominciò a contorcersi, io lo consideravo attentamente e vidi che aveva in mano vari lacci.

« Orsù, che cosa fai qui - e alzai l'asper­sorio. Egli allora voleva fuggire. Non fuggi­rai; rimani qui, te lo comando!

« Ringhiò: Guarda - mi disse, presentan­domi i lacci.

« Dimmi, - io soggiunsi: - Che cosa so­no questi tre lacci? Che cosa significano?

« E non sai? lo stando qui, mi rispose, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male; con questi io conduco all'inferno tante e tante anime.»)

« E in qual maniera.»

« Oh! non te lo voglio dire; tu lo paleserai ai giovani. »

« Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci! Parla, altrimenti ti getto addosso l'ac­qua benedetta! . »

Il mostro storcendosi spaventosamente, rispose:

« Il primo modo col quale stringo questo laccio, è col fare tacere ai giovanetti i loro peccati in Confessione » .

« Ed il secondo? »

« Il secondo è spingerli a confessarsi senza dolore. »

« E il terzo? »

« Ah! il terzo non te lo voglio dire! No, no; non parlerò! » - e si mise a gridare for­te. E come? .... E non ti basta? ... lo ho già detto troppo! - e ritornò ad infuriarsi.

« Ed io voglio che tu lo dica » , e ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, poi alcune gocce di sangue, e disse:

« Il terzo è il non fare proponimento fermo e non seguire gli avvisi del Confessore ».

« Brutta bestia! » - gli gridai per la se­conda volta, e mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in quale modo si potesse rimediare a tanto male, tutti quei mostri si diedero alla fuga. »

Si erano studiati di stare nascosti, incomin­ciarono a gridare e a prendersela contro colui che aveva parlato; fecero una solleva­zione generale.

Io vedendo quello scompiglio, gettai l'ac­qua benedetta sul gattone che aveva parlato e gli dissi:

« Ora va'! » - e quello disparve. Allora tutti quei mostri si diedero alla fuga.

Questa visione di s. Giovanni Bosco do­vrebbe essere meditata da tutti coloro che si preparano per la Confessione.

 

 

 

« CONFESSARSI E NON EMENDARSI E' LA VIA CERTA PER DANNARSI»

 

Le 5 cose necessarie per una valida confessione.

 

Tra le azioni umane, nessuna ha conse­guenze così gravi e importanti come la S . Confessione. Fatta bene è la resurrezione per la vita della Grazia e la vita Eterna,. fat­ta male, in fretta, con negligenza o per abi­tudine, senza esame serio, senza dolore e senza il fermo proposito di emendarsi, dà la morte eterna con tutte le pene dell'inferno.

«  Il farla bene è segno di salvezza, » come dice San Gregorio.

Per fare una buona confessione si richie­dono cinque cose:

 

1. L'ESAME DI COSCIENZA. Si fa richia­mando alla mente i peccati commessi a comin­ciare dall'ultima confessione ben fatta. Si deve fare con esattezza, riflettendo sul male che abbiamo commesso verso Dio, il ProssimO e noi stessi, e sul bene che non si è tatto o è stato tatto malamente, indicando il nume­ro delle mancanze almeno approssimativa. mente, le circostanze aggravanti, le conseguenze tristi, se vi sia stato scandalo, o maldicen­za grave, innanzi a molte persone, contro superiori o sacerdoti, riflettendo sulle parole di Gesù: « chi disprezza voi, disprezza Me. » Chi per negligenza, o difetto notevole nel­l'esame, o per vergogna, omette l'accusa di un solo peccato mortale, fa un sacrilegio e la confessione non è valida. Un'abitudine tutta propria dei cattivi è quella di operare sempre male e di non pensarvi: essi chiudo­no gli occhi sui loro peccati, e continuano a vivere senza darsene pensiero, come narco­tizzati, finché in ultimo la giustizia divina apre loro gli occhi.

« Il giusto, per contrario, esamina e scruta ogni giorno la sua condotta, lava ciò che vi trova di impuro colle lacrime della peniten­za. » (S. Greg.)

« Io rifletto ogni sera su ciò che ho detto, pensato e tatto durante il giorno » diceva Cicerone .

 

2. IL DOLORE O PENTIMENTO. E' quel di­spiacere e odio dei peccati commessi che ci fa proporre di non più peccare. Il dolore perfetto se sentiamo più dolore di aver offe­so e disgustato Dio, Padre infinitamente buono e misericordioso, che non di tutti i mali del mondo e pensiamo che il nostro peccato fu la causa della Passione e morte di N. S. Gesù Cristo. Se ci pentiamo dei peccati solo per timore dell'interno, il nostro dolore è imperfetto. E' necessario aver dolore di tutti i peccati mortali commessi, senza eccezione, e conviene averlo anche dei veniali.

San Carlo Borromeo, il grande Arcivesco­vo di Milano, soleva ritirarsi ogni anno in qualche luogo solitario per fare gli esercizi spirituali e la confessione annuale. Sopra tut­ti gli altri luoghi, egli amava il Santuario di Monte Varallo, posto nella diocesi di Novara, sul confine della Svizzera, ove sono rappre­sentati in diverse cappelle i Misteri della nostra Redenzione.

Dopo aver lungamente pregato, si poneva a visitare le cappelle, fermandosi specialmen­te davanti a tre quadri, nei quali erano di­pinti l'Inferno, il Paradiso e Gesù Crocifisso. Davanti al primo pensava a tutti quei tor­menti che egli s'immaginava d'aver meritato coi suoi peccati e faceva un primo atto di detestazione delle sue colpe. Davanti al se­condo contemplava la gloria dei Santi, ge­mendo e sospirando che i suoi peccati gli im­pedissero di andarvi ed emetteva un se­condo atto di dolore intenso in vista a tanto bene perduto.

Finalmente davanti al terzo quadro rap­presentante Gesù Crocifisso diceva a se stes­so: « Ecco qui l'opera dei miei peccati! lo sono stato la cagione di tanti strazi e della morte del mio Dio. O Gesù, che cosa m'ave­te fatto di male, perché io dovessi trattarvi a quel modo? Mi avete amato con amore in­finito, mi avete immensamente beneficato.... siete infinitamente buono ed amabile, l' Amo­re Increato! Ed io ho avuto cuore di trattar­vi così! Barbaro che fui... Ma ora detesto e piango i miei peccati, e propongo ad ogni costo... etc. ». Così il Santo sapeva eccitare in sé il vero dolore delle colpe, passando con facilità dall'attrizione al dolore perfetto.

 

3. FERMO PROPOSITO. E' la volontà riso­luta di non commettere mai più peccati e di fuggirne le occasioni. E' una determinazione costante di soffrire tutto, perder tutto, piutto­sto che commettere di nuovo la colpa dopo aver conosciuto la malizia del peccato. Non vi è penitenza vera ed accettabile davanti alla di­vina giustizia, se non quando vi è una de­terminazione ferma di non più offendere Dio. Senza questo fermo proposito non c'è confessione valida, né vero dolore. Il fermo proposito deve essere universale, cioè deve estendersi a tutti i peccati, almeno i mortali. Deve essere pratico cioè estirparli tali e tali peccati, determinare i mezzi e il modo di conseguire questo fine. I mezzi per vincere il peccato sono la preghiera, la vigilanza, l'evi­tare ogni occasione di peccato e infine la mortificazione dei sensi interni ed esterni. Dove non c' è emendamento non c' è pentimen­to, diceva S. Isidoro. Non sono penitenti, ma derisori della penitenza, tutti coloro che si confessano senza il proposito dell'emendamento » . Il fermo proposito deve essere perseverante. Ogni sera ci dobbiamo chiedere se abbiamo mantenuto la nostra promessa ».

 

4. ACCUSA O CONFESSIONE. E' la manife­stazione dei peccati fatta al sacerdote o con­fessore per averne l'assoluzione. Siamo ob­bligati a confessarci di tutti i peccati morta­li non ancora confessati o confessati male; giova però confessare anche i veniali. Chi sa di non essersi confessato bene, deve rifa­re le confessioni mal fatte e accusarsi dei sacrilegi commessi: mille volte meglio non confessarsi che confessarsi male e commet­tere un sacrilegio. Non accusare un peccato di cui si dubita sia veniale o mortale, sareb­be un sacrilegio.« Il demonio, purtroppo, che ci toglie ogni rossore quando commettia­mo la colpa, ce la restituisce poi quando dob­biamo confessarla ».

Non si riflette abbastanza che per questa maledetta vergogna, si uccide l'anima pro­pria, si commette un delitto dei più orribili, perché si calpesta il sangue di Gesù Cristo e si fa servire a rovina quel Sacramento che è stato stabilito a nostra salvezza ».

La buona Confessione deve essere umile, sincera, completa. Davanti al sacerdote dobbiamo presentarci come davanti a Cristo, con profonda umiltà interna ed esterna. La sincerità della confessione consiste nel dire con semplicità tutto ciò che ricordiamo, senza incolpare gli altri, o nominare terze per­sone, senza nascondere la colpa per vergo­gna. Si può ingannare l'uomo, ma non Dio. Nel giorno del Giudizio tutti i peccati saran­no manifestati agli sguardi del mondo, e per un di vergogna che si vuole evitare nella confessione si sarà ricoperti di eterna confusione .

Terminata l'accusa, il confessore dà l'as­soluzione. E' la sentenza del sacerdote che in nome di Gesù Cristo, rimette i peccati al penitente.

 

5. SODDISFAZIONE O PENITENZA SA­CRAMENTALE: E' la preghiera e l'opera buo­na imposta dal confessore a castigo e a cor­rezione del peccato, e a sconto della pena temporanea meritata peccando. Deve essere fatta al più presto possibile dopo la confes­sione. Dio nella Sua bontà  illimitata perdona, ma nella Sua giustizia e santità infinita esige una soddisfazione. Chi non fa penitenza e sod­disfazione in questa vita, deve tarla nel Pur­gatorio. Gesù per placare questa giustizia di­vina per i peccati commessi dagli uomini, ha pianto, digiunato, sudato sangue ed è morto sul legno della croce tra due malfattori

 

Dobbiamo quindi ricevere la penitenza con umile sottomissione ed eseguire con esattez­za. Alla penitenza Sacramentale dobbiamo aggiungere i nostri dolori, .fisici e morali, le contraddizioni e le pene della vita presente e la croce quotidiana dei nostri doveri ed obblighi come penitenza, offrendoli a Dio in espiazione delle nostre colpe onde voglia il Signore Misericordioso, abbreviare il nostro soggiorno nel carcere tremendo del Purgato­rio.

 

 

« SE VUOI ENTRARE NELLA VITA, OSSERVA I COMANDAMENTI »

 

Rispose Gesù al giovane ricco, e a tutti gli uomini desiderosi della vita eterna. E indicò così l'unica via che conduca al cielo.

I Comandamenti di Dio o Decalogo sono le leggi morali che Dio nel Vecchio Testa­mento diede a Mosè sul Monte Sinai, e Ge­sù perfezionò e completò col Nuovo Testa­mento.

n decalogo c'impone i più stretti doveri di natura verso Dio, noi stessi e il prossimo come pure gli altri doveri che ne derivano, per esempio i doveri del proprio stato e di professione.

Siamo obbligati a osservare i Comanda­menti di Dio, perchè sono imposti da Lui, nostro Creatore, nostro Dio nostro Padrone supremo, e dettati dalla natura e dalla sana ragione.

I Comandamenti di Dio si possono osser­vare tutti e sempre, anche nelle più forti tentazioni, con la grazia che Dio non nega mai a chi Lo invoca di cuore. Ogni Comanda­mento contiene un ordine e una proibizione.

 

 

 

MASSIMO E PRIMO COMANDAMENTO:

 

« Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore con tutta l'anima tua con tutta la tua mente ».

 

 

Dio è amore e chiede solo amore. Facendo l'esame di coscienza sopra il primo coman­damento, la coscienza non può essere in dub­bio se si è mancato o no, perchè Cristo stes­so definisce che cosa è l'amor di Dio. « Chi ritiene i miei Comandamenti e li osserva, quello mi ama. Chi non mi ama non osserva le mie parole. Solo un « si » o un « no » può essere la risposta. »

«Tutto il tuo cuore », non come serva che obbedisce al comando del padrone, ma co­me un figlio affettuoso, previene i desideri del migliore dei padri, cioè di Dio. « Con tutta l'anima tua », Dio è Spirito e « deve essere adorato in ispirito e verità ». Se io vado a Messa, ma l'anima mia non si unisce al sacrificio e non prega senza distrazione durante la Messa, l'anima mia non ha pre­stato il culto dovuto alla Divina Maestà. Ha commesso mancanza. Se copiose elemo­sine, ma dopo torno al peccato, io non amo Dio con tutta l'anima... « Chi ama l'iniquità odia l'anima propria » (Salm. 10)

 «Con tutta la mente» Siamo obbligati, se vogliamo adempire il primo Comandamento, a studiare nei minimi particolari la legge di Dio, come dice il salmista: « Beato l'uomo, che nella legge del Signore ha la sua com­piacenza, e nella legge di Lui medita giorno e notte » (Salm. 1.)

Con la memoria dobbiamo ricordare in ogni nostro affare ed azione la giusta via da seguire, e con la volontà, anche a costo di sacrificio e a costo della vita, dobbiamo os­servare sempre i dieci Comandamenti.« Chi persevera sino alla fine, questi è salvo. »

« Il premio è promesso non a chi incomin­cia bene, a chi continua per un certo tempo, ma a chi persevera sino alla fine; quindi chi ha incominciato cerchi di perse­verare nella legge sempre meglio. Chi ha proseguito cerchi di giungere alla fine e chi disgraziatamente non è osservante, si metta sulla buona strada e si sforzi di persevera­re. Lo so che è un compito abbastanza diffi­cile, però l'esempio dei Santi, l'aiuto della Vergine SS.ma, la grazia di Dio, è sempre pronta a chi la chiede, non ci mancherà ».

 

IL SECONDO È SIMILE A QUESTO:

 

« Amerai il prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti . »

 

Per non camminare in tenebre, Gesù il Maestro Buono anche qui dà una definizione precisa, chiara sulla misura dell'amore per il prossimo: « Amatevi l'un l'altro come Io vi ho amati » . L'esempio di Gesù insegna le opere di misericordia spirituale e corporale verso il prossimo, perfino a sacrificare se stessi per il bene spirituale o temporale de­gli altri, come in verità fanno i missionari, i sacerdoti e tante altre anime generose e dovrebbero fare anche i genitori per il bene spirituale dei loro figli. Il nostro esame, nel grande giorno del giudizio finale, non avrà altro tema che la carità che abbiamo prati­cato verso il nostro prossimo. « Tutto ciò che avete fatto per il minimo dei miei fra­telli, lo avrete fatto per Me » dirà Cristo. « Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete mutuo amore ». (S. Giov. XIII.32-38). Che cosa hai fatto tu finora per il tuo prossimo? Come risponderai a Ge­sù nell'ultimo giorno?

 

I COMANDAMENTO

 

lo sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori che Me.

 

Il primo comandamento ci ordina di esse­re religiosi, cioè di credere in Dio e di amar­lo, adorarlo e servirlo come l'unico e vero Dio, Creatore e Signore di tutte le cose visi­bili ed invisibili.

 

Chi pecca contro il primo Comandamento?

 

Chi trascura in pubblico e nella vita privata il culto dovuto a Dio con la preghiera del mattino e della sera, di prima e dopo i pasti e sdegna di compiere atti religiosi.

Chi coltiva dubbi volontari sulle Verità della Fede, o mette in pericolo la sua fede trascurando la istruzione religiosa, legge gior­nali, libri, riviste contrari alla fede. Chi ne­ga la verità rivelata da Dio ed insegnata dalla Chiesa. Chi combatte apertamente la religione, chi deride i riti e le funzioni, i sacerdoti e i fedeli che frequentano la Chie­sa.

Chi appartiene ad associazioni ed idee contrarie alla religione, è condannato e sco­municato dalla Chiesa. (Comunisti, massoni, spiritismo) . Chi per rispetto umano trascura il culto pubblico, le processioni. Si rende colpevole di empietà chi rifiuta a Dio ogni culto. E' idolatra (in senso moderno) chi ama le crea­ture e si serve di loro invece di Dio. Chi è schiavo del denaro, delle passioni del ven­tre. Chi ricorre agli spiriti, al demonio per conoscere le cose occulte e future. Essendo il demonio Padre di bugia non sarebbe mai capace di dire la verità; il futuro appartiene solo alla Divina Provvidenza.

 

SUPERSTIZIONE: Si fa peccato di super­stizione ogni qualvolta si onora Dio in una maniera sconveniente alla Sua Maestà o con­traria alla Sua Volontà, ed ogni qualvolta si attribuisce ad un'azione o ad una cosa una virtù soprannaturale che non ha. Per esempio, chi attribuisce a un tal numero di Pater Ave e Gloria, un'efficacia infallibile ad otte­nere certe grazie. Chi pretende conoscere il futuro a mezzo dei sogni, della sorte, dell'astrologia. E' peccato di superstizione dar ret­ta ai sogni e riguardarli come indizi di avve­nimenti buoni e cattivi, ossia di fortune o disgrazie: perchè a meno che si tratti di una rivelazione speciale di Dio, essi non possono aver alcuna relazione con le cose liete o tristi che dovranno capitare, non essendo altro che effetti di fantasia o effetti fisici o turbamenti del maligno.

 

 

E' peccato consultare gli astrologi, voler co­noscere dalle stelle se si morirà giovani o vecchi, se si sarà ricco o povero, felici o infelici. Tutto ciò che riguarda la vita umana Dio l'ha riservata a , « ed un sol capello della nostra testa non cade senza il suo per­messo » .

Molti prendono l'ululato del cane, il gemito della civetta, il canto del gallo come presagio di disgrazie e non fanno altro che offendere Dio. Aprono la loro vita agli inganni del de­monio, « che con premura si mette in mezzo anche senza essere chiamato. » (S. Tommaso)

 

LO SPIRITISMO è la superstizione prati­cata da coloro che fanno comparire gli spiri­ti e l'interrogano per conoscere Ciò che uma­namente non potrebbero sapere. Dio non può permettere che gli Angeli suoi o le anime dei defunti servano di trastullo alla curiosità o alla speculazione di uomini peccatori, cioè nemici di Dio, ma sono solo esclusivamente demoni che si mettono in comunicazione con gli spiritisti i quali fingono di chiamare l'ani­ma di tale o tal'altro trapassato. Essi ridono che con cosi semplice mezzo possono ingan­nare gli uomini.

La Chiesa cattolica condanna severamente sotto pena grave perfino coloro che danno il nome a tali società, che intervengono, o che stanno in comunicazione con persone che fre­quentano queste adunanze. (Decr. S. Uff. 29 apr. 1917).

 

VANA OSSERVANZA. Un'altra specie di su­perstizione: avanzi del paganesimo ed inter­vento diabolico, cioè sono sempre peccati, ec­cetto in caso d'ignoranza.

Si pecca di vana osservanza quando si pre­tende di conseguire certi effetti con mezzi non stabiliti da Dio e non proporzionati. Uno va dall'astrologo per sapere di che morte morrà. Pretende dall'uomo, ciò che sa solo Dio. Uno per non morire sul colpo porta ad­dosso sempre una preghiera: si tratta di un peccato di superstizione, perchè Dio non dà mai il potere alla carta di salvare dalla morte improvvisa. Si può evitare tale disgrazia pre­gando con umiltà che Dio nella Sua infinita bontà ci preservi da tale sciagura. E' peccato di vana osservanza la cosi detta preghiera a catena, che consiste nel mandare un certo numero di copie di una preghiera scritta ad altrettante persone, intimando a ciascuna di riprodurla ed inviarla ad altre, con minaccia di disgrazie e castighi a chi rompe la catena.

Pecca chi prende come segno di disgrazia la rottura di un cristallo, il numero tredici, incontrare certe persone, o pretendere che un'erba perchè raccolta in tal luogo e a tale ora abbia efficacia. E' superstizione non in­traprendere viaggi di venerdi, il giorno santo in cui il Signore intraprese il suo ultimo viag­gio sul Calvario e così santificato. Tutte que­ste cose per un cristiano sono sempre pecca­to, perchè mancanza di fiducia in Dio, e di­rettamente Lo offendono. Solo Dio ed unicamente Dio, è moderatore di ogni evento uma­no. « Non si muove foglia se Dio non voglia. »

 

IRRIVERENZA NEL LUOGO SÀCRO, come parlare, mangiare caramelle, allattare bambi­ni. Una beata vide registrare di una sua ami­ca morta tutte le mancanze commesse nel luogo santo, le irriverenze, le distrazioni, i discorsi inutili fatti in chiesa.

Sono irriverenze le genuflessioni superficia­li, appena un inchino a Colui che gli angeli adorano con la faccia prostrata a terra.

 

SACRILEGIO: è la profanazione di una persona, o di un luogo o di una cosa con­sacrate a Dio. E' sacrilegio insultare, calun­niare una persona consacrata a Dio. Com­mette sacrilegio chi mette le mani addosso a persone consacrate, e chi le cita davanti a un tribunale secolare senza il permesso ec­clesiastico. Chi insidia la castità sacerdotale. Sacrilegio commette chi ruba in Chiesa, chi fa dei guasti a un altare, in un cimitero, chi tiene discorsi osceni O compie atti peccaminosi, o compie un'azione esterna che disdice alla riverenza dovuta ai luoghi sacri. Sacrilegio fa chi tratta irriverentemente im­magini sacre, reliquie dei santi, ecc. chi con­verte in uso profano di beni ecclesiastici. (Comunismo). Il maggior sacrilegio reale è di ricevere indegnamente Gesù nella Sacra Particola.

 

II COMANDAMENTO

 

Non nominare il nome di Dio invano

 

" Il nome di Dio non sia di continuo sul­le tue labbra, e non mescolare col discorso il nome dei Santi, perchè non ne andrai im­punito. (Eccl. XXII.).

Nominare il nome di Dio invano significa pronunziare, senza giusta causa, o senza la debita riverenza, con leggerezza in ogni discorso profano o mondano tra giochi o passatempi, il nome Santo di Dio. E' il più grave fra i peccati veniali e può diventare anche mortale in certe circostanze. Sempre un'offesa a Dio. Altissimo con un comanda­mento proprio onora la grandezza e la san­tità del Suo nome. Noi che di fronte a Dio siamo vermi non prendiamo alla leggera que­sta lezione.

 

LA BESTEMMIA. La bestemmia è definita dai teologi: « una parola, un segno od un opera ingiuriosa a Dio, Gesù Cristo, Ostia Santa, alla Vergine, ai Santi. » Si commette non solo con la parola, ma anche col pensiero e coll'opera. Essa consiste in una parola ol­traggiosa, in un epiteto disonorante che si lancia contro Dio, la S.. Vergine e i Santi. E' un linguaggio diabolico. « Nessun peccato è più orribile della bestemmia. che mette la sua bocca fino in cielo. » (S. Girolamo.) Una anima che soffre vedendo oltraggiato il suo Dio, con un « Gesù, Maria vi amo salvate anime » ripara mille bestemmie disse Gesù a Suor Consolata Bertrami.

La bestemmia è sempre peccato mortale. Satana bestemmia perchè è tormentato, il cristiano invece è solo beneficato da Dio! Quale ingratitudine! Avaro, impuro, gode del suo peccato, il bestemmiatore invece non ha nulla di sensibile, solo inferno profondo che sta preparato se non si ravvede.

 

IL GIURAMENTO è un atto di religione, una invocazione espressa o tacita, diretta o in­diretta, del nome di Dio, al fine di chia­marlo in testimonianza della verità di Ciò che si dice o si promette. Per fare un vero giuramento è necessario che vi sia l'inten­zione di giurare, ossia di chiamare Dio in testimonio. Se uno per es. dicesse: Giuro che è così », ma non intende chiamare Dio in testimonio, in coscienza non farebbe al­cun giuramento. Giurare il falso è peccato gravissimo di spergiuro. « La mia maledizio­ne cadrà sulla casa di colui che nel Mio no­me giura il falso.»(Zacc. V. 4.) E' peccato giurare senza necessità o indurre altri a giu­rare il falso.

 

VOTO è la promessa vera, deliberata, spon­tanea, fatta a Dio di una cosa buona, a Lui gradita, alla quale ci obblighiamo per reli­gione. Il voto si fa solo a Dio. Per esser valido è necessaria l'intenzione di obbligarsi e che la cosa sia possibile. La trasgressione del voto è peccato veniale se fatta con tale intenzione, ed è grave se la materia del voto è grave e se si è avuta intenzione di obbli­garsi sotto pena di peccato grave.

« Se hai tatto qualche voto a Dio, non ri­tardare l'adempimento, perchè dispiace a Lui la stolta ed infedele promessa. » (Eccl. V. 2.)

« E' molto meglio non onorare Iddio con voti, che disonorarlo col trasgredire i voti tatti.» (Eccl. 5. 4.)

 

PROPOSITO è l'impulso di fare qualche opera di pietà, carità e devozione.

 

 

III. COMANDAMENTO

 

Ricordati di santificare le feste

 

Santificare le feste significa onorare Dio nei giorni di festa con atti di culto esterno ascoltando devotamente la S. Messa, aste­nendosi dai lavori servili (lavare, stirare, cu­cire, coltivare i campi) dedicandosi alla istru­zione religiosa e a opere di cristiana carità. « Per sei giorni lavorerai, e riposerai il set­timo, perché in sei giorni il Signore ha crea­to tutte le cose e al settimo si riposò. »

Si commette peccato mortale ogni volta che senza grave motivo la domenica e le altre feste comandate, si tralascia di ascoltare la S. M essa, obbligo di ogni cristiano dai 7 anni fino ai 60.

Dispensati sono gli ammalati e chi è impegnato nell'assistenza a un malato, nella vi­gilanza dei bambini, la madre nel periodo di puerperio. Sono dispensati quelli che abi­tano a una distanza che supera i tre Km. da fare a piedi.

Non soddisfa al precetto e pecca gravemen­te chi non ascolta la messa intera, arriva all'Offertorio, o va via prima della Comunio­ne. Pecca chi è disattento, dorme, legge li­bri profani, chi chiacchera o dà cattivo esempio ed è senza devozione. La Santa Messa ascoltata per radio, non soddisfa il pre­cetto, perché è necessaria la presenza cor­porale.

 

ASTENERSI DAI LAVORI SERVILI. Per lavori servili si intendono quelli che si com­piono più col corpo che non con la mente, per esempio: i lavori di campagna, l'esercizio diversi mestieri, alcuni lavori di casa: lavare, stirare, cucire. Lavorando il giorno di fe­sta sia per guadagno che per passatempo, sì commette peccato mortale, eccettuato se si lavora per breve tempo, esattamente non ol­tre due ore e sempre con il permesso del proprio parroco o del confessore.

 

DANNO SCANDALO e peccano mortalmen­te tutti coloro che obbligano a lavorare la domenica i propri dipendenti o impiegati, salvo le domestiche, e sono responsabili di tanti peccati gravi e scandali quanto il nu­mero delle persone che lavorano dietro i loro ordini.

« Se voi osservate i miei sabati (il giorno del Signore) sarà mio pensiero il far che scenda in tempo la pioggia a fecondare le vostre campagne. . . la terra produrrà i suoi germi e i rami delle piante si incurveranno sotto il peso della frutta... lo manterrò la pace nei vostri confini. . . e porrò il mio tabernacolo in mezzo a voi. . . lo sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» . (Lev.XXVII.)

 

L'ISTRUZIONE RELIGIOSA. E' dovere di ogni cristiano ascoltare la spiegazione del S. Vangelo e della dottrina cristiana. Chi trascu­ra la propria istruzione religiosa, commette peccato di ignoranza colpevole. « Chi teme il Signore accoglie la Sua dottrina, e chi di buon mattino Lo cerca, trova la benedizione; chi fa l'ipocrita ci troverà un'occasione di caduta. » (Eccl. 32. 18.)

 

SI PROFANA LA FESTA con divertimenti illeciti, pericolosi, come il ballo, occasione prossima di peccato perché può far sorgere pensieri, desideri, parole contro la purezza­« Un popolo che santifica la festa, ha già risolto per tre quarti la questione sociale.»

 

IV. COMANDAMENTO

 

- Onora il padre a la madre, se vuoi vivere lungo tempo sopra la terra -

 

« Chi affligge il padre e la madre, sarà disonorato ed infelice per tutta la vita.» (Prov. XIX 26.)

« Maledetto colui che non onora suo padre e sua madre » (Deut. 26. 16.)

Onorare il padre e la madre vuol dire dare a loro amore, rispetto, obbedienza, assi­stenza.

Pecca contro l'amore filiale chi nutre odio, disprezzo, avversione verso i propri geni­tori, desidera la loro morte, gode del loro male, si vergogna di loro e l'insulta con pa­role o minaccie, o li percuote o in altra ma­niera li disgusta e rattrista.

 

CONTRO IL RISPETTO FILLALE: Pecca chi disprezza l'autorità dei genitori confe­rito a loro da Dio stesso; e chi non ha stima di loro o non dimostra questo affetto filiale anche esterioramente con umile sottomissio­ne, docilità ed obbedienza, scusando e com­patendo i loro vizi e difetti, sopportando pa­zientemente la loro dignità di genitori. « Ma­ledetto colui che non onora suo padre e sua madre. (Deut. XXVII,)

 

LA DlSOBBEDIENZA verso i genitori è qua­si sempre peccato grave, perché si trasgredi­sce ad un precetto imposto da Dio stesso.

Pecca chi non eseguisce gli ordini dei ge­nitori prontamente senza indugio e senza cer­care pretesti di dispensa. Questa ubbidienza deve essere cieca, costante per tutta la vita. Anche nella vecchiaia dura questo obbligo, perché imposto da Dio stesso, con un premio immediato che ci dà già qui sulla terra.

Solo in due casi i figli sono dispensati dall'obbedire. ai propri genitori: 1°. Se il loro comando e contrario ai Comandamenti di Dio, o i genitori comandano loro cose illecite. 2°.  se i genitori oppongono alla scelta dello stato ed alla vocazione religiosa dei figli « perché prima bisogna obbedire a Dio e poi agli uomini. » (S. Pietro)

« Figliuoli ascoltate la parola del padre, perché il Signore volle il padre onorato da' fi­gliuoli, e vindice del diritto della madre, lo rese saldo suoi figliuoli. »

« Chi onora il padre sarà allietato da' fi­gliuoli, e nel giorno della sua preghiera sarà esaudito. »

« Chi teme il Signore, onora i genitori, e come a padroni servirà a quelli che l'han ge­nerato, »

« A fatti e in parole e con ogni sapienza onora tuo padre, affinché scenda su di te la benedizione di lui. »

« Simile a un infame è chi abbandona il padre, e maledetto dal Signore chi irrita la madre. » (Eccl. 3. 6-8-9-18.)

Trasgredisce il quarto comandamento chi nega assistenza ai propri genitori. L'assisten­za all'anima consiste nel sollecitarli al bene se fossero traviati, o lontani dalla Chiesa e da Dio; nel provvedere in tempo a far loro ricevere il SS. Eucaristico come Viatico se gravemente infermi. E' un dovere eseguire scrupolosamente la loro ultima volontà lascia­ta a voce o per testamento. Dopo la loro morte con sollecitudine di un buon figlio cura di alleviare il loro purgatorio con S. Messe, preghiere ed elemosine.

Riguardo al corpo dovere  filiale è provve­dere ai genitori alloggio, vitto, vestiario, cu­rarli nella malattia, chiamare il medico e pro­curare tutte le medicine o le cure necessarie per la loro guarigione; e non considerare i ge­nitori come un peso per il bilancio della fami­glia.

« Figliuolo, prendi cura della vecchiaia di tuo padre, e non lo contristare in vita sua.; E s'egli è svanito di mente, compatiscilo, e non lo disprezzar nel tuo vigore. Perché la pietà verso il padre non sarà dimenticata, e per i difetti della madre, ti si renderà bene. (Eccl. 3. 14.)

 

Doveri dei genitori verso i figli !

 

Il primo dovere è di assicurare loro un nido riscaldato dall'amore reciproco, un am­biente somigliante nella sua purezza al san­tuario di Dio, dove il corpo è il tempio dello Spirito Santo.

Il coniugi hanno il dovere di non limitare maliziosamente le sorgenti della fecondità. Pecca gravemente chi abusa dello scopo del matrimonio stabilito da Dio per la procreazione della prole. « Tanto è togliere la vita a chi l'ha, quanto l'impedire che l'abbia a chi stava già per averla; e se l'impedire che l'ab­bia a chi stava per averla non è un omicidio compiuto, è però un omicidio anticipato. (Tertulliano.)

Conservare la vita, fare tutto perché si sviluppi sana e robusta prima e dopo la na­scita, è un dovere fondamentale. La madre si deve astenere dai divertimenti eccessivi, dai lavori pesanti, dai sentimenti e disgusti violenti, non deve ostacolare il lavoro della na­tura, e deve aver grande fiducia nella Divina Provvidenza che provvede perfino gli uccelli del bosco.

La madre ha il dovere di provvedere ai fi­gli gli alimenti necessari perché crescano sa­ni e robusti da salute fisica. La salute e la forza dell'organismo servirà come il più importante capitale nella vita. Il denaro che 'risparmia sugli alimenti del bambino dovrà spenderlo più tardi doppio per il dottore e le medicine.

Commette grave mancanze chi ritarda o trascura o impedisce il Santo Battesimo. Fin­ché permane il peccato originale, il bambino rimane sotto l'influenza di Satana, quale non lascerà solo dietro il comando del sacerdote: « esci da lui spirito immondo ».

La massima carità che il genitore o altra persona può fa­re a un neonato è di accelerare il suo Batte­simo.

Pecca chi trascura di provvedere in tempo all'istruzione religiosa, Comunione e Cresima dei figli prima che l'uso di ragione li porti a commettere qualche peccato grave.

Gesù sulla via dolorosa rivolge la parola alle madri di Gerusalemme ed alle madri di oggi: « Figliole di Gerusalemme, non pian­gete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figliuoli. » Questo ammonimento Gesù dice a quei genitori che formano il corpo, ma dopo per niente o poco si curano dell'anima del bambino e non si interessano per nulla se questa va a finire nel fuoco eterno.

Dopo la vita il più grande dono di Dio è quello di concederci genitori veramente a lui fedeli. I primi insegnamenti che dalle labbra della madre, scendono nel cuore dei figli han­no una forza grandissima e non si cancellano mai più. Se i tuoi figli non sono la delizia dell'anima tua, fai l'esame di coscienza e chie­diti come stai con Dio?

Pecca chi trascura l'educazione civile se­condo le sue possibilità; e chi trascura la correzione commette mancanza. « La verga e la correzione danno sapienza e un fanciullo abbandonato a se stesso, fa vergogna a sua madre. »  (Prov. 29- 15.)

Pecca chi trascura la vigilanza attenta oc­culta e continua, in rapporto alla loro vita morale, e alle loro letture, nell'adolescenza e nel fidanzamento, in casa e fuori casa ed in ogni tempo.

Pecca chi dà cattivo esempio, chi scandaliz­za i bambini. Come dice Gesù: « Chi scanda­lizzerà uno di questi piccoli, sarebbe meglio che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse sommerso nel profondo del mare. »

Il buon esempio vale più che le prediche. Una madre che nel cuore del suo bambino riesce ad accendere l'amore verso la Madon­na, ha assicurata la sua felicità terrestre e celeste.

Una mancanza molto comune tra i genitori è di impedire il matrimonio ai figli. Essi con ciò causano disordini, e abusano della loro autorità. Forzare un figlio alla carriera ec­clesiastica spesso è la rovina della loro eterna salute.

Impendendo la vocazione religiosa dei figli, i genitori peccano gravemente, distruggono i disegni di Dio e possono causare la perdi­zione eterna dei loro figli.

 

 

Doveri dei servi, operai, e dipendenti verso i padroni

 

LA FEDELTA' è il primo dovere di ogni di­pendente. Non ci si appropri mai nulla di che appartiene al padrone.

Non si dissipi inutilmente la roba del pa­drone. Si deve custodire esattamente la roba del padrone ed impedire che il padrone venga da altri danneggiato.

Chi trascura d'impedire il danno ai padro­ni sia da parte di domestici che di estranei o dipendenti, si fa complice del peccato e ha il dovere di coscienza di risarcire il danno che poteva e doveva impedire.

Tutti i dipendenti, gli operai, i servi hanno il dovere di vigilanza sull'onore ed il buon nome, l'interesse dei loro padroni, mantenen­do i segreti della famiglia, ed evitando di spar­larne. Questo obbligo permane anche dopo che essi lasciano il servizio. Certe maldicenze e calunnie non sono che vendette di anime vili.

 

 

LA DILIGENZA è il secondo dovere. Chi trascura di adempire bene al suo dovere, 'la­vora con grande stento, perde inutilmente il tempo, commette peccato di ingiustizia, perché prende uno stipendio che non si è meritato. Certe negligenze possono essere anche peccato grave. ricordando la parola di Gesù: . « Servo infingardo, inutile: gettatelo nelle tenebre eterne. (S. Matt. XXV. 30)

 

IL RISPETTO E L'OBBEDIENZA AI PA­DRONI. E' un dovere importante per tutti i dipendenti in tutte le mansioni, operai, do­mestici, impiegati: « O servi obbedite ai vo­stri padroni secondo la carne, con timore e tremore nella semplicità del vostro cuore come a Cristo, non servendo solo all'occhio come chi vuole piacere agli uomini. ( San Paolo)

Sacrosanto dovere è di disubbidire quanto il  padrone comanda cose cattive o contro la  legge di Dio. Guai ai servi che lo assecondano. Andranno incontro ai guai, ma si conserve­ranno sempre fedeli a Dio.

 

Doveri dei padroni verso i dipendenti

 

« Se alcuno non pensa a quei di casa, co­stui ha rinnegato la fede ed è peggio d'un infedele. » (S. Paolo I. Tim. V. 8.)

 

LA GIUSTIZIA è il primo dovere, cioè pa­gare esattamente la mercede convenuta secondo il lavoro e le fatiche. « Defraudare la mercede agli operai » è peccato gravissimo, che grida vendetta al cospetto di Dio.

 

LA CARITIA ‘ del prossimo e la vera civiltà esigono di trattare i servi con discrezione, di non sovraccaricarli di lavoro in modo tale da non lasciarli nemmeno respirare, di non trat­tarli con disprezzo. Nel regno di Dio i tuoi domestici possono ricevere dignità e premi, alla stregua delle loro umiliazioni su questa terra; invece può capitare che la tua posizio­ne in cielo sia molto più sotto della loro.

 

La carità e la buona educazione esigono di non comandare con tono aspro e in manie­ra insultante i dipendenti son di carne e os­sa come te, hanno il cuore come te e i sentimenti come te, e non sono macchine o bestie. Un padrone civile non corregge mai con villania o improperi o minaccie.

Sa compatire i piccoli difetti e corregge educando, incoraggia la buona volontà dimo­strando la sua soddisfazione. Se i servi si am­malano non bisogna subito sbarazzarsene. Un vero padrone, inoltre, sa dare qualche ricom­pensa in più, oltre alla giusta mercede, per formare servi fedeli e rispettosi.

 

DOVERI STRETTISSIMI DI FRONTE A DIO son quelli di istruire, o fare istruire i propri dipendenti nei doveri cristiani, di la­sciare loro il tempo per ascoltare la Santa Messa e la spiegazione del Santo Evangelo, e il catechismo.

Vigilare sulla loro condotta, se hanno vizi, o impedire che bestemmiano per non cor­rompere l'anima dei propri tigli.

Correggerli con amore se hanno mancato, non solo nel lavoro ma anche nel buon co­stume. Edificarli infine con il buon esempio. Al tribunale di Dio dovremo render conto di come abbiamo adempito a questi gravi do­veri verso l'anima dei nostri dipendenti e saremo giudicati responsabili se la nostra trascuratezza tu una causa della loro eterna rovina.

 

Doveri verso la società

 

Osservare fedelmente tutte le leggi che non siano in contrasto con la legge di Dio. Rispetto verso la legittima autorità. Ogni potere viene da Dio.

Obbligo di coscienza di pagare la giusta imposta, senza cercar raggiri.

Sotto peccato grave ogni cattolico è obbli­gato ad adempiere il suo dovere politico di votare, secondo la disposizione della Chiesa.

 

 

V. COMANDAMENTO

 

Non ammazzare.

 

  Contro il quinto comandamento pecca chi danneggia la vita; l'onestà. la sostanza e la reputazione del prossimo, o la propria vita ,naturale.

 

L'OMICIO VOLONTARIO è un peccato gravissimo, che grida vendetta al cospetto di Dio. Commette omicidi o chi toglie la vita naturale al prossimo ingiustamente e volonta­riamente, sia in età tenerissima che adulta. Togliere la vita per mezzo di aborto è un delitto. La Chiesa punisce con scomunica ri­servata al vescovo, la madre e tutti coloro che vi cooperano fornendo medicine, consigli o altra azione .

OMICIDIO INDIRETTO PREVENTIVO è l’impedire la formazione di una nuove vita, con mezzi che si oppongono alla fecondazione. E' sempre peccato mortale l'uccidere per sentimento di pietà e di compassione malati inguaribili.

L'OMICIDIO INDIRETTO è quando si com­pie un'azione che per sua natura può cagio­nare al prossimo la morte, senza però che si abbia l'intenzione di uccidere. Per esempio, un marito maltratta la moglie incinta e ca­giona così la morte del bambino .

IL DUELLO si combatte per risolvere una vertenza privata, con l'intenzione di uccidere o ferire gravemente l'avversario. E' sempre un peccato gravissimo. La Chiesa colpisce di scomunica i duellanti, tutti i cooperatori e tutti i presenti. Vieta la sepoltura ecclesiastica a chi muore in duello senza pentirsi.

Il Concilio di Trento, lo dice; « introdotto per insinuazione di satana, a guadagnare colla sanguinosa morte del corpo, anche l'eterna rovina dell'anima. (XXV. 19.)

 

DANNI ALLA VITA NATURALE PROPRIA. Si pecca con autolesione, mutilazioni, e ferimenti volontari. La gravità del peccato dipende dalla gravità delle ferite­

­

SUICIDIO E' IL TOGLIERE A SE STESSO VOLONTARIAMENTE LA VITA. E' un delitto contro Dio contro se stesso, contro la fami­,glia e il suo buon nome.

E' un peccato gravissimo che comporta la privazione della sepoltura ecclesiastica. Il sui­cida distrugge i disegni di Dio, che solo è il padrone della vita umana­

SUICIDA INDIRETTO : è colui che espone a grave pericolo la propria vita per lucro ( corse di macchine), vizio, scommessa o per altra ,ragione.

 

LO SCANDALO, è un detto o fatto, una missione contraria alla legge di Dio che porge agli altri occasione di rovina spirituale » ( S. Tommaso,)

L'uccide l'anima. Dà scandalo con le pa­role chi tiene discorsi empi, contrari alla fe­de e alla religione, chi parla disonestamente e canta canzoni oscene, chi invita gli altri a far peccato, o dà cattivi consigli, chi pronun­cia bestemmie, spergiuri, imprecazioni, mal­dicenze alla presenza di altre persone, siano grandi che piccole. Costui dà scandalo. Ogni parola peccaminosa detta alla presenza di al­tre persone diventa un eccitamento al male.

 

SCANDALO CON LE OPERE: pecca chi tie­ne manifestamente una condotta scostumata e irreligiosa: chi profana, in pubblico, lavoran­do il giorno della festa. Chi viola astinenza nei giorni prescritti dalla Chiesa,. Chi presta ad altri qualche libro o rivista perverse. Chi commette intemperanze, ingiustizie, vendette o tiene pratiche viziose che siano conosciu­te da altri. Chi scrive, stampa, vende libri, immagini, giornali irreligiosi o immorali. Pec­ca di scandalo chi si veste immodestamente: Ogni azione cattiva in se stessa, o eccitante al male, fatta palesemente, è un incentivo per gli altri al mal fare: è scandalo.

 

DA' SCANDALO COLLE OMISSIONI: Chi trascura apertamente i doveri della religione, non fa Pasqua, non assiste alla Messa nei giorni festivi, oppure non adempie ai doveri più importanti del suo stato, per esempio non corregge i propri inferiori, tollera nella pro­pria casa bestemmie contro il nome Santo del Signore, o tollera dai figli discorsi irreli­giosi e disonesti," chi trascura doveri stretti del proprio stato. La gravità di questo pec­cato varia secondo l'intenzione, la qualità del­le persone e l'effetto. E' peccato gravissimo. Gesù dice: « Guai a colui che scandalizza, sa­rebbe meglio per lui che gli fosse messa una macina da mulino al collo e fosse get­tato in mare » (S. Luc. 17)

 

COLLERA, è un moto di sdegno più o meno forte, più o meno lungo, ma sempre passeg­gero, più o meno colpevole secondo la gra­vità del male che si desidera al prossimo.

ODIO. E' un atto puramente interno: signi­fica abborrire, detestare internamente, nu­trire stabilmente, in fondo al cuore rancore o risentimento verso una o più persone. Poichè è un peccato astratto, la cecità e l'amor proprio non permettono di ricono­scere nella propria anima questo grave pec­cato. Se ci si accosta alla S. Comunione con questo peccato mortale, si commette un sa­crilegio.

Contrassegno infallibile dell'odio è il pro­vare un senso profondo di ripugnanza e di avversione nel vedere o nel pensare a una persona. Chi prova questo sentimento ributtante, ha nel cuore odio, anche se ripete mille volte: «IO non odio nessuno, ma non posso salutare questa o quell'altra persona ». E' un peccato grave, tanto grave che la S. Scrittura dice: « Chi odia suo fratello è un omicida » (S. Giovanni. 111. 15) . Secondo contrassegno dell'odio è il sentir piacere, soddisfazione del male o delle disgrazie della persona abborrita, cioè un se­gno che nel cuore si ha odio.  Terzo contrassegno è il provar dispiacere dell'altrui bene, rincrescimento della fortuna di queste persone abborrite.

Quarto contrassegno dell'odio è il parlar male, volentieri, degli altri o compiacersi se ne sente parlar male di loro.

Dio nell'ultimo giudizio manifesterà i se­greti del nostro cuore a tutto il mondo. Allora si vedrà se sotto le parole dolci e i sorrisi di cortesia si nasconde il verme del­l'odio.

« Rimetti a noi i nostri debiti, come noi rimettiamo » Su questa parola « come » sta tutta la nostra salvezza, è il contrappeso nella bilancia della Divina Giustizia, è la misura del perdono Divino. Se per noi non aveva peso, significato il « come », tremiamo davanti a Dio perché la bilancia dei nostri peccati tenderà troppo al basso..

 

 

VI. COMANDAMENTO

 

Non commettere atti impuri

 

Il sesto comandamento proibisce ogni azio­ne, parola, pensiero, sguardo, desiderio, im­magine, spettacolo e le letture impure ed immorali. Non soltanto gli atti esterni ven­gono proibiti, ma anche gli atti interni acconsentiti: immaginanzioni, pensieri, desideri: « Chi guarda una donna con desiderio, ha già commesso adulterio nel suo cuore». ( Mt. V.28.)

La castità ordina di tenere il corpo e la mente puri e soggetti allo spirito. La castità obbliga ogni ceto di persone: celibi, sposati, religiosi e vedove, secondo il proprio stato.

IL PECCATO DI IMPURITA' si commette quando si cerca e si vuole direttamente il pia­cere cattivo con pensieri, parole o atti. In tal caso si ha sempre peccato mortale. « i fornicatori, gli adulteri gli effemminati.. entreranno nel regno di Dio. (S. Paolo Cor. 9-10)

COMMETTONO ADULTERIO i coniugi che coltivano amori estranei, relazioni con altre persone. Essi vengono così meno al giuramen­to sacro della fedeltà. E' una scelleratezza è « un'infamia e un'iniquità grandissima, è un fuoco che fino alla rovina divora e che sradica ogni rampollo» (Giobbe 31-11.) E' la fon­te di ogni disordine, di raggiri, di scandali, divorzi e delitti, è una vergogna per i figli, sopratutto per i figli naturali.

L'ABUSO DEL FINE PRINCIPALE DEL MATRIMONIO STABILITO DA DIO. L'An­gelo ordinò a Tobia: « Tu sposerai questa vergine nel timore del Signore mosso al de­siderio di aver figlioli, più che da ogni altra inclinazione. (Tob. VI. 22) Chi viola questo ordine di Dio si rende reo di gravissima col­pa contro le leggi di Dio e la natura, è sem­pre un peccato mortale.

I BALLI sono spesso stimolo potente di lus­suria. St. Agostino dice: « I balli sono la ven­demmia del diavolo e fanno lo strazio terri­bile delle anime» .

L'OZIO e le compagnie cattive sono altri pe­ricoli per la castità.

 

PER DISCORSI DISONESTI si intende qua­lunque discorso in cui si parli di materie lu­briche e brutte. Son sempre colpe gravi, anche se fatti senza intenzione diretta di indurre al­tri al peccato. Il diavolo sa fruttificare e fa ri­cordare quei discorsi a chi li ascolta per poi indurre al peccato, come racconta la sorella stessa di un moribondo: « Sorella, io muoio! .. Sento che muoio... Ricordi Ginota, quelle pa­role pronunciate anni fa, nella tale occasione! Ebbene non le ho dimenticate mai più! Esse mi furono causa di peccato. Mi sono confes­sata.. ma quei peccati li ho taciuti, come ti avevo taciuti sempre... Ho ricevuto il Viati­co sacrilegamente! .... Sento che muoio.... che andrò all'inferno... »

Io mi butto ai suoi piedi e, dirottamente piangendo, le chiedo perdono ed ella strin­gendomi più forte la mano: « Si ti perdono... ti perdono,... ma per causa tua... causa tua... vado all'inferno! » E spira.

 

Prima di pronunziare una frase a doppio senso, si pensi bene che davanti al tribunale di Dio un'anima potrebbe accusarti: « A causa tua sto nell'inferno ». Lo stesso rimorso devono sentire i negozianti che nelle loro vetrine espongono oggetti che possono far nascere pensieri o desideri impuri, far con­sumare peccati o scandalizzare bambini ed innocenti. Come il mate penetri veramente nell'anima di questi bambini si vede dalla risposta di un ragazzo di dieci anni quando la mamma domanda.­

« Gianni, perché non hai voluto fare la Co­munione? »

« Sai mamma, quando alla partenza da Roma, tu mi mandasti al chiosco per acquistare il giornale al babbo, ho visto una brutta fi­gura: lì per lì non ci ho fatto caso. Ma, poi, quella figura mi è tornata davanti, e neppu­re in chiesa mi è riuscito di scacciarla. Non era proprio possibile che facessi la Comu­nione. »

Ogni mattina quando apri le tue vetrine e il tuo chiosco e la sera quando rivedi il tuo guadagno, alle tue entrate di denaro aggiun­gi le tue colpe e pene aumentate dalla divina giustizia a tuo conto per i peccati che han­no commesso gli altri a causa della tua ve­trina.

E' peccato grave esporre agli occhi degli altri immagini, statue, pitture che rappresen­tano scandalose nudità, o esporre il proprio corpo denudato dalla moda ai passanti della strada.

Lo scandalo è più o meno grave a secondo di fronte a chi si parla. Grave è lo scandalo di chi parla in presenza di persone semplici e di fanciulli con discorsi dove c'è il pericolo di aprir loro gli occhi alla malizia e metterli sulla strada del peccato.  Bandite dalle vo­stre labbra ogni parola oscena.

 

LE LETTURE CATTIVE sono veleno per il cuore, occasione di perversione, (Col. IlI. 8) di corruzione e di rovina delle anime. « Avevo la vocazione e la perdetti per una cattiva lettura » diceva un'anima. La mia rovina sono stati i libri cattivi.

Questo sesto comandamento ci ordina di essere « santi nel corpo» portando il massimo rispetto alla propria e all'altrui persona, come opere di Dio e templi dove Egli abita con la presenza e con la grazia.

 

VII COMANDAMENTO

 

- Non rubare -

 

Il settimo comandamento proibisce i fur­ti, i guasti, le usure, le frodi nei contratti e nei servizi, e il prestar mano a questi danni: ci ordina di restituire la roba degli altri.

 

IL FURTO propriamente detto sta nel toglie­re la roba ad altri contro la legittima volontà del padrone. Il furto reca ingiuria a Dio e al prossimo. E' peccato veniale se non supera il danno recato al salario di un giorno di un operaio. Se oltrepassa questo limite è peccato grave. Il furto leggero diventa grave se reca danni gravi; come il rubare a un ope­raio un arnese necessario per il suo quoti­diano lavoro.

Tanti piccoli furti insieme costituiscono peccato grave, come per esempio il bottegaio che ogni volta fa il peso scarso, alla fine ru­ba quintali. La domestica che ogni volta ritiene qualche centesimo, alla fine ruba una somma considerevole. L'artigiano che non restituisce i ritagli della stoffa o altra roba li ruba.

Suor Josefa Menendèz vede nell'inferno le anime che si accusano specialmente di pec­cati di impurità, di furti, di commerci in­giusti: « Dove è ora ciò che hai preso? ... ma­ledette mani! ... Perché quella ambizione di avere ciò che non mi apparteneva, e che non potevo possedere se non per qualche gior­no?.. » Sembra la maggior parte siano dan­nate per questo.

Peccano di furto quelle spose che senza un ragionevole motivo rubano in casa denaro e roba del marito, e vendono di nascosto vino, grano ecc, Lo stesso furto commet­tono i figli asportando soldi o approprian­dosi di roba dei genitori. Si pecca chi coglie frutta o il raccolto dei campi degli altri, agli amministratori, i fattori, che approfitta  dei loro uffici e della loro autorità a danno del padrone.

«Sulla casa del ladro piomberà la Mia maledizione e vi dimorerà e lo consumerà». dice Iddio nella Sacra Scrittura.

LA FRODE consiste nel danneggiare il prossimo per mezzo dell'inganno, ossia nel privarlo di una cosa o di un diritto che gli ap­partiene.

La frode si trova in ogni classe. Coloro che si fingono poveri sollecitando la carità degli altri e in tal modo ingannandoli. Gli operai che lavorano solo sotto gli occhi del padrone, trascurando tutto in sua assenza. Questi si appropriano un salario non del tutto meritato, perciò sono rei di frode. Pec­cano gli artigiani che non eseguiscono il lavoro secondo i patti convenuti, oppure ol­tre la mercede ritengono parte della roba, o la sostituiscono con altra di diversa quali­tà. Si pecca alterando la qualità, il peso e la misura delle merci. « La bilancia ingannatrice è una cosa abbominevole agli occhi di Dio. » (Prov. XI. 1.)

Pecca di frode chi esagera il giusto prezzo, chi sfrutta la gente in miseria comprando a prezzo basso. Chi esige dal prestito un in­teresse superiore al giusto. Chi potendo non restituisce il prestito, non paga i debiti, non ripara, non otterrà il perdono di Dio, anche se con le parole si dichiara pentito. Peccato che grida vendetta al cospetto di Dio la fro­de nella mercede agli operai chi nega, di­mezza, differisce o trattiene la giusta mer­cede. « Il frodatore della mercede è simile all'omicida, perché il pane guadagnato è la vita dei poveri »). (Eccl. XXXIV 25-26)

 

INGIUSTO DANNO è quello che proviene da un'azione per illecita, come guastare, distruggete, consumare la roba altrui. Si pec­ca d'ingiusto danno chi ha ignoranza colpe­vole, per esempio un avvocato non studia fi­no a fondo la causa e fa perdere il cliente. Si incorre in omissione peccaminosa chi manca di custodia, di attenzione, di buon go­verno, chi vi è obbligato, p. es. una serva che lascia andar male la roba del padrone, oppure la consuma senza alcuna necessità. Pecca chi ritiene roba casualmente tro­vata. Chi ha trovato una cosa è obbligato a cercar il padrone e consegnarla. In via or­dinaria si deve far funzionare il ritrovamen­to o in chiesa o per mezzo dei giornali. Se il padrone non si trova, la legge dispone che la cosa trovata venga depositata nei pubblici uffici ed ivi rimanga per lo spazio di due anni, trascorsi i quali senza che comparisca il padrone, chi l'ha trovato può appropriar­sela.

Pecca di ingiusto danno ancora chi fa per­dere agli altri quello che hanno o potrebbe­ro avere,. chi calunnia servi ed operai per far perdere loro il lavoro o la mercede,. chi con raggiri ed inganni impedisce ad alcuno di fare giusto guadagno, o di aver un posto o un impegno. Pecca chi cagiona la morte o grave pregiudizio alla salute del prossimo, per cui esso si troverà nell'impotenza di provvedere a e alla famiglia.

Peccano gli eredi ed esecutori testamentari che non adempiono fedelmente e prontamen­te le disposizioni ordinate ai testatori, spe­cialmente se si tratta di legati pii; sia che questi siano disposti per iscritto, o anche solo a voce, perché in ogni caso davanti a Dio l'obbligo di adempire la volontà cono­sciuta dal testatore è sacra e inviolabile.

Si pecca e danneggia il prossimo quando si coopera, o si concorre in qualsiasi forma al danno altrui con comandi pericolosi, con consigli, suggerimenti, astuzie per riuscire o stornare una restituzione, per via di pro­tezione accettando depositi di oggetti, o te­nendo mano ai ladri, ai servi, alle mogli, fi­gli, col ricevere, nascondere la roba.

Pecca con partecipazione chi presta a un ladro la sua opera o i suoi strumenti, e chi compra, profitta, gode di cose rubate. I ge­nitori che vedendo venire i figli a casa con roba che non si sa da dove venga invece di indagare tacciono, dissimulano, pensano a godere la roba di cui sono venuti in posses­so.

Si pecca, cooperando negativamente, chi potendolo senza grave incommodo impedire non lo fa.

 

 

Il dovere della restituzione

 

Per cancellare gli altri peccati basta una buona confessione. Per i peccati di ingiu­stizia la confessione non vale niente se non è accompagnata da una seria ed efficace vo­lontà di fare la restituzione. Questo dovere non cessa mai, per quanto siano le difficoltà. La restituzione non è un consiglio, neppu­re una penitenza imposta dal confessore, co­sicché si possa diminuire o commutare con altra opera buona, come credono taluni, ma essa è un atto di rigorosa giustizia, un pre­cetto della legge naturale e divina, immuta­bile come è immutabile Dio.

 

Dio è la giustizia per essenza. Come po­trebbe dispensare dal rendere a ciascuno il suo! Né indulgenze plenarie, digiuni rigo­rosi, lacrime cocenti, opere di beneficenze sarebbero sufficienti senza la restituzione. Non si rimette il peccato se prima non si re­stituisce. « O restituzione, o dannazione ». L'obbligo di restituzione passa anche agli eredi del ladro.

Se il danneggiato è morto, agli eredi suoi spetta il risarcimento e la restituzione. Per salvaguardare l'onore, la più semplice via di restituire per mezzo di un confessore o il parroco. La restituzione dev'essere fatta più presto che si può, perchè l'obbligo incalza ogni giorno, ed anche per un solo gior­no è proibito ritenere cose che non ci ap­partengono.

Procrastinare la restituzione senza giusto motivo è continuo e successivo peccato, per il danno successivo che ne riceve il prossi­mo e per la continua trasgressione della leg­ge di Dio. La morte è più vicina di quanto si creda. Fate subito quello che vorreste aver fatto in punto di morte.

La più preziosa eredità è l'onestà, la virtù e il timor di Dio.

 

VIII COMANDAMENTO

 

Non dir falsa testimonianza

 

L'ottavo comandamento ci ordina di dire a tempo e luogo la verità, e d'interpretare in bene, possibilmente, le azioni del prossimo. Ci proibisce ogni falsità e il danno ingiusto dell'altrui fama: perciò oltre la falsa testimo­nianza, la calunnia, la bugia, la detrazione o mormorazione, l'adulazione, il giudizio e il sospetto temerario.

 

LA BUGIA è una parola o un segno che e­sprime il contrario di Ciò che si pensa o si sente, con animo di ingannare gli altri (San Agostino).

Il peccato si commette non solo con le pa­role, ma con cenni, segni, con atti e in tutti quei mezzi che servono per manifestare il no­stro pensiero. (stampe, giornali).

Ogni simulazione, ogni finzione è bugia. La più brutta delle bugie è l'ipocrisia, che si la quando si vuole apparire migliori di quello che si è, per trarre altri in inganno.

Non è lecito dire una bugia, neppure se si trattasse di liberarsi da grandi mali, neppure se si trattasse di sottrarsi alla morte.

Dio, verità, per essenza, condanna severa­mente la bugia nella Sacra Scrittura: « Chi adopera la bugia è persona senza pudore e cuore ». (Eccl. XX. 26) e di più: « I bugiardi hanno stretta parentela, anzi sono figli del diavolo, che è il padre della menzogna ». (Giov. VIII. 44.)

La bugia generalmente è un peccato venia­le, ma può diventare in certi casi peccato mortale, p. es. quando fa torto a Dio recando pregiudizio alla religione e alla Chiesa, al Pa­pa, alle Autorità (le calunnie dei comizi), quando reca un danno considerevole all'onore, quando infine fosse causa di grave scandalo. alla lama ed agli altri beni del prossimo;

 

LA BUGIA « OFFICIOSA »; è quella che si dice per qualche utilità propria e degli altri, oppure per evitare a o agli altri qualche male; p. es. la madre per scusare i figli col pa­dre, o i figli per evitare un castigo.

LA BUGIA DANNOSA: è quella che reca, danno spirituale o temporale al prossimo, con inventare cose false a suo carico, interpretare male le azioni buone o indifferenti degli altri. Sono bugie dannose quelle che servono a tra­scinare qualche persona al peccato. dandole ad intendere che sono cose da nulla, che le verità della fede sono invenzioni dei preti, per raggiungere il proprio scopo e fa cadere nella trappola gli inesperti.

Le bugie dannose sono tutte peccati mortali e comportano l'obbligo di risarcire il danno nella buona fama del prossimo.

PER F ALBA TESTIMONIANZA si intende una deposizione fatta in giudizio contro la ve­rità, dopo aver prestato giuramento davanti a un legitimo giudice. Chi è chiamato davanti al giudice ha l'obbligo stretto di deporre la verità, senza riguardo all'interesse o al danno che possa venire, sotto pena di peccato mor­tale e di dover risarcire tutto il danno arre­cato con la sua falsa testimonianza.

 S. Tommaso afferma che il testimonio falso commette con un solo atto tre peccati: uno da spergiuro giurando contro la verità, uno di bugia col dire il falso, e un peccato di ingiu­stizia per il danno che reca. Egli oltraggia tre persone: Dio, che lui chiama testimonio di una cosa falsa, il giudice che inganna con una menzogna, la persona avversaria che tenta di far condannare ingiustamente. « Il ladro che mente reca morte all'anima ». « Chi per bu­giardo una volta è ritenuto anche se dice il vero, non è creduto. »

IL GIUDIZIO TEMERARIO: consiste nel giu­dicare male gli altri senza un giusto fondamen­to Ha tre gradi: dubbio, sospetto e di vero giu­dizio.

Chi dubita resta come sospeso fra il bene e il male. Chi sospetta è inclinato più a suppor­re il male che il bene. Chi giudica stabilisce dentro di la certezza della colpa altrui. Non ogni dubbio, sospetto, giudizio è peccato; ma solamente il temerario, quello cioè che si con­cepisce senza sufficiente fondamento.

Chi giudica male temerariamente ingiuria Dio, perché ne usurpa la giurisdizione che Dio ha riservato solo; per ; « di giudicare vivi e morti ». Offende il prossimo, perché lo priva della nostra stima personale e del rispetto fi­no a prova contraria. Pecca contro la carità, la quale ci obbliga ad amare il prossimo come noi stessi e tenerlo nel concetto in cui noi stessi vorremmo esser tenuti.

Il giudizio temerario spesso è la sorgente di tante altre colpe di disordini, spesso anche gravi, di mormorazioni, di calunnie, di tante avversioni, tanti odii inveterati, tante ingiustizie e vendette, e rovine? Prima di giudicare le parole o le azioni del nostro prossimo pensiamo a questa conseguenza funesta.

Non ogni giudizio temerario è sempre peccato grave. Dubbi e sospetto anche temerario quasi sempre sono solo peccati veniali.

Nei seguenti casi il giudizio si trasforma sempre peccato mortale: quando sia fatto in materia grave, non in difetti leggeri, ma in materia gravemente disonorante. Secondo: che sia volontario e deliberato, cioè non sia una semplice tentazione a giudicare, ma un giudizio formale e concepito con tutta la volontà, non ostante si conosca la gravità e il poco fondamento del proprio giudizio. Terzo: che sia concepiti per motivi deboli e dietro indizi e prove inconcludenti. Con queste tre considerazioni il giudizio riveste una malizia grave ed è sempre peccato mortale. « In quelle cose in cui giudichi gli altri, condanni te stesso. (S. Paolo) e « Dall'abbondanza del cuore parla la bocca » (S. Matt. 15)

 

LA MORMORAZIONE O MALDICENZA con­siste nel rivelare ad altri senza giusto motivo i, difetti e le colpe occulte del prossimo. Il giusto motivo si ha quando si danno informa­zioni a scopo di matrimonio, o per scoprire assassini.

Quando si tratta di difetti occulti, di colpe nascoste al pubblico, oppure conosciute solo da pochi, e le colpe vengono diffuse per mez­zo di chiacchiere, che non si sa quale fonda­mento abbiano; il parlarne, allora, è peccato di maldicenza, anche se aggiunge: « dico come segreto » o « la cosa è vera. »

La mormorazione o maldicenza è per sua natura peccato grave, perchè offende il prin­cipale comandamento: « ama il tuo prossimo come te stesso » e si pecca quindi contro la ca­rità e la giustizia.

Se il danno che reca alla buona fama del , prossimo è di poco conto, e se non ha che conseguenze leggere o non si commette con tutta la malizia, è solo peccato veniale. Ma in pratica chi può fissare la linea di confine tra la colpa veniale e quella mortale?

Si pecca di maldicenza anche nell'acconsen­tire, col silenzio, con una smorfia, con una scrollatina di testa, con un ghigno beffardo, a quanto contribuisce screditando la persona oggetto della maldicenza.

 

LA CONTUMELIA consiste nell'ingiuriare il prossimo in sua presenza,

 

LA DERISIONE si ha quando si disonora il prossimo mettendolo in ridicolo e in disprez­zo.

 

LA SUSSURAZIONE consiste nel riportare a una persona in segreto cose vere o false det­te da un'altra sul suo conto. In ogni salone ci vorrebbe lo scritto di S. Agostino: «Chi avesse la voglia di screditare la reputazione altrui, sappia che questa tavola non è fatta per lui ».

 

LA CALUNNIA consiste nell'addebitare al prossimo falli di cui non è colpevole. E' il col­mo della malignità, indizio di animo corrotto e volgare, fonte di danni innumerevoli e gra­vissimi. Offende gravemente la carità, la giu­stizia, ma sopratutto la verità. La lingua del calunniatore è paragonata a quella di un ser­pente velenoso che morde senza rumore e uccide. (Salmo 139.) In pratica è molto raro che con la calunnia non si arrivi al peccato mor­tale. «Un peccato eminentemente diabolico » dice S. Giov. Crisostomo. « Grande iniquità » dice S. Tommaso, perchè con un peccato si compiono tre orribili stragi: nell'anima di chi la dice, di chi la ascolta e di coloro contro cui sia, lacerando spietatamente la lama e recan­do danni funesti e incalcolabili. Dalla calun­nia nessuno può salvarsi, nemmeno gli innocenti o le persone irreprensibili.

La calunnia, senza riguardo attacca con in­tenzione, si insinua perfidamente, interpreta male; sicura che quand'onde si scoprisse la falsità di quel che si dice qualche cosa rimane .sempre. Sia chi ascolta, sia chi calunnia incorrono in gravissime pene, e hanno l'obbligo di restituire la buona fama e l'onore. «Re­stituzione o dannazione » .

 

IX. COMANDAMENTO

 

Non desiderare la donna d'altri

 

Il nono comandamento ci proibisce i pec­cati interni, che si compiono in noi senza che appariscano all'esterno: i pensieri e i desideri cattivi. Comanda la perfetta purezza dell'a­nima e il massimo rispetto, anche nell'intimo del cuore, per il santuario della famiglia.

 

IL SEMPLICE DESIDERIO, o pensiero con­tro la purità se volontariamente acconsentito è peccato mortale,o questi peccati sono fra i più funesti per l'anima per la facilità straordinaria con cui si commettono e per la difficoltà di conoscerli. Essi svaniscono colla rapidità del lampo e non lasciano traccia del loro passag­gio, motivo per cui raramente si confessano, e più raramente suscitano il dolore indispen­sabile per ottenere il perdono. Solo Dio cono­sce il numero delle anime che si perdono per i peccati di pensiero impuro dimenticati e non confessati.

Il numero dei peccati di pensieri si moltiplica quasi all'infinito, per es. uno che si agita dalla passione, senza la dovuta premura di combattere, pecca quasi ad ogni momento, perché gli si rinnovano i desideri, le compia­cenze impuree, quasi ogni battito del cuore. Molti non fanno conto serio di questi pec­cali di pensiero, divenuti quasi abitudini che lì tiranneggiano fino al momento della morte facendoli correre il rischio di andar all'infer­no . Non vi è nessun ostacolo per commettere i peccati interni in qualunque luogo, tempo, circostanze, di giorno e di notte, in compa­gnia e soli, nelle vie, nelle piazze e perfino nelle chiese.

Per tranquillizzare coscienze timorate si de­ve sapere che non si offende mai Dio quando non si avverte completa conoscenza dell'in­telletto che la si offende, per es. Eva prima di peccare riflette sul divieto di Dio e sulla mi­naccia in caso di disobbedienza: «Iddio ci ha comandato di non mangiare... che non abbia­mo a morirne » Per commettere il peccato ci vuole: la tentazione, il diletto. Vide dunque la donna che l'albero era buono a mangiarsi, bello agli occhi, e dilettoso all'aspetto », e il CONSENSO,: « prese del suo frutto. »

Per essere sempre vittoriosi nella lotta con­tro i pensieri dobbiamo ricorrere « alla fuga delle occasioni » cioè evitare tutte quelle persone,oggetti, luoghi, letture, cinema, televisione che possono risvegliare in noi immagi­nazioni e sentimenti cattivi.

 

E' necessario prevenire le tentazioni prima che facciano di noi i loro schiavi. Ripeti spesso la giaculatoria contro la tentazione de!l'impurità: « O Maria, Immacolata, Madre dell'Agnello Immacolato di Gesù, Immacolata Sposa dello Spirito Santo, per la Tua Imma­colata Concezione liberatemi dall'infernale serpente » o « Spiritus Sancte Deus, miserere mei » mette in fuga istantaneamente satana. Poi pensi che la SS. Trinità, i Santi e gli Angeli ti stanno guardando nella tua lotta contro il demonio.

 

X COMANDAMENTO

Non desiderare la roba d'altri

 

 

L'ultimo comandamento ci proibisce il de­siderio delle ricchezze e del benessere del prossimo. (Vedi il Comunismo)

 

Questo comandamento ci ordina di essere giusti e moderati nel desiderio di migliorare la propria condizione, e di soffrire con pa­zienza e ristrettezze le altre miserie per­messe dal Signore secondo la Sua Eterna Sa­pienza al nostro merito poiché: « Al regno di Dio dobbiamo arrivare per via di molte tri­bolazioni. » (Atti XIV. 21)

Il  nono comandamento vieta i peccati in­terni che si commettono con il desiderio delle ricchezze.

Ogni peccato interno riveste quella specie di malizia e gravità, che propria dell'opera esterna a cui si riferisce. Se il desiderio, di furto, frode che forma oggetto del desiderio è cosa leggera, il peccato interno è veniale. Se il danno che desidera fare è grave, il pec­cato del desiderio è grave.

Il mondo giudica le persone non da quelle che sono, ma da quello che hanno. Gesù in­vece dice: « Che giova mai all'uomo guada­gnare tutto il mondo se poi perde l'anima? » « Beati i poveri... di questi è il regno dei cieli ».

 

 

 

 

 

PRECETTI GENERALI DELLA CHIESA

 

« Non può avere Dio per Padre, chi non ha la Chiesa per Madre »

 

I precetti generali della Chiesa sono leggi con le quali essa, applicando i comandamenti di Dio, prescrive ai fedeli alcuni atti di reli­gione e determina astinenze.

La Chiesa ha autorità di far leggi e precetti perché l'ha ricevuta nella persona degli Apo­stoli da Gesù Cristo l'Uomo Dio; e perciò chi disubbidisce alla Chiesa, disubbidisce a Dio medesimo. Hanno questo potere il Papa, i vescovi, come successori degli Apostoli i quali possono fare leggi. Ad essi Gesù Cristo disse: Chi ascolta vai, ascolta me: e chi disprezza voi, disprezza Me » (S. Luc. X. 1,)

 

I. Udir la Messa 1a domenica e le altre feste comandate

 

Il primo precetto ci ordina di assistere con devozione alla So Messa festiva.

GIORNI FESTIVI DI PRECETTO SONO : Tutte le domeniche. In esse cadono alcune delle maggiori solennità: Pasqua di Resurre­zione, Pentecoste, Santissima Trinità. Circon­cisione (1. gennaio), Epifania (6 gennaio), S. Giuseppe (19 marzo) Ascensione (giovedi dopo la 5a domenica di Pasqua) Corpus Domini (giovedì dopo la  domenica di Pentecoste) SS. Apostoli Pietro e Paolo (29 di giugno) Assunzione, (15 di Agosto) Ognissanti, (1° novembre) Immacolata Concezione, (8 dieem­bre) Natale (25 dicembre).

 

Pecca ogni adulto e fanciullo che abbia compiuto i sette anni (uso di ragione) che per mera negligenza lasciano di adempirlo a que­sto importante precetto. I genitori che senza legittima causa fanno trasgredire questa leg­ge ai loro figli, i padroni, negozianti, capi di casa che impediscono l’adempimento del pre­cetto, commettono grave peccato e più il pec­cato dello scandalo, moltiplicato secondo il numero dei trasgredienti.

Perchè la Messa sia valida si richiedono tre cose: 1. Che si ascolta intera dal princi­pio alla fine celebrata dal medesimo sacerdo­te.

 

2. PRESENZA MORALE, seguirla attivamen­te col sacerdote e realmente pregare con Lui. Chi parla, ride, e sta presente con distrazioni volontarie è come se alla Messa non fosse ve­nuto, cioè commette peccato grave.

 

3. LA PRESENZA FORMALE richiede un contegno devoto  e raccolto. Chi coltiva pensieri di affari, di faccende  domestiche, o famigliari, peggio affetti peccaminosi, non adempie il precetto.

Chi con atteggiamento scomposto, sempre seduto e accavalla le gambe come fosse in un teatro, senza mostrar il dovuto rispetto alla Casa di Dio: « Domus mea inde gloriam meam » e assente con lo Spirito dal dramma sanguinoso che si svolge all'altare, cioè il rin­novamento vero e proprio della Crocifissione di Gesù, la crocifissione di un Dio, per ri­parare i peccati del mondo, e non sa escla­mare con il buon ladrone: « Signore, ricordati di me! » o con il centurione non batte il petto: « Questo è veramente il Figlio di Dio » rinnovando la fiamma della sua fede, chi re­sta insensibile al dolore della lancia che tra­passa il Cuore adorabile di Gesù per effonde­re sui presenti la Sua Divina Misericordia e con Langiuno non viene guarito dalla cecità e dalle tenebre del peccato e chi non sente la gratitudine per un dono di una Madre co­me Maria, non ha assistito alla messa­.

« Assistiamo alla Santa Messa perché è il Cal­vario stesso, in cui Gesù compì la redenzio­ne nostra dinanzi al Padre Suo, e scen­diamo da questo monte se non quando è finita la Messa, quasi spensierati, come aves­simo assistito ad uno spettacolo qualsiasi.

Imitiamo le pie Donne, come è scritto nel Vangelo, che dopo spirato Gesù scendevano dal monte percuotendosi il petto. Ma sia questa una vera compunzione di spirito, di dolore per i nostri peccati, ma nel tempo stesso la confidenza nella Divina Giustizia placata dal Figlio Suo, »

 

II - Non mangiar carne venerdì e negli altri giorni proibiti

 

Il precetto vieta di mangiar carne i ve­nerdì, Venerdì Santo ed alcuni giorni di di­giugno come: Mercoledì delle Ceneri, Il Mer­coledì, Venerdì, e Sabato delle Quattro Tem­pora: ( 1a settimana di quaresima,o primavera) (In settimana di Pentecoste; estate) (3a set­timana di settembre, autunno). (3a settimana dell'Avvento; inverno.)

Le vigilie di Natale, 24 dicembre, di Pente­coste, dell'Assunzione di Maria Vergine 14 agosto, Ogni Santi, 31 ottobre.

 

IL DIGIUNO ECCLESIASTICO obbliga all'astinenza da determinati cibi, consente tre pasti al giorno di cui una volta ci si può sa­ziare, gli altri due pasti devono essere meno del consueto.

Al digiuno ecclesiastico è obbligato ogni fedele dai ventun anni compiuti, ai sessanta incominciati, se non sia scusato per infermità) per lavori gravosi o per altra giusta ragione.

 

LA LEGGE DI ASTINENZA delle carni inve­ce obbliga tutti i fedeli anche i bambini giunti all'età dell'uso di ragione, da sette anni cir­ca.

Sono dispensati solo i malati che non pos­sono prender altro cibo senza grave distur­bo alla salute. E' un obbligo grave e violan­do la legge del digiuno, si commette sempre un peccato mortale.

Il digiuno congiunto coll'orazione un mezzo potente per ottenere da Dio tutte le grazie necessarie per noi e per la nostra fami­glia. Espia la pena temporanea dovuta per i nostri peccati.

Il Card. Stanislao Osio diceva: « Dio mio Padre, vuole che mi mortifichi e digiuni, mia madre la Chiesa, mi prescrive i giorni in cui debbo farlo. Obbedendo a tutti e due, spero che Dio non mancherà alla parola ».

 

III - Confessarsi almeno una volta t'anno, e comunicarsi almeno a pasqua

 

La Chiesa, imponendo di confessarsi una volta l'anno, aggiunge la parola « almeno », per ricordarci l'utilità, anzi il bisogno di ricevere spesso, come è suo desiderio, questi Sacramenti.

 

I primi cristiani sfidavano persecuzioni e morte per poter cibarsi ogni giorno con il Pane Vivo Gesù, disceso dal Cielo. Attraverso i secoli questo fervore diminuì tanto che il Concilio Lateranense nel 1215 decretò che tutti i fedeli giunti all'uso di ragione devono confessarsi una volta all'anno e comunicarsi alla Pasqua. Chi fa la prima Comunione dopo i sette anni ha l'obbligo di coscienza di esaminarsi anche su questo punto.

La Confessione annuale deve essere ben fat­ta, con fermo proposito serio, è la Comunione in stato di grazia. Chi facesse una Confessione e Comunione sacrilega, non soddisfe­rebbe al Precetto, e rimarrebbe di riparare il sacrilegio.

Questo precetto obbliga ogni cristiano e deve esser osservato con fedeltà, con amo­re, con devozione, vincendo con generosità ogni rispetto umano che è il più forte osta­colo. Rifletti bene chi vacilla, che il mondo e il sua giudizio domani non esisterà, rimar­rà salo Dio e l'anima, che loro due devono incontrarsi a faccia a faccia e render conto di ogni pensiero, parola, opera « Chi si vergogna di Me davanti agli uomini, io mi vergognerò di lui davanti al Mio Padre Celeste ».

 

IV - Sovvenire alle necessità della Chiesa contribuendo secondo le leggi e le usanze

 

Questo Precetto ci ordina di fare offerte (non solo le 5 lire) stabilite dall'autorità o dall'usanza, per il conveniente esercizio del culto e per l'onesto sostentamento dei ministri di Dio.

« Quelli che servono all'altare devono vi­vere dell'altare » (S. Paolo) Pagare il contri­buto è un obbligo grave, come ogni altro obbligo di giustizia, e chi non lo adempie pecca come colui che non paga i suoi debiti o ritiene la roba d'altri. Egli nega ai ministri della Chiesa ciò che è loro dovuto come giu­sta mercede delle loro fatiche. Ogni cristia­no saprà regolarsi secondo l'usanza del suo paese, la sua famiglia. « Onorate Dio colle vostre sostanze. » (Prov. III. 8) Vale anche per le offerte del culto.

 

V. Non celebrar solennemente le nozze nei tempi proibiti

 

Tanto l' Avvento quanto la Quaresima sono tempi di penitenza, di raccoglimento, di pre­ghiere. La Chiesa desidera che ogni buon cri­stiano si eserciti nelle opere della mortifica­zione che è tanto necessaria per espiare le col­pe e le pene dovute, e per procurare il bene dell'anima lontano da tutte le dissipazioni. La Chiesa perciò proibisce in questo tem­po di celebrare la Messa solenne degli sposi con la benedizione speciale degli sposi, dallo Avvento a tutto il giorno di Natale e dal pri­mo giorno di Quaresima a tutto il giorno di Pasqua.

Cristiani coscenziosi non si mettono mai in condizione di dover celebrare il matrimo­nio nei tempi proibiti.

 

 

I SETTE VIZI CAPITALI

I. - Orgog1io

 

LA SUPERBIA o orgoglio è una stima disor­dinata della propria eccellenza che aspira sempre più ad innalzarsi. Il superbo è meno scusabile di Lucifero, perché lui aveva una natura perfettissima, ed era senza peccato.

 

L'ORGOGLIO propriamente detto, quello che, coscientemente e volontariamente, usurpa i diritti di Dio, è peccato grave, anzi il più grave dice S. Tommaso, perchè non vuole sottomettersi al sovrano dominio di Dio.

 

Pecca chi rifiuta di obbedire a Dio ed ai suoi legittimi rappresentanti, o attribuisce a sé, ciò che viene chiaramente da Dio, mas­simo i doni di grazia. Eppure molti dicono:

« Io mi son tutto da me ».

I peccati derivanti dall'orgoglio sono gene­ralmente veniali, come la presunzione, la va­nità, l'ambizione, la compiacenza di medesimo.

 

LA COMPIACENZA DI SE MEDESIMO. Il superbo va altero dei più piccoli vantaggi che crede di avere. Si preferisce ingiustamente agli altri, e per spiegare il motivo di tale pre­ferenza guarda unicamente ai loro difetti. Non li stima, li critica, li burla, trova a ridire in tutto ciò che fanno, non approva al­tra che quello che fa lui e in Ciò non soppor­ta affatto che alcuno trovi a ridire. Se si fa elemosina per ostentazione, si crede di esser caritatevoli mentre si è superbi; uno è superbo se crede di essere santo, perché ha consolazioni sensibili o pensieri elevati: ha appena tatto i primi passi nella perfezione.

 

LA PRESUNZIONE è il desiderio e la spe­ranza disordinata voler fare cosa superiore alle proprie forze. Si ha troppo buona opinio­ne di sé, delle proprie facoltà naturali, della propria scienza, delle proprie forze, delle pro­prie virtù. Il presuntuoso si crede capace di tutto, non dubita di niente, si getta temera­riamente nelle imprese più difficili,- ma ciò non pertanto è pusillanime, e si arresta in­nanzi ai più piccoli ostacoli.­

Ha poco gusto per le virtù nascoste pre­ferendo le virtù appariscenti. Si crede di aver lumi sufficienti per regolarsi da e che non sia più gran che utile consultare un direttore. ­Si getta imprudentemente nelle occasioni dì pericolo, senza temere le cadute, e soccom­be miseramente: « Senza di Me non potete far nulla » dice Gesù.

 

LA PASSIONE DELL'AMBIZIONE è un de­siderio immoderato di elevarsi al di sopra de­gli altri, cercando onori che non si meritano,

L'ambizioso pieno di queste false idee esige grandi riguardi, distinzioni e preferenze. Cerca l'onore per e non per Iddio. Si compiace de­gli onori in se stessi, senza farli servire al bene altrui, contrariamente all'ordine stabilito da Dio. Questa passione dell'ambizione spesso si incontra nel campo politico, civile, ed intellet­tuale.

 

VANITA' è l'amore disordinato della stima altrui, un desiderio smodato d'onore e di lo­de anche quando sappiamo di non meritarli. Un disordine consiste nel voler essere stimati con la mira a , senza riferire questo onore a Dio, che pose in noi quanto è di buono o bello. Un vanitoso vuole esser stimato per cose vane che non meritano lode, come vestiti e­leganti, nobiltà ecc. Si può essere vanitosi nella mensa, nel linguaggio per una maniera di parlare non comune. Ci può essere vanità nel trafficare i propri talenti quando invece di servire e procurare la gloria di Dio uno se ne serve per stabilire la propria; vanità nel portamento, che rivela affettazione e deside­rio di comparire, vanità nel comparire in so­cietà,si ama frequentare la società dei più grandi e dei ricchi, si arrossisce dei rapporti coi piccoli e coi poveri; vanità nelle virtù; si è più preoccupati di farsi credere virtuosi che di esserlo veramente, si è assidui alla chiesa, ma senza pregare devotamente; si frequentano i sacramenti, ma senza frutto di fermo proposito di emendarsi e mutare vita.

 

MILLANTERIA O IATTANZA: pecca di que­sti vizi chi ha l'abitudine di parlare di o di ciò che può tornare a proprio vantaggio, della propria famiglia, dei propri trionfi, con la mi­ra di farsi stimare.

La vanità in sé è peccato veniale, ma diven­ta grave quando fa contrarre debiti che non si potranno poi pagare o quando, con la moda, si cerca di eccitare in altri amore disordinato.

 

II . L 'invidia

 

L'INVIDIA. è una tendenza a rattristarsi del bene altrui come di attentato contro la no­stra superiorità: è spesso accompagnata dal desiderio di vedere il prossimo privo del bene che ci offusca.

E' vizio che nasce dall'orgoglio, il quale non può tollerare né superiori né rivali. Quando si è convinti della propria superiorità, si prova tristezza nel vedere che gli altri hanno doti pari o superiori alle nostre o che almeno riescano meglio di noi. Materia di invidia so­nò: le ricchezze, le doti brillanti ecc.

Questo peccato si manifesta con la pena che si prova sentendo lodare gli altri e allo­ra si cerca di attenuare questi elogi criticando le persone lodate. L'invidia eccita pericolosi sentimenti di odio contro coloro di cui si ha invidia,  gelosia: quindi ne vengono, calunnie. derisioni ecc....

L'invidia in sé è di natura peccato mortale ma se non è pienamente acconsentita, anzi combattuta è peccato veniale. Bisogna di­sprezzarne sempre i primi sentimenti e sug­gerimenti.

 

III . L'ira

 

L'IRA o COLLERA è una deviazione di quest'istintivo sentimento che porta a difenderci quando siamo assaliti, respingendo la forza con la forza.

L'ira come passione è un violento disagio di reazione, determinato da un patimento o da una contrarietà fisica o morale. Que­sta contrarietà fa scattare una violentamozione che tende la forze allo scopo di vincere le difficoltà; si è allora portati a scaricar l'ira sulle persone, sugli animali o sulle cose.

L'ira come sentimento è un desiderio ardente di respingere e di punire l’aggressore. Ma l'ira, vizio capitale, è smoderato dsiderio di punire il prossimo. L'ira è spesso accompagnata da odio, che cerca non solo do respingere l'aggressore ma di trarne ven­detta, onde è sentimento più meditato e più durevole e che ha quindi poi gravi con­seguenze.» (Tanquerey)

 

L'ira ha vari gradi:

 

L'IMPAZIENZA E MALUMORE si hanno quando si manifesta il malcontento alla prima contrarietà, al primo cattivo successo.

 

L 'IMPETO DI COLLERA si ha quando uno si irrita oltre misura, manifestando il malcon­tento con gesti disordinati.

 

LA VIOLENZA si ha quando si sfoga non solo in parole, ma anche con colpi.

 

IL FURORE è pazzia passeggera.

 

L'ODIO implacabile è quello che non re­spira che vendetta e giunge fino a deside­rare la morte dell'avversario.

L'ira che giunge all'odio e il rancore alla vendetta, se deliberata e volontaria, è di natura sua peccato mortale, viola gravemente la carità e spesso pure la giustizia. Se l'odio non è deliberato il peccato è veniale.

« Chi avrà detto « stolto » al suo fratello, merita d'esser gettato nelle fiamme del fuoco ».

« Come noi rimettiamo ai nostri debitori» così avremmo il perdono per le nostre colpe dal Padre

Celeste. Un vero cristiano se­condo lo Spirito di Gesù prega per quelli  che l'hanno offeso ed evita di ripensare alle offese ricevute e a tutto Ciò che vi riferisce. Anzi ringrazia Dio che l'ha trovato degno di soffrire ed accrescere il merito e il Suo amore.

Se la giustizia lo richiede, chi è stato offe­so può e, talora, deve domandare riparazio­ne, per le vie stabilite dalle leggi.

 

IV. Della gola

 

LA GOLOSITA' è l'amore disordinato dei pia­ceri della tavola, del bere o del mangiare. n disordine consiste nel cercare il diletto del nutrimento per se stesso, come fine: « come coloro, che fanno Dio il loro ventre ». (Tan­querey).

Le mancanze son varie p. es. mangiar pri­ma che se ne senta bisogno, o fuori delle ore stabilite per i pasti senza ragione, per pura golosità. Cercar vivande squisite per aver maggior diletto; sono i peccati dei buongustai e dei ghiottoni. ­

Si pecca se si oltrapassa il limite dell'ap­petito o del bisogno. Rimpinzarsi di cibo e di bevande, a rischio della salute, mangiar avidamente, ingordamente come certi ani­mali, è condannato perfino dai mondani co­me grossolanità. Queste mancanze general­mente sono peccati veniali.

Colpe gravi si hanno nei seguenti casi: 1. Quando si arriva ad eccessi tali da rendersi incapaci, per un tempo notevole di adempire ai doveri del proprio stato, di obbedire alle leggi divine o ecclesiastiche. 2. Quando si nuoce alla salute con l'ubriachezza ecc., o la golosità è fonte di spese esagerate che danneggiano la famiglia.

 3. Quando si viola la legge del digiuno e astinenza.

4. Quando la golosità diventa la causa di altre colpe gravi.

« L'intemperanza della tavola conduce all'intemperanza della lingua: spesso si man­ca contro la discretezza, si tradiscono se­greti professionali, si calpesta il buon no­me e l'onore. « Sia che mangiate, sia che beviate, fate tutto alla gloria di Dio. Il (San Paolo I. Cor. X.)

 

V - La lussuria

 

LA LUSSURIA è una tendenza di gustare i diletti della carne fuori del legittimo ma­trimonio.

Dio è tanto geloso della purezza dei Suoi collaboratori nella creazione della stirpe umana, che con due Comandamenti vigila sopra l'immacolatezza del letto matrimoniale e vieta perfino ogni pensiero d'infedeltà ed ogni sguardo.

Nonostante questo divieto c'è nell'uomo, cominciando dell'adolescenza, una tenden­za più o meno violenta a gustare questo frut­to proibito anche fuori del matrimonio.

La lussuria si commette quando si cerca e si vuole direttamente il piacere cattivo con pensieri, parole o atti. Questi peccati com­messi da soli o con gli altri non tardano a produrre tiranniche abitudini che inclinano sempre più la volontà ai grossolani diletti. Si perde ogni amore per la famiglia, per la religione, e ci si seppellisce sempre più sotto la rovina del proprio onore, finchè i diavoli non ci seppelliscono negli abissi infernali. Non si conosce nessuna malattia prodotta dalla continenza, mentre vi sono molte che hanno origine nella lussuria.

Solo con la preghiera, la mortificazione, con la fuga di ogni occasione, si vince que­sta tirranica passione; ma sopratutto con la Santa Confessione e la S. Comunione fre­quenti e ben fatte.

 

VI - L 'accidia o pigrizia

 

L' ACCIDIA è una tendenza all'ozio o almeno alla negligenza e al torpore nell'operare: è talora disposizione morbosa proveniente da cattivo stato di salute, ma ordinariamente è malattia della volontà che paventa e rifiuta lo sforzo. Vi sono tre tipi di accidiosi: L'In­dolente, che non pone mano al lavoro che con lentezza, fiacchezza e indifferenza e se fa qualche cosa, la fa male; n Fannullone che non rifiuta, ma indugia, ritarda l'affare che aveva accettato: Il Vero Accidioso, che non vuoI fare nulla di faticoso e mostra spic­cata avversione per ogni lavoro serio di brac­cio e di mente.

Quando la pigrizia riguarda gli esercizi di pietà ritiene il nome di accidia e consiste in un certo disgusto delle pratiche spirituali, che induce a farle con negligenza, ad abbre­viarle, e talora anche ad ometterle sotto vani pretesti: E' la madre della tiepidezza.

Per capire la malizia dell'accidia, bisogna ricordarsi che l'uomo è fatto per il lavoro. Necessità di natura è il lavoro per coltivare le sue molteplici facoltà e così provvedere ai bisogni del corpo e dell'anima e tendere così al proprio fine. Con la caduta dell'uomo, il lavoro diventò per lui non solo legge di natura, ma castigo, pena e penitenza. L'ac­cidioso trasgredisce questa legge naturale e positiva. La gravità del peccato varia secon­do la gravità dei doveri trascurati.

 

Quando per pigrizia si giunge fino a tra­scurare i doveri religiosi, necessari per la propria salvezza o per la propria santifica­zione o alla santificazione di altri si fa pec­cato mortale.

Pur peccato grave si commette quando si trascura volontariamente. in materia rile­vante qualcuno dei doveri del proprio stato: trascurando doveri meno importanti, si fa peccato veniale.

Ma il pendio è sdrucciolevole, e se questa indolenza non viene combattuta presto, si aggrava e diventa più funesta e colpevole.

 

VII. L'Avarizia.

 

L'AVARIZIA è l'amore disordinato dei beni della terra.

I beni della terra ci sono dati da Dio per provvedere ai bisogni temporali dell'anima e del corpo per conservare la vita a noi e ai nostri familiari, per procurare i mezzi di coltivar l'intelligenza e le altre facoltà e per aiutare i nostri fratelli bisognosi. E' un dovere stabilito da Dio soccorrere i poveri con il superfluo di: « Chi dà ai poveri pre­sta a Dio » .

L'avarizia è un peccato grave: è diffidenza verso la Divina Provvidenza, ed una eccessiva confidenza in se. E' idolatria desiderare le ricchezze per se come fine. L'avaro fa ingiu­ria a Dio, diffidando di Lui: « Ecco l'uomo che non prese Dio a suo protettore: ma sperò nell'abbondanza delle sue ricchezze » (S. Matt. VI. 24. ) « Non potete servire Dio      e Mammona ».

Pecca chi cerca i beni della terra avida­mente, con ogni sorte di mezzi, a scapito dei diritti altrui, con danno della salute pro­pria, e quella dei dipendenti ed operai, e con speculazioni rischiose. Pecca chi non dà nulla, o dà solo a malincuore, ai poveri. L'avarizia è peccato grave quando fa le­dere doveri gravi di giustizia con mezzi frau­dolenti di cui uno si serve per acquistare e ritenere la ricchezza: quando uno si lascia talmente sopraffare dagli affari da lasciar da parte i doveri religiosi.

L'avarizia è peccato veniale solo quando contravviene in materia leggera ad alcuna delle grandi virtù cristiane, « Non accumulate tesori sulla terra, ove la ruggine e il tarlo li consumano e dove i ladri li disotter­rano e li rubano: accumulate invece tesori nel cielo, ove né la ruggine, il tarlo li consumano e dove i ladri non li disotterrano li rubano. poiché dov'è il tuo tesoro là v'è anche il tuo cuore ».

 

I SEI PECCATI CONTRO LO SPIRITO SANTO

1. Disperazione della salute; 2 Presunzione di salvarsi senza merito; 3. Impugnare la verità conosciuta; 4. Invidia della grazia altrui; 5. Ostinazione nei peccati; 6. Impeni­tenza finale;

 

I QUATTRO PECCA TI CHE GRIDANO VENDETTA AL COSPETTO DI DIO

 

1. Omicidio volontario; 2. Peccato impuro contro natura; 3. Oppressione dei poveri; 4. Defraudare la mercede aglI operai.

 

 

PREPARAZIONE

 

ALLA S. CONFESSIONE

 

 

ESAME DI COSCIENZA

PREGHIERA IN PREPARAZIONE ALLA SANTA CONFESSIONE

 

O Padre mio! Celeste Padre, guarda le pia­ghe del Figlio tuo e degnati riceverle affin­chè le anime si aprano alla grazia!

I chiodi che Gli trafissero, le mani e i piedi, trafiggano i cuori induriti e il Sangue di Lui commuova e li spinga al pentimento. Il peso della croce sulle spalle di Gesù, Tuo divino Figlio, ottenga alle anime di sca­ricarsi dei loro delitti ne! tribunale di peni­tenza!

Ti offro, o Celeste Padre, la corona di spi­ne del Tuo Figlio amatissimo, e contrizione delle loro colpe.

Ti offro, o Padre, Dio di misericordia, l'abbandono di Gesù sulla croce, la Sua se­te e tutti i Suoi tormenti, affinchè i pecca­tori ritrovino la consolazione e la pace ne! dolore dei loro peccati.

Infine, o Dio pieno di compassione, per quella perseveranza con cui Gesù Tuo divin Figlio, ti pregò per i suoi crocifissori, Ti chie­do e Ti supplico di concedere alle anime l'amor di Dio e del prossimo e la perseve­ranza nel bene.

E come i tormenti del Tuo Figlio amatis­simo hanno avuto termine nell'eterna beati­tudine, così le sofferenze di coloro che fanno penitenza siano eternamente coronate con il premio della Tua gloria!

 

ALLO SPIRITO SANTO

 

Vieni, Spirito Santo, illumina la mia men­te, affinché conosca i miei peccati, muovi il mio cuore a pentimento ed aiutami a fare una sincera confessione.

 

ALLA BEATA VERGINE

 

Ricordati, o pietosissima Vergine Maria che non si è mai inteso al mondo, che alcuno abbia ricorso alla Tua protezione, im­plorando il Tuo aiuto e chiesto il Tuo pa­trocinio e sia rimasto abbandonato. Animato da una tale confidenza, a Te ri­corro, o Madre, Vergine delle Vergini, a Te vengo: e, sebbene del tutto indegno, umilmente invoco il Tuo soccorso. Non volere, o Madre del Divin Verbo, disprezzare la mia preghiera, ma benigna ascoltami ed esaudi­scimi. Così sia.

 

L 'ESAME DI COSCIENZA

 

Richiama nella tua mente l'ultima confes­sione ben fatta. Quale proposito hai preso? L'hai mantenuto? Hai combattuto il tuo pec­cato o difetto dominante? Richiama ora nel tua mente i dieci Comandamenti, i 5 pre­della Chiesa, i sette vizi capitali secon­do l'ordine esposto alla pagina 82.

 

ATTO DI DOLORE

 

Ho fatto male, o Signore, perché peccando ho offeso la Tua maestà che è infinita.

Si dice anche tra gli uomini, che la gravi­tà di un'offesa deve misurarsi dalla gran­dezza della dignità di chi è offeso; e Tu sei infinitamente grande, o Signore.

Ho fatto male, o Signore, perché peccan­do ho provocato la Tua onnipotente giusti­zia.

Che cosa avrebbe potuto accadermi, o Si­gnore! Tu sei in ogni luogo, Padrone assolu­to di tutto e di tutti. Ed io - che sono nulla - ho ardito ribellarmi a Te, insultare Te, pro­vocare Te, sfidare Te. E sono Qui, o Gesù, da­vanti a Te, quasi stupito che le creature non mi abbiamo preso d'assalto per vendicare la Tua giustizia oltraggiata da me.

Ho fatto male, o Signore, perchè peccan­do ho perduto Te.

Oh, lo so bene, Gesù sulla terra non sarà possibile ad alcuno misurare il disastro che s;i produce in un'anima Quando da divina ridiventa infraumana e poi selvatica.

Il mondo non sa, e io non so, o Signore che cosa è perdere Te. Non so, o Signore, il vuoto infinito che la Tua fuga provoca nell'istante in cui io pecco, dovrei chiederlo a un dannato, o Gesù, ed egli mi direbbe che il fuoco - il terribile fuoco dell'inferno ­unito alla presenza di ogni male e all'assen­za di ogni bene e perfino l'eternità di que­sto stato, sono nulla. . . nulla, paragonati con l'assenza Tua, o Gesù.

Ed io, peccando, ti ho perduto, Ho fatto male, o Signore.

Ho tatto male, o Signore, perché peccan­do sono stato causa della Tua Passione e morte.

Cominciasti ad aver paura, tedio, nausea, e poi. . . immensa tristezza: tristezza di mor­te.

Eri nell'Orto, bocconi sulla terra; agli Apo­stoli - che ti guardavano con occhi assen­ti, oppressi dal sonno - Tu dicesti: « L'ani­ma mia triste alla morte. » Ma non Ti capirono e Ti lasciarono solo. Ero io, o Si­gnore, con i miei peccati a farti agonizzare così.

Nell'Orto il mistero del tradimento di Giuda. Egli venne e Ti baciò, o Signore: bacio gelido, fetido, bacio di traditore. Io che inor­ridisco davanti a quella profanazione del Tuo santo Volto, non Ti baciavo, forse con le lab­bra di Giuda? Quante volte, infatti, ti ho tradito, o Signore. . . il peccato è appunto un tradimento .

E l’arresto, o Signore. . ., l'essere trascina­to giù verso il torrente di Cedron, poi per le vie buie e vuote della città che aveva as­sistito ai Tuoi miracoli....

Era notte, o Signore, e quelli che ti ama­vano, dormivano o erano fuggiti. Davanti ad Anna, o Gesù ricevesti uno schiaffo sul vol­to, Prima un fetido bacio, poi una percossa volgare. Ero io, o Signore col mio peccato. E la notte, o Gesù! La notte tra gli sgher­ri avvinazzati, insonnoliti, irritati.., Ti sputa­rono sulla faccia.

Il Vangelo che è di una discrezione incredi­bile, ~ pur costretto a dirci che la Tua fac­cia - a un certo momento - apparve rico­perta di sputi.

Signore.. che hai fatto il mondo e lo con­servi, che hai creato i cieli e i mari, le pian­te e i fiori che crei i corpi e le anime degli uomini. O Signore onnipotente, Tu hai il volto ricoperto di sputi, di sputi schi­fosi! E, ancora una volta, ero io, o Signore! E fui io a flagellarti, a ridurti il corpo in una piaga. Io a coronarti di spini. La Tua faccia grondante di sangue che mescola agli sputi degli uomini. Io Signore, fui a condannarti alla morte.

E io ti ho spinto verso il Calvario. E durante il viaggio, io ti ho fatto cadere per terra tre volte. Io Ti ho confitto in croce. E a chiudere il sepolcro ero io, o Gesù, con i miei peccati.

Non eri disceso dal cielo per me? E sotto la terra non ci sei finito per me? Ho fatto male, ho fatto male diceva il ladro in croce timidamente a Gesù Crocifisso. « Oggi sarai con Me in Paradiso » e la certezza del per­dono rendeva ancora più cocenti le lacrime che gli sgorgavano dagli occhi.

O Gesù, amore acceso,

Non ti avessi mai offeso

O mio amato buon Gesù

Con la Vostra santa grazia non Ti

 voglio offendere più!

 

IL PROPONIMENTO

 

Al dolore va aggiunto il proponimento. Chi ha la buona volontà di non più peccare, è simile al malato che fa tutti gli sforzi per guarire. Per aver un buon proponimento, tu devi essere risoluto:

1. Di non commettere più almeno peccati mortali.

2. Di fuggire le occasioni prossime del pec­cato.

3. Di sforzarti seriamente, usando i mezzi  per emendarti.

4. di restituire i beni al prossimo, di ri­parare il danno o lo scandalo cagionati.

5. di perdonare le offese.

Rinnova ogni mattina il proponimento e , - tieni d'occhio il tuo difetto predominante. « Tanto sarà il tuo progresso, quanto è la vio­lenza che saprai usare contro te stesso. » Imitazione Cristo.

 

 

ACCUSA DEI PECCATI

Al confessionale saluta.« Sia lodato Gesù Cristo! » Fa il segno della S. Croce e in­comincia la Confessione: « Mi sono confessato l’ultima volta… Confesso davanti a Dio, alla       beatissima Vergine Maria, a Lei Padre, i  seguenti  peccati……

Udita la penitenza, d ì « Grazie. » Prima dell'assoluzione recitala: Mio Dio mi pentono e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i vostri castighi, e molto più perché ho offeso Voi infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col Vostro santo aiuto di non offenderVi mai più e di fuggire le occasioni prossime del peccato Signore, Misericordia, Perdonatemi .

Anche tu sentirai da Gesù per bocca del suo sacerdote le consolanti parole. «Confida figlio, i tuoi peccati ti sono rimessi. Va in pace.»

 

LA PENITENZA O SODDISFAZIONE

 

Fa la penitenza subito con esattezza, per scontare le pene temporali. Aggiungi qualche atto volontario, per riparare il peccato. Ringrazia la bontà di Dio e proponi di non abusare della Sua Misericordia in avvenire. Se puoi, prima di lasciare la Chiesa metti. in scritto il tuo proponimento.

 

RINGRAZIAMENTO DOPO LA CONFESSIONE

 

O Dio, che volgi in bene ogni cosa, a vantaggio di coloro che ti amano, infondi nel nostro cuore l'affetto inviolabile della Tua carità, affinché i buoni desideri, nati per la Tua ispirazione nei nostri cuori, non possa­no essere cambiati da nessuna tentazione. Ah Signore, quanto sei stato buono con me! Oh come fui ingrato verso di Te, mac­chiai la mia anima. Ti offesi e mi hai per. donato! Ti sei degnato lavare, purificare ed arricchire di grazie quest'anima redenta dal Tuo Preziosissimo Sangue. Ti ringrazio o Signore. Concedimi la grazia di essere fede­le a Te. So che da me stessa e per me stes­sa nulla valgo, ma so altresì che in Dio e con Dio posso tutto ciò che Egli vuole da me, perché Egli è misericordia infinita. O mio Dio, fa che il mio cuore sia una fiamma di puro amore per te!

Vergine Santissima Madre mia ammira­bile, adesso sono tutto Tuo: prendimi per mano, guidami e proteggimi e non permet­tere ch'io ancora offenda Gesù. Insegnami ad amarlo sempre più e mantenermi co­stante nei propositi. .

E Tu pure, o glorioso Patriarca S. Giusep­pe, aiutaci con la « Tua potente mediazione, e offri per le mani di Maria i miei propo­nimenti a Gesù, S. Anna, Santa mia protettri­ce, Angelo Custode pregate per me. Amen.

 

PENSIERI DI DIO

SULLA VERA PENITENZA MANIFESTATA

PER MEZZO DELLO SPIRITO SANTO

NELLA SACRA SCRITTURA

 

« Convertitevi a Me con tutto il vostro cuo­re, col digiuno, col pianto, con i sospiri, e spezzate in segno di dolore i vostri cuori e non le vostre vesti. Convertitevi al Signore Iddio vostro, perchè Egli è benigno, misericor­dioso, paziente, dotato di molta pietà e sem­pre pronto al perdono.» (Joel 12-91)

« Il digiuno che io voglio non consiste nel­l'affliggere per un giorno l'anima, nel china­re il capo Come un giunco e nemmeno nel coricarsi sul sacco e sulla cenere. NO! Non è affatto il digiuno che io accetto: lo voglio che tu rompa le catene del peccato, sciolga le obbligazIoni gravose, metta in libertà gli oppressi, tolga ogni gravame, spezzi il tuo pane con chi ha fame, dia ospitalità ai po­veri e ai pellegrini, rivesta gli ignudi e non disprezzi il prossimo, perché nel tuo fratello dovrai vedere Me  tuo Padre. Lui è Im­magine e Somiglianza Mia.

Allora la tua luce sarà bella come l'aurora, diventerai subito sano e robusto, osservante della giustizia e ricoperto di gloria. Allora la tua preghiera sarà esaudita, e quando al­zerai la voce al cielo, il Signore ti risponde­rà: « Eccomi a te, perché sono misericordio­so IO Signore e Dio tuo. » (Is. 58. 1- 9)

« Se tu cesserai di opprimere i fratelli, di segnarli a dito, di parlarne male: se darai da mangiare con cuore generoso a chi ha fame e consolerai chi è afflitto, risplenderai di luce radiosa come il sole in pieno merig­gio, e il Signore ti concederà eterno riposo, inondando l'anima tua di splendore. Darà al­le tue ossa novello vigore ed apparirai come giardino irrigato e come fontana di acqua perenne.

Se poi santificherai i giorni di festa omet­tendo di fare quello che ti sarebbe comodo, ma stimerai tali giorni come tua delizia e darai gloria a Dio: se inoltre mi onorerai col­l'astenerti dal lavoro e dai vani discorsi, allora troverai la tua delizia nel Signore, ed- io ti eleverò sopra le altezze della terra e ti da­ròper nutrimento l'eredità di Giacobbe, tuo patire. Ricordati che è il Signore che ti parla.» (Isai 58- 9- 14.)

 

ECCO, PROPRIO I0

 

Andrò in cerca delle mie pecorelle per visi­tarle. Farò come il pastore che si trova in mezzo alle pecore sperdute e le conta ad una ad una. . . Sarò proprio lo che le pascerò e le farò riposare, lo che cercherò le smarrite e ricondurrò all'ovile le cacciate, fascerò le ferite e ristorerò le deboli. lo che custodirò le grasse e le nutrirò con gi-ustizia, lo Signore Onnipotente (Ezech. 34.11- 16)

 

VENITE BENEDETTI DAL PADRE MIO....

 

Gesù disse un giorno ai discepoli: Quan­do verrà il Figlio di Dio nella Sua maestà, con tutti gli Angeli e si sarà seduto sul trono della Sua gloria, vedrà radunarsi dinanzi a tutte le genti dell'universo. Allora separe­rà gli uni, dagli altri come il Pastore separa le pecore dai capretti; metterà le pecore alla destra e i capretti alla sinistra.

Ai giusti che saranno alla destra il Re di­rà: « Venite benedetti dal Padre mio; venite nel regno che vi ho preparato fin dalla crea­zione del mondo, perchè ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da be­re; fui pellegrino e mi deste ospitalità; ignu­do e mi rivestiste; infermo e mi visitaste; prigioniero e veniste a trovarmi. »

l buoni allora risponderanno: « Quando mai, o Signore Ti vedemmo affamato e Ti abbiamo dato da mangiare? Assetato e Ti ab­biamo dato da bere? Pellegrino e Ti ospitam­mo, ignudo e Ti abbiamo ricoperto, infermo e carcerato e siamo venuti a visitarTi? »

E il Re risponderà loro: « Vi assicuro in verità, che quanto avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a Me! »

Si volgerà poi a Quelli di sinistra e dirà:

« Via da Me, maledetti, al fuoco eterno, pre­parato per il diavolo e i suoi seguaci. Per­ché ebbi fame e non mi deste da mangiare, ero assetato e non mi deste da bere,. ero pel­legrino e non mi alloggiaste, ignudo e non mi rivestiste, infermo e carcerato e non mi visi­taste. Allora anch'essi risponderanno:

« Quando mai, o Signore, Ti vedemmo affamato o assetato, pellegrino o ignudo, infermo o carcerato, e non Ti abbiamo assistito? » Allora Egli risponderà loro: « Vi assicuro che quanto non avete fatto Ciò al più piccolo dei Miei fratelli, non l'avete fatto a Me. »  E questi andranno nell'eterna pena, mentre i giusti gioiranno nella vita eterna. (S. Matt. 25- 31.)

 

 

ALTRI PENSIERI

 

Buona è l'orazione unita al digiuno, è mol­to meglio far elemosina che metter da parte mucchi d'oro. Perché l'elemosina libera l'ani­ma dalla morte;  essa purifica dai peccati e la trovare la misericordia e la vita eterna. (Tobia. 12 - 9 ;)

 

Il fuoco ardente lo spegne l'acqua e l'elemo­sina espia i peccati.

 

Iddio osserva colui che rende grazie, e se ne ricorda più tardi, e nel tempo della sua caduta egli troverà un sostegno.

 

Far elemosina coll'intenzione di applicare il merito alle anime del purgatorio è lo stes­so che versare balsamo salutare sulle pia­ghe che le divorano.

 

Ogni volta che una creatura umana offre al, Padre quel Sangue col quale è stata ri­scattata, offre un dono di prezzo infinito, che nessun tesoro del mondo potrebbe compen­sare.

Sia benedetto colui che, vivendo sulla ter­ra, soccorre con orazioni e buone Opere le anime purganti, poiché la giustizia di Dio esige che senza l'aiuto dei viventi siano que­ste necessariamente purificate nel fuoco (S. Brigitta)

 

 

 

GLI INSENSATI

 

Quanto sono insensati coloro che non si curano affatto di far penitenza in questo mon­do, aspettando di scontare i loro falli in Purgatorio.

 

« Il meritare è proprio solamente di quag­giù; in cielo gli atti soprannaturali non han­no valore meritorio. Tanto meno potrebbe­ro avère valore soddisfattorio, perché essen­do compiuti in pieno possesso della feli­cità, manca loro l'elemento essenziale dello sforzo o del sacrificio, da cui sorge la virtù soddisfattoria.

 

Gesù apparendo un giorno a S. Geltrude disse: « Tutte le volte che liberi un'anima dal Purgatorio fai un atto a Me si gradito, che più non lo sarebbe se riscattassi Me stes­so dalla -sofferenza.

 

« Il giudizio sarà senza misericordia per chi non ha usato misericordia: ma la mise­ricordia trionfa del giudizio. (Jac. 2. 13!)

 

« Cessa dal tuo sterile dolore, e solleva l'anima con preghiere, con elemosina e con sacrifici. »

 

 

PARTE III

 

LA SANTA COMUNIONE

 

 

«IO HO FAME, IO HO SETE, IO MUOIO

DAL DESIDERIO DI ESSERE RICEVUTO

DALLE MIE CREATURE NELLA S. COMUNIONE »

 

Sono nel Sacramento del Mio Amore per le mie creature: ed esse ne fanno così poco caso! . . . Ho sete dell'amore delle mie crea­ture! ... I Serafini mi amano tanto, i Santi mi amano tanto, il loro amore più puro e perfetto... lo ho tanto amore in Cielo, ma ven­go a cercarlo in terra, perché in terra l'amore libero. . Oh quale pazzia d'amore è l'Euca­ristia!. . . ma quest'amore che si esaurisce e si consuma per il bene delle anime non, è corrisposto .

Poveri peccatori! Non vi allontanate da Me! vi aspetto nel tabernacolo notte e giorno1. . Non vi rimprovererò per i vostri pec­cati. . non ve li rinfaccerò. . . ma li laverò nel Sangue delle mie piaghe! Non temete! Ve­nite a Me! se sapeste quanto vi amo. . Fate un'elemosina di amore a questo Prigioniero divino che vi aspetta, vi chiama, vi desidera! Sto qui, nel tabernacolo, affinché in tutte le vostre pene possiate venire a consolarvi col più tenero dei cuori, col migliore dei padri con l’amico che non vi abbandona mai. Abito nel tabernacolo, sono Il Pane Vivo disceso dal  Cielo per diventar la vostra vita vostra salvezza il medico e nello stesso tempo la medicina per tutte le malattie e ferite del cuore umano.

« Venite tutti a Me, che siete affaticati ed lo vi solleverò. »

 

PER FARE UNA BUONA COMUNIONE

 

Son necessarie tre cose: 1. essere in grazia di Dio, cioè aver la coscienza monda da ogni peccato mortale. sapere e pensare chi si va a ricevere; osservare il digiuno eucari­stico, quello dettato dalla Chiesa.

Il digiuno eucaristico consiste nell'astenersi per tre ore dai cibi solidi e dalle bevande al­cooliche, e per un'ora dalle bevande non al­cooliche; le medicine e l'acqua non rompe il digiuno.

E' cosa ottima e utilissima comunicarsi spesso, anche tutti i giorni, purché si faccia sempre con le dovute disposizioni.

« lo sono il Pane Vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vive in eterno; e il Pane che lo darò è la mia carne per la vita del mondo. Se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il Suo San­gue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio Sangue, ha la vita eterna ed lo lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la Mia carne è veramente cibo e il Mio Sangue è veramente bevanda. Chi mangia la Mia carne e beve il Mio Sangue rimane in Me ed lo in lui » (S. Giov. VI. 51)

 

 

PREPARAZIONE ALLA S. COMUNIONE IN COMPAGNIA D1 MARIA SS.

 

« Ti sollecito ad imitarmi nella preparazio­ne alla Comunione,. ti consiglio dì ricorrere agli Angeli ed ai Santi e specialmente di in­vocare Me.

Ti faccio sapere che sono specialmente Avvocata e Protettrice di coloro che deside­rano accostarsi con grande purità alla Santa Comunione. E quando mi invocano a tal fi­ne, mi presento al trono di Dio ed imploro il Suo favore per essi, perché conosco la di­sposizione che ricerca il luogo in cui deve entrare lo stesso Dio. E non è perduta, stan­do in cielo, quella cura e zelo della di Lui gloria, che con tanto studio procuravo viven­do in terra. Dopo la Mia intercessione, ri­cerca quella degli Angeli che ancora brama­no ardentemente che le anime vi si accosti­no con grande devozione e purità.

Chi spesso e bene riceve l'Eucaristia splenderà in cielo come sole fra stelle e inOl­tre avrà nel suo corpo certi segni, e divise brillantissime sul petto dove la ricevette. Altro gaudio accidentale che godrà in cielo sarà una speciale intelligenza sul modo col quale Gesù sta nell'Eucaristia e su tutte le meravi­glie che in essa si rinserrano, gaudio, che da solo basterebbe a farlo eternamente beato, Anzi la gloria essenziale di chi degnamente si comunicò uguaglierà e anche supererà quella di alcuni martiri che non la ricevettero. Consideri che Gesù venne proprio per cer­car te, chiamar te, arricchire te e accarezzare te come se fossi la sola Sua creatura, la tua ammirazione per tanta benignità si convertirà in atti di viva fede e ardente amore. Perché tutti i doni che ti potrebbe dare Dio, compreso il Paradiso intero sono nulla in paragone al dono che Egli ti fa di Se stesso.

lo, per quanto Immacolata e ripiena di tanta grazia e meriti, pur mi credevo in­degna di comunicarmi e mi sembrava che tutti i miei sacrifici fossero degnamente ri­pagati da una sola Comunione. Che si da­vrebbe dire di voi» ( Suor Agreda)

 

PREGHIERA PRIMA DELLA S. COMUNIONE

 

O mio dolcissimo e amatissimo Gesù, se Tu non fossi il mio Salvatore non oserei ve­nire a Te! Ma Tu sei il mio Salvatore e sposo dell'anima mia, e il Tuo Cuore mi ama con tenerissimo ed ardentissimo amore, come nessun altro cuore è capace di amare. Vorrei corrispondere a questo amore che Tu hai per e vorrei avere per Te, che sei il mio unico amore, tutto l'ardore dei Serafini, la purezza degli Angeli e delle Ver­gini, la santità dei Beati che Ti posseggono e Ti glorificano in cielo; E se potessi 01. 1rirTi tutto questo, sarebbe ancora troppo poco per lodare la Tua bontà e la Tua mise­ricordia. Perciò Ti presento il mio povero cuore, così com'è con tutte le sue miserie, le debolezze e i buoni desideri. DegnaTi purificarlo nel Sangue del Tuo Cuore, tra­sformarlo, infiammarlo Tu stesso di un a­more puro ed ardente. In tal modo questa povera creatura quale io sono, incapace di ogni bene e capace di ogni male, Ti amerà, e Ti glorificherà come i Serafini più infiam­mati del cielo!

Ti supplico infine, dolcissimo Gesù, di da­re all'anima mia la santità stessa del Tuo Cuore, o meglio d'immergerla nel Tuo Cuo­re Divino affinché  in esso Ti ami, Ti serva, Ti glorifichi e in lui m'inabissi per tutta l'eter­nità.

Ti chiedo questa grazia per tutte le anime che oggi s'accostano alla Sacra Mensa, per tutte le persone che amo. Possano esse darTi per me la gloria e l'onore di cui le mie offe­se Ti hanno privato!

 

A MARIA SANTISSIMA

 

O Madre di pietà e di misericordia, o bea­tissima Vergine Maria, con tutto l'affetto del cuore ricorro a Te io, che sono tanto misero e peccatore. Tu che Sei pietosa degnati d'assistere a me per ricevere il tuo Gesù nel mio povero cuore.

Corroborati dalla Tua grazia, posso offrire una Comunione degna ed accetta al Tuo Gesù.

 

A S. GIUSEPPE

 

O S. Giuseppe, tu fosti tra i più fortunati, perché a Te fu concesso non soltanto di ve­dere ed ascoltare quel Dio che molti re desi­derarono invano di vedere e di ascoltare, ma di portarlo, baciarlo, vestirlo e custodirlo! O S. Giuseppe, prega per me, affinché di­Ventiamo degni di ricevere Gesù nella Santa Comunione.

 

RINGRAZIAMENTO DOPO LA S. COMUNIONE

 

Importante pensare che dopo la S. Comunione Gesù rimane sacramentalmente almeno un quarto d'ora in noi, perciò il ringraziamento non deve essere meno di un quarto d'ora. Non sei tu che vivi; è Cristo che vive in te. Devi dunque ringraziarlo, ma solo in un modo più ardente, più affettuoso e più sincero.

 

PREGHIERA DI S. TOMMASO D' AQUINO

 

Ti ringrazio, o Signore Santo, Padre onni­potente, o eterno Iddio, perché senza alcun  merito da parte mia, ma per solo effetto del­la Tua misericordia, ti sei degnato di saziare col prezioso Corpo e Sangue del Figlio tuo Gesù Cristo me peccatore indegno .

Ti supplico che questa santa Comunione non mi sia causa di condanna, ma valida in­tercessione per ottenere il perdono. Sia una arma per la mia fede, uno scudo per la mia buona volontà. Mi liberi dai vizi, mi difenda contro le cattive tentazioni, aumenti in me la carità, la pazienza, l'umiltà, l'obbedienza e tutte le altre virtù. Mi renda incrollabile contro le insidie dei miei nemici visibili e invisibili, tranquillizzi perfettamente in me le passioni carnali e spirituali, e mi unisca inti­mamente a Te, che sei unico e vero Dio e fe­lice coronamento del mio fine.

Ti prego infine di condurmi a quell'ineffa­bile banchetto, dove Tu insieme col Figlio e lo Spirito Santo sei ai tuoi santi la vera luce, la sazietà piena, il gaudio eterno, la gloria completa e la perfetta felicità. Te lo chiediamo per mezzo dello stesso Gesù cri­sto, Nostro Signore. Così sia. (Ind. di 3 anni)

 

PREGHIERA DI S. BONA VENTURA

 

Trafiggi, o Gesù dolcissimo la parte più intima dell'anima mia con la soavissima e salutare ferita del tuo amore e con vera, pura e santissima carità, affinché  langui­sca e mi strugga dall'unico desiderio di amare : Te solo, di bramare Te, di anelare verso di Te, di morire per essere con Te. Fa che io sia affamato di Te, che sei il Pane degli Angeli, il cibo delle anime sante, il nostro pane quotidiano, nutriente più di ogni altro cibo, pane che ha tutte le dolcezze, tutti i sapori, tutte le delizie più soavi. Fa che abbia fame dì Te che gli Angeli contemplano; di Te si nutra il mio cuore e della dolcezza del Tuo sapore si riempia l'intimo dell'anima mia. Concedimi d'aver sempre sete di Te, che sei la sorgente della vita, la fonte della sapienza e della scienza, la fonte dell'eterna luce. Il torrente delle delizie, la fecondità della casa di Dio.

Dammi la grazia che il mio cuore desideri sem­pre Te, cerchi Te, aneli a Te, mediti Te, giunga a Te, parli di Te, e tutto operi in lode e gloria, del tuo Nome, con umiltà e prudenza, con amo­re e con piacere, con facilità e con affetto, con perseveranza che duri fino alla fine. E Tu solo siimi sempre l'unica fiducia, l'uniCa ricchezza, l'unica delizia, l'unica gioia, l'uni­ca quiete e tranquillità, l'unica pace, l'unica soavità, l'unico profumo, l'unica dolcezza, l'u­nico cibo ed alimento, l'unico rifugio, l'unico aiuto, l'unica sapienza, l'unica parte di eredi­ta, l'unico bene, l'unico tesoro nel quale rimangono sempre fissi e incrollabilmente radi­cati la mia mente ed il mio cuore Cosi sia.

 

ANIMA CHRISTI

 

Anima di Cristo, santificatemi.

Corpo di Cristo, salvatemi.

Sangue di Cristo, inebriatemi.

Acqua del costato di Cristo lavatemi.

Passione di Cristo, confortatemi.

O buon Gesù, esauditemi.

Entro le vostre piaghe, nascondetemi.

Non permettete che io mi separi da Voi.

Dal maligno nemico difendetemi.

Nell'ora della mia morte chiamatemi.

Fate che io venga a Voi.

A lodarvi coi vostri santi.

Nei secoli dei secoli. Così sia.

 

 

 

OFFERTE DI SE STESSO

 

Accetta, o Signore, l'intera mia libertà la memoria, l'intelligenza, la volontà. Tutto quello che ho, l'ho ricevuto da Te; a Te dun­que lo restituisco, abbandonandolo totalmen­te al governo della Tua volontà.

Dammi soltanto il Tuo amore e la tua gra­zia: cosi sono ricco abbastanza e non chiedo nessun'altra cosa.

 

 

ORAZIONE A GESU' CROCIFISSO

 

( Recitata dinanzi all'immagine del Crocifisso, idulgenza di 10 anni ogni volta; plenaria con Confessione, Comunione e preghiera per il Sommo Pontefice ),

 

Eccomi o mio amato buon Gesù, che alla santissima Vostra presenza prostrato, Vi pre­go col fervore più vivo a stampare nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di ca­rità, di dolore dei miei peccati e di propo­nimento di non più offenderVi: mentre io con tutto il cuore e con tutta la compassione va­do considerando le Vostre cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di Voi il San­to profeta Davide: Hanno forato le mie mani e i miei piedi ed hanno contato tutte le mie ossa. Pater, Ave, Gloria.

 

TI SUPPLICO

 

Ti supplico, o dolcissimo Gesù, che la tua Passione sia per me una forza che mi rin­vigorisca, mi protegga e mi difenda; le tue ferite mi siano cibo e bevanda per cui con es­se possa nutrirmi, inebriarmi e dilettarmi; il Tuo Sangue sparso mi lavi da tutti i pec­cati; la Tua morte mi sia vita perenne; la Tua croce mia eterna gloria,

Queste cose soltanto siano sempre mio cibo, mia gioia, salute e dolcezza del mio cuore. Esaudiscimi, Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

 

O MARIA

 

O Maria, Vergine e Madre Santissima, ec­co che io ho ricevuto il Tuo dilettissimo Fi­glio, che Tu hai concepito, generato, allatta­to e stretto al seno con i più soavi amplessi. Quello stesso Figlio, la cui vista ti allietava e ti deliziava, ora umilmente ed affettuosa­mente lo presento nelle tue braccia, affin­ché Tu lo abbia a stringere al Tuo Cuore, amarlo ed offrirlo alla SS. Trinità in supre­mo culto di adorazione, a tuo onore e gloria, per i miei bisogni e per quelli di tutto il mondo.

Ti prego dunque, o piissima Madre, d'im­petrarmi il perdono di tutti i miei peccati, un'abbondante grazia di servire ed amare da ora innanzi il Figlio tuo con maggior fedeltà, e infine la grazia della perseveranza finale affinché lo possa lodare insieme con Te per tutti i secoli. Così sia.

 

O MADRE

 

O Madre tenera ed amante, Vergine pru­dentissima, che sei la Madre del mio Reden­tore, Ti saluto oggi con il più filiale amore con cui possa amarTi un cuore di figlia. Sì, sono figlia Tua, e siccome l'impotenza mia è tanto grande, prenderò gli ardori del Cuo­re del Tuo Divin Figliuolo: con Lui Ti salu­terò come la più pura delle creature, poiché sei stata formata secondo i desideri e le at­trattive del Dio tre volte Santo.

Concepita senza macchia di peccato originale, esente da ogni corruzione, Tu sei sta­ta sempre fedele ai movimenti della grazia e l'anima Tua si è arricchita così di tali me­riti da elevarsi al di sopra di ogni creatura. Eletta per essere la Madre di Gesù Cristo, Tu l'hai custodito come in un Santuario purissimo e Colui che veniva a dare la vita al­le anime, in Te ha preso Egli stesso la vita, e da Te ha ricevuto il Suo alimento.

O Vergine incomparabile! Vergine Immaco­lata! Delizia della SS. Trinità! Ammirata da­gli Angeli e dai Santi, Tu sei la delizia del Cielo.

Stella del mattino, Roseto fiorito di pri­mavera, Giglio candidissimo, Iris delicato e grazioso, Violetta olezzante, Giardino colti­vato e riservato per deliziare il Re del Cielo!.. Tu sei mia Madre, Vergine prudentissima, Arca preziosa ove stanno racchiuse tutte le virtù!

Tu sei mia Madre, Vergine Potentissima:, Vergine clemente, Vergine fedele! Tu sei mia Madre, rifugio dei peccatori! Ti saluto e mi rallegro alla vista di tali doni che Ti ha concesso l'Onnipotente e di tante prerogative di cui Ti ha coronata.

Sii benedetta e lodata Madre del mio Redentore, Madre dei poveri peccatori! Abbi pietà di noi e coprici con la Tua materna pro­tezione.

Ti saluto a nome di tutti gli uomini, di tutti i Santi, di tutti gli Angeli.

Vorrei amarTi con l'amore e gli ardori dei più infiammati Serafini, e siccome ciò sareb­be ancora troppo poco per appagare i miei desideri, Ti saluto e Ti amo per mezzo del Figlio Tuo, che è mio Padre, mio Redentore, mio Salvatore!

Ti saluto con la purezza dello Spirito Santo e con la Santità della Trinità adorabile. E per mezzo di queste Divine Persone io Ti benedico desiderando tributarTi eternamente una lode filiale, costante e purissima!

O Vergine incomparabile, benedicimi, perché sono Tua figlia! Benedici tutti gli uomi­ni Proteggili, prega per loro Colui che è Onnipotente e che nulla può rifiutarTi. Così sia.

 

O SAN GIUSEPPE

 

O S. Giuseppe, custode e padre delle anime pure, Tu che ricevesti in custodia la stes­sa Innocenza, Gesù Cristo e la Vergine delle Vergini, Maria: per questi due carissimi tesori, Gesù e Maria, Ti prego e Ti scongiuro a preservarmi da ogni peccato impuro af­finché possa sempre servire a Gesù e a Ma­ria puro di mente e di cuore, e casto di corpo. Cosi sia.

 

ATTO EROICO DI CARITA'

 

Dio mio, assieme ai meriti di Gesù Cristo, della SS.ma Vergine, degli Angeli e dei Santi, Vi offro per le Anime del Purgatorio tutte le mie opere soddisfattorie e tutti i suffragi applicatimi, da altri in vita, in morte e doPo la mia morte. Cosi sia.

 

(Ad ogni s. Comunione ben fatta si acquista indulgenza plenaria in favore delle anime del Purgatorio Chi recita devotamente questa preghiera).

 

ATTO DI ACCETTAZIONE DELLA MORTE

(indulgenza plenaria in articulo mortis )

 

 Signore, Dio mio, fin da ora con pieno con­senso e con animo volenteroso accetto dalle Vostre mani qualsiasi genere di morte, con cui a Voi piaccia di chiamarmi e colpirmi, insieme con tutti i dolori, con tutte le pene, con tutti gli affanni che dovranno accompa­gnare il mio ultimo passaggio. Pater,Ave, Gloria.

( Chiunque confessato e comunicato recita questa orazione, e non la revocherà, lucrerà l'indulgenza plenaria in articulo mortis San Pio X )

 

PREGHIERA PER TUTTI GLI INFELICI

 

Signore, insegnaci a non amare noi stessi, a non amare soltanto i nostri, a non amare soltanto quelli che amiamo. Insegnaci a pensare agli altri,ed amare in primo luogo quelli che nessuno ama.

Signore, facci soffrire della sofferenza altrui. Facci la grazia di capire  ad ogni istante, mentre noi viviamo una vita troppo felice protetta da Te, ci sono di milioni di esseri umani, che sono pure tuoi tigli e nostri fratelli che muoiono di fame, fame spirituale e materiale, senza aver  meritato di morire di fame. Signore, abbi pietà di tutti i poveri del mondo.

Abbi pietà dei lebbrosi ,dei lebbrosi nel corpo e più nello spirito ai quali Tu così spesso hai sorriso quand'eri su questa terra; pietà di milioni di lebbrosi che tendono verso la tua Misericordia le mani senza dita, le braccia senza mani... E perdona a noi di averli, per una irragionevole paura, abbandonati. E non permettere più, Signore, che noi viviamo felici da soli.

Facci sentire l'angoscia della miseria universale, e liberaci da noi stessi.

Così sia!

 

Raul Follereau

 

 

CANTICO DELLA B. V. MARIA

 

Magnificat... .

 

L'anima mia glorifica il Signore

E il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore perché Egli ha rivolto i suoi sguardi sulla bassezza della sua ancella, ed ecco che dà questo momento tutte le generazioni mi chiameranno beata;

perché gran cose ha fatto in me Colui che è potente. Il suo Nome è santo e la cui misericordia si estende di generazione in generazione su coloro che lo temono. Egli ha operato potentemente col suo braccio; disperde i superbi con tutti i disegni del loro cuore.

Ha rovesciato dal loro trono i potenti ed ha esaltato gli umili ha ricolmato di beni gli affamati e rimanda­ a mani vuote i ricchi­.

Egli prese per mano il popolo d'Israele, Suo servo ricordandosi della sua misericordia come parlò ai padri, ad Abramo e ai suoi discendenti per i secoli.

 

Magnificat anima mea D6minum

Et exultavit spiritus meus,

in Deo, salutari meo.

Quia respexit humilitatem ancille suae:

ecce enim ex hoc beatam me dicent omnes generati6nes .

Quia fecit mihi magna qui p6tens est: et sanctum nomen ejus.

Et misericordia ejus a progenie in progenies , ttmentibus eum.

Fecit potentiam in brachio suo: dispersit superbos mente cordis sui.

Depòsuit potentes de sede, et exaltavit hu­"cC, mtles.

'~Esurentes implevit bonis: et divites dimisit inanes.

suscepit Israel puerum suum, recordatus misericordiae suae.

Sicut locutus est ad patres nostros, Abraham, et semini ejus in saecula. Amen.

 

 

 

 

 

PARTE IV

LE VIRTÙ

 

 

LE VIRTU'

 

« perché l'inverno è passato....

è cessata la pioggia e se n'è andata;

i fiori son riapparsi sulla nostra terra

la stagione della potatura è venuta

la voce della tortora risuona per le nostre campagne

il fico dà fuori i suoi primaticci

le viti in fiore spandano il loro profumo »

(Cantico dei Cantici)

 

Nell'anima nostra l'inverno è passato con una buona e Santa Confessione. I peccati mortali, le bestie velenose che dormivano il sonno invernale sono annientati. La pioggia cioè inquietudini, dubbi, fiacchezza, tiepidez­za se n'è andata.

 

I fiori, i nostri desideri e i buoni propositi sono riapparsi dopo la Santa Confessione. Con volontà inflessibile cominciamo a taglia­re ed estirpare i vizi, i difetti.

 

Nell'anima rivestita dalla grazia santifican­te risuona la voce della tortora, la Voce dello Spirito Santo con le Sue sante ispirazioni. Le virtù infuse nel S. Battesimo, Fede, Speranza e Carità fanno spuntare nuovi ra­moscelli, gli alberi si coprono di foglie no­velle.

Le virtù morali acquistate con la buona volontà e con l'instancabile esercizio, come le viti in fiore ,innestate in Cristo spandano  i loro profumi. Ma non basta purificarsi dal peccato. Con l'assistenza dello Spirito Santo deve trasformare l'anima in un giardino coltivato e ri­servato per deliziare Gesù nella S. Comunio­ne.

Per scegliere meglio questi fiori, faremo co­noscere alcune virtù, indispensabili per ogni cristiano, secondo la loro natura e il loro carattere. Esamina seriamente quello che ti manca, affrettati, perché la vita è breve per  praticare queste virtù e che saranno gli or­namenti sulla tua veste nuziale per le nozze in Cielo con l'Agnello Immacolato, Gesù.

 

IN CHE MODO POSSO IO ACQUISTARE LA VIRTU'?

 

Con la grazia.

Con grande forza di volontà, posso, debbo, voglio riuscire. Più grande è lo sforzo, più meritorio è il risultato.

Forza di provvedere le occasioni.

Di sorvegliarmi.

Di avvertire e saper reprimere subito fin da principio i primi impulsi contrari.

Custodire la lingua. Di non perdersi d’animo per qualche man­canza e ricaduta. Orrore sommo al peccato umiltà confidenza filiale, piena illimitata costante.

Dopo le mancanze riprendere e continuare con rinnovato fervore e generosità;

 

 

 

 

LE' VIRTƯ  TEOLOGALI

 

Sono tre: Fede, Speranza e Carità, che nel S. Battesimo vengono infuse nell'anima di ogni cristiano, e che bisogna coltivare du­rante la vita.

 

FEDE

 

LA FEDE ci unisce a Dio, verità infallibile, facendoci entrare in comunione col pensiero divino, perché ci fa conoscere Dio, come si è rivelato Ji:gli Stesso e così ci prepara alla visione beatificata.

E' il fondamento della nostra vita, radice della santità. Luce che illumina l'intelletto. La Fede è forza nella vita, fonte di consolazio­ne e fonte di numerosi meriti. L'atto stesso di fede è molto meritorio, perché assoggetta alla divina autorità quanto vi è di meglio in noi: intelletto e volontà. Tanto più meritoria in quanto esposta oggi a più numerosi assal­ti. E' la Fede che rende meritori gli altri nostri atti rendendoli graditi a Dio .

Per coltivare la virtù della Fede, si recita con umile sottomissione e con .ferma convin­zione gli atti della Fede.

Per illuminare e rinvigorire la Fede si stu­dia e si leggono libri scritti per questo scopo ai semplici laici come: P. Lodovico Fanfani O. P. «Teologia per tutti » Ringrazia spesso Dio questo gran dono che tanti milioni di uomini non hanno ricevuto e vivono nel buio senza il calore e la luce che la fede in Cristo irradia.

 

SPERANZA

 

LA VIRTU DELLA SPERANZA ci fa deside­rare Dio come supremo nostro bene, e aspetta­re con ferma confidenza, fondata sulla bontà ed Onnipotenza divina, la beatitudine eterna e i mezzi per conseguirla.

La Speranza ci unisce a Dio, staccandoci dai sensibili diletti, dimostrando che tutti i godimenti terreni mancano di due elementi essenziali alla felicità dell'uomo, la perfezio­ne e la durata­.

La Speranza è principio di feconda opero­sità, produce santi desideri, come il deside­rio di posseder Dio, il desiderio del cielo. Ci aumenta le energie con la promessa di una ricompensa, che come canta S. Francesco di Assisi: « E' si grande il bene che aspetto, che ogni pena m'è diletto ».

Ci dà la certezza, la sicurezza del trionfo, se Dio è con noi, chi dunque sarà contro di noi se la nostra volontà è ferma ed incrolla­bile?

Per praticare la virtù della Speranza bisogna renderla più salda nei fondamenti, me­ditando spesso sui motivi che sono i fonda­menti: La potenza di Dio unita alla Sua bon­tà e alle magnifiche promesse che son fatte per chi serve Lui. Pensar spesso al Paradiso e desiderarlo. Il cielo è la vera patria, la terra non è che un esilio, destinata ad eter­no ad andare in frantumi.

Si deve evitare scrupolosamente i due ec­cessi della speranza: la presunzione, e la di­sperazione.

 

LA PRESUNZIONE consiste nell'aspettarsi da Dio il Paradiso e le grazie necessarie per arrivarvi senza voler servirsi dei mezzi da Dio prescritti. (Sacramenti ecc.) Uno per esem­pio presume della divina bontà dicendo:

« Dio è così buono che non mi vorrà danna­re » e trascura i Comandamenti. « Manda al­l'inferno più anime la divina bontà, che non la divina giustizia ».

Dio è buono, ma è anche la Giustizia e Santità Infinita e cesserebbe di esser Dio se non fosse infinitamente Giusto.

Altri presume delle proprie forze, caccian­dosi in mezzo ai pericoli e alle occasioni di peccato, libri, riviste, spettacoli, amicizie, ci­nema pericolosi.

Altri al contrario sono esposti allo SCOR.AG­GIAMENTO e talora alla disperazione. Spesso tentati e vinti perdono la speranza di correggersi e cominciano a disperarsi della propria i salvezza. E' una disposizione pericolosa contro cui, con l'aiuto di un buon direttore, bisogna premunirsi, pensando alle parole di  Gesù a S. Paolo: « La Mia grazia ti basta » , vincere ogni tentazione.

La Speranza fa vivere per il cielo e   forza di rinunziare coraggiosamente ai suc­cessi e trionfi mondani.

Infine con umiltà e confidenza chiediamo spesso a Dio per intercessione del Cuore Immacolato di Maria il dono di tutti i doni, la perseveranza finale.

 

LA CARITA'

 

LA CARITA' è la virtù teologale che ci fa amar Dio. come Egli ama , sopra ogni co­sa, per Se stesso, e il prossimo per amor di Dio.

La Carità ha dunque un doppio oggetto: Dio e il prossimo; due oggetti però che fan­no uno solo perché non amiamo le creature se non in quanto sono espressione e riflesso delle divine perfezioni. Amiamo Dio in loro. S. Tommaso dice: « Amiamo il prossimo perché Dio è in lui, o almeno perché sia in Lui. »

La Carità è in la più eccellente e quin­di la più santificante delle virtù. Il perno della perfezione è la Carità; Colui che vive di Carità vive in Dio, perché Dio è Carità, come disse l' Apostolo.

La Carità è la Signora, la Vita, la Bellezza, l'Anima di tutte le altre virtù. Le governa tutte, le muove e le porta alloro vero ed ulti­mo fine. Essa la genera nel loro essere per­fetto, le aumenta e conserva, le illustra ed a­dorna e dà loro vita ed efficacia poiché sen­za di essa sarebbero languide e morte.

La Carità di niente si appropria, tutto di­stribuisce, prende tutti i ben! e non consen­te ad alcun male per quanto sta in lei­

« O Virtù delle virtù e sommo dei tesori del cielo! Tu sola tieni le chiavi del Paradi­so,. Tu sei l'aurora dell'eterna Luce, Tu il Sole del giorno dell'Eternità, Tu il Fuoco che purifica, Tu il Vino che inebria, il Nettare che letifica, la Dolcezza che sazia senza nau­sea, Tu il Talamo in cui l'anima riposa »

« Vincolo cosi stretto che fa una cosa sola col medesimo Dio, come lo sono il Padre col Figlio ed entrambi con lo Spirito Santo (JO. 11).

« Per la sua nobiltà Dio volle a nostro mo­do di intendere, ornare se stesso del suo no­me e volle ornare Lei chiamandosi Egli stesso Carità, e tacendo di essa il fine di tutte le Sue operazioni interne ed esterne (JO.4.16.)

« Se io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, e non avessi la carità, non sarei che un bronzo risuonante, o un cembalo squillante. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e tutta la scien­za, e se avessi tutta la fede, sì da trasportare le montagne, e poi mancassi di carità, non sarei nulla. E se distribuissi a favor dei po­veri tutto quel che ho, e dessi il mio corpo per esser arso, e non avessi la carità, non mi gioverebbe nulla.

La carità è longanime, è benigna; non ha invidia, non agisce invano: non si gonfia, non è ambiziosa, non è egoista, non s'irrita, non pensa il male; non si compiace dell'in­giustizia, ma gode della verità; soffre di ogni cosa, ogni cosa crede, tutto spera, tutto sop­porta.

La carità non viene mai meno, le profezie termineranno; le lingue cesseranno, la scien­za finirà in nulla, perché parzialmente cono­sciamo, parzialmente profetiamo. Resta dun­que la Fede, la Speranza, la Carità. Maggio­re però di tutte e la Carità. (S. Paolo Corin. XIII).

 

SEGNI DELLA CARITA'. Se pensi a Dio con­tinuamente. 2. Se adempi i Suoi precetti e consigli senza tedio o disgusto. 3. Se temi di offenderlo. 4. Se offeso cerchi subito di pla­carlo. 5. Se soffri di vederlo offeso dagli al­tri, come soffriresti vedendo vilipesa tua ma­dre da uno dei tuoi fratelli o sorelle. 6. Se ti rallegri nel vederlo servito. 7. Se desideri o gusti parlare di Lui: 8. Se ti consoli nel ricordarti di Dio e nel saperlo sempre presen­te. 9. Se ti rattristi quando sembra allonta­narsi o nascondersi da te. 10. Se ami ciò che Egli ama (virtù, santità) e abborisci, ciò che Egli abborrisce (peccato, satana) 11. Se pro­curi di attirare tutti alla Sua amicizia e grazia. 12. Se ti rivolgi a Lui con confidenza in tutti i tuoi bisogni spirituali, fisici e materiali. 13. Se ricevi con riconoscenza i Suoi benefici con­vertendoli a Suo onore e gloria" 14. Se ti sfor­zi di spegnere in te i movimenti delle passioni che ti ritardano ed impediscono il vero amo­re, allora avrai sentita viva la carità.

 

EFFETTI DELLA VERA CARITÀ: « Essa non comporta oziosità nelle potenze, con­sente macchia nella volontà; perché subito la purifica, attacca a ciò che è terreno e cor­ruttabile. Ma restando nella carità l'anima  vi­cendevolmente amata. da Dio, che verrà in Lei e vi abiterà come in un Tempio. Benefi­cio talmente grande che non v'è parola adat­ta ad esprimerlo.

Ripeti spesso l'atto di carità.

 

LA CARITA' VERSO Il PROSSIMO

 

LA CARITA' FRATERNA è virtù teologale: purchè nel prossimo si ami Dio, o in altre pa­role si ama il prossimo per Dio, se amassimo il prossimo unicamente per Lui o per i ser­vizi che ci può prestare, non sarebbe carità. La perfezione della carità fraterna è il desiderio ardente del Cuore di Gesù come di­ce il S. Evangelo: « Il Comandamento Mio è questo; che vi amiate scambievolmente come lo ho amato voi.»« Da questo conosceranno tutti che siete Miei discepoli, se avrete mu­tuo amore » (Giov. XIII. 32.)

Gesù non forma un concetto generale del la carità fraterna, ma descrive nei minimi particolari questa carità. Chi mette. in prati­ca le parole di Gesù possiede la virtù della carità fraterna.

« Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano: Benedite quelli che vi maledicono e pregate per i vostri calunniato­ri ».

« A chi ti dà uno schiaffo (ti offende) presen­ta l'altra guancia. E chi ti porta via il man­tello, non vietar di farti prendere anche la tunica. Dà a chi ti chiede e non domandare il tuo a chi te lo toglie. E come volete che gli uomini facciano a voi, fate pure a loro. Se amate solo quelli che vi amano, qual merito ne avrete? Anche i peccatori amano chi li ama.

E se fate del bene a chi ve lo fa, qual merito ne avrete? Anche i peccatori fanno al­trettanto. E se prestate a coloro dai quali sperate di ricevere, quel merito ne avrete? Anche i peccatori prestano ai peccatori, per ricevere altrettanto. Amate pertanto i vostri nemici, fate del bene, prestate senza speran­za di profitto, e grande sarà il vostro pre­mio, e sarete figli dell' Altissimo, che è be­nigno anche cogli ingrati ed i cattivi.

Siate dunque misericordiosi; come anche il Vostro Padre è misericordioso. Non giu­dicate e non sarete giudicati, non condanna­te e non sarete condannati. Perdonate e vi sarà perdonato. Date e vi sarà dato, date sopratutto carità spirituali oltre il denaro, vi sarà versato in una misura buona, pigiata, scossa e traboccante; perché sarà a voi rimi­surato, colla stessa misura colla quale avete misurato ».

« Perché guardi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello e non badi alla trave che hai nel tuo occhio? » (S. Luc. 6.-27 .)

 

Gesù, Dio della Carità, non si accontenta di dare i minimi particolari dalla carità che esige da noi nella vita quotidiana, ma stabi­lisce che la Carità fraterna sia la materia del Giudizio Universale. Prepariamoci bene, per non trovarci un tal giorno tra la perduta gente dei reprobi. Ripetiamo qui come Gesù dice nel S. Evangelo:

 

SETTE OPERE DI MISERICORDIA CORPORALE

 

1. Dar da mangiare agli affamati;

2. Dar da bere agli assetati;

 3. Vestire gl'ignudi;

4. Alloggiare i pellegrini;

5. Visitare gl'infermi;

6. Visitare i carcerati;

7. Seppellire i morti.

 

SETTE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE

 

1. Consigliare i dubbiosi;

2. Insegnare agli ignoranti;

3. Ammonire i peccatori;

4. Consolare gli afflitti;

5. Perdonare le offese;

6. Sopportare pazientemente le persone mo­leste,.

7. Pregare Iddio per i vivi e per i morti.

 

 

 

LE QUATTRO VIRTU' CARDINALI

 

Si chiamano virtù cardinali, perché son come i1 « cardine » su cui reggono tutte le altre virtù.

 

LA PRUDENZA

 

LA PRUDENZA è una virtù cardinale che inclina l'intelletto a scegliere in ogni circostanza, i mezzi migliori per ottenere i vari fini. subordinandoli al fine ultimo.« che è la sal­vezza eterna e la Visione Beatifica di Dio » (Tanquerey)

Per operare in ogni circostanza. Prudente­mente sono necessarie tre cose: 1. Esaminare con maturità. 2. Risolvere con senno. 3. Ese­guire bene.

Con un esame profondo si studiano i mez­zi più adatti per ottenere il fine che ci si propone. Questo esame deve essere propor­zionato all'importanza della risoluzione da prendere, cercando diligentemente di evita­re la facilità nel giudicare .

Risolvere con senno, consultando persone sagge ed esperte nell'applicare il bene. Quat­tro occhi vedono meglio di due, e dalla discussione scaturisce la luce. Il primo consi­gliere deve essere sempre lo Spirito Santo. Trovato il mezzo e modo migliore per eseguire l'opera o affare, con grande risolutezza, - evitando ogni precipitazione nell' agire e sen­za abbandonarsi a soverchie esitazioni - si mette all'opera secondo il partito che sem­bra migliore, evitando ogni incostanza nel proseguire il bene iniziato. sapendo unire al­la semplicità della colomba, la prudenza del serpente. per fuggire il sinistro agire delle Vergini Stolte. L'azione nostra scaturisce co­da profonda riflessione in conseguenza della preghiera che alimenta la volontà.

 

LA VIRTU' DELLA GIUSTIZIA

 

La parola Giustizia nella S. Scrittura si­gnifica il termine della virtù cristiana. per esempio S. Giuseppe era il« Giusto. »

LA GIUSTIZIA come virtù cardinale inclina la volontà a rendere costantemente ad ognu­no ciò che gli spetta. A Dio ciò che Gli si deve con la virtù della religione, ai genitori col rispetto ed obbedienza, a quelli rivestiti in dignità, riverenza, ecc.

La giustizia particolare regola i diritti e doveri dei cittadini tra loro, non solo il di­ritto della proprietà, ma dei beni del corpo e dell'anima, la vita, la libertà, l'onore, la reputazione.

La virtù della giustizia fa osservare il VII . ed VIII. Comandamento. Chi pratica la giustizia avrà grande orrore dei debiti quando , non si è sicuri di poterli pagare, e chi ne avesse contratto qualcuno, si farà un punto d'onore di rimborsarlo al più presto.  L'uomo giusto rispetta e difende l'onore e la reputazione del prossimo come fosse la sua stessa buona fama, unendo la virtù della giustizia con la carità. Fa diligentemen­te schivare tutto Ciò che potrebbe contristar­la, perché serve ed ama Dio solo, nel pros­simo.

Alla Giustizia si appartengono, La Libera­lità;  La Veracità e La Gratitudine.

 

LA GRATITUDINE

 

LA VIRTU' DELLA GRATITUDINE VERA è una delle più rare. Il fatto di dieci lebbrosi guariti, dimostra che solo uno possedeva nel suo cuore il nobile sentimento della gratitu­dine, L'ingratitudine negli altri nove lebbrosi guariti ferisce profondamente il Cuore di Ge­sù, e dimostra che la gratitudine è molto cara a Dio e da Lui voluta.

Il cuore nobile, grato e riconoscente sen­te il bisogno di ringraziare Dio per i be­nefici ricevuti, come la vita, la conservazio­ne della medesima, sopratutto il grande do­no della Redenzione.

« Il Signore è infinito nelle Sue misericordie ed il Suo amore non ha limiti, sicchè attende ed esige ogni anima che l'accoglie e si delizia in essa come se quella sola avesse creata e per essa sola si tosse incarnato. Gli altri benefici in ordine spirituale e temporale, come famiglia, forza per lavorare, la salute ecc,. deve ringraziare con tutte le forze e poi ringraziarlo anche per gli altri. Il cuore grato non si dimentica di ringra­ziare la benignità divina per ordinare agli angeli di una natura tanto superiore e spiri­tuale, pieni di dignità, gloria e bellezza, che assistano, custodiscano, e difendano le crea­ture terrene piene di miserie e di colpe. Que­sta ingratitudine priva l'uomo di molti fa­vori da parte dei medesimi Angeli. Noi sia­mo facili a chiedere sempre e mai ringra­ziare.

Dio esige la gratitudine non solo per , ma per tutte le persone che per Provvidenza Sua, favorisce e benefica. Un bicchiere d'ac­qua dato al prossimo nel Suo nome, non ri­marrà senza ricompensa. Un cuore grato mo­stra la sua riconoscenza anche coi fatti, co­me le circostanze lo permettono presentando qualche regaluccio che torna gradito e sia adatto alle persone a cui si offre.

 

 

LA VIRTU' DELLA FORTEZZA

 

« Questa virtù cardinale, che vien detta fortezza d'animo, forza di carattere o cristia­na virilità è una virtù che rinsalda l'anima nel perseguire un bene difficile, senza lasciar­si scuotere dalla paura, neppur dal timor della morte.

LA FORTEZZA reprime l'impressione del ti­more, che tende a intorpidire gli sforzi per il bene, e nel moderare l'audacia che senza di lei diverrebbe facilmente temerità.

La Fortezza consiste prima di tutto nell'in­traprendere e nell'eseguire cose difficili, so­prattutto vincere gli ostacoli e difficoltà sem­pre rinascenti costantemente sul cammino della virtù »(Tanquerey)

« Con la virtù della fortezza si sa soffrire per Dio le molteplici prove e patimenti che Egli manda, le malattie, gli scherni, le calun­nie per un tempo notevole, e si sa praticare costantemente le piccole umili virtù nascoste, quelle che spesso richiedono maggior eroi­smo delle azioni strepitose » (Tanquerey)

 

I NEMICI DELLA FORTEZZA : La paura delle fatiche, e dei pericoli, la paura delle cri­tiche o degli scherni; il rispetto umano, la paura di dispiacere agli amici, che talora è più terribile di quella d'incorrere nella vendetta dei nemici.

 

 

VIRTU' ALLEATE DELLA FORTEZZA SO­NO: MAGNANIMITA'. la MUNIFICENZA o MAGNIFICENZA, che porta a fare opere grandi per Dio e per il prossimo.

Due diletti da evitare: LA GRETTEZZA che non sa proporzionare le spese all'opera e non fa che cose piccole e meschine; LA PRODIGA­LlTA' invece che fa spese eccessive; e prodiga il denaro senza misura, oltrepassando le pro­prie facoltà. La prudenza deve dirigere sulla retta via quando evitare gli eccessi.

 

TEMPERANZA

 

LA TEMPERANZA reprime e regola la srego­lata inclinazione ai difetti dei sensi. massime ai diletti del gusto e del tatto contenendolo nei limiti dell'onestà. La Temperanza com­prende l' Astinenza e la Sobrietà nel mangiare e nel bere; la Castità che regola l'uso dei piaceri sensuali. Comprende inoltre la Mode­stia.

 

VIRTU' MORALI

 

« Vi sono virtù naturali, vale a dire buone abitudini, acquistate con atti frequentemente ripetuti, che possono acquistare anche i pa­gani.

Non parliamo qui di queste virtù; ma so­lo delle virtù soprannaturali o infuse quali si hanno nel cristiano. C'è grande differen­za tra la temperanza regolata soltanto dalla retta ragione, e la temperanza cristiana re­golata dalla fede divina e dalla prudenza so­prannaturale per cui ogni azione è nel pen­siero di Dio.

La facilità di esercitare le virtù si acqui­sta con la ripetizione degli stessi atti, onde si opera con più prontezza e con letizia e adesione alla grazia.

 

AUMENTO DI VIRTU' viene da Dio per mez­zo dei Sacramenti, opere buone e delle pre­ghiere.

 

PERDDITA E DIMINUZIONE: la virtù, come ogni attività che non si eserciti o che si eserciti fiaccamente, presto si affievolisce o si perde anche intieramente.

Le virtù stanno nell' anima con la grazia santificante. Il peccato veniale, anche deli­berato non diminuisce né la virtù, né la gra­zia santificante, ma è grande ostacolo perché diminuisce la facilità acquistata con gli atti precedenti. Vediamo come Gesù spiega a Suor Benigna: « Figurati lo Spirito Santo, co­me una persona che deve fare un mosaico e che ha già i pezzetti preparati lì vicino; ora chi ha il disegno sotto gli occhi chie­de a chi l'aiuta i pezzi che vanno bene, qualche volta chiamerà anche due dello stesso colore, altre volte no,' ma quello che deve porgere i pezzi, deve darli secondo come li vengono richiesti, diversamente chi fa il la­voro resta fermo. Così un'anima è il capo­lavoro dello Spirito Santo e lo Spirito Santo la lavora, ma chiede all'anima ora un atto di obbedienza, poi un atto di carità, poi magari , due di umiltà di seguito, e l'anima se è fe­dele, glieli dà senza tarlo aspettare, ma se l'anima non si presta è come se legasse le mani allo Spirito Santo, perché Dio lascia libera l'anima in questo lavoro.

Si perde ogni virtù con peccato mortale prima di tutto la Carità. Non si può amar Dio senza volerne osservare i Comandamen­ti. Rimane sola la Fede (se il peccato mor­tale non è contro la fede) e la Speranza, come ultimo tavolo della salvezza alla qua­le ci si appella per avere forza viva.

Nel praticare le virtù si deve evitare con cura ogni eccesso, che oltrepassa la regola ed ogni mancanza negativa. La vera virtù sta nello schivare questi due eccessi, « In medio stat virtus ». Eccesso solo Amor di Dio che ha unica regola: « La misura di amare Dio è di amarlo senza misura, » evitando ogni presun­zione e disperazione, amarlo infinitamente ponendolo al di sopra di tutto anche degli affetti più cari.

 

OBBEDIENZA

 

L'obbedienza è madre e custode di tutte le virtù come dice S. Agostino. « L'obbedien­za è una virtù morale che ci inclina a sot­tomettere la volontà nostra a quella dei le­gittimi superiori in quanto sono rappresentanti di Dio. Creati da Dio dal nulla, dob­biamo stare in completa dipendenza della Sua SS. Volontà, così come di uccelli dell'aria che a Lui si affidano per esser vestiti e nutriti. Figli adottivi di Dio, dobbiamo obbedire al Padre Celeste, come Gesù che entrato nel mondo per obbedienza, non ne uscì che per obbedienza. Riscattati dalla schiavitù del peccato, non siamo più nostri, ma apparte­niamo a Gesù Cristo, che diede il Sangue per i suoi. ­

L' obbediente si procura prima di tutto  di osservar fedelmente i Comandamenti di Dio e della Chiesa, e sottomettere agli ordini dei legittimi superiori ( genitori, datori di lavoro, gerarchia Ecclesiastica)         con diligenza, puntualità e spirito soprannaturale. Il vero obbediente sa che vale più il piccolo atto di obbedienza al governo di tutto il mondo. « La virtù dell'obbedienza ama il comando, preferisce sempre il parere altrui, ignora i ritardi, previene il comando, tiene gli occhi attenti, le orecchie tese, la lingua pronta a parlare, le mani disposte a operare, i piedi , svelti a slanciarsi, tutto è pronto per cogliere subito la volontà di colui che comanda. (S. Bernardo.) Obbedienza verso i genitori Dio già la premia in questa vita con vita lunga e benessere materiale.

 

UMILTA'

 

« Iddio formò l'uomo dalla polvere, affin­chè confrontando la vilissima materia del suo essere e l'eccellenza dell'essere Infinito di Dio, si umili e dia a Dio ciò che è di Dio ed a se stessa quel che gli tocca.

 

L'UMILTA' è la virtù che alla Luce Divina fa conoscere il proprio essere in relazione con Dio. Nulla siamo, un niente colpevole, nulla possiamo, solo la grazia di Dio può tutto. L'umiltà c'inclina a stimarci secondo questo giusto valore e a cercare il nascondimento e il disprezzo. « Essendo nulla da noi, dob­biamo amare il nascondimento e l'oblio, es­sendo peccatori, meritiamo tutti i disprezzi e tutte le umiliazioni. » (Tanquerey)

Il vero umile si compiace nella propria abiezione, non di mancanza di spirito o di magnanimità, ma solo per glorificare tanto più la Maestà Divina, e per fare dal prossimo maggior stima che di noi medesimi. Cre­dersi sinceramente, dal fondo del cuore, l'ul­timo di tutti gli uomini, è riconoscere il pro­prio peccato che ci fa meschini. L'abbassarsi nella polvere e il mettersi all'ultimo posto non è grande umiltà per chi ha peccato, perché così avvilito, viene sempre ad avere più onore del merito. Il vero umile dovrebbe scendere in un luogo minore di quello che gli tocca. Invece se tut­te le creature lo abborrissero ed offendesse­ro, se si riconoscesse degno dell'inferno, tut­to ciò sarebbe giustizia più che umiltà. L'u­mile non si lamenta, non giudica, non chie­de, non dice niente. Non si abbassano mai gli occhi, se non umiliando pari tempo il cuore; il che significa che le parole ed azioni devono essere sempre in perfetta armonia con i sentimenti dell'anima.

La virtù dell'umiltà è la base e il fondamen­to di tutte le virtù, è la prova non dubbia della vera perfezione e santità. Gesù dice: « Imparate da Me perché sono mite ed umile di cuore e troverete la pace per l'anima vo­stra. » Il premio del cuore umile è la pace interna ed esterna. Se l'anima tua è immer­sa nella tempesta, se non hai pace nella famiglia, nelle tue occupazioni, controlli il termometro della tua umiltà, fosse già sce­so sotto zero.

L'umiltà è l'unica virtù alla quale Dio On­nipotente diede  infallibile vittoria contro satana e contro      ogni forza diabolica.

«La Sua umiltà ti schiaccerà la testa »(Gen. 3.) Non l'amore, l'obbedienza ma solo umiltà,  umiltà….umiltà. . ! La livrea del de­monio è l'orgoglio e l'antipatia per l'umiliazione. La odia e fa ogni sforzo per impedirle che nell'anima cresca il fiore dell'umiltà. Comparse il demonio ad un eremita, così gli disse: « lo non temo punto coloro che di­giunano, perché io digiuno più di loro: non temo chi vegli molto, perché io non dormo mai, ma tremo e temo dell'umiltà e dell'umi­liazione essendo a me impossibile di esser umile.

Si deve distinguere l'umiltà vera da quella falsa. Spesso si prende l'umiliazione per umil­tà, e ci si umilia superbamente, innalzando se stesso nel cuore, dopo che si sono ricevute le azioni che ci hanno abbassati alla presenza degli altri.

Con vera umiltà siamo umili in mezzo alle glorie stesse del mondo e con la falsa umiltà siamo superbi nell'abbassamento e nella stessa fuga della grandezza. La vera umiltà è in­teriore e risiede nello spirito. La pratica del­l'umiltà a chi non è umile costa assai; come amare e cercare la disapprovazione, l'abbassa­mento, nascondimento, non parlare mai di se stesso, mai scusarsi, considerare seriamen­te che  è ultima tra le creature. « Chi cre­de valer qualche cosa, val poco, chi crede valer molto, val niente. »

E' mancanza d'umiltà cercar sempre distin­guersi da tutti gli altri e spiccar sopra tutti. Cercar ogni singolarità. Credere di saper ciò che in realtà non si sa. « Non vorrei, dice S. Francesco di Sales, mostrare di sapere ciò che non so, e neppure vorrei far l'igno­rante, perché se l'umiltà mi vieta fare il sa­vio, la semplicità e la carità non vogliono che faccia il pazzo. »

Turbamenti profondi nella confessione che talvolta svegliano violenti ed estremi senti­menti per le mancanze commesse, non sono che l'effetto di una falsa umiltà, suggerite dal demonio per abbattere ed avvilire, chi dall'amor proprio non sa vedere il proprio difetto.

Comparso S. Ignazio glorioso a S. M. Mad­dalena de Pazzi disse: « L'umiltà nell'esteriore dev'essere e risplendere in tutte le parole, gesti, e opere. Bisogna perciò guardarsi da ogni parola che non sa di umiltà, come dalle bestemmie nel secolo. Si deve evitare ogni gesto lontano dall'umiltà, come si schivano nel secolo i gesti contro l'onore e la fama.

Si debbono abborrire tutte le opere fatte senza umiltà, come un re abborrirebbe che un suo figliolo si vestisse d'un vestito da guar­diano di bestie.

Dio sta con l'anima umile come l'ombra sta col corpo. L'umiltà senza confidenza è inutile, la confidenza senza umiltà è presunzione. L'u­miltà e la confidenza unite insieme sono on­nipotenti sul Cuore di Dio. Dov'è l'umiltà ivi è la sapienza.

 

LA PAZIENZA

 

LA PAZIENZA è una virtù cristiana che ci fa sopportare con animo tranquillo per amor di Dio, con piena sottomissione alla Sua SS. Volontà e in unione con Gesù i patimenti fisici o morali.

Saper soffrire! Ecco il segreto della santità. Soffrire con amore, per motivi soprannatu­rali, adesso che è il tempo di patire e di acquistare la corona, procuriamo di meritar­la e camminare con alacrità per giungere alla intima unione del vero e Sommo Bene. La maggior sapienza delle anime sta nella cono­-scenZa della Croce per mezzo all'amore al patire.

L'anima dovrebbe desiderare i patimenti, per dar gusto al Signore. Fra i favori di Dio e i travagli della Croce dobbiamo anteporre ed abbracciare il patire, perché eleggere le delizie può aver parte l'amor proprio, mentre nell'accettare le pene è solo opera degna del­l'amore di Cristo.

Molti purtroppo invece di Cristo, portano il demonio aggrappato sulla loro croce, soffren­do lagnandosi, bestemmiano, talora anche maledicono la Provvidenza; altri soffrono per orgoglio o cupidigia e così perdono ogni me­rito della loro pazienza. Il vero paziente pi­glia senza distinzione croci ignominiose e croci onorate. Disprezzi. riprensioni, accuse maltrattamenti dai malvagi come calunnie, rimproveri dai parenti, dagli amici soffre con animo forte.

«Con la vostra pazienza guadagnerete le anime vostre » (S. Luca XXI. 19.) « Il posse­dere l'anima propria è la più grande fortuna di una creatura, e quando più perfetta è la nostra pazienza, tanto più perfettamente noi possederemo le nostre anime. » (S.Fr. Sales: Filotea.)

« Impara a conservare sempre nella pace interiore, senza turbamento, per qualunque vicenda. Dio non vuole che per le tribola­zioni ti turbi ma vuole che ,meriti. Non vuole che venga meno, ma che taccia espe­rienza di ciò che si può fare con la Sua grazia... Poichè il turbamento possa dare co­noscenza da , pure se non sf riduce alla quiete interiore impedisce le visite del Signore, perché Dio non viene nel turbine, i raggi del supremo Sole di giustizia si posso­no percepire finchè non ci sia serenità nel­l'anima. (Agreda) »

 

LA COSTANZA

 

LA COSTANZA NELLO SFORZO consiste nel lottare sino alla fine, senza cedere alla stanchezza, allo scoraggiamento o alla sensua­lità.

Gesù ci dice: « chi avrà perseverato sino alla fine, si salverà,. » (S. Mat. X.) Il premio promesso non a chi incomincia bene, chi ha continuato per un certo tempo, ma a chi vi persevera fino alla fine.

Il segreto della costanza è di reagire con­tro la fiacchezza che si stanca di fare il bene, e produce scoraggiamento ed abbattimento morale.

La perseveranza è un dono di Dio che si ottiene con la preghiera insistente e per con­siderare la brevità dei patimenti e l'eternità della gioia.

Infine bisogna rifarsi ogni volta coraggio­samente all'opera con novello ardore. Dicia­mo con San Francesco di Sales: « Su via, mio povero cuore, eccoci caduti nella fossa, che avevamo risoluto tante volte di schiva.. re: su, rialziamoci e finiamola una volta, per sempre! Ricorriamo alla misericordia di Dio con la fiducia che essa ci aiuterà in seguito a essere più costanti e perseveranti, e rimettiamoci sul sentiero dell'umiltà» (Fi­lotea, pag. 239.)

Appoggiamoci all'onnipotente grazia di Dio anche contro l'apparente poco buon esito dei nostri tentativi, ricordiamoci che Dio non chiede la riuscita ma la costanza nello sforzo. Voglio e voglio ad ogni costo.

 

LA MANSUETUDINE O DOLCEZZA

 

« LA MANSUETUDINE è un complesso di vir­tù anziché un'unica virtù. comprende tre ele­menti principali: 1. Una certa padronanza di che previene e modera 1 movimenti del­la collera. 2. La sopportazione dei difetti del prossimo. 3. Il perdono delle ingiu­rie e la benevolenza verso tutti, anche ver­so i nemici onde include la carità.

La dolcezza non è dunque quella debolez­za di carattere che dissimila, sotto apparenze bonarie, un profondo risentimento. E virtù interna che risiede nello stesso tempo nella volontà e nella sensibilità per farvi regnare la calma e la pace, ma che si manifesta al di fuori nelle parole e nei gesti e nell'affabilità dei modi. Patire le ingiurie con mansuetu­dine e con uniformità di cuore, perdonare interamente per amor di Dio, è cosa più grata agli occhi suoi, -che non fare secondo la propria volontà rigide penitenze e spar­gere il proprio sangue. » (Tanquerey)

« Umiliati davanti a chi Ti perseguita, ama­lo e prega per lui di vero cuore; e così obbli­gherai il Cuore di Dio ad amarti, a giungere alla perfezione e vincere l'interno » (S. Agre­da)

Per quanto è da te rendi ai tuoi persecu­tori e nemici sempre bene per male, bene­fici per offese, amore per odio, lode per vi­tuperi, benedizioni per maledizioni e così sa­rai figlia perfetta del Celeste Padre. "Gesù si fece uomo" patì e mori solo per perdonare (Sr. Agreda.)

« Beati i mansueti, perché essi possederan­no la terra. » (S. Matt. IV.)

 

LA VIRTU' DELLA CASTITA'

 

LA CASTITA ' è virtù angelica, perché fa vi­vere la vita angelica in carne umana. E' una virtù che si può coltivare solo con lotta e sforzi eroici continui e con la mortificazione; Una virtù delicatissima. ogni minima debolez­za volontaria, l'appanna.

Per conservare questa virtù fragile e deli­cata. è necessaria l'umiltà che diffida di , confida in Dio e fugge dalle occasioni peri­colose.

2. Mortificazione, combattendo l'amor del piacere. 3. L'applicazione ai doveri del pro­prio stato, che elimina ozio. 4. L 'amor di Dio che appaga il cuore e ci impedisce di abbandonarsi a pericolosi attenti.

Vi sono due specie di castità: LA CASTITA' CONIUGALE, che conviene alle persone legitti­mamente coniugate, e la continenza che con­viene a quelle che non lo sono.

Riguardo ai coniugati, è cosa certa ( eppure la maggior parte di essi nemmeno se lo so­gna) che la castità è loro necessarissima; per essi la virtù della castità consiste non nell'aste­nersi assolutamente dai godimenti carnali, ma contenervisi. Tanta gente maritata fa vi­ta dissoluta per mera incontinenza lussuria sebbene costoro abbiano il legittimo oggetto di cui dovrebbero contentarsi, pure la concu­piscenza che hanno dentro, è a guisa d'un fuoco instabile, il quale divampa in qua e in là senza mai fissarsi in alcuna parte. Santa Caterina da Siena vide nell'interno molte anime in preda a gravi tormenti per aver violata la santità del matrimonio; il che era accaduto, non già per la gravezza del peccato, ma « perché chi commette questo, peccato non se ne fa coscienza » e quindi seguita a commetterlo per anni e anni ( S . Fr. Sales: Filotea.)

Nessun vedrà Dio senza la castità, nessuno abiterà nel Suo santo Tabernacolo, se non è mondo di cuore.

« I cani e gl'impudici ne saranno banditi.» (Apoc. XXII.) e come dice Gesù: » Beati so­no i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio. )) (S. Mat. V.)

« Più un'anima ama la purezza tanto più è atta a commercio con Dio. . .

Dio tratta coi mondi di cuore, come una mamma tratta col suo bambino.

Un'anima pura è come un fiore ricco di net­tare, che col suo profumo attira Gesù, il qua­le come un' Ape Mistica si posa su quel fio­re per fare la Sua raccolta d'Amore. Un'anima pura è come un giglio molto pro­fumato,. il giglio non si muove dal suo po­sto, ma l'aria passandovi sopra si profu­ma; così l'anima pura, ancorchè non lo fac­cia apposta, profuma tutto in lei. . . (Gesù à Sr. Benigna.)

« E vidi una visione, ed ecco l' Agnello sta­va sul monte Sion, e con esso centoquarantaquattromila persone, che avevano il nome di Lui e del Padre Suo scritto sulle loro fronti. E cantavano come un cantico nuovo davanti al trono; e nessuno poteva impa­rare il cantico, se non i centoquarantaquat­tromila, comprati di sulla terra.

Questi son quelli che non si cantaminaron con donne, giacchè son vergini; questi, quelli che accompagnan l'Agnello dovunque vada; questi furon comprati di tra gli uomini qua.. li primizie a Dio e all'Agnello. E sulla loro bocca non fu trovata menzogna: sono infatti senza macchia dinanzi al trono di Dio. (Apocalisse 4.) »

Quale anima può rimanere scoraggiata a vista di tale ricompensa?

 

CONFIDENZA DELI.A DIVINA PROVVIDENZA

 

« N on siate troppo solleciti per la vostra vita, di quel che mangerete o berrete, per il vostro corpo, di quel di cui vestirete. La vita non vale più del nutrimento e corpo più del vestito?

Osservate gli uccelli dell’aria, che non se­minano, non mietono e non raccolgono nei granai," eppure il Padre vostro Celeste li nutre. Ora non siete voi molto più di essa. E chi di voi a furia di pensarci su, può aggiunge­re un cubito alla propria statura? E perché darvi tanta pena per il vestito?

Considerate come crescono i gigli del cam­po, essi non lavorano e non filano. Tuttavia vi dico, che neppure Salomone, con tutto il suo splendore, fu mai vestito come uno di essi. Se dunque Dio riveste cosi l'erba del campo, che oggi è, e domani vien buttata nel forno, quanto. a maggior ragione vestirà voi, o uomini di poca fede?

Non vogliate dunque preoccuparvi dicendo:

« Cosa mangeremo » oppure « Cosa berremo? » Sono i gentili che cercan tutto ciò, mentre il Padre Vostro sa Ciò di cui avete bisogno, e vi dà quanto è necessario alla vostra vita.

Cercate prima il regno di Dio e la Sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato per giunta. Non preoccupatevi dunque per il do­mani, poiché il domani sarà sollecito di se stesso. A ciascun giorno basta il suo affanno. » (S. Matt. 6.)

 

LA DIVINA PROVVIDENZA

 

« Se gli uomini conoscessero e consideras­sero l'amorosa sollecitudine con cui Dio guida tutti gli uomini,deporrebbero tutte le loro preoccupazioni ed affanni, per abban­donarsi unicamente con sicurezza alla Sua infinita ed amorosa sapienza che, con dol­cezza e soavità paterna, ha cura di tutti i loro pensieri, parole ed opere e di quanto li riguarda in rapporto alla salvezza eterna. Importante perciò è lasciarsi guidare dal­la mano di Dio ed è grande temerità lo scegliersi da la propria via. Ma se uno di cuore si mette in braccio alla Provviden­za di Dio riconoscendo Lui per Padre, Egli si costituisce suo protettore, rifugio e go­vernatore con tanto amore, che vuole che il cielo e la terra riconoscano spettare a Lui il governo dei suoi e di chi si confida e abbandona in Lui, senza cercare di fidarsi delle creature, mentre Egli ha preso su di la loro cura più che un padre per i suoi figli.

Dio tiene numerati persino i capelli del loro capo, dirige i loro passi, tiene fisso l'occhio alle loro opere, corregge con amo­re i loro difetti, sorpassa i loro desideri, previene le loro preoccupazioni, li difende nei pericoli, li accarezza nella quiete, li conforta nelle lotte, li assiste nelle tribola­zioni, li guarda dall'inganno con la Sua sa­pienza, li santifica con la Sua bontà, li for­tifica col Suo potere, e come infinito a cui nulla può resistere, o impedir la volontà, eseguisce ciò che può e può tutto ciò che vuole, e vuole darsi tutto al giusto che confida in Lui.

Sforzati perciò - parla la Madonna a Suor Agreda - a Mia imitazione di acqui­stare una perfetta rassegnazione nella Prov­videnza. Se t'invia delle pene abbracciale con tranquillità di spirito, pazienza, fede e spe­ranza nella bontà di Dio, che sempre ti da­rà ciò che più è conveniente alla tua salvez­za.

Non voler scegliere cosa alcuna da te, perché Dio conosce le tue vie, fidati del tuo

Padre Celeste e sappi che ogni travaglio sop­portato per amore di Gesù Crocifisso ti fa partecipe della gloria in Cielo » (Agreda)

 

«Ogni giornata la vivo come se fosse la prima che avessi mai visto e l'ultima che dovessi vedere ».

 

 

Ogni giorno per il saggio è una vita nuova.

 

 

ed infine dice Orazio:

Felici chi, e felice solo,

Può chiamar sua l'ora che volge: Chi con fermezza può dire;

« Che m'importa il domani, se ho vissuto l'oggi? »

 

LA VIRTU' DEL SILENZIO

 

E' opinione generale che la virtù del si­lenzio appartiene ai chiostri. Invece Gesù Cristo nel suo Evangelo la mette al secondo posto dopo quella della carità fraterna. Anzi sarà con le Opere di Misericordia la materia dell'esame di ogni creatura nel giorno del Giudizio Universale. Gesù dice:

« Or vi assicuro che d'ogni parola ozio­samente detta, gli uomini ( non solo frati e suore) renderanno conto nel giorno del Giudizio dalle tue parole sarà giustificato e dalle tue parole sarai condannato. (S. Mat. XII)

« Sia il vostro parlare: si, si; no, no; chè di più vien dal maligno » (S. Matt. V. 37) Questi ammonimenti di Gesù valgono per tutti, ma specialmente; ai romanzieri e agli scrittori immorali, che non fanno che dan­neggiare la morale. al Giudizio Universale renderanno conto di ogni parola.

Saper ben parlar e tacere a tempo e luo­go è grande sapienza.

« Il parlare senza considerazione e misura è un coltello a due tagli che ferisce chi parla e chi ascolta, distruggendo o almeno impe­dendo la carità e con essa tutte le virtù. Da ciò si comprende quanto sia offeso Dio dal vizio di una lingua senza freno. e quanto giustamento allontani il Suo Spirito e na­sconda la faccia da chi s'abbandona a ciar­le, 1"umori e conversazioni. dove parlandosi molto. non si può evitare il peccato. Ama il silenzio, apprezza come gran tesoro la virtù del silenzio. parla solo quando si tratta di ammonire e consolare il prossimo (M. Agre­da. Mistica Città di Dio »)

 

 

LA VISITA DELLO SPIRITO SANTO

 

«Quando abbiamo buoni pensieri, è lo Spi­rito Santo che viene a visitarci. Beati gli oc­chi dell'anima, che chiusi alle cose esteriori sono attenti alle cose interne. Beate le orec­chie, che invece di ascoltare il rumore ester­no, ascoltano la verità che insegna nell'inter­no ». (Imitaz. Christi)

 

Se si chiedesse ai dannati: perché siete nell'Inferno?

Risponderebbero: « Per aver resistito allo Spirito Santo ».

E se si chiedesse ai Beati. « Perché siete in Paradiso? »

Risponderebbero: « Perché abbiamo ascol­tato lo Spirito Santo » (S. Curato d’Ars.)

Lo Spirito Santo non opera nel turbamen­to e nella disordinata e tumultuosa commo­zione dell'animo. Per parlare all'anima, Lo Spirito Santo vuole trovare calma, raccogli­mento, attenzione. All'attenzione bisogna ag­giungere la generosità. Lo Spirito Santo lascia alla loro debolezza le anime vili e pusillanimi, che, per se stesse non son capaci di sacrificio alcuno, rinunziano a tenere un pensiero, un'inclinazione, volere alcuno, uno sguar­do curioso, è un motto poco caritatevole. Perdere un'ispirazione dello Spirito Santo è maggior danno che non se si perdessero tutti i regni del mondo. Perdere una grazia è perdere l'elemento essenziale della vita so­prannaturale, come un insensato che butta nel tango il pane necessario alla sua vita. Perdere una grazia è perdere insieme tutte le altre che sarebbero state la conseguenza di quella prima grazia messa a profitto.

Mai l'uomo ha avuto tanto bisogno di a­scoltare la Voce dello Spirito Santo, come noi, ora che l'esigenza e il rumore della vita con mille raffinati passatempi non permette più che l'uomo abbia un minuto per fermar­si con se Stesso e chiedere: « Quo vadis » do­ve corri? che guida ne hai? Lo Spirito Santo con i Suoi sette Doni sta avanti alla tua por­ta e picchia ed aspetta che tu apri il tuo cuo­re per purificare, santificare ed adornare con i Suoi doni.

 

I SETTE DONI DELLO SPIRITO SANTO

 

Per camminare speditamente verso la Patria Celeste, abbiamo bisogno dell'assistenza dello Spirito Santo. Senza di Lui non possiamo far nulla, nemmeno pronunziare « Signor Gesù » « Se alcuno dirà, che senza l'ispirazione pro­veniente e senza l'aiuto dello Spirito Santo l'uomo può credere, sperare, amare, pentirsi come è necessario, perché la grazia della giustificazione gli sia concessa, sia anatema ». (Concilio Tridentino ses. VI can. 3.). Un'anima cristiana non PUÒ progredire senza il desiderio ardente e le continue suppliche per ricevere i doni dello Spirito Santo, e una devozione grande per Lo Spirito Santo.

« I doni dello Spirito Santo sono abiti so­prannaturali, che danno alle facoltà tale doci­litd, da obbedire prontamente alle ispirazioni della grazia  ». Come i beni materiali, così an­che i tesori spirituali hanno bisogno di una cura costante nella loro manutenzione.

I doni dello Spirito Santo li abbiamo rice­vuti nella Cresima, facciamo diligenti ricerche se qualche dono è venuto meno nell'anima nostra.

 

I. IL DONO DELLA SAPIENZA

 

E' un dono che perfeziona la virtù della carità, e risiede nello stesso tempo nell'in­telletto e nella volontà, perché effonde nel­l'anima luce ed amore. Fa discernere e giudi­care Dio e le cose divine nei loro più alti principi e ce li fa gustare. Un esperimento del cuore che capisce o indovina Ciò che la ragione non afferra, Come l'amore supera spesso la cognizione.

Il dono della Sapienza fa incrollabile la fe­de e la speranza di posseder Dio. Ci rende facili tutte le virtù, ci fa gustare le cose Spi­rituali, la croce e le privazioni, la carità nel soccorrere il prossimo, la sublimità del sa­crificio. Si fanno bene tutte le cose, perché si fanno con gusto e coraggio, con amore, si troverà la gioia e la felicità della vita non solo eterna, ma anche temporale. Questo a­more si chiama fervore.

Segno chiaro di mancanza della Sapienza: si trova piacere nelle vanità del mondo, nel­le ricchezze, in ciò che ha della pompa, che lusinga la vanità e l'ambizione. Fugge la cro­ce, il dolore, l'umiliazione.

 

Il. IL DONO DELL'INTELLETTO

 

IL DONO DELLA INTELLE,VITO è una luce soprannaturale con la quale Lo Spirito Santo illumina l'anima per farle meglio compren­dere Dio: nelle Sue perfezioni ineffabili, nel­le ricchezze di amore che racchiudono i mi­steri, nella Sua parola contenuta nelle Sacre Scritture, nella Religione, meravigliosa ri­velazione della Sua sapienza, nella Provvi­denza che regola e governa tutti gli avveni­menti della vita. 1 lumi della ragione su que­ste alte verità sono scarsi, si intende solo cnn questa luce superiore della grazia che è il dono dell'intelletto.

Per coltivar nell'anima il dono dell'Intelletto è necessario una fede semplice e viva che umilmente implori i lumi di Dio, per intendere le verità rivelate: « Ti lodo o Padre, Si­gnore del Cielo e della terra perché hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. (S. Matt. 11.)

 

III. IL DONO DEL CONSIGLIO

 

IL DONO DEL CONSIGLIO perfeziona la virtù della prudenza, facendoci giudicare pron­tamente e sicuramente, per una specie di in­tuizione soprannaturale ciò che conviene fa­re o non fare specialmente nei casi difficili. L'oggetto proprio del Dono del Consiglio è la buona direzione delle azioni particolari. Questo dono dirige l'anima nei suoi atti ed è nell'ordine soprannaturale ciò che la pru­denza è nell'ordine naturale. Vede la propria via da seguire.

Mostra ciò che deve dire o tacere secondo le persone, i tempi ed i luoghi e le circostan­ze, perfino insègna a trar profitto anche dalle cadute nel passato.

 

Ostacoli per ottenere il Dono del Consiglio;

 

LA PRESUNZIONE. « Dio resiste ai super­bi;. » chi crede di non aver bisogno di nessun soccorso, non ascolta la voce della grazia.

 

LA PRECIPITAZIONE. Chi vuol seguire il bollore della propria attività naturale; sarà certamente abbandonato da Dio. Chi inconside­rato, imprudente nelle parole, temerario nei disegni opera con irriflessione in ogni cosa. « Chi troppo si affretta, inciampa a cade. » (Prov. XIX. 2.)

 

Chi dopo una risoluzione presa con ma­turo esame tarda a metterla in esecuzione, vedrà mutarsi le circostanze, l'occasione per­dersi e mancargli lo Spirito di Dio; che lo lascia nella sua indolenza.

 

IV. IL DONO DELLA FORTEZZA

 

Il dono della Fortezza perfeziona la virtù della Fortezza, dando alla volontà un impulso ed una energia che la rendono capace di patire lieta­mente ed intrepidamente e di operare grandi cose, superando tutti gli ostacoli.

E' un vigore interiore un coraggio divino, vince ogni esitazione nel decidersi, il timore negli ostacoli, riduce a nulla il pessimismo, vince l'inerzia nel muoversi all'azione, le dà risolutezza, sicurezza, letizia, certezza di riuscire, la spinge all'azione e la rende pronta­mente eroica nel patire.

 

AGIRE E PATIRE eroicamente non solo in casi straordinari, ma abitualmente, pazien­temente ogni giorno, ogni ora, ogni momento vivendo una vita ben regolata, raccolti sem­pre nelle preghiere, stare più volentieri in si­lenzio che chiacchierare, schivare la curio­sità, soffrire le intemperie delle stagioni sen­za lagnarsi: mostrare cortesia verso chi è naturalmente antipatico, e ricevere con pa­zienza ed umiltà ogni rimprovero.

La Fortezza nella vita quotidiana si prati­ca ancora adattandosi ai gusti, ai desideri, agli umori altrui. Ora fare non un volta ma abitualmente tutte queste abnegazioni, è già eroismo» .

Il dono della Fortezza rende l'uomo forte e costante nell'esecuzione dei santi propo­nimenti, specialmente nei propositi della S. Confessione, e fa si che essi non rimangono semplici velleità.

Per coltivare il dono della Fortezza, è ne­cessario cogliere nella giornata tutte le più piccole occasioni per vincersi, praticando la pazienza. L'abito della fortezza si acquista con la pazienza. Lo sforzo è un'abitudine. Le cattive abitudini si possono estirpare e le buone si possono formare.

 

 

V. IL DONO DELLA SCIENZA

 

IL DONO DELLA SCIEZZA sotto l'azione illuminatrice dello Spirito Santo, perfeziona la virtù della fede, facendoci conoscere le cose create nelle loro relazioni con Dio. e fa­cendoci vedere prontamente e sicuramente ciò che riguarda la nostra santificazione perso­nale e quella degli altri.

Il dono dell'intelligenza c'insegna a cono­scere Dio, il dono della scienza, c'insegna a conoscere il Creato.

Con questo dono Lo Spirito Santo mostra tutte le cose create nel loro vero essere e nel fine, a cui esse sono state ordinate. Spoglia­le ricchezze, gli onori e i piaceri, tutti i beni terreni di quell'incanto seduttore che li ador­na. Distacca l'anima delle creature e pene­trato da questa luce, con tutta la forza si rivolge verso i beni eterni, unica meta voluta da Dio.

Il dono della scienza insegna a far uso di tutti gli esseri sensibili come di tanti mezzi per innalzarci a Dio che li ha creati per noi, e farci dalla natura intiera come un gran libro tutto pieno della divinità, scritto da Dio, dove tutto parla del Suo grande amore per noi. In tutto rispecchia la Sua potenza, bellezza, bontà, grandezza, ricchezza, scienza infinita. la Provvidenza divina, come un all'amore del Sommo Bene. Questa è la scien­za concerto armonioso che chiama tutti i cuori dei Santi.

 

« Questo dono della Scienza ci illumina sul­lo stato dell'anima nostra, sui segreti sul moti è il dono infuso, e del discernimento degli spiriti. Per questo dono molti Santi co­noscevano i pensieri più segreti dei peniten­ti, prima ancora che essi li dichiarassero. Ai direttori della coscienza il segreto di dI­rigere le anime, guidarle per la via voluta da Dio, di correggere i difetti, consolarle nelle loro afflizioni ». (Tanquerey).

 

VI. IL DONO DELLA PIETA'

 

E' un dono che produce nel cuore un af­fetto filiale a Dio e una tenera devozione al­le persone ed alle cose divine, per farci com­piere con santa premura i doveri religiosi. La virtù della religione si acquista laborio­samente studiando la dottrina, il dono della Pietà ci è comunicato dallo Spirito Santo.

La Pietà ci fa vedere in Dio non più sol­tanto il Supremo Signore e Creatore, ma un tenero amatissimo Padre: Un rispetto filia­le, un dispiacere inesprimibile di avergli re­cato offesa: è il dispiacere di un figlio che sa di aver oltraggiato il migliore dei padri. Con amore generoso e pronto a riparare si sacrifica per Lui o per la Sua gloria, per pia­cergli.

Non è una pietà. egoista in cerca della pro­pria consolazione, non una pietà inerte, che rimane oziosa quando bisogna operare, non una pietà sentimentale che cerca solo emozio­ni e si perde in fantasticherie ma una pietà virile che manifesta l'amore tacendo sempre con gioia la Volontà di Dio.

Molte volte tante anime, o per tentazioni diaboliche o per superficialità di pensieri no­nostante la loro fede in Dio, rimangono dure, insensibili prive di affetti nella Pietà e di vera devozione, prive di amore e di tenerezza per Dio, perché non hanno il dono della Pietà e non hanno premura di invocarla sopra d l loro.

La vera Pietà inonda l'anima con pace inter­na e vera dolcezza verso il prossimo. Tratta gli altri con delicata maniera, specialmente quando le persone sono antipatiche, fastidiose ed ostili. Questo dono da al cuore una pro­fonda stima per il prossimo, per amor di Dio, compatisce ogni debolezza degli altri.

Nella vita quotidiana bisogna essere fedeli e costanti nelle pratiche di pietà prescritte dal­la Chiesa e nelle nostre particolari devozioni. Trascuratezza o incostanza producono nell'a­nima oziosità e accidia che ha per conseguen­za quasi sempre l'indurimento del cuore.

Vieni Spirito Santo riempimi del dono della Pietà.

 

VII. IL DONO DEL TIMOR DI DIO

 

Il Timor di Dio non ha niente di comune con lo spavento del pericolo, con il terrore dell'Inferno, con i turbamenti al ricordo dei nostri peccati.

Il Timor di Dio è un dono che inclina la vo­lontà al rispetto filiale di Dio, e ci allontana dal peccato perché gli dispiace, ci umilia pro­fondamente innanzi a Dio, e ci fa sperare nel potente Suo aiuto. Un vivo sentimento della grandezza di Dio e quindi sommo orrore dei minimi peccati che ne offendono l'Infinita Maestà. Una viva contrizione delle minime colpe commesse, con un ardente desiderio di ripararle con sacrificio e con amore. Una vi­gile cura di fuggire le occasioni di peccato co­me si sfugge un serpente, e con grande dili­genza nel voler riconoscere in tutto il benepla­cito di Dio per confermarvi la propria con­dotta.

Il Timor di Dio bandisce dalla preghiera gni languore ed ogni tiepidezza, fortifica nel raccoglimento, vince ogni leggerezza dello spi­rito.

Questo dono ispira nel luogo santo un'atti­tudine rispettosa, un silenzio di adorazione,una modestia esemplare, un contegno perfetto, perché dovunque ella sente la presenza di Dio. Amore adorante, che sa ponderare la propria bassezza e la grandezza di Dio: Il Chi sei Tu o mio Dio e chi sono io? »

Chi non possiede il dono del Timore è in grande pericolo di perdersi.

Non trattenuto dal timore, si lascia prendere dall'amore degli agi, dei capricci, dell'orgoglio e dell'egoismo che diventano la sola regola della sua condotta. Non ha esattezza nel com­pimento dei suoi esercizi di pietà, e se lo fa, è in mille distrazioni o manca il culto esterno per esempio prega in letto solo per pigrizia o comodità, abbandona le sacre Immagini tra la polvere. Una leggerezza ed in considerazio­ne rivela il disordine della sua vita interiore. Se prega lo fa senza amore, senza rispetto, sen­za attenzione, e così la sua preghiera che do­vrebbe salvarlo, lo perde, perché si converte in peccato. Si fa poco caso alle piccole colpe, delle negligenze che conducono al peccato mortale senza avvedersene.

Chi non teme tale sciagura vedendo che perfino i cedri del Libano sono talora caduti, perché non avevano il Timor di Dio nel cuore perché non hanno implorato come si deve.

 

 

PER INVOCARE I SETTE DONI DELLO SPIRITO SANTO

 

Spirito di Sapienza, ti adoro; d eh fammi conoscere la vanità delle cose terrene e l'im­portanza delle celesti. Gloria, ecc.

Spirito d'Intelletto, ti ringrazio; deh! il­lumina la mia mente nella fede, perché essa mi sia guida in ogni azione. Gloria, ecc.

Spirito di Consiglio, ti lodo; deh fammi docile sempre alle tue sante ispirazioni. Glo­ria, ecc.

Spiritò di Fortezza, ti benedico; d eh ren­dimi invincibile alle tentazioni ed ai nemici dell' anima mia. Gloria, ecc.

Spirito di Scienza, ti glorifico; deh! aiuta la mia mente negli studi, solo e sempre alla gloria del Signore. Gloria, ecc.

Spirito di Pietà, ti prego di farmi grazia che le mie orazioni siano più fervorose e più raccolte. Gloria, ecc.

Spirito di Santo Timore, ti amo; deh! fa che mi ricordi sempre della presenza di Dio, per amarlo sopra ogni cosa. Gloria. ecc.

Preghiamo. O Santo Spirito che nel gior­no della Pentecoste illuminasti della tua lu­ce e accendesti di celeste fuoco i Discepoli di Gesù, se mai vi fu bisogno della luce e del fuoco che emana da te, è certamente ora che le tenebre dell'errore accecano le menti, e la freddezza agghiaccia i cuori. Noi dunque o Eterno Amore, ricorriamo alla tua onnipotente bontà, per l'urgente bisogno che abbiamo del tuo soccorso, e ti supplichiamo affinchè presto Tu venga a rinnovare la  fac­cia di questa terra.

Vieni, dunque, o Spirito Santo, e coi Tuoi divini splendori rischiara tante anime acce­cate dalle false massime del mondo. Vieni, e con la fiamma dell'amar Tuo accendi e riscal­da tante anime fredde. Vieni, e con l'effusione dei Tuoi doni santifica i redenti. Vieni, vieni, abbatti e disperdi il regno di satana, e fa che si apra un'era novella di fede e di grazia, e il santo regno di Dio trionfi su tutta la terra. Amen.

 

NON ABUSIAMO DEL DONO CHE DIO CI HA DATO DI POTERLO PREGARE

 

Non posso chiudere questo libro senza ri­chiamare l'attenzione sulla necessità della preghiera, specialmente l'attenzione di coloro che « usano » pregare solo la domenica.

Il cibo è alimento al corpo, lo stesso effet­to fa la preghiera nell'anima. Mantiene in vita. Preghi raramente e male, devi mangia­re raramente e scarsamente, e così esperi­menti la tua crudeltà colla quale tratti la tua parte più nobile, il tuo spirito, al quale spet­ta di vedere Iddio. Invece il tuo corpo oggetto della tua sollecitudine verrà mangiato dai vermi e al tuo titolo sarà :: « Cadavere di N.N . » .

Polvere siamo e polvere torniamo. Chi non prega o prega poco e si danna, dice S. Alfonso de Liguri.

Pregare è la casa più facile che l'uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima Dio ha legato la salvezza di ognuno. A chi prega con perseveranza, Dio a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera tale, che alla fine anche il peccatore più infangato si può definitivamente rialzare, fosse pure ingolfato della melma fino ai collo ». (Lettera dal mondo di là).

Ma non basta pregare, ma  farlo con le do­vute condizioni. La preghiera deve essere costante, non abbattendosi per ripulse, ma perseverare e star forte nel domandare; fervente per penetrare nel Cuore di Dio; con intenzioni rette, volere la gloria di Dio e la salute della propria anima e del proprio corpo. « Innalza a Me il tuo grido ed I0 ti esa1terò. (JeT. 33.3) « Chiamami ed I0 ti li­bererò dai pericoli ». (Ps. 49).

«Chiedete, e vi sarà dato: cercate, e tro­verete: picchiate, e vi sarà aperto. Chi chie­de riceve, chi cerca trova: e a chi picchia, sarà aperto. (S. Matt. 7-7). ,

Dio vuole che noi gli domandiamo le grazie necessarie per salvarci. Non possiamo osservare i divini precetti e salvarci senza l'attuale aiuto del Signore. Ci darà le grazie se Gliele chiediamo. Non le dà Dio le grazie a quelli che le disprezzano e se ne servono male.

Due grazie impartisce Dio gratuitamente senza precedenti preghiere, il dono della Fe­de e la Chiamata alla penitenza, come inse­gna S. Agostino. Tutte le altre Dio le con­cede solo a chi prega, con umiltà e fiducia e perseveranza.

La preghiera è il primo passo verso Dio, e rimane sempre il passo decisivo. Special­mente la preghiera all'Immacolata Vergine, alla Madre di Gesù. La devozione a Lei, strap­pa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli consegnerebbe infallibilmente nel­le sue mani, avide e pronte a ghermire i de­boli che soccombono alle tentazioni, e cado­no nelle, colpe.

Soltanto molte preghiere di se stessi e di altri congiunti con sacrifici e sofferenze, strappano un peccatore dalle mani di satana­

« Donna, tanto grande e tanto vali, Che qual vuol grazia, che a Te non ricorre, Sua desianza vuol volare senza ali ». (Dante.)

 

« Vegliate dunque, pregando in ogni tempo! » (S. Luc. XXI 36). Poi Gesù seguita a dire: « Chi ha sete, venga a Me e beva.» (S. Gio. 7-37).

 

Che grande amico abbiamo in Gesù

che sopporta tutti i nostri peccati!

Che privilegio poter rendere

Ogni cosa a Dio in preghiera.

Oh, che pace spesso perdiamo

Oh, che inutile pene portiamo,

Solo per non voler rendere

Ogni cosa a Dio in preghiera.