Santi - Opere

Le Rivelazioni Celesti di Santa Brigida di Svezia

 

 

Libro Primo

 

Inizio del Libro I delle celesti Rivelazioni di S. Brigida di Svezia. Parole di N. S. Gesù Cristo alla sua eletta sposa amatissima riguardanti la sua insigne Incarnazione e come disapprovi la profanazione del battesimo e la mancanza di fede e come inviti la detta sposa al suo amore.

 

Capitolo Primo

 

Io sono il Creatore del cielo e della terra, uno, per la Divinità, con il Padre e con lo Spirito Santo. Io sono Colui che parlava per bocca dei Profeti e che essi aspettavano. Per il loro desiderio e la mia promessa, io – senza peccato e senza concupiscenza – assunsi la carne, entrando nelle viscere verginali, come il sole luminoso in una pietra purissima. Perché, come il sole entrandovi non lede il vetro, così neppure patì danno la verginità della Vergine, quando io vi presi carne.

Io poi presi la carne in modo da non lasciare la Divinità. E non ero da meno, con il Padre e con lo Spirito Santo, nella Divinità, tutto reggendo e riempiendo, quando ero umanizzato nel grembo della Vergine. Perché come la luce non si separa mai dal fuoco, così la mia Divinità non si è mai separata dall'umanità, neppure nella morte.

Il mio corpo purissimo poi io ho voluto crocifisso e lacerato dalla punta dei piedi fino al capo, per i peccati di tutti. E questo stesso corpo ogni giorno è immolato ora sull'altare, affinché tanto più mi amasse l'uomo e più spesso ricordasse i miei benefici. Ma adesso io sono del tutto dimenticato e trascurato e disprezzato e come un re scacciato dal suo regno. Al suo posto è stato eletto e onorato un pessimo ladrone. E io volli nell'uomo il mio regno, per doverne essere Re e Signore di diritto, perché io l'ho creato e redento.

Ma ora egli ha infranto e profanato la fede a me promessa nel battesimo, ha violato e disprezzato le mie leggi, da me a lui proposte. Ama la propria volontà e aborre dall'ascoltare me. Più ancora, a me preferisce quel pessimo ladrone che è il diavolo e a lui si è affidato. E davvero egli è un ladrone perché se ne prende l'anima, da me redenta con il sangue mio, suggerendogli il male e promettendogli il falso. Né la rapisce, come se fosse più forte di me, mentre io sono così potente da tutto poter con una sola parola, e così giusto da non fare la minima ingiustizia, neanche fossi pregato da tutti i Santi. Ma siccome l'uomo, dotato di libero arbitrio, liberamente acconsente al diavolo, disprezzando i miei comandamenti, così è giusto che l'uomo provi la tirannia del diavolo.

Perché lo stesso diavolo, da me creato buono, ma caduto per sua cattiva volontà, è come mio servo per vendicare il male. Sebbene così disprezzato, Io sono tuttavia così misericordioso, che perdono, a quelli che si umiliano, tutto quel che hanno fatto e li libererò dall'iniquo ladrone. Quelli poi che si ostineranno a disprezzarmi, li tratterò con giustizia, sicché sperimentandola diranno: Guai a noi, che abbiamo provato l'ira di Dio! Tu poi, figlia mia da me scelta e con la quale parlo con il mio spirito, amami con tutto il cuore. Non come un figlio e una figlia o i parenti, ma più di ogni cosa al mondo. Perché io, che ti ho creato, per te a nessuna parte di me ho evitato il tormento. E anche adesso amo così caritatevolmente l'anima tua, che prima di privarmene, mi farei di nuovo mettere in croce, se fosse possibile. Imita l'umiltà mia; io, Re della gloria e degli Angeli, indossai vili panni e udii con le mie orecchie ogni insulto e disprezzo.

E preferisci anche la mia volontà alla tua, perché la Madre mia e tua Signora per tutta la vita altro non volle che quello che volli io. Se farai così, il tuo cuore sarà nel mio e si infiammerà dell'amor mio; come una cosa secca subito s'accende al fuoco, così l'anima tua sarà da me riempita ed io sarò in te, sicché tutte le cose temporali ti saranno amare e veleno ti sarà ogni piacere carnale. Riposerai in braccio alla mia Divinità, ove non c'è alcun piacere carnale, ma gaudio e diletto spirituale. Perché l'anima dilettata è piena di gaudio, dentro e fuori. Né altro pensa o vuole che il gaudio che ha. Ama dunque soltanto me e avrai tutto ciò che vuoi e sovrabbonderai.

Non sta forse scritto che l'olio della vedova non diminuì, fino a che Dio mandò la pioggia sulla terra, come aveva detto il profeta? Io sono il vero profeta, se avrai creduto alle mie parole e le avrai osservate, non ti mancheranno in eterno l'olio, il gaudio e l'esultanza.

 

 

Parole di grandissimo amore – con le quali è indicata alla sposa di Cristo la Chiesa militante sotto la figura d'un nobil Castello. E come sarà riedificata la Chiesa di Dio con le preghiere della gloriosa Vergine e dei Santi.

 

Capitolo Quinto

 

Io sono il Creatore di tutte le cose. Io il re della gloria e il Signore degli Angeli. Io ho costruito per me un nobile Castello e vi ho posto i miei eletti. Ne scavarono le fondamenta i miei nemici e intanto prevalsero contro i miei amici, in quanto dai loro piedi legati al palo, verrà fuori il midollo. La loro bocca è percossa con i sassi e soffre fame e sete. E, di più, perseguitano il loro Signore. Già gli amici miei chiedono aiuto gemendo, la giustizia chiede vendetta, la misericordia dice di perdonare. Allora Dio stesso dice al celeste esercito presente: Che ve ne pare di questi, che hanno occupato il mio Castello? E tutti, quasi a una voce sola, rispondono: Signore, in te è ogni giustizia e tutte le cose in Te vediamo. Tu esisti, senza principio e senza fine, Figlio di Dio, a te è stato dato ogni giudizio, tu sei il loro Giudice. Ed egli dice: Sebbene tutto sapete in me e vedete, tuttavia per questa sposa presente dite un giusto giudizio. E quelli affermano: la giustizia è questa, che quelli che hanno scavato il muro, siano puniti come ladri. E quelli che persistono nella malizia, siano puniti come invasori. E quelli che son prigionieri siano liberati e gli affamati siano saziati.

Quindi parla la Madre di Dio Maria, tacendo della voce di prima e dice: Signor mio e Figlio carissimo, tu fosti nel mio grembo, vero Dio e uomo. Tu, per tua degnazione, santificasti me, vaso di terra. Ti supplico, abbi pietà ancora una volta di loro.

Allora risponde il Signore alla Madre: Benedetta la Parola della tua bocca. Essa sale davanti a Dio, come odore soavissimo. Tu sei la gloria degli Angeli e di tutti i Santi, perché da te è stato consolato Dio e sono rallegrati i Santi. E poiché la volontà tua fin dalla giovinezza era come la mia, così farò ancora una volta come vuoi tu.

E dice all'esercito: Perché voi combatteste virilmente, perciò, per la carità vostra ancora mi placherò. Ecco, per le vostre preghiere ricostruirò il mio muro. Salverò e sanerò quelli che sono stati sopraffatti dalla violenza e li ricompenserò cento volte tanto dell'offesa patita. E anche ai violenti darò pace e misericordia, se la chiederanno. Quelli che l'avranno disprezzata, proveranno la mia giustizia.

E ora ti spiegherò cosa significano queste cose. Il Castello, di cui ti ho detto, è la stessa santa Chiesa, costruita con il Sangue mio e dei miei Santi, cementata con il cemento della mia carità; in essa posi i miei eletti ed amici. Suo fondamento è la fede, e cioè il credere che io sono Giudice giusto e misericordioso. Ma ora è scavato il fondamento, perché tutti mi credono e predicano misericordioso, però quasi nessuno predica e crede che io sono giusto Giudice. Essi mi ritengono quasi un giudice iniquo. Iniquo infatti sarebbe il giudice, che per misericordia mandasse impuniti gli iniqui, sicché opprimano ancora più i giusti. Ma io sono Giudice giusto e misericordioso, sicché non lascerò impunito neppure il minimo dei peccati, né senza ricompensa il minimo bene. Attraverso il muro scavato sono entrati nella santa Chiesa quelli che peccano senza timore, che negano la mia giustizia, tormentano gli amici miei come quelli che sono legati ai ceppi. Per gli amici miei stessi non c'è infatti gaudio e consolazione. Ma ogni obbrobrio e ogni dolore è dato a loro, come se fossero demoni. Se di me dicono il vero, sono confutati e accusati di menzogna. Desiderano ardentemente ascoltare e dire cose rette, ma non c'è chi li ascolti o chi le dica loro.

Io stesso, Signore e Creatore, sono bestemmiato. Dicono infatti: Non sappiamo se c'è Dio. E se c'è, non ce ne importa. Abbattono e conculcano il mio vessillo, dicendo: Perché ha patito? A che ci giova? Che dia a noi la nostra volontà e ci basta ed egli si tenga pure il suo regno e il suo cielo. Io voglio pur essere in loro, ma essi dicono: piuttosto moriamo, prima di lasciare la nostra volontà.

Ecco, mia sposa, chi sono. Io li ho creati e con una sola parola potrei distruggerli. Come si inorgogliscono contro di me! Ma ora per le preghiere della Madre mia e di tutti i Santi, sono ancora così misericordioso e paziente che voglio far arrivare a loro le parole, che uscirono dalla mia bocca e offrir loro la mia misericordia. Se la vorranno avere, mi placherò; altrimenti sperimenteranno la mia giustizia, in modo che saranno, come ladri, confusi pubblicamente davanti agli Angeli e agli uomini e saranno giudicati dagli uomini. Infatti come coloro che sono appesi alla forca sono divorati dai corvi, così costoro saranno divorati dai demoni e non consumati. Come coloro che, costretti al palo, non trovano pace, così questi soffriranno dovunque dolori e amarezze. Un fiume ardentissimo scorrerà nella loro bocca, né si sazierà il ventre, ma di giorno in giorno si rinnoverà il loro supplizio.

Ma gli amici miei saranno salvati e saranno consolati con le parole che escono dalla mia bocca. Vedranno la mia giustizia con la misericordia. Li rivestirò delle armi della mia carità e li farò così forti, che i nemici cadranno come argilla. E vedendo arrossiranno di vergogna perpetua, avendo abusato della mia pazienza.

 

 

Parole della gloriosa Vergine alla figlia circa il modo di vestire e quali devono essere le vesti e gli ornamenti di cui deve adornarsi e vestire la figlia.

 

Capitolo Settimo

 

Io sono Maria, che ho partorito il vero Dio e vero Uomo, il Figlio di Dio. Io sono la Regina degli Angeli. Il Figlio mio ti ama con tutto il cuore. Tu devi essere adornata di onestissime vesti. Ti mostrerò come e quali devono essere.

Come dunque vesti prima la camicia, poi la tunica, le scarpe, il mantello e la collana sul petto, così devi vestire spiritualmente.
La camicia è la contrizione. Come infatti la camicia è più vicina alla carne, così la contrizione e la confessione sono la prima via della conversione a Dio. Con esse è purificata la mente, che prima godeva nel peccato ed è frenata la carne immonda. Le due scarpe sono due sentimenti: la volontà cioè di emendare i difetti e la volontà di fare il bene e astenersi dal male.

La tua tunica è la speranza in Dio, perché, come la tunica ha due maniche, così nella speranza vi sia la giustizia e la misericordia. Sicché, come speri dalla misericordia di Dio, così non dimentichi la sua giustizia. E così ricorda la sua giustizia e il giudizio in modo da non dimenticare la misericordia. Perché nessuna giustizia Egli fa senza misericordia, né misericordia senza giustizia.

Il mantello è la fede: come infatti il mantello tutto copre e tutto tiene racchiuso, così con la fede l'uomo può tutto comprendere e ottenere. Questo mantello dev'essere immerso nei segni della carità del tuo Sposo; e cioè deve significare come ti ha creata, come ti ha redenta, come ti ha nutrita, come ti ha attratta nel suo spirito e ti ha aperto gli occhi spirituali.

La collana è la considerazione della sua Passione. Essa sia sempre fissa sul tuo petto. Come fu deriso, flagellato, insanguinato e confitto vivo in croce con tutti i nervi spezzati. Come alla morte, ne tremò tutto il corpo per l'acutissimo dolore. Come nelle mani del Padre raccomandava lo spirito. Questa collana sia sempre sul tuo petto.

La corona sul tuo capo significa la castità negli affetti, in modo tale da voler essere piuttosto percossa che macchiata. Sii dunque costumata e casta. Non pensare, non desiderar altro che il tuo Dio, avuto il quale tutto avrai.
E così adornata, aspetterai il tuo Sposo.

 

 

Parole della Regina del cielo alla carissima figlia, che l'informano come debba amare e lodare il Figlio con la Madre.

 

Capitolo Ottavo

 

Io sono la Regina del Cielo. Tu ti preoccupi come debba lodarmi. Abbi per certo che ogni lode fatta al Figlio mio è una lode per me. Chi disonora Lui, disonora me; perché tanto fervidamente io l'ho amato ed Egli ha amato me, che fummo quasi un cuor solo. Ed Egli ha amato me, vaso di terra e mi ha tanto onorata da esaltarmi al di sopra degli Angeli. Così dunque devi tu lodarmi.

Benedetto sii tu, Dio Creatore di tutte le cose, che ti sei degnato di scendere nel grembo della Vergine Maria. Benedetto sii tu, Dio, che volesti che ciò accadesse senz'alcun danno della Vergine Maria e ti sei degnato di prendere da Lei immacolata carne, senza peccato. Benedetto sii tu, Dio, che venisti incontro alla Vergine nel gaudio della sua anima e di tutti i suoi sensi, e da Lei nascesti nel gaudio di tutto il suo corpo senza peccato. Benedetto sii tu, Dio, che dopo la tua Ascensione con frequenti consolazioni facesti gioire la Vergine Maria Madre tua e tu stesso consolandola la visitasti. Benedetto sii tu, Dio, che hai assunto in cielo il corpo e l'anima della Vergine Maria Madre tua e con grande onore l'hai collocata al di sopra degli Angeli presso la tua Divinità. Per le preghiere di Lei, abbi pietà di me.

 

 

Parole della Vergine Maria alla figlia contenenti utili ammaestramenti di vita e molte cose mirabili sulla Passione di Cristo.

 

Capitolo Decimo

 

Io sono la Regina del Cielo, la Madre di Dio. Ti dissi di aver sempre sul tuo petto la collana. Ora ti mostrerò meglio che io, fin dall'infanzia ascoltando e comprendendo che esiste Dio, fui sempre sollecita e timorata della mia salvezza e obbedienza. Come poi seppi che lo stesso Dio è mio Creatore e Giudice di tutte le mie azioni, Lo amai intimamente e sempre lo temetti e proposi di mai offenderlo né con parole né con azioni. Saputo poi che aveva data la Legge e i Suoi precetti al popolo e che aveva fatto in suo favore tanti prodigi, proposi fermamente di non amar altri che Lui e sommamente penose mi erano le cose mondane.

Dopo di che, saputo anche che lo stesso Dio avrebbe redento il mondo nascendo da una Vergine, io L'amai tanto, che non pensavo che a Dio e non volevo che Lui solo. Io mi astrassi, per quanto possibile, dalle conversazioni e dalla presenza dei parenti e degli amici. E tutto quel che potei avere, lo diedi ai poveri. Non mi ritenni che un po' di nutrimento e di vestito. Niente più mi piacque che Dio. Desiderai sempre nel mio cuore di esser viva al tempo della Sua nascita e meritare possibilmente di essere la serva della Madre di Dio.
Feci anche voto, in cuor mio, di conservarmi vergine e di non possedere mai nulla al mondo. E se Dio avesse voluto altrimenti, si facesse la sua volontà e non la mia, perché credevo che Egli può tutto e non vuole se non ciò che mi è utile e perciò Gli affidai tutta la mia volontà.

Giunto poi il tempo in cui le vergini dovevano per Legge essere presentate al Signore nel Tempio, fui anch'io tra loro per obbedienza ai miei genitori, pensando tra me che a Dio nulla è impossibile, e, giacché sapeva che io altro non desideravo e nient'altro volevo che Lui, Egli poteva custodire la mia verginità, se così a Lui piaceva, o altrimenti si compisse in me la sua volontà. Apprese poi nel Tempio tutte le cose da fare, tornai a casa e mi accesi d'amor di Dio più di prima ed ero ogni giorno investita di nuove fiamme e desideri d'amore. Perciò mi ritrassi più del solito da tutti e notte e giorno fui nella solitudine, temendo fortemente di aprir bocca od orecchio a cosa contraria al mio Dio o gli occhi miei a cose dilettevoli. Pur nel silenzio fui presa da timore e da molta ansia che mi accadesse di tacere cose di cui avrei piuttosto dovuto parlare. Stando così perplessa nel mio cuore e riponendo tutta la mia speranza in Dio, subito mi venne di pensare alla grande potenza di Dio, come a Lui servono gli Angeli e tutte le creature, e come la sua gloria è ineffabile e interminabile.

E considerando ciò, vidi tre cose meravigliose. Vidi infatti una stella, ma non di quelle che splendono in cielo. Vidi una luce, ma non di quella che risplende nel mondo. Sentii un profumo non come di erbe o cose simili, ma soavissimo e quasi ineffabile, del quale ero tutta ripiena, ed esultavo per la gioia. E subito udii una voce, ma non di bocca umana. E uditala, temetti fortemente al pensiero che potesse essere un'illusione: ma subito apparve davanti a me l'Angelo di Dio, sotto l'espetto di uomo bellissimo ma non in carne, il quale mi disse: Ti saluto, o piena di grazia, ecc. Ciò udito, io cercavo di capire cosa volesse significare e perché mi avesse rivolto quel saluto. Mi sapevo infatti e credevo indegna a qualcosa di simile o a qualcosa di bene. Tuttavia sapevo che a Dio nulla è impossibile.

Allora l'Angelo disse: Quello che in te nascerà è Santo e sarà chiamato Figlio di Dio e come a Lui piacerà così avverrà. E tuttavia non credevo di esserne degna, né gli chiesi perché o quando accadrebbe, ma chiesi come accadrebbe, per il fatto che non sono degna d'essere madre di Dio e non conosco uomo. E l'Angelo rispose come già ho detto: Nulla a Dio è impossibile, ma tutto ciò che Egli vuole avverrà, ecc. Udite queste parole dell'Angelo, ebbi un fortissimo sentimento d'essere Madre di Dio e l'anima mia diceva con amore: Eccomi, si faccia la volontà tua in me. A queste parole immediatamente il figlio mio era concepito nel mio grembo con indicibile consolazione dell'anima mia e di tutti i miei sensi. E avendolo in grembo, lo portavo senza dolore, senza aggravio e senza noia del corpo. Mi umiliavo in tutto, sapendo che era l'Onnipotente Colui che io portavo in grembo. Quando poi lo partorii senza dolore e senza peccato, così come lo avevo concepito, fu tanta l'esultanza dell'anima e del corpo che non sentivo la terra ove stavo con i piedi. E come entrò nelle mie membra con gioia di tutta l'anima mia, così ancora nella gioia di tutti i sensi e nel gaudio ineffabile dell'anima ne uscì senza ledere la mia verginità. Vedendo e considerando la sua bellezza, l'anima mia stillava come rugiada per la gioia, sapendo d'essere degna d'un tal Figlio. Quando poi consideravo i luoghi dei chiodi nelle mani e nei piedi, che come avevo udito dai Profeti dovevano essere crocifissi, gli occhi miei si riempivano di lacrime e il cuor mio quasi si spezzava di dolore. E come mio Figlio mi vedeva piangere, si rattristava quasi da morirne.

Considerando però la potenza della sua Divinità, mi consolavo ancora sapendo che così Egli voleva e così era conveniente e conformai pienamente la mia volontà alla Sua, in modo che la mia gioia era sempre unita a dolore. Venuto il tempo della Passione del Figlio mio, lo catturarono i suoi nemici, percuotendolo in faccia, sul volto e sputacchiandolo. Condotto poi alla colonna, Egli da se stesso si spogliò delle vesti. Da sé poi applicò le mani alla colonna, che i nemici gli legarono senza pietà... Così legato, non aveva niente che lo ricoprisse, ma stava così come era nato, soffrendo la vergogna della sua nudità. Insorsero allora i suoi nemici che, fuggiti gli amici, erano dovunque e ne flagellavano il corpo, mondo da ogni macchia e peccato. Al primo colpo io, che gli stavo più vicina, caddi come morta; poi, ripreso animo, vidi il suo corpo percosso e flagellato fino alle costole, sicché esse si vedevano. E ciò che era più triste, i flagelli, ritraendosi, facevano solchi nelle carni.

E mentre il Figlio mio stava tutto sanguinante e lacero, in modo che non v'era più in Lui parte sana né ancora flagellata, uno domandò con animo agitato: « L'ucciderete dunque senza giudicarlo? » E subito lo slegò. Poi il Figlio mio si rivestì e vidi allora le orme dei suoi piedi piene di sangue e conoscevo da questi segni il percorso di mio Figlio. Dovunque andava, infatti, appariva la terra bagnata di sangue. Né essi pazientavano che si rivestisse; ma lo costrinsero e spinsero a far presto. E mentre era condotto come un ladro, il Figlio mio si asciugò gli occhi del sangue. E dopo essere stato giudicato, gli imposero la croce da portare. Dopo averla trascinata un poco, venne uno a sollevarlo e la portò lui.

Frattanto mentre il Figlio mio si avviava al luogo della Passione, alcuni lo percossero sul collo, altri in faccia. E fu colpito sì fortemente e violentemente che sebbene io non vedessi l'autore, udivo però chiaramente il rumore delle percosse. Quando giunsi con Lui al luogo della Passione, vidi ivi preparati tutti gli strumenti per la sua morte. E il mio Figlio, arrivato, si spogliò da sé delle sue vesti, mentre i servi dicevano fra loro: « Queste vesti sono nostre, non le riavrà, perché è condannato a morte. » Stando poi il Figlio mio com'era nato a corpo nudo, accorse qualcuno a portargli un velo ed Egli internamente contento ne coprì le intimità.

Dopo, i crudeli carnefici lo presero e lo distesero sulla croce. Per prima crocifissero la mano destra allo stipite, dove già c'era il foro per il chiodo; perforarono la mano nella parte dov'era più dura. Tirando poi con una fune l'altra mano, la confissero allo stesso modo allo stipite. Poi crocifissero il piede destro e sopra vi misero il sinistro, con due chiodi, sicché i nervi e le vene si tendevano e si spezzavano. Ciò fatto, gli posero la corona di spine così fortemente che punse l'adorabile capo del Figlio mio, si riempirono gli occhi di quel sangue scorrente, si ostruirono le orecchie e si imbrattò tutta la barba.
E mentre era così sanguinante e piagato alla mia dolorosa presenza gemente, guardò con quegli occhi insanguinati Giovanni, figlio di mia sorella, ed a lui mi raccomandò.

Allora udii alcuni affermare che il Figlio mio era un ladro, altri che era un mentitore, altri che nessuno più di lui era degno di morte; e all'udire queste cose mi si rinnovava la pena. Ma, come ho detto, appena gli fu infisso il primo chiodo, io al primo colpo caddi svenuta come morta, mi si oscurò la vista, mi tremavano le mani e i piedi e non ripresi i sensi prima che fosse tutto crocifisso. Alzatami, vidi il Figlio mio miserabilmente appeso e io, Madre mestissima e costernata, a malapena resistetti al dolore. Il Figlio mio poi, vedendo me e i suoi amici piangere inconsolabili con flebile voce, alzò la voce al Padre suo e disse: Padre, perché mi hai abbandonato? Quasi a dire: Non v'è alcuno, se non tu, Padre, che abbia compassione di me. Allora gli occhi suoi parvero semimorti, le sue guance smunte, smarrita la faccia, la bocca aperta e la lingua insanguinata, il ventre, come privo di viscere, attaccato al dorso. Tutto il corpo era pallido ed emaciato per la gran perdita di sangue; le sue mani e i suoi piedi erano irrigiditi distesi e allungati sulla forma della croce; la barba e i capelli erano tutti intrisi di sangue.

Mentre il Figlio mio era piagato e livido, solo il cuore gli reggeva, perché forte e sano di costituzione. Dalla mia carne infatti aveva preso un corpo mondissimo e di ottima complessione. La sua pelle tanto tenera e fragile, che mai era stata lievemente toccata, spillava subito sangue. E così vivido era il sangue, che poteva scorgersi sotto la purissima pelle. Giacché era di forte fibra e natura, nel suo corpo piagato combattevano la vita e la morte. Difatti il dolore dalle membra e dai nervi del corpo piagato a volte saliva al cuore, c'era sanissimo e immacolato e lo riempivano di strazi e di sussulti. Altre volte dal cuore lo strazio scendeva alle membra piagate e così ne ritardava con amarezza la morte.

In mezzo a tanti dolori, il Figlio mio guardò ai suoi amici che piangevano e avrebbero preferito soffrir loro quelle pene col suo aiuto o soffrire un inferno eterno piuttosto che vederne straziato lui. Il dolore, che gli proveniva dalla sofferenza degli amici, superava ogni amarezza e tribolazione che Egli poté sopportare nel corpo e nell'animo, perché li amava teneramente. Perciò, a motivo della troppa sua umana angoscia, esclamò al Padre: O Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito. Come ebbi udito ciò, a me, sua afflittissima Madre, tremarono tutte le membra, con grande amarezza. E tutte le volte poi che quella voce mi ritornava alla mente, era come se risuonasse ancora nel mio orecchio e fosse attuale.

Mentre poi all'avvicinarsi della morte gli si spezzava il cuore per i violenti dolori, tutte le membra tremarono ed Egli, sollevato appena il capo, lo reclinò. Si vedevano la bocca aperta e la lingua sanguinante. Le mani si rilassarono alquanto sulla loro piaga e il peso del corpo cadde maggiormente sui piedi. Le dita e le braccia in qualche modo si allungavano e la schiena aderiva fortemente allo stipite della croce.

Allora alcuni mi dissero: Maria, il Figlio tuo è morto. Altri soggiungero: È morto, ma risorgerà. E mentre tutti parlavano, venne un tale che con la lancia lo ferì nel costato così violentemente, che per poco non lo trapassò da parte a parte. E ritraendosi, la lancia apparve con la punta rossa di sangue. Allora, vedendo ferito il cuore del mio carissimo Figlio, mi sembrò che quasi fosse stato ferito il mio.

Fu poi deposto dalla croce ed io lo ricevetti in ginocchio, come fosse un lebbroso, tutto pieno di lividi. I suoi occhi erano chiusi, colmi di sangue; la bocca era gelida come la neve; la barba ispida, il viso contratto, le mani ritratte verso l'ombelico. Com'era stato in croce, così lo ricevetti sulle ginocchia, rattrappito in tutte le sue membra.
Poi lo deposero in un lenzuolo pulito. Ed io col mio ne astersi le piaghe e le membra. E gli chiusi gli occhi e la bocca, che morendo gli erano restati aperti. Poi lo posero nel sepolcro. O quanto volentieri mi sarei posta viva col Figlio mio, se questa fosse stata la sua volontà.
Ciò fatto, venne il buon Giovanni e mi condusse a casa sua.
Ecco, figlia mia, che cosa patì per te il Figlio mio.

 

 

Dolcissima domanda della Madre alla Sposa e l'umile risposta della Sposa alla Madre. Replica della Madre alla Sposa circa il profitto dei buoni in mezzo ai cattivi.

 

Capitolo Ventiduesimo

 

La Madre diceva così alla Sposa del Figlio: Tu sei la sposa del Figlio mio. Dimmi che cosa hai in cuore e che cosa vuoi?
La sposa le rispose: Tu lo sai bene, Signora, perché sai tutto.
Allora la beata Vergine disse: Sebbene io sappia tutto, tuttavia dimmelo con le tue parole, davanti a tutti.

E la sposa: Due cose – disse – temo, o Signora. La prima sono i peccati, che non piango e temo come vorrei. La seconda è che mi rattristo che i nemici del Figlio tuo siano molti.

Allora la Vergine Maria disse: Per la prima cosa ti do tre rimedi. Il primo è questo: pensa che tutti i viventi, che hanno uno spirito, come le rane e tutti gli altri animali, a volte soffrono dei disagi; il loro spirito però non vive in eterno, ma muore con il corpo. La tua anima invece, e quella di ogni uomo, vive in eterno. Il secondo è questo: Pensa alla misericordia di Dio, che nessun uomo è tanto peccatore che il suo peccato non sia perdonato, se lo chiederà col proposito di emendarsi e con contrizione. Il terzo è questo: pensa quanta sia la gloria dell'anima, che in Dio e con Dio vive senza fine.

Per la seconda cosa, che cioè i nemici di Dio sono molti, ti do pure tre rimedi. Il primo è questo: considera come il tuo Dio e Creatore è anche il loro Giudice e mai saranno essi i giudici, sebbene Egli sopporti con tanta pazienza la loro malizia durante questa vita. Il secondo è questo: considera che son figli della dannazione e quanto grave e terribile sarà per loro il fuoco eterno. Essi sono i servi pessimi, privati dell'eredità, mentre i figli la riceveranno. Ma allora – dirai tu – non bisogna predicar loro? Sì, certo. Pensa che spesso con i cattivi ci sono i buoni. E i figli di adozione, a volte, si allontanano dal bene, come fece quel figliol prodigo, il quale se ne andò in una regione lontana e visse malamente. Ma essi, pentiti per mezzo della predicazione, ritornano al Padre e saranno tanto più accetti quanto più peccarono. A loro dunque bisogna predicare di più, perché, sebbene il Predicatore vede tutti cattivi, rifletta tuttavia se non vi siano forse, fra quelli, dei tutti figli del mio Signore; predicherà dunque a loro.

Questo Predicatore avrà un'ottima ricompensa. Il terzo rimedio è questo: considera che i cattivi son tollerati in vita per la prova dei buoni, affinché esasperati dai loro costumi raccolgano il frutto della pazienza, cosa che potrai capire con un esempio. Una rosa è tutta profumata, bella a vedersi, lieve al tatto e tuttavia non cresce se non fra le spine, che pungono al tatto, brutte a vedersi e senza profumo. Così pure i buoni e gli uomini giusti, sebbene miti per la pazienza, belli per i costumi, profumati per il buon esempio, non possono tuttavia progredire ed essere provati, se non in mezzo ai cattivi. Talvolta accade che la spina difende la rosa, affinché non sia colta innanzi tempo; così i cattivi sono occasione per i buoni di non cadere in peccato; a volte sono trattenuti dalla malizia dei cattivi perché non siano guastati dall'euforia o da altri peccati. Così pure il vino non si conserva mai buono della sua bontà, se non nella feccia; allo stesso modo i buoni e i giusti non possono restar virtuosi e far profitto, se non sono provati dalle tribolazioni e dalle persecuzioni dei cattivi.

Perciò tu sopporta volentieri i nemici del Figlio mio e pensa che Egli è il loro Giudice e che, se fosse per giustizia, dovrebbero essere distrutti tutti e ben potrebbe distruggerli all'istante. Dunque, sopportali finché Egli pure li sopporta.

 

 

Parole della Vergine alla Figlia, circa due signore, delle quali una si chiama Superbia e l'altra Umiltà. Con essa è indicata la Vergine che in punto di morte viene in aiuto ai suoi devoti.

 

Capitolo Ventinovesimo

 

La Madre di Dio diceva alla Sposa del Figlio: Vi sono due signore. Una, che non ha un nome particolare perché indegna d'averne. E l'altra che è l'Umiltà e si chiama Maria. Sulla prima signoreggia lo stesso diavolo, che la domina. Ad essa diceva un suo soldato: O mia signora, son pronto a far tutto, purché giaccia con te una volta. Io sono difatti forte per energie, di cuore generoso, non temo nulla e son pronto anche a morire per te. Ella gli rispose: O mio servo, è grande la carità tua per me. Ma io seggo in alto e non ho che quel solo seggio e ci sono tre porte. La prima è così stretta che qualunque cosa abbia un uomo in corpo, se passa per quella porta tutto si spezza e dissolve. La seconda è così aguzza, che punge fino ai nervi. La terza porta è così infuocata che chiunque vi entra non ha requie dal caldo e si scioglie come bronzo. Ma io sto assai in alto e chi vuole stare con me, poiché dispongo d'una sola sede, precipiterà sotto di me nel grandissimo abisso. Egli rispose: Io darò la mia vita per te, perché a me il cadere non fa nulla.

Questa signora è la Superbia: chi vuole raggiungerla deve quasi passare per tre porte. Per la prima porta passa chi dà tutto per la lode umana e per l'orgoglio. E, se nulla ha, adopera tutta la sua volontà per cercare come essere lodato ed esaltato. Per la seconda porta passa colui che in ogni suo lavoro ed in ogni azione impiega tempo, pensieri e tutte le sue energie allo scopo della vanità. E se dovesse anche sacrificare la sua carne per ottenerne onore e ricchezze, volentieri lo farebbe. Per la terza porta passa chi non s'acqueta mai e mai tace e tutto arde come fuoco purché giunga ad avere qualche onore e gloria mondana. Ma ottenuto lo scopo, non può a lungo rimanere appagato e cade miserabilmente. E tuttavia la superbia rimane al mondo.

Io invece – dice Maria – che sono umilissima, siedo in luogo spazioso e su di me non c'è né sole, né luna, né stelle e neppur nuvole, ma soltanto una meravigliosa e ineffabile serenità, che procede dalla sublime bellezza della divina Maestà. Sotto di me neppure c'è terra o pietre, ma una pace inestimabile per la potenza di Dio. Al mio fianco non c'è muro o parete alcuna, ma il glorioso esercito degli Angeli e delle anime Sante. E sebbene io stia tanto in alto, pur tuttavia odo gli amici miei della terra, che ogni giorno piangono e gemono verso di me. Vedo le loro fatiche e il loro profitto, maggiore che in quelli che combattono per la superbia, loro signora. Perciò io li visiterò e li porrò con me, nella mia sede, che è ben larga e può contenere tutti. Ma non hanno ancora potuto raggiungermi, perché due muri li separano ancora da me, attraverso i quali li farò passare per condurli alla mia sede. Il primo muro è il mondo, che è stretto: perciò i miei servi saranno nel mondo consolati per mio mezzo. Il secondo muro è la morte: perciò io che sono loro carissima signora e madre, andrò loro incontro e li aiuterò nella morte, affinché abbiano consolazione e refrigerio nella stessa morte e li collocherò con me nella sede del celeste gaudio, perché riposino eternamente in seno all'eterna carità e gloria.

 

 

Parole di immensa carità, da parte dello Sposo alla Sposa, circa il moltiplicarsi dei falsi cristiani. Riferimento alla crocifissione di Cristo e affermazione che, se fosse possibile, Egli sarebbe ancora pronto a morire per i peccatori.

 

Capitolo Trentesimo

 

Io sono Iddio, che ha creato tutte le cose per gli uomini, perché fosse tutto a loro servizio e profitto. Ma l'uomo abusa a suo danno di tutte le cose create per lui. Inoltre non si cura di Dio e lo ama meno delle creature. I giudei mi inflissero tre specie di supplizi nella mia Passione. Il primo fu il legno, al quale fui affisso, flagellato e coronato. Il secondo fu il ferro, col quale mi inchiodarono mani e piedi. Il terzo, il fiele che mi dettero a bere. Mi bestemmiavano poi come fossi un pazzo, per la morte da me volontariamente scelta e dicevano falsa la mia dottrina. Costoro si sono ora moltiplicati nel mondo e son pochi quelli che mi consolano.

Mi mettono in croce infatti con la volontà di peccato, mi flagellano con l'impazienza, perché non sanno sopportare per me una parola. E mi coronano con le spine della loro superbia, per cui vogliono essere più in alto di me. Mi feriscono col ferro mani e piedi, gloriandosi del peccato e si ostinano a non temermi. Per fiele mi danno tormenti. Per la Passione, alla quale andai giubilando, mi chiamano bugiardo e falso. In verità, se volessi io potrei sommergere loro e tutto il mondo, a causa dei peccati. Ma, se li sommergessi, coloro che restano mi servirebbero nel timore; e questo non sarebbe giusto, perché l'uomo deve servirmi per amore. Se poi venissi personalmente e mi rendessi visibile tra loro, sopporterebbero gli occhi loro di vedermi e gli orecchi di udirmi? Come può infatti l'uomo mortale vedere l'immortale? In verità, sarei disposto a morire ancora liberamente per amore dell'uomo, se fosse possibile.
Allora apparve la beata Vergine Maria, alla quale il Figlio disse: Che vuoi tu, Madre mia, mia eletta? E lei: Abbi pietà, o Figlio mio, delle tue creature, per la tua gloria. Ed Egli rispose: Per te, farò ancora una volta misericordia.

Poi lo Sposo parlava alla Sposa dicendo: Io sono Dio e il Signore degli Angeli. Io sono il Signore della morte e della vita. Io stesso voglio abitare nel tuo cuore. Ecco fin dove ti amo. I cieli e la terra e tutte le cose in essi contenute non possono contenermi; eppure voglio abitare nel cuore tuo, ch'è solo un pezzo di carne. Che dunque potrai temere allora e di che aver bisogno, se avrai in te Dio potentissimo, nel quale è ogni bene? Nel cuore perciò, mio tabernacolo, devono esserci tre cose: un letto, ove riposiamo; una sede, ove sediamo; una luce, da cui siamo illuminati. Vi sia dunque nel tuo cuore il letto per riposare, cioè la quiete, perché tu riposi dai cattivi pensieri e dai desideri del mondo e sempre consideri il gaudio eterno. La sede dev'essere la volontà di restare sempre con me, anche quando ti accadrà d'uscire. È contro natura infatti restar sempre fermi. E sempre sta fermo colui che ha sempre la volontà di stare col mondo e mai di stare con me. La luce, ossia il lume, dev'essere la fede, con la quale tu creda che tutto io posso e che sono onnipotente sopra ogni cosa.

 

 

Come la Sposa vedeva adornata la dolcissima Vergine Maria d'una corona e d'altri preziosi ornamenti e come S. Giovanni Battista ne spiega alla Sposa il significato.

 

Capitolo Trentunesimo

 

La Sposa vedeva la Regina del cielo, la Madre di Dio, con una preziosa corona sulla testa e i capelli stesi su forcina di grande bellezza. La tunica era d'oro, brillante di indicibile splendore, e il mantello di color ceruleo, cioè del colore del cielo sereno.
E siccome la Sposa era rimasta grandemente ammirata a tale magnifica visione ed era restata per l'interno stupore come sospesa, improvvisamente le apparve il beato Giovanni Battista che le disse: Ascolta attentamente ciò che questo significa. La corona significa che la Regina è Signora e la Madre del Re degli Angeli. I capelli tirati, che è la Vergine purissima e immacolata. Il mantello celeste, che tutte le cose temporali erano per lei come morte. La tunica d'oro significa che arse di carità e fu fervorosa internamente ed esternamente.

In quella corona poi il Figlio pose sette gigli e fra quei gigli pose sette pietre. Il primo giglio è la sua umiltà. Il secondo giglio è il timore. Terzo è l'obbedienza. Quarto la pazienza. Quinto la maturità. Sesto la mitezza, perché è proprio dei miti dare a tutti coloro che chiedono. Settimo giglio è la misericordia nelle necessità. In qualunque necessità si troverà, l'uomo che la invocherà con tutta l'anima, sarà salvo. Fra questi splendidi gigli il Figlio ha posto sette pietre.

La prima pietra è la eccezionalità delle virtù, perché non c'è alcuna virtù in nessun altro spirito o corpo, che Ella non possegga in maniera più eccelsa. La seconda pietra è la perfettissima purità, perché questa Regina del cielo fu così pura che mai si trovò in Lei neppure una macchia di peccato, dall'origine del suo entrare nel mondo fino all'ultimo giorno della sua morte. Né tutti i demoni ne avrebbero potuto trovare in Lei quanto sulla punta d'un ago. Era infatti veramente purissima. Conveniva infatti che il Re della gloria non potesse nascere che in un corpo purissimo e sceltissimo fra tutti gli Angeli e fra tutti gli uomini. La terza pietra è la bellezza di Lei, della quale Dio viene sempre lodato dai suoi Santi, e la gioia dei santi Angeli e di tutte le anime Sante è piena di quella bellezza.

La quarta pietra preziosa della corona è la sapienza della stessa Vergine Madre, perché Ella, così variamente ornata, è piena della sapienza con Dio ed essa riempie e perfeziona ogni altro di sapienza. La quinta pietra è la fortezza, perché Ella è talmente forte in Dio, che può sconfiggere tutte le altre cose fatte e create. La sesta pietra è il suo splendore, ch'è così brillante che gli Angeli, i quali hanno la vista più chiara della luce, prendono luce da Lei e i demoni non ardiscono mirarla in viso. La settima pietra è la pienezza d'ogni amore e dolcezza spirituale, che in Lei è così colma che non c'è gioia che da Lei non s'aumenti, né diletto che non prenda da Lei e dalla sua visione completezza e perfezione maggiore, perché Ella è piena di grazia più di tutti i Santi. È infatti Lei il vaso purissimo, nel quale discese il pane degli Angeli e nel quale c'è ogni dolcezza e ogni bellezza.
Queste sette pietre preziose pose il Figlio suo fra quei sette gigli della corona di Lei. Onorala e lodala perciò con tutto il cuore, o Sposa del Figlio suo, perché veramente è degna d'ogni onore e lode.

 

 

Risposta del Signore all'Angelo che prega per la Sposa, affinché le sia concesso di patire nell'anima e nel corpo. Considerazione sul fatto che i più perfetti siano i più tribolati.

 

Capitolo Trentaseiesimo

 

All'Angelo che pregava per la Sposa del suo Signore, il Signore rispose: Tu sei come un soldato del Signore, che non depose mai l'elmo per fastidio né per paura distolse mai gli occhi dalla battaglia. Tu sei stabile come un monte e ardi come fiamma. Tu sei così puro, che in te non c'è macchia. Tu chiedi misericordia per la mia sposa, sebbene tu sappia e veda tutto in me e, tuttavia perché lei ti ascolti, dì tu quale misericordia chiedi per lei. È triplice infatti la misericordia.
La prima è quella con cui è punito il corpo e si perdona all'anima, come al mio servo Giobbe, afflitto d'ogni dolore nella carne, ma con l'anima salva. La seconda misericordia è quella che perdona all'anima e libera il corpo dalla pena, come quel Re che fu immerso in tutti i piaceri e nessun dolore soffrì mentre visse, né nell'anima, né nel corpo. La terza misericordia è quella che punisce il corpo e l'anima, sicché abbiano a patire nella carne e nel cuore, come accadde a Pietro e Paolo e ad altri Santi.

Son tre infatti gli stati fra gli uomini nel mondo. Uno riguarda quelli che cadono in peccato e poi si alzano: permetto che costoro talvolta siano tribolati nel corpo, perché si salvino. Il secondo è di quelli che molto volentieri vivrebbero in eterno pur di peccare sempre e con la volontà tutta dedita al mondo e se talvolta fanno per me qualcosa lo fanno al fine d'accrescere e migliorare le loro cose temporali: a questi non vien data pena per il corpo e neppure grande dolore per il cuore, ma sono lasciati in preda e potere della propria volontà, perché ricevano la loro mercede per il minimo bene fatto per me e siano tormentati in eterno, poiché eterna essendo la volontà di peccato, eterna ne è anche la pena. Il terzo stato riguarda coloro che temono più di peccare e offendere la mia volontà che qualsiasi altra pena; e preferirebbero piuttosto una eterna pena insopportabile, che provocare consapevolmente la mia ira. A questi è concessa la tribolazione del corpo e del cuore, come a Pietro, a Paolo e ad altri Santi, affinché qualunque peccato abbiano commesso nel mondo, nel mondo sia emendato. Ovvero sono purificati nel tempo a maggior gloria e ad esempio degli altri.

Questi tre tipi di misericordia io usai in questo regno con tre persone a te note. Ordunque! Angelo mio servo, quale misericordia chiedi per la mia sposa? Ed egli disse: Quella dell'anima e del corpo, affinché qualunque cosa ella faccia qui, sia emendata in questo mondo e nessuno dei suoi peccati venga al tuo giudizio.

Rispose il Signore: Avvenga come tu vuoi.
Poi disse alla sposa: Tu sei mia, perciò faccio con te come a me piace; non amare nulla quanto me. Purificati perciò sempre e ognora dal peccato, col consiglio di quelli ai quali ti ho affidata. Non nascondere alcun peccato, non lasciarne alcuno impunito, né stimarne alcuno leggero, nessuno da trascurare. Tutto quello che infatti tu avrai trascurato, te lo ricorderò io e ti giudicherò. Nessun peccato tuo, da te punito in vita con la penitenza, apparirà al mio giudizio. Di quelli poi per i quali non si è fatta penitenza o saranno purificati nel Purgatorio o con altro mio segreto giudizio, a meno che non siano qui soddisfatti ed emendati.

 

 

Parole della Madre alla sposa, che spiegano l'eccellenza del Figlio suo e come Cristo sia più crudelmente messo in croce dai nemici cattivi cristiani che non lo fosse da parte dei Giudei e che, perciò, essi saranno più aspramente e più dolorosamente puniti.

 

Capitolo Trentasettesimo

 

La Madre diceva: Il Figlio mio possedette tre beni. Nessuno, come Lui, ebbe un corpo tanto delicato, composto di due nature ottime, cioè divinità e umanità e così puro che, come in un occhio tersissimo non c'è alcun neo, così neppure nel suo corpo poteva trovarsi deformità alcuna. Il secondo bene era che mai peccò. Difatti gli altri figli portano i peccati dei parenti e quelli propri. Egli invece non peccò mai e portò i peccati di tutti. Il terzo era che alcuni muoiono per Iddio e con maggior premio, Egli moriva tanto per i nemici suoi che per me e gli amici suoi. Ma quando i suoi nemici lo misero in croce, gli fecero quattro cose. Per prima, lo coronarono di spine. Poi gli piagarono con i chiodi le mani e i piedi. Poi gli dettero il fiele. Infine gli ferirono il costato.

Ma io mi lamento ora che il Figlio mio più dolorosamente è crocifisso dai suoi nemici, che sono ora nel mondo, che non facessero allora i Giudei. Infatti, sebbene la divinità sia impassibile e non possa morire, tuttavia essi lo crocifiggono con i propri vizi. Come infatti un uomo sarebbe giudicato e condannato per l'offesa e per la lesione fatta all'immagine d'un suo nemico, anche se l'immagine non ne soffrisse, per la cattiva volontà d'offendere si riterrebbe effettuata, così i loro vizi, con i quali crocifiggono spiritualmente il Figlio mio, sono più abominevoli e più gravi di quelli di coloro che lo crocifissero nel corpo.

Ma tu forse potresti chiedermi: come lo crocifiggono? Sì. Lo pongono dapprima sulla croce da loro preparata, quando non si curano dei precetti del loro Creatore e Signore e lo disprezzano quando Egli li ammonisce, per mezzo dei servi suoi, a servirlo e, disprezzandolo, fanno quel che loro piace. Crocifiggono poi la mano destra, quando chiamano giustizia l'ingiustizia, dicendo: Il peccato non è così grave né così nemico di Dio come suol dirsi, né Dio punisce alcuno eternamente, ma l'ha minacciato per intimorirlo. Perché infatti lo avrebbe redento, se avesse voluto perderlo? E non badano che il minimo dei peccati, se l'uomo se ne compiace, basta al supplizio eterno. E giacché Dio non lascia impunito nessun minimo peccato, come nessun minimo bene senza ricompensa, perciò sarà sempiterno il supplizio, perché sempiterna è la loro volontà di peccato che il Figlio mio vede nel cuore e reputa come eseguita. Avendone infatti la volontà, così anche l'eseguirebbero, se glielo permettesse il Figlio mio.

Gli crocifiggono poi la mano sinistra, quando cambiano la virtù in vizio, ostinandosi nel peccato e dicendo: « Se avremo detto una volta, alla fine: “Pietà di me, o Dio”, è tanta la divina misericordia, che otterremo perdono ». Questo non è virtù; è voler peccare e non emendarsi, è volere il premio senza la fatica, senza che ci sia contrizione di cuore, con la quale emendare volontariamente, compatibilmente con la debolezza o altro impedimento. Infine gli crocifiggono i piedi, quando si dilettano nel fare il peccato e mai pensano all'amara passione del Figlio mio, né mai lo ringraziano dall'intimo del cuore, dicendo: O quanto fu dolorosa la tua passione, o Dio, grazie e lode a te per la tua morte! Mai esce questo dalla loro bocca.

Lo coronano poi di derisioni, quando deridono i miei servi e ritengono inutile servire a Dio. Gli danno del fiele quando godono ed esultano nel peccato. E non pensano mai quanto sia grave e molteplice. Gli feriscono il fianco, quando vogliono ostinarsi nel peccato.

Dico davvero a te e potrai dirlo agli amici miei che costoro sono più ingiusti nel giudicarlo, più crudeli dei suoi crocifissori, più impudenti di quelli che lo vendettero e si deve a loro maggior castigo che a quelli. Pilato sapeva bene che il Figlio mio era innocente e non degno di alcuna morte: tuttavia, quasi contro la propria volontà, condannò il Figlio mio alla morte perché temette la perdita del potere e la ribellione dei Giudei. Ma che avevano da temere costoro, se lo avessero servito? e se lo avessero onorato, che avrebbero perduto mai del proprio onore e della propria dignità? Perciò saranno essi giudicati più rigorosamente e sono peggiori di Pilato davanti al Figlio mio, perché Pilato lo giudicò per la richiesta e la volontà degli altri, con qualche timore; questi invece lo giudicano per volontà propria e senza alcun timore quando lo disonorano col peccato, da cui potrebbero astenersi. Ma non se ne astengono, né si vergognano del peccato commesso, perché non pensano che sono indegni dei benefici di Colui al quale non servono.

Sono peggiori di Giuda, perché Giuda, tradito che ebbe il Signore, capì ch'era Dio e che aveva gravemente peccato contro di Lui e s'impiccò, disperato, affrettandosi all'inferno, ritenendosi indegno di vivere. Ma questi conoscono bene il loro peccato e vi si ostinano, non provandone alcun dolore. E vogliono con una certa qual violenza e potenza prendere il regno dei cieli, ma non con le opere; pensano di averlo con vana presunzione, mentre a nessuno sarà dato se non a chi avrà operato e sofferto qualcosa per Iddio.

Son peggiori anche dei suoi crocifissori, perché quando essi videro le opere buone del Figlio mio, che cioè risuscitò i morti, guarì i lebbrosi, pensavano fra loro: Costui fa cose straordinarie e insolite, getta a terra chi vuole con una parola sola, conosce i nostri pensieri, fa quello che vuole. Se avrà il suo processo, soggiaceremo tutti al suo potere e saremo suoi sudditi. Perciò lo crocifissero per invidia, per non sottometterglisi. Se infatti avessero saputo che era il Re della gloria, mai lo avrebbero crocifisso. Questi invece vedono ogni giorno le sue opere, le sue grandi meraviglie, godono dei suoi benefici, odono come va servito e sanno come andare a Lui, ma pensano fra sé: Se bisogna lasciar tutte le cose temporali, se bisogna fare la sua volontà e non la nostra, questo è grave e insopportabile. Perciò disprezzano la sua volontà, perché non sia al di sopra della loro, crocifiggono il Figlio mio per ostinazione, aggiungendo, contro la loro coscienza, peccato a peccato.

Essi son peggiori dei crocifissori, perché i Giudei lo fecero per invidia e perché non sapevano che fosse Dio; questi invece sanno che è Dio e per propria malizia e presunzione, a causa della loro cupidigia, lo crocifiggono in ispirito più dolorosamente, che non quelli nella carne, perché questi sono stati redenti e quelli non lo erano ancora.
Perciò, mia Sposa, obbedisci al Figlio mio e temilo, perché come è misericordioso, Egli è anche giusto.

 

 

Parola di esortazione della Vergine alla sposa ad amare il Figlio suo sopra tutte le cose e come nella gloriosa Vergine siano tutte le virtù e grazie.

 

Capitolo Quarantaduesimo

 

Diceva la Madre: Ebbi tre cose io, con le quali piacqui al Figlio mio. L'umiltà, per cui nessuna creatura, né uomo, né angelo, fu di me più umile. Ebbi poi l'obbedienza, con la quale attesi ad obbedire in tutto al Figlio mio. Infine una speciale carità.

Perciò dal Figlio mio sono stata tre volte onorata. Dapprima infatti sono stata fatta più onorabile degli Angeli e degli uomini, perché nessuna virtù c'è in Dio, che non sia anche in me, sebbene Egli sia la sorgente e il creatore di tutto. Io sono la creatura sua, cui concesse in preferenza la grazia sua. Secondariamente, a motivo dell'obbedienza ottenni tanto potere, che non c'è peccatore così malvagio che si volga a me con cuore pentito e volontà d'emendarsi e non ottenga il perdono. Infine per la carità Iddio mi è tanto vicino che chi vede Dio vede anche me e può in me vedere la divinità e umanità come in uno specchio e me in Dio.

Chiunque infatti vede Dio, vede tre Persone. La Divinità poi mi prese anima e corpo e mi riempì d'ogni virtù, talmente che non c'è virtù in Dio che non risplenda in me, sebbene lo stesso Dio sia Padre e datore di tutte le virtù. Come infatti avviene che in due corpi, assieme uniti, quel che riceve uno l'abbia anche l'altro, così fece Dio con me. Così non v'è dolcezza che non sia in me. Come chi avendo il più, ne fa parte a un altro. L'anima mia e il mio corpo sono più puri del Sole e più chiari d'uno specchio. E come in uno specchio si vedrebbero, posto che fosse possibile, le tre Persone, così nella purità mia si può vedere il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Io difatti ho avuto il Figlio nel mio grembo con la Divinità. Così Egli è visto in me, Dio-uomo, come in uno specchio, perché sono stata glorificata. Perciò, sposa del Figlio mio, studiati di imitare la mia umiltà e non amare altri che il Figlio mio.

 

 

Parole del Figlio alla Sposa, che dicono come l'uomo ascende da un piccolo bene al Bene perfetto e da un piccolo male al sommo supplizio.

 

Capitolo Quarantatreesimo

 

Il Figlio di Dio diceva: Da poco bene proviene spesso una grande ricompensa. Il dattero ha un odore meraviglioso e nel suo frutto ha un osso. Se posto in terra fertile, ingrossa e dà frutti e diventa un grande albero. Ma se è posto in terra secca, inaridisce. È troppo secca di beni quella terra che si diletta nel peccato. In essa se si getta il seme della virtù, non germina. Fertile invece è la terra di quell'anima che riconosce il suo peccato e geme e se ne pente. In essa, se si getta il seme del dattero, cioè la severità dei miei giudizi e della mia potenza, s'affondano nell'anima tre radici. La prima, il pensiero di nulla poter fare senza il mio aiuto e perciò il ricorso a me nella preghiera. La seconda è cominciare a dare anche una piccola elemosina per il mio nome. La terza, il distacco da tutti gli affari suoi, per servire a me. Poi comincia l'astinenza, il digiuno e il rinnegamento della volontà propria e questo è il tronco dell'albero. Poi crescono i rami della carità, quando attira al bene tutti quelli che può. Poi cresce il frutto, quando comunica anche agli altri quello che sa e tende con tutta devozione a rendermi onore più che può. Questo è il frutto che io gusto.

Così dunque da un piccolo bene si sale al perfetto; quando s'affonda la radice con una piccola devozione, cresce il tronco con l'astinenza; si moltiplicano i rami con la carità; ingrossa il frutto con la predicazione. Similmente da un piccolo male decade l'uomo alla estrema maledizione e al sommo supplizio. Non sai tu qual è per le cose che germinano e crescono, il danno più grave e oneroso? Certamente, il piccolo che sta per nascere col parto e non può nascere e muore nelle viscere materne. E ne soffre e muore la stessa madre, che – assieme al figlio – il padre porta al sepolcro e getta a marcire nella fossa. Così fa con l'anima il diavolo. L'anima viziosa è infatti come sposa del demonio, del quale segue in tutto la volontà, che dal diavolo quasi concepisce, quando si compiace del peccato e ne gode. Come infatti la madre da un piccolo seme, ch'è un po' di liquido, concepisce e fruttifica, così fa un gran frutto al diavolo l'anima che si diletta nel peccato. Poi si formano le membra e si rafforza il corpo, quando s'aggiunge peccato a peccato e aumentano ogni giorno. A questo punto la madre si gonfia e vorrebbe partorire, ma non ne è capace. Perché, consumata la natura nel peccato, viene a noia la vita, volentieri vorrebbe peccare di più e non può, né le è permesso dal Signore. C'è allora la paura di non poter compiere la propria volontà, manca la forza e la gioia di vivere. Dovunque dolori e preoccupazioni.

Si rompono allora le acque (il ventre), quando sopraggiunge la disperazione di poter fare alcun bene. E si muore, quando si bestemmia e si rimprovera Dio giudice e si è condotti così dal padre diavolo al sepolcro dell'inferno, dove è sepolto in eterno con la putredine e il figlio della colpa.
Ecco come da piccolo che è, aumenta e cresce il peccato fino alla dannazione.

 

 

Parole del Creatore alla Sposa, come Egli sia disprezzato dagli uomini, i quali non pensano a quello che fece per carità, parlando per bocca dei Profeti e anche soffrendo per essi, né curandosi dell'ira sua, manifestata con severi castighi contro gli ostinati.

 

Capitolo Quarantaquattresimo

 

Io sono il Creatore di tutto, il Signore. Io feci il mondo e il mondo mi ha disprezzato. Sento come una voce dal mondo, quella di un'ape regina la quale raccoglie il miele. Difatti come l'ape regina, quando vola, subito torna a terra ed emette voci roche e soffocate, così odo come una voce soffocata nel mondo che dice: Non m'importa che cosa avvenga poi. E tutti dicono: Non ci importa.

Davvero all'uomo non importa, né considera quello che io ho fatto per amore, parlando per bocca dei Profeti, predicando io stesso e soffrendo per lui. Non si cura di quel che fece la mia ira, castigando i cattivi e i ribelli. S'accorgono d'essere mortali, sono incerti dell'ora, e non se ne curano. Odono e vedono la mia giustizia, applicata per i peccati, al Faraone, ai Sodomiti; quella che usai con i Re e gli altri Principi e che ogni giorno permetto nelle guerre e in altre tribolazioni: e tutto questo per loro è oscuro.

Perciò come api regine svolazzano dove vogliono. Volano a volte infatti, come saltellando, perché s'alzano con la superbia loro e subito s'abbassano quando tornano alla loro lussuria e gola. Raccolgono anche il dolce, ma per se stessi e terra terra, perché l'uomo lavora e raccoglie per l'utile del corpo, non dell'anima; per l'onore terreno, non per quello eterno. Mutano quell'utile temporale in pena, che a nulla loro giova, in eterno supplizio. Perciò, per le preghiere della Madre mia manderò la mia voce a quelle api, dalle quali sono segregati gli amici miei, i quali non sono nel mondo se non col corpo; la mia voce chiara, che annunzierà la misericordia. E se l'ascolteranno, si salveranno.

 

 

Parole della Madre e del Figlio, di benedizione e di lode reciproca e per la grazia concessa alla Madre per quelli che sono in Purgatorio e in questo mondo.

 

Capitolo Cinquantesimo

 

La Madre parlava al Figlio, dicendo: Benedetto il nome tuo Figlio mio, benedetto senza fine con la tua Divinità, ch'è senza principio e senza fine. Tre cose meravigliose sono nella tua Divinità: cioè la potenza, la sapienza, la virtù. La tua potenza è come fuoco ardentissimo, davanti al quale qualunque cosa per quanto immutabile e solida diventa strame secco, che si cambia in fuoco. La tua sapienza è come un mare, che è insondabile per l'immensità e quando ribolle e trasborda copre valli e monti; così la sapienza tua non può essere abbracciata e capita. Oh, come hai creato con sapienza l'uomo e lo ponesti sopra ogni tua creatura! Oh, come sapientemente assegnasti gli uccelli all'aria, le bestie alla terra, i pesci al mare e a ciascuno assegnasti il tempo suo e l'ordine! E come meravigliosamente a tutti dai la vita e la togli! Con quanta sapienza dai la saggezza agli stolti e la togli ai superbi. La tua virtù è come la luce del sole, che risplende in cielo e di questo splendore riempie la terra: così la virtù tua abbonda in ogni senso ed ogni cosa riempie. Perciò sii tu benedetto, Figlio mio, che sei il mio Dio e il mio Signore.

Rispose il Figlio: Madre mia carissima, le tue parole sono dolci per me, perché provengono dall'anima tua. Tu sei come aurora che sorge nella chiarità. Tu risplendesti su tutti i cieli e la tua luce ed il tuo chiarore sono superiori a tutti gli Angeli. Con il tuo chiarore hai attirato a te il Sole vero, cioè la mia Divinità. Infatti il Sole della mia Divinità venendo a te si fissò in te, e per il suo calore sei stata più di tutti accesa nella mia carità. Per il suo splendore sei più di tutti illuminata dalla mia sapienza. Per mezzo tuo sono state spazzate le tenebre della terra e sono stati illuminati tutti i cieli. Nella mia verità dico che la purezza tua, a me gradita più di tutti gli Angeli, attrasse in te la mia Divinità, perché fossi infiammata dallo Spirito, per il quale mi racchiudesti nel tuo grembo, vero uomo e vero Dio, da cui l'uomo è stato illuminato e gli Angeli letificati. Perciò benedetta sii tu dal Figlio tuo benedetto. Per questo non c'è tua richiesta che non sia da me esaudita e, per te, tutti quelli che invocano misericordia, con volontà di emendarsi, avranno grazia. Perché come il calore procede dal sole, così per te sarà data ogni misericordia. Tu sei infatti quasi sorgente sovrabbondante, da cui ai miseri sgorga la misericordia.

Risponde ancora la Madre al Figlio suo: Sia tua, Figlio mio, ogni virtù e gloria. Tu sei il mio Dio e la misericordia è tutto il bene che ho da te. Tu sei come un seme, che pur non seminato tuttavia cresce e fa frutto, dove cento e dove mille. Da te infatti proviene ogni misericordia, la quale per essere infinita è anche ineffabile e bene può essere indicata col numero centenario, nel quale è come la perfezione: da te infatti è ogni progresso e ogni profitto.

E il Figlio alla Madre: Ben mi assomigliasti, o Madre, a un seme che non veniva seminato e tuttavia crebbe, perché quando venni in te con la Divinità e con la mia umanità, non fu per commistione di seme e tuttavia crebbi in te, da cui procedette la misericordia per tutti, bene hai detto. Ora dunque che, con le dolcissime parole della tua bocca, attiri da me misericordia, chiedimi quel che vuoi e l'avrai.

Rispose la Madre: Figlio mio, giacché ho trovato misericordia presso di te, chiederò misericordia per i miseri. Quattro luoghi ci sono. Il primo è il cielo, ove sono gli Angeli e le Anime dei Santi, che non hanno bisogno se non di te e in te infatti hanno ogni bene. Il secondo è l'inferno e quelli che l'abitano son pieni di malizia ed esclusi da ogni misericordia. Perciò nessun bene può mai loro occorrere. Il terzo luogo è il Purgatorio ove hanno bisogno della misericordia, perché afflitti per tre ragioni. Sono turbati nelle orecchie, non udendo altro che dolori di pene e miserie. Nella vista, altro non vedendo che la propria miseria. E sono afflitti nel tatto, dal calore d'un fuoco insopportabile e dalla grave pena. Concedi loro, Signor mio e Figlio mio, per queste mie preghiere, la tua misericordia.

Rispose il Figlio: Volentieri per te concederò loro una triplice misericordia. Anzitutto, il loro udito sarà alleviato, la loro vista mitigata, la loro pena sarà resa più leggera e mite; inoltre tutti quelli che d'ora in poi si troveranno nella pena massima del Purgatorio, verranno alla media e coloro che si troveranno nella media verranno alla più leggera e coloro che si troveranno già nella pena più leggera passeranno al riposo.

Rispose la Madre: Lode e onore a te, Signor mio. E subito soggiunse al Figlio: Il quarto luogo è il mondo e quelli che l'abitano hanno bisogno di tre cose: della contrizione dei peccati, della soddisfazione, della fortezza per fare il bene. Rispose il Figlio: Chiunque avrà invocato il tuo Nome e nutrirà in te speranza col proposito di emendarsi, avrà queste tre cose e poi il Regno dei cieli. È tanta infatti la dolcezza nelle tue parole, che io non posso rifiutarti quel che chiedi, perché altro non vuoi che quel ch'io voglio. Tu infatti sei come una fiamma, la quale fa luce e arde, e dalla quale si accendono i lumi spenti e quelli che mai furono accesi prendono vigore; così per la tua carità, che mi rapì il cuore ed a te m'attrasse, risorgeranno quelli che per i peccati sono morti e si rafforzeranno nella mia carità coloro che sono tiepidi come nerofumo.

Libro Secondo

 

Parole meravigliose della Madre di Dio alla sposa (alla quale spiega) come in questo mondo ci siano cinque case, i cui abitatori rappresentano i cinque stati degli uomini, cioè gli Infedeli cristiani, i Giudei ostinati, i Pagani da soli, i Giudei e i Pagani assieme e gli Amici di Dio; e molte altre cose utili.

 

Capitolo Terzo

 

Maria diceva: È gran cosa che il Signore di tutte le cose e il Re della gloria sia stato disprezzato. Egli fu come un pellegrino, viandante da un luogo all'altro e, come tale, bussò alla porta di molti per essere ricevuto. Il mondo infatti era come un fondo, nel quale ci sono cinque case.

Nella prima casa, il Figlio mio venendo in abito di pellegrino, bussò alla porta e disse: Amico, aprimi e fammi entrare a riposare e abitare con te, perché non mi aggrediscano le fiere, né mi colga l'uragano e la pioggia. Dammi le tue vesti, ché, freddo, mi riscaldi e, nudo, mi ricopra. Dammi del tuo cibo, ché affamato mi nutra; della tua bevanda, che assetato m'appaghi, e tu abbia la mercede dal tuo Dio.

Allora rispose chi era dentro: Tu sei troppo impaziente, perciò non puoi andar d'accordo e stare con noi. Sei troppo alto, non bastiamo a ricoprirti. Sei troppo desideroso e goloso, perciò non bastiamo a saziarti, perché il tuo desiderio è senza fondo. E Cristo pellegrino, che era fuori, rispose: Amico, fammi entrare con gioia e buona volontà, ch'io sto in poco spazio. Dammi delle tue vesti, perché non è possibile non ci sia un po' di vestito nella tua casa, che basti per scaldarmi. Dammi del tuo cibo, perché anche una briciola può saziarmi e una goccia d'acqua darmi refrigerio e forza.

Rispose ancora quello di dentro: Noi ti conosciamo bene, sei umile nel parlare, importuno nel chiedere. Tu sembri contentarti di poco, ma sei di fatto insaziabile. Freddissimo e difficilissimo da coprire, vattene, ché non ti riceveremo. Venne allora alla seconda casa e disse: Amico, aprimi e guardami. Io ti darò quel che ti occorre. Ti difenderò dai tuoi nemici.

Rispose quello di dentro: I miei occhi sono deboli, mi farebbe male a vederti. E sovrabbondo d'ogni bene, non mi serve nulla. E sono potente e forte, chi mi può assalire? Arrivando alla terza casa, disse: Amico, apri l'orecchio e ascoltami, allunga le tue mani e toccami. Apri la tua bocca e gustami.

Rispose quello che l'abitava: Grida più forte, perché io ti ascolti bene. Se sei leggero ti prendo e se dolce ti ricevo. Andò quindi alla quarta casa, che aveva la porta socchiusa e disse: Amico, se pensassi a tutto il tempo da te vissuto, tu mi riceveresti. E se capissi e udissi quel che ho fatto per te, mi compatiresti. Se pensassi a quanto mi offendesti, gemeresti e chiederesti pietà.

Rispose: Noi fummo quasi morti nell'attesa e nel desiderio della tua venuta; compatisci perciò la nostra miseria. Molto volentieri noi ci diamo a te. Guarda alla nostra miseria e considera la fragilità nostra e saremo pronti a tutto quel che vuoi.

Andò allora alla quinta casa, ch'era spalancata e disse: Amico, qui voglio entrare liberamente, ma sappi che desidero un giaciglio più soffice delle piume, un caldo più accogliente della lana, un cibo più fresco che possa fornire una tenera selvaggina. Risposero quelli di dentro: Ci son qui mantelli coi quali con grande piacere ci scaldiamo i piedi e le ginocchia e perché tu abbia riposo te ne daremo il calore. Le nostre viscere e le nostre interiora offriremo di buon grado a te, perché tu vi entri. Come infatti niente è più molle del nostro midollo per esserti di riposo, così niente ti potrà riscaldare più delle nostre viscere. Il cuor nostro è il più fresco fra tutti i viventi e volentieri lo spezziamo per dartelo in cibo; entra dunque e tutto ti è dolce al palato e appetibile al gusto.

Gli abitatori delle cinque case sono i cinque stati degli uomini nel mondo. I Primi sono i cristiani infedeli, che dicono ingiusti i giudizi del Figlio mio e false le sue promesse e impossibili i suoi precetti. Costoro col pensiero nella mente e con la bestemmia sono contro i predicatori del Figlio mio. L'Onnipotente è lunghissimo e non può essere raggiunto. È larghissimo e altissimo e non può essere vestito. È insaziabile e non può essere nutrito. È impazientissimo, in modo da non poter coabitare con loro. Lo dicono lontanissimo, perché piccoli d'opere e di carità non si sforzano d'innalzarsi alla sua bontà. Lo dicono larghissimo perché la loro cupidigia non conosce misura. Cercano il pelo nell'uovo, sospettano il male prima che accada. Lo ritengono anche insaziabile, perché non gli bastano né il cielo né la terra; dagli uomini esige i doni migliori e di dare tutto per la salvezza dell'anima: un comando pazzesco per loro che stimano grave danno riservare poche cose al corpo. Impazientissimo lo dicono anche perché odia il vizio e va contro la loro volontà; infatti essi non stimano bello e utile se non quello che è suggerito loro dal piacere sensibile.

Ma il Figlio mio davvero è Onnipotente in cielo e in terra, Creatore di tutte le cose, da nessuno creato, a tutti anteriore e, dopo di Lui, non ci saranno altri in futuro. Egli è davvero lunghissimo, altissimo, larghissimo fra tutte le cose e fuori e sopra a tutte le cose. E tuttavia, sebbene tanto potente, vuol essere vestito dal servizio caritatevole dell'uomo, lui che di vestirsi non ha bisogno, ma tutti riveste, ed è eternamente e immutabilmente vestito di onore e di gloria. Desidera essere rifocillato dalla carità dell'uomo, lui che è il pane degli Angeli e degli uomini, che tutti rifocilla e non ha bisogno di nessuno. Chiede la pace all'uomo, colui che della pace è il costruttore e il fondamento. Chi dunque vorrà accoglierlo gioiosamente, potrà saziarlo anche con un briciolo di pane, se avrà buona volontà. Basterà un filo a vestirlo, se avrà ardente carità. Potrà dissetarlo con una goccia, se avrà buoni sentimenti. Sarà in grado di riceverlo in cuore e parlar con lui, se sarà fervente e stabile nella devozione. Dio infatti è Spirito e volle perciò mutare in spirituali le cose carnali ed in eterne le cose caduche. Reputa fatto e dato a se stesso, quel che è fatto e dato alle sue membra. Né guarda l'operato o il semplice sentimento ma la fervorosa volontà e l'intenzione con cui si compie l'opera.

Veramente costoro quanto più ricevono segrete inspirazioni dal Figlio mio e quanto più vengono ammoniti da lui per mezzo dei suoi predicatori, tanto più si ostinano contro di lui, né l'odono, né gli aprono la porta della volontà né l'introducono con le buone opere. Perciò quando sarà giunto il loro tempo, sarà annientata la menzogna su cui si fondano e sarà esaltata la verità e resa manifesta la gloria di Dio.

I secondi sono i Giudei ostinati. Questi credono d'essere del tutto ragionevoli e ritengono la loro ragione come giustizia legale. Esaltano le proprie azioni e le magnificano più di quelle degli altri. Se odono le cose fatte dal Figlio mio, le stimano degne di disprezzo. Se odono le parole e i comandi del Figlio mio, li disdegnano e, anzi, se le ascoltassero e le praticassero, si riterrebbero peccatori e impuri; e, per ciò che riguarda il Figlio mio, più infelici e miserabili se lo imitassero. Finché il mondo è loro favorevole, si sentono felicissimi; finché sono in buona salute, si sentono fortissimi. Perciò la loro speranza cadrà nel nulla e la loro gloria in confusione.

Terzi sono i Pagani, dei quali alcuni, irridendo, chiedono ogni giorno: Chi è questo Cristo? Se è dolce, con la sua presenza, l'accoglieremo. Se mite nel perdonare i peccati, l'onoreremo volentieri. Ma questi chiudono gli occhi della loro intelligenza per non capire la giustizia e la misericordia di Dio. Otturano le orecchie per non udire quel che il Figlio mio ha fatto per essi e per tutti. Si tappano la bocca e non indagano cos'accadrà loro e cos'è loro utile. Incrociano le braccia e rifiutano la fatica di cercar la via come evitare la menzogna e trovare la verità. Perciò, siccome non vogliono capire e guardarsi come possono e fin quando ne hanno il tempo, cadranno con la loro casa, travolti dalla tempesta.

I quarti sono quei Giudei e Pagani, che sarebbero volentieri cristiani, se ne conoscessero il modo e cosa è gradito al Figlio mio e se avessero un interlocutore. Essi arguiscono dalle circostanze e capiscono dalla voce interna dell'amore e dai segni, quanto il Figlio mio ha fatto e patito per tutti. Perciò in cuor loro si rivolgono al Figlio mio e dicono: « O Signore, abbiamo udito che hai promesso di darti a noi, perciò ti aspettiamo; vieni e mantieni la tua promessa. Comprendiamo infatti e vediamo che in quelli che vengono adorati come dei, non c'è alcuna virtù divina, né carità per le anime, né grande castità da esaltare. In essi troviamo l'amicizia dei corpi, l'amore della gloria di questo mondo. Abbiamo appreso della tua legge e udimmo delle tue gesta in ogni giustizia e misericordia. Udimmo dei Profeti tuoi che ti hanno predetto e atteso. Vieni perciò, piissimo Signore, volentieri ci daremo a te, perché comprendiamo che in te è la carità per le anime, l'uso discreto di tutte le cose, perfetta carità e vita eterna. Perciò vieni presto, perché moriamo dal desiderio della tua attesa e illuminaci ». Così dunque gridano al Figlio mio. E perciò la porta del loro cuore è quasi aperta per metà, perché hanno tutta la volontà di fare il bene, ma non l'hanno ancora compiuto. Sono questi, quelli che meritano d'ottenere la grazia e la consolazione del Figlio mio.

Nella quinta casa ci sono gli Amici miei e i figli miei, e la porta della loro mente è tutt'aperta al Figlio mio. Essi ascoltano volentieri il Figlio mio che li chiama. E non solo aprono, quando bussa, ma gli vanno incontro con animo ilare, quando viene. Essi col martello dei comandamenti di Dio spezzano qualunque stortura in se stessi. E preparano il riposo al Figlio mio, non sulle piume d'uccelli, ma nell'armonia delle virtù e nella mortificazione di tutti i cattivi sentimenti, ch'è il midollo di tutte le virtù. Son essi che danno calore al Figlio mio, non il caldo della lana, ma il gran fervore della carità, con cui offrono non solo le cose loro, ma se stessi al Figlio mio. Infine gli preparano un nutrimento più fresco d'ogni carne nel cuore perfettissimo, col quale non desiderano né amano altri che il loro Dio. Nel cuore di costoro abita il Signore del cielo e soavemente si nutre della loro carità, Dio che tutti nutre. Costoro hanno sempre l'occhio alla porta, perché non v'entri l'avversario, e l'occhio a Dio e le mani alle armi da usare contro il nemico. Questi, figlia mia, imita per quanto puoi, perché il loro fondamento è sulla pietra fermissima. Le altre case si appoggiano sul fango e, perciò, quando verrà il vento, cadranno.

 

 

Parole di Dio, presente la sposa, circa la propria magnificenza e, con figura meravigliosa, come Cristo sia indicato in David, mentre i Giudei, i cattivi cristiani e i Pagani lo sono nei tre figli di David e come la Chiesa sussista nei sette Sacramenti.

 

Capitolo Quinto

 

Io sono Dio, non di pietra o di legno, ma Creatore di tutti, essendo senza principio e senza fine. Son io che m'incarnai nella Vergine e rimasi con la Vergine senza lasciare la mia Divinità. Ma, io stesso che per l'umanità ero nella Vergine senza lasciare la Divinità, insieme col Padre e con lo Spirito Santo, regnavo per la Divinità in cielo e in terra. Io pure con il mio Spirito infiammavo la Vergine; non che questo mio Spirito si separasse da me, ma lo stesso Spirito, che l'infiammava, era nel Padre e in me, Figlio, ed in Lui era il Padre ed il Figlio, perché essi sono un solo Dio e non tre dei.

Io sono uguale al Re David, che ebbe tre figli. Uno di loro, Assalonne, cercava la vita del padre. Il secondo, cioè Adonia, cercava il regno del Padre. Il terzo, Salomone, ottenne il Regno. Il primo rappresenta i Giudei, che cercavano la mia vita e la mia morte e disprezzavano il mio consiglio. Perciò, ora che è nota la loro ricompensa, posso dire quel che disse David del figlio suo morto: Figlio mio Assalonne, e cioè, figli miei Giudei, dove sono ora finiti il vostro desiderio e la vostra attesa? O figli miei, qual è la vostra fine? Ebbi di voi compassione, perché desideraste la mia venuta e con tanti segni udiste che ero venuto. E desideraste cose caduche, ormai passate. Ma più vi compatisco ora, ripetendo come David le parole di prima, perché vi vedo finire in una misera morte. Perciò, ancora con grandissima carità vi dico, come David: Figlio mio, chi mi concederà ch'io muoia per te? David infatti ben sapeva di non poter risuscitare il figlio con la propria morte; ma per mostrare il profondissimo sentimento della paterna carità e della buona volontà, se fosse stato possibile, sarebbe volentieri morto per il figlio suo. Così dico io ora: O figli giudei, anche se siete stati malevoli verso di me e maldisposti contro di me, se fosse possibile e così piacesse al Padre, volentieri morirei ancora una volta per voi, perché compatisco alla miseria, che voi stessi vi attiraste per esigenza della giustizia. Dissi a voi le cose da fare con le parole e ve le mostrai con l'esempio. Vi precedetti come una gallina, scaldandovi con le ali della carità; ma tutto disprezzaste. La vostra fine è nella miseria e vana è ogni fatica.

Nel secondo figlio di David son rappresentati i cattivi cristiani. Egli abbandonò il padre. Ormai vecchio. Pensò infatti fra sé: Mio padre è vecchio e gli mancano le forze. Se gli dico qualcosa di male, non risponderà. Se qualcosa farò contro di lui, non si vendicherà. Se contro di lui porrò in atto qualche attentato, sopporterà con pazienza. Farò perciò quel che vorrò! Egli, con alcuni servi di David, suo padre, salì in un luogo ove non erano molti alberi, per regnarvi. Ma, in seguito, riflettendo e, ritornato il buon sentimento verso il padre, cambiò consiglio e quelli che erano con lui si vergognarono.

In questo modo si comportano con me tanti Cristiani. Essi pensano così: I segni e i giudizi di Dio ora non sono chiari come un tempo; possiamo dire quel che vogliamo, tanto egli è misericordioso e non ci bada. Facciamo quel che ci piace, perché è facile al perdono. Essi diffidano della mia potenza, come se non potessi fare quel che voglio ora come un tempo. Reputano la mia carità verso di loro minore di quella mostrata ai padri loro, perdonando. Reputano oggetto di scherno il mio giudizio e vana la mia giustizia. Come se salissero in un bosco con alcuni servi di David, per regnarvi con fiducia. Che è questo bosco, con pochi alberi, se non la santa Chiesa, che è fatta dei sette Sacramenti, come di pochi alberi? In questa Chiesa essi entrano, ma con alcuni servi di David, cioè con poche opere buone, presumendo d'avere il Regno di Dio. Infatti essi fanno poche opere buone e per esse pensano di poter avere diritto al Regno celeste, anche se fossero in peccato di qualsiasi genere. Ma come il figlio di David, che contro la volontà del padre volle ottenere il regno, ne fu respinto perché indegno, e l'aveva ingiustamente ambito ed era iniquo e il regno fu dato al più sapiente e al migliore, così essi saranno espulsi dal mio regno che sarà dato a quelli che fanno la volontà di Dio, perché nessuno potrà ottenerlo senza possedere la carità di Dio. E non potrà a me, purissimo, accostarsi, se non chi è puro e vive secondo il mio cuore.

Il terzo figlio di David era Salomone. Egli rappresenta i Pagani. Quando Bersabea seppe che un altro era stato eletto re da alcuni e non Salomone, come aveva promesso David, andò da lui e gli disse: Signor mio, tu mi giurasti che Salomone avrebbe regnato dopo di te. Ed ora è stato eletto un altro. Se accade questo e le cose vanno a questo modo, io sarò giudicata un'adultera, degna di fuoco e il figlio mio sarà illegittimo. Ciò udito, il re David s'alzò e disse: Giuro a Dio che Salomone sederà in trono, in fede mia, e regnerà dopo di me. E dette ordine ai suoi servi che eleggessero e nominassero re, colui che David aveva detto. Ed essi, obbedendo al loro signore, con gran pompa esaltarono Salomone e tutti quelli che avevano favorito suo fratello, furono sgominati e ridotti in schiavitù.

Chi rappresenta codesta Bersabea, che passa per adultera se viene eletto re un altro, se non la fede dei pagani? Nessun adulterio è peggiore infatti di quello di tradire Dio e la retta fede e credere in un altro dio, che non è il Creatore di tutto. Ma, come Bersabea, alcuni dei Pagani, con umile cuore contrito vengono a dire a Dio: Signore, tu promettesti che noi saremmo stati cristiani: mantieni la tua promessa. Se un altro re, cioè un'altra fede sorgesse sopra di noi, se tu ti separassi da noi, andremmo miseri e moriremmo, come un'adultera che al posto del figlio legittimo prese l'adulterino. E sebbene tu viva in eterno, saresti come morto per noi e noi per te, poiché t'allontani con la grazia tua dai nostri cuori e noi, con la nostra diffidenza, ci mettiamo contro di te. Adempi perciò la tua promessa e rafforza la nostra debolezza, illumina le nostre tenebre. Se infatti t'allontanerai, noi periremo.

Udito questo io – come un altro David – voglio alzarmi nella mia grazia e misericordia. Giuro dunque per la mia Divinità, che è nella mia Umanità e per lo Spirito mio, ch'è nella Divinità, e questi tre non sono tre dei ma un solo Dio, che manterrò la mia promessa. Manderò infatti gli amici miei che introducano Salomone mio figlio, cioè i Pagani, nel luogo, ossia nella Chiesa, ch'è fatta dai sette Sacramenti, come di sette alberi, cioè il Battesimo, la Penitenza, la Confermazione col Crisma, il Sacramento dell'Altare, il Sacerdozio, il Matrimonio e l'Unzione, e riposeranno nel mio seggio, cioè nella retta fede della S. Chiesa; i cattivi cristiani poi saranno i loro schiavi. Questi poi gemeranno nella miseria, che comincerà nel presente e durerà in eterno. Gli amici miei, dunque, giacché è ora tempo di vigilare, non dormano e non imprigriscano, perché grande ricompensa avrà il loro lavoro.

 

 

Parole del Figlio, presente la sposa, circa un re che è in campo, con gli amici alla destra e i nemici alla sinistra e come Cristo rappresentato in tal re, abbia i Cristiani a destra e i Pagani a sinistra e come, reietti i Cristiani, mandi i suoi predicatori ai Pagani.

 

Capitolo Sesto

 

Il Figlio diceva: Io sono come un re, che stava in campo e aveva alla destra gli amici e alla sinistra i nemici. Così stando le cose, la voce d'un tale gridò a destra, dove tutti erano bene armati e con gli elmi legati e le facce verso il Signore. La voce gridò così: Voltatevi verso di me e, credetemi, ho dell'oro da darvi. Ed essi, udendolo, si voltarono verso di lui e a loro così voltati disse ancora la voce: Se volete veder l'oro, sciogliete i vostri elmi e, se vorrete averlo, io legherò di nuovo i vostri elmi alla mia volontà. Acconsentendo essi, legò gli elmi in modo che i fori anteriori, coi quali avrebbero dovuto vedere, erano sulla nuca e le parti posteriori dell'elmo impedivano loro di vedere e così, mentre continuava a gridare, se li condusse appresso.

Riferirono alcuni al Signore loro Re quel ch'era accaduto, che cioè i suoi uomini erano stati sgominati dai loro nemici. Ed egli disse ai suoi amici: Uscite fra di loro e chiamateli in questo modo: Sciogliete i vostri elmi e guardate che siete stati ingannati. Volgetevi a me ed io vi accoglierò nella pace. Ma quelli non vollero ascoltare, e li derisero.

Questo fu riferito dai servi al loro Signore, che disse: Ebbene, giacché essi mi hanno disprezzato, presto, rivolgetevi a sinistra e dite loro che per la sinistra ci sono tre cose: la via che conduce alla vita è davanti a voi, la porta è aperta e il Signore stesso vuole personalmente venirvi incontro. Credete dunque fermamente che la via è pronta, sperate stabilmente che la porta è aperta e che Egli dice il vero. Andate incontro al Signore con la carità ed Egli con carità e pace vi accoglierà e vi condurrà nell'eterna pace. Quelli, udendo le parole dei messaggeri, credettero e furono accolti nella pace.

Io sono quel Re, che avevo i Cristiani a destra e avevo loro preparato beni eterni. I loro elmi erano legati ed erano rivolte a me le loro facce, quando avevano la perfetta volontà di fare la volontà mia, obbedire ai miei comandamenti e il loro desiderio era tutto teso al cielo. Ma la voce del Diavolo, cioè la superbia, risuonò nel mondo; e il Diavolo mostrò loro la ricchezza del mondo, i piaceri della carne, cui essi si volsero con gli affetti e acconsentirono con la superbia. Per essa, deposero allora gli elmi, quando eseguirono a fatti gli interni sentimenti e preferirono le cose temporali alle spirituali. Deposti perciò gli elmi della divina volontà e le armi della virtù, prevalse in essi soltanto la superbia, che li asservì in modo tale da voler di buon grado peccare sino alla fine e volentieri vivere sempre, per sempre peccare. E ciò li ottenebrò anche in tal modo che i fori degli elmi, attraverso i quali avrebbero dovuto vedere, erano di dietro, mentre davanti c'erano solo le tenebre.

Che cosa sono infatti i fori degli elmi, se non la considerazione delle cose future e la prudenza e la circospezione in quelle presenti? Dal primo foro c'è la considerazione del premio eterno, tanto appetibile e dell'eterno castigo, tanto temibile, e del giudizio terribile di Dio. Dal secondo foro c'è la dovuta considerazione su quali sono i comandi e quali i divieti e su come abbandonano i comandi e come emendarsi. Ma questi fori sono dalla parte posteriore nell'occipite, ove non si vede nulla, condannata com'è alla dimenticanza la considerazione delle cose celesti. Si raffredda l'amore di Dio e così, leggermente, si apprezza e s'abbraccia l'amore del mondo, che li conduce, come una ruota bene unta, a qualunque cosa vogliano.

Ma gli amici miei, vedendo l'offesa a me recata, la perdita delle anime e la tirannia del Diavolo, ogni giorno innalzano a me preghiere per loro e tali preghiere sono arrivate in cielo e sono giunte al mio orecchio e, piegato alle loro richieste, ho mandato loro ogni giorno i miei predicatori, ho mostrato segni e moltiplicato la mia grazia in loro. Ma essi, disprezzando tutto, hanno aggiunto peccato a peccato.

Perciò dirò ora ai miei servi e veramente lo farò: Andate, servi miei, a sinistra, cioè verso i Pagani, i quali stando a sinistra furono disprezzati finora. Andate dunque e dite così: Il Signore del cielo e Creatore di tutti vuole che noi vi diciamo: la via del cielo vi è aperta; vogliate entrarvi con libera fede! La porta del cielo è spalancata, sperate fermamente e vi entrerete! Il Re del Cielo e Signore degli Angeli vuol venirvi personalmente incontro per darvi la pace e l'eterna benedizione. Andategli incontro voi e ricevetelo con la fede, con la quale vi ha mostrato che la via del cielo è pronta: ricevetelo, con la speranza, con la quale sperate ch'Egli, così già volendo, dia a voi il cielo. Amatelo con tutto il cuore e mettete in opera quest'Amore ed entrerete per le porte di Dio, dalle quali sono espulsi i Cristiani che non vogliono entrarvi e se ne rendono indegni con le opere. In verità, vi dico, io adempirò le mie parole e non le dimenticherò. Riceverò voi come figli e sarò per voi quel Padre, che i Cristiani stoltamente disprezzarono.

Voi dunque, amici miei, che siete nel mondo, andate sicuri e chiamate, proclamate ad essi la mia volontà e gridate loro, perché aderiscano. Io sarò nel vostro cuore e sulla vostra bocca: sarò il vostro condottiero in vita e vi conserverò in punto di morte. Non vi abbandonerò, andate con coraggio, perché con la fatica s'accresce la gloria. Potrei fare tutto, infatti, d'un tratto e con una sola parola; ma voglio che dalla lotta cresca la vostra ricompensa e, per il vostro coraggio, la gloria mia. Né vi meravigli ch'io parli. Se infatti uno nel mondo, con vera sapienza, riflettesse a quante sono le anime che ogni giorno possono andare all'inferno, vedrebbe che sono più dell'arena del mare e della sabbia delle spiagge. Questa è infatti la giustizia. Essi si separano dal loro Dio e Signore. Perché diminuisca la moltitudine del Diavolo e cresca l'esercito mio, io parlo, affinché, per loro fortuna, mi ascoltino e rinsaviscano.

 

 

Parole di Cristo alla sposa, circa l'immutabilità ed eternità della sua giustizia e come, nella sua umanità, tale giustizia sia stata illuminata dalla carità. E come eserciti piamente la sua misericordia nei dannati e con dolcezza ammonisca alla misericordia i soldati prescelti.

 

Capitolo Dodicesimo

 

Io sono il vero Re. Nessuno è degno d'essere detto Re se non io, perché mio è ogni onore e potere. Son io che ho giudicato il primo Angelo, caduto per superbia, cupidità e invidia. Io, che ho giudicato Adamo, Caino e tutto il mondo, mandando il diluvio per il peccato. Io stesso sono, che permisi che il popolo d'Israele fosse condotto in schiavitù e con segni prodigiosi mirabilmente lo liberai da essa. In me era ed è ogni giustizia, senza principio né fine, né mai essa s'offusca in me, ma rimane sempre vera e immutabile, sebbene essa sembri in questo tempo più attenuata, quasi Dio fosse più paziente nel giudicare.

 

Ma questo non è cambiamento della mia giustizia, che mai muta, ma prova maggiore della mia carità. Con la stessa giustizia e verità di giudizio giudico ora il mondo, come quando permettevo che il popolo mio fosse schiavo in Egitto e lo afflissi nel deserto. Ma prima ch'io m'incarnassi, era nascosto l'amore, ch'era unito alla giustizia come luce nascosta o schermata da una nuvola. Assunta poi l'umanità, sebbene mutasse la legge data, non per questo mutava la giustizia, ma apparve più chiaro ed evidente l'amore, per mezzo del Figlio di Dio; e questo per tre ragioni.

La prima, perché era mitigata la Legge, già dura per i ribelli e gli ostinati e difficile per le richieste superbe. La seconda, perché il Figlio di Dio patì e morì. La terza, perché il giudizio ora ispirato più di prima dalla misericordia, sembri più longanime e più mite verso i peccatori.

Difatti appare molto rigorosa ed esigente la giustizia verso i progenitori e nelle acque del diluvio. Ma la stessa giustizia è con me e lo fu sempre, anche nella morte di quelli che perirono nel deserto. Ma ora si vedono di più la bontà e la carità, che allora ragionevolmente e misericordiosamente si nascondevano nella giustizia. Sebbene in modo più segreto, mai feci giustizia senza misericordia, né la faccio, né faccio misericordia senza giustizia.

Ora mi potrai domandare: qual è mai la misericordia che uso verso i dannati, se mai uso giustizia senza misericordia? Ti rispondo con un esempio. Poni che un giudice segga in giudizio e venga a lui il suo fratello per essere giudicato; a lui dice il giudice: Tu sei mio fratello ed io sono tuo giudice. Sebbene intimamente ti ami, non posso né conviene andare contro giustizia. Tu stesso vedi nella tua coscienza, secondo i tuoi meriti, ogni giustizia e secondo questo dunque bisogna giudicarti. Se fosse possibile evaderne, ben volentieri emetterei un giudizio favorevole.

Ebbene, io sono come quel giudice. L'uomo è mio fratello per l'umanità. Venendo a me, in giudizio, la sua coscienza lo accusa della sua colpa e capisce quale sentenza l'aspetta. Io poi (lo so) perché sono giusto. Come nel paragone rispondo all'anima, che accusa se stessa. Tu vedi ogni ingiustizia nella tua coscienza, dì dunque: che cosa meriti? L'anima allora mi risponde: La mia coscienza emette il suo verdetto ed è che io merito il castigo, perché non ti ho obbedito.
Ed io soggiungo: Io, tuo giudice, ho preso su di me ogni castigo e ti ho fatto conoscere il tuo rischio e la via da seguire per non arrivare al castigo. Giustizia infatti vuole che, prima di soddisfare la colpa, tu non entri in cielo; e io l'ho sopportata al tuo posto, perché tu ne eri incapace. Io ti ho mostrato attraverso i profeti tutto ciò che doveva accadermi e nulla di quanto essi predissero io omisi. Io ti ho mostrato tutto l'amore possibile, perché ti volgessi a me. Ma, poiché te ne sei allontanato, sei ora oggetto di giustizia, perché hai disprezzato la misericordia. E tuttavia sono tanto misericordioso, che morirei ancora una volta, se fosse possibile; più ancora patirei per te una pena maggiore di quella patita una sola volta sulla croce, piuttosto che giudicarti con quella giustizia. Ma per la giustizia non è possibile che io muoia di nuovo. La misericordia però dice che, se fosse possibile, volentieri lo farei per te. Ecco come io sono misericordioso e caritatevole anche coi dannati. Qualunque cosa faccio, la faccio in segno della mia carità. Fin dalle origini ho amato l'uomo, anche mentre apparivo adirato; ma nessuno bada ed è sensibile all'amor mio.

Adunque, perché sono giusto e misericordioso, avverto quelli che son detti soldati che invochino la mia misericordia, affinché non li raggiunga la mia giustizia, la quale è stabile come un monte, ardente come il fuoco, terribile come il tuono, improvvisa come un arco teso (con la freccia pronta).

Io li avverto in tre modi. Prima, come Padre ai figli, affinché tornino a me, perché sono il loro Padre e Creatore e darò loro l'eredità che è loro dovuta. Secondo, li prego come fratello, che si ricordino delle piaghe e delle opere mie e ritornino e li accoglierò come fratello. Terzo, come Signore li prego che tornino al loro Signore, cui giurarono fede, cui devono ossequio e cui si obbligarono con giuramento. Perciò, soldati, tornate a me vostro Padre, che con amore vi educai. Consideratemi vostro fratello per voi e fattosi con voi vostro simile. Tornate a me, mansueto Signore.

È una grande scorrettezza infatti dar fede ed ossequio ad un altro Signore. Voi infatti prometteste a me di difendere la mia Chiesa, e di aiutare i miseri; ed ecco prestate ossequio al mio nemico. Abbassate il mio vessillo e innalzate quello del mio nemico. Perciò tornate a me, o soldati, con vera umiltà, perché vi allontanaste per superbia; se vi par duro soffrire qualcosa per me, pensate a quel che io feci per voi. Per voi andai alla croce, con piedi sanguinanti; per voi ebbi inchiodati le mani e i piedi; per voi non ho avuto compassione di nessuna delle mie membra e tutto questo voi trascurate ritirandovi da me. Tornate dunque e vi darò tre aiuti. Primo, la forza contro i nemici corporali e spirituali. Secondo, la magnanimità, per la quale non temerete che me, per cui vi parrà dolce lavorare. Terzo, vi darò la sapienza, con la quale comprenderete la vera fede e la volontà di Dio. Tornate dunque e state virilmente.

Io che vi ammonisco sono Colui a cui servono gli Angeli; io liberai i vostri padri, li giudicai perché disobbedienti e li umiliai perché superbi. Io fui il primo in guerra e il primo nella passione; seguitemi perciò, per non dissolvervi come cera al fuoco. Perché mancaste alle vostre promesse? Perché disprezzaste il giuramento? Son forse io da meno e più indegno del vostro amico temporale, al quale mantenete fede? Con me invece, che vi ho dato la vita e l'onore e vi conservo la salute, non mantenete le promesse. Perciò, miei buoni soldati, mantenetele e se non riuscite a farlo, sforzatevi almeno con la volontà; io difatti, commiserando la schiavitù nella quale vi opprime il Diavolo, accoglierò la volontà al posto delle opere. Se a me tornate con amore, lavorate per la fede della mia Chiesa; io vi verrò incontro come Padre, assieme a tutto il mio esercito.

E vi darò in premio cinque beni. Primo, l'eterno onore mai cesserà di risuonare alle vostre orecchie. Secondo, mai cesserà la vostra visione della faccia e della gloria di Dio. Terzo, mai cesserà la lode a Dio sulla vostra bocca. Quarto, l'anima vostra avrà tutto ciò che desidera e altro non desidererà di più di quel che ha. Quinto, mai più vi separerete dal vostro Dio, e il gaudio sarà interminabile e la vostra vita sarà nella gioia eterna.

Ecco, o soldati, sarà questa la ricompensa se difenderete la vostra fede in me e lavorerete per il mio onore, più che per il vostro. Ricordatevi, se avete intelletto in voi, ch'io sono paziente verso di voi, anche se mi offendete come voi stessi tra di voi non fate. Ma, pur essendo onnipotente e la mia giustizia reclami vendetta contro di voi, tuttavia la mia misericordia, ch'è frutto di sapienza e bontà, ancora vi perdona. Perciò chiedetemi misericordia, perché per amore vi do quello di cui dovrei essere umilmente pregato.

 

 

Parole di Cristo alla sposa sulla via del Paradiso, aperta dalla sua nascita e dell'ardente amore a noi mostrato, soffrendo tanti patimenti dalla nascita alla morte per noi, e come ora la via dell'inferno è larga, stretta quella del paradiso.

 

Capitolo Quindicesimo

 

Ti meravigli perché io ti dica e mostri queste cose. Forse per te sola? No, bensì anche per ammaestramento e salvezza degli altri; il mondo difatti era come un deserto, nel quale non c'era che una sola via, che conduceva al massimo abisso. In quest'abisso v'erano due luoghi, uno così cupo da non aver fondo, nel quale chi era caduto non ne era mai più risalito. Il secondo non era così profondo come il primo, né così orribile, e chi vi era caduto aveva speranza e desiderio, aveva una certa dilazione, non la miseria; vi soffriva oscurità, ma non pene.

Quelli che abitavano questo secondo luogo gridavano ogni giorno a una certa Città bellissima e vicina, piena di ogni bene e di ogni diletto. Gridavano forte perché conoscevano la strada per arrivare alla Città. Ma la solitudine e un bosco tanto fitto e denso impedivano di andare ed entrarvi, né essi avevano forza di farsi strada. Ma che dicevano? Veramente dicevano così: O Dio, vieni e aiutaci; mostraci la via, illuminaci, noi ti aspettiamo. Noi infatti non abbiamo salvezza che in te. Questo grido saliva in cielo alle mie orecchie; fu questo a indurmi a misericordia.

Io commosso a tal grido, venni in quel deserto come un pellegrino. Ma prima che cominciassi ad andare a lavorare, risuonò una voce innanzi a me, che disse: La scure è già a pié dell'albero. Era la voce di Giovanni Battista, che mandato innanzi a me in quel deserto, gridava: la scure sta a pié dell'albero; come a dire: Stia preparato l'uomo, perché la scure è pronta ed è venuto Uno per preparare la strada che porta alla Città ed estirpare tutti gli ostacoli. Venuto poi io, lavorai dal sorgere al tramonto del Sole, cioè dall'Incarnazione fino alla morte di Croce; ho operato la salvezza dell'uomo, evitando, all'inizio della mia venuta in questo deserto le insidie dei miei nemici, e cioè Erode persecutore, il diavolo tentatore e le persecuzioni degli uomini.

Poi feci molteplici lavori, mi nutrivo, mi dissetavo e sperimentai altre necessità di natura, senza peccato, per istruire nella fede e mostrare la mia vera natura assunta. Poi, preparando la via alla Città celeste ed estirpando gli ostacoli, rovi e pungenti spine mi ferirono i fianchi e chiodi crudeli mi forarono le mani e i piedi. I miei denti e le mie ginocchia furono maltrattati. Ma io, pazientemente sopportando, non mi ritrassi, ma più fervorosamente avanzai come una fiera affamata che, vedendo un cacciatore che gli punta contro la lancia, per attaccarlo si getta sulla lancia e più questi gli caccia dentro la lancia, più la fiera si spinge contro, per desiderio di afferrare l'uomo, finché le viscere e tutto il corpo ne sono trafitti.

Arsi dunque di tanto amore nell'anima, che, vedendo e sperimentando tutti gli acerbissimi tormenti, che l'uomo volontariamente metteva in opera per uccidermi, ero ancora più disposto a patire per la salvezza delle anime.

Così dunque avanzai nel deserto di questo mondo, nel lavoro, nella povertà e preparai la via nel mio sangue e nel mio sudore. E ben poteva dirsi un deserto il mondo, così privo com'era d'ogni virtù: non v'era che il deserto dei vizi, in cui c'era una sola via, per la quale tutti scendevano all'inferno, i dannati alle pene, i buoni alle sole tenebre.

Sentendo dunque misericordiosamente il pressante desiderio della futura salvezza, venni come un pellegrino a lavorare, e in incognito, quanto alla mia potenza e divinità, preparai la via che conduce al cielo. Gli amici miei vedendo questa via e le difficoltà del mio lavoro e considerando l'alacrità del mio animo, mi hanno seguito con gioia e per molto tempo. Ma ora s'è spenta la voce che gridava: Siate pronti. La mia via è stata cambiata e sono cresciuti di nuovo triboli e spine e non c'è più alcuno a percorrerla.

La via dell'inferno invece è aperta e larga e molti entrano per essa. Ma perché non sia del tutto dimenticata e abbandonata la mia via, alcuni amici miei per il desiderio della patria celeste passano ancora per essa, come uccelli svolazzanti di pruno in pruno, e quasi di nascosto e servendo per timore, perché passare per la via del mondo sembra a tutti felicità e gioia. Perciò la mia via s'è fatta stretta e quella del mondo larga; ora grido nel deserto, cioè nel mondo, agli amici miei, che estirpino le spine e i triboli dalla via del Cielo e la propongano agli altri. Sta scritto infatti: Beati son quelli che non mi videro e mi credettero. Così son felici quelli che ora credono alle mie parole ed eseguono le mie opere. Io infatti son come una madre che va incontro al figlio errante, gli porge la lucerna sul sentiero, perché veda il cammino e gli va incontro per amore, accorciandogli il tratto, e s'avvicina e l'abbraccia e si congratula con lui. Così son io con tutti quelli che a me tornano, e andrò incontro con amore ai miei amici e illuminerò il cuore e l'anima loro di sapienza divina. Voglio abbracciarli con ogni gloria e con l'adunanza celeste, dove non c'è il Cielo di sotto e di sopra o la terra di sotto, ma la visione di Dio, in cui non c'è cibo né bevanda, ma il celeste diletto.

Ai cattivi invece s'apre la via dell'inferno, ove caduti non ne usciranno mai più: privati della gloria e della grazia, saranno pieni di miseria e di obbrobrio sempiterno. Perciò dico queste cose e metto in mostra la mia carità, affinché tornino a me, quelli che mi abbandonarono e riconoscano che sono io il Creatore, quello che hanno dimenticato.

 

 

Tre cose ammirabili che fece Cristo con la sposa e come non si può sopportare la vista degli Angeli, a causa della loro bellezza, e la vista dei Demoni, a causa della loro bruttezza e perché Cristo accolga una tale vedova.

 

Capitolo Diciottesimo

 

Tre cose ammirabili ti ho fatte. Guarda dunque spiritualmente. E ascolta anche spiritualmente. Tu senti, corporalmente, il mio spirito nel tuo petto vivente. La visione che tu vedi, non appare così com'è. Se vedessi infatti la spirituale bellezza degli Angeli e delle Anime sante, il tuo corpo non ne sarebbe capace, ma si spezzerebbe come un vaso rotto e sporco, per il gaudio dell'anima a tale visione. Se poi vedessi i Demoni come sono, vivresti con somma pena o moriresti immediatamente alla loro terribile vista. Perciò tu vedi le cose spirituali, come se fossero corporali. Vedi gli Angeli e le Anime come se fossero uomini, che hanno la vita e l'anima, mentre gli Angeli vivono col loro spirito. E i Demoni ti sembrano forme destinate alla morte e mortali come forme d'animali e di altre creature. Questi però hanno uno spirito mortale, cosicché, morendo la carne, muore anche lo spirito. Ma i Demoni non muoiono nello spirito; muoiono senza fine e senza fine vivono.

Le parole spirituali ti sono dette in similitudini, altrimenti non potrebbe capirle il tuo spirito. Ma la cosa più mirabile è che il mio Spirito è sentito nel cuor tuo. Allora ella domandò: « O Signor mio e Figlio della Vergine, perché ti sei degnato di abitare in questa abietta vedova, povera come sono d'ogni opera buona e corta di intelligenza cosciente e per tanto tempo consumata in ogni peccato? ». Ed egli rispose: Io ho tre cose. Per prima posso arricchire i poveri e far capace e intelligente lo stolto e il corto di ingegno.

Io sono anche capace di far ringiovanire il vecchio. Come infatti la Fenice accumula nel nido le foglie secche, fra le quali ce n'è una dello stesso albero, che al di fuori è naturalmente secca e dentro fresca, e ad essa arrivano per primi i raggi del sole, per cui si accende e, di poi, da quella tutte le foglie s'illuminano, così è necessario che tu accumuli le virtù, con le quali possa essere rigenerata dai peccati e fra quelle devi avere un legno, che dentro è fresco e di fuori secco. Così sia pure il cuore: di fuori secco da ogni piacere del mondo, di dentro pieno d'ogni carità, sicché nulla voglia o desideri, se non me. Allora in esso vien subito il fuoco della mia carità e così ti accendi di tutte le virtù, dalle quali arsa e purificata dai peccati, tu risorga, come nuovo uccello, lasciato l'involucro del piacere.

 

 

Lamentele di Dio, per tre cose che sono ora nel mondo e come Egli scelse fin da principio tre stati, cioè dei Chierici, dei Militi e dei Lavoratori; delle pene riservate agli ingrati e della gloria data ai grati e concessa agli umili.

 

Capitolo Ventesimo

 

M'apparve il grande esercito celeste, al quale il Signore parlò dicendo: Anche se tutto conoscete e vedete in me, tuttavia, perché a me così piace, mi lamenterò con voi di tre cose.

Per prima, gli alveari dolcissimi, costruiti da sempre in cielo, dai quali sono uscite le api inutili, sono vuoti. Secondo, l'abisso profondo, cui non bastano né pietre né alberi, è spalancato e le anime vi cadono, come la neve cade dal cielo sulla terra. E come la neve si squaglia al sole, così le anime in quel grande tormento son private d'ogni bene e rinnovate a ogni pena. Terzo, mi lamento che son pochi quelli che riflettono ai vuoti lasciati dagli angeli cattivi e alla caduta delle Anime: perciò giustamente mi lamento.

Difatti fin da principio io scelsi tre uomini, vale a dire, tre stati nel mondo. Dapprima elessi il Chierico, che proclamasse alta la mia volontà e la mostrasse con le opere. Poi elessi il Milite, che difendesse nella sua vita i miei amici e fosse pronto ad ogni fatica. Infine elessi il Lavoratore, che lavorasse con le sue mani per sostenere il suo corpo col lavoro.

Il primo, cioè il Chierico, è diventato ora lebbroso e muto, perché chiunque cerca di vedere nel Chierico la bellezza dei costumi e della virtù inorridisce, si turba e teme di accostarglisi per la lebbra della superbia e dell'avarizia. Se poi vuole udirlo, egli è diventato muto alla lode per me e garrulo alla lode di sé. Come aprir dunque la via per raggiungere tanta dolcezza, se è fragile chi dovrebbe andare avanti, se è muto chi dovrebbe gridare, come sarà udita la celeste armonia?

Il secondo, cioè il Difensore, è tremebondo in cuore e a mani vuote, perché ha paura del rumore del mondo e della perdita del suo onore. È a mani vuote, perché non fa nessuna opera buona, ma tutto quel che fa lo fa per il mondo. Chi dunque difenderà ora li popolo mio, se chi dovrebbe porsene a capo, ha paura?

Il terzo è come l'asino, che china il capo a terra e sta a quattro zampe unite. Veramente come un asino è il mio popolo, che non vuole altro se non cose terrene, trascura quelle celesti e cerca quelle caduche. È come avesse quattro zampe, per la poca fede, la vuota speranza, nessun'opera buona e la volontà piena di peccato. E perciò la bocca della gola e della cupidigia è sempre spalancata.

Ecco, amici miei, com'è possibile così svuotare l'abisso insaziabile e riempire gli alveari vuoti? Allora rispose la Madre di Dio: Benedetto sei tu, Figlio mio, e giusto è il tuo lamento. Io e i tuoi amici non abbiamo nessuna giustificazione presso di te per il genere umano, se non una parola sola, con la quale salvarlo. E cioè: Pietà, o Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo. Questo io grido e questo gridano gli Amici tuoi.

Rispose il Figlio: Le tue parole sono dolci al mio orecchio, soavi sulla bocca, fiamma al cuore. Io ho un Chierico, un Milite, un Lavoratore. Il primo è piacevole come una sposa, che lo sposo degnissimo desidera con ardentissima carità; la sua voce è come quella di chi parla e chiama dentro una selva. Il secondo è pronto a dare la sua vita per me e non temerà i vituperi del mondo: costui io armerò con le armi dello Spirito Santo. Il terzo avrà una fede talmente forte da dire: Credo così fermamente, che quasi vedo le cose che credo e spero anche in tutto ciò che Dio ha promesso. E avrà volontà di fare il bene e progredire in esso ed evitare il male. Sulla bocca del primo di questi tre porrò tre cose da dire. La prima: dirà che chi crede traduca in opere la sua fede. La seconda, che chi spera fermamente sia costante in ogni bene. La terza, che chi ama perfettamente e caritatevolmente, fervidamente desideri quel che ama.

Il secondo di questi tre sarà, nel lavoro, forte come un leone, sollecito nel prevenire le insidie, fermo nella perseveranza.
Il terzo sarà sapiente come il serpente, che s'appoggia alla coda, e alzerà il capo al cielo. Questi faranno la mia volontà e dietro a loro andranno gli altri. E anche se ne nomino tre, con essi intendo dire molti. Poi diceva alla sposa: Sta ferma, non preoccuparti del mondo, né delle contumelie, perché io il tuo Dio e il tuo Signore ho sopportato ogni obbrobrio.

 

 

Parole della gloriosa Vergine alla figlia circa il modo come fu deposto Cristo dalla croce e circa l'amarezza e dolcezza nella passione del Figlio. Come vengono indicati l'anima nella Vergine e, in due giovani, l'amore di Dio e del mondo e le condizioni che l'anima deve avere come la vergine.

 

Capitolo Ventunesimo

 

Diceva Maria: Cinque cose devi pensare, figlia mia. La prima, che tutte le membra del Figlio mio alla morte si irrigidirono e raffreddarono e che il sangue, durante la sua passione, coagulandosi s'attaccò a tutte le membra. La seconda, egli fu così acutamente e crudelmente ferito nel cuore, che il feritore non si fermò finché la lancia raggiunse la costola e il cuore fu trapassato. La terza, pensa a come fu deposto dalla croce: quei due che lo deponevano, usavano tre scale, una arrivava ai piedi, la seconda sotto le ascelle, la terza a metà del corpo. Il primo salì e lo teneva a metà corpo. Il secondo, salendo per l'altra scala, tolse prima un chiodo da un braccio, poi – appoggiata la scala – tolse il chiodo della mano dell'altro braccio. E questi chiodi erano penetrati ben fuori dello stipite. Scendendo allora quello, l'altro ne sopportava un poco il peso del corpo, come poteva. Il terzo salì sula scala che arrivava ai piedi e tolse i chiodi da essi. Deponendo il corpo a terra, uno di essi lo trattenne dalla parte della testa, l'altro dalla parte dei piedi; io poi, ch'ero la Madre, lo tenni nel mezzo.

E così noi tre lo portammo su una pietra, che io avevo ricoperto d'un lenzuolo pulito, in esso ravvolgemmo il corpo; ma non cucii il lenzuolo. Sapevo infatti che certamente non si sarebbe putrefatto nel sepolcro. Poi vennero Maria Maddalena e le altre sante Donne e molti santi Angeli, accorrendo come atomi di sole, a ossequiare il loro Creatore.

Non si può dire, allora, la mia tristezza. Ero come una partoriente, ch'è tutta tremante nelle membra, dopo il parto. Essa, sebbene a malapena possa respirare, pur tuttavia gioisce interiormente quanto può, perché sa che le è nato il figlio, venuto fuori di là dove non tornerà più. Così io, sebbene triste per la morte del Figlio mio, poiché ero consapevole che non sarebbe più morto, essendo vittorioso per sempre, godevo nell'anima mia e così s'univano in me gioia e tristezza. Posso ben dire che, sepolto il Figlio mio, quasi furono nel sepolcro due cuori in uno. Non si dice che dov'è il tuo tesoro, ivi è anche il tuo cuore? Così il mio pensiero e il mio cuore erano sempre nel sepolcro del Figlio mio.

Poi la Madre di Dio soggiunse: Ti dirò, a mo' d'esempio, di una certa vergine sposata ad un uomo e come davanti a lei si presentarono due giovani. Uno di essi interrogato dalla vergine, le disse: Io ti consiglio di non credere a colui che hai sposato; egli infatti è rigido nelle cose sue, poco generoso, avaro nei regali. Credi invece più a me, alle parole che ti rivolgo e ti mostrerò un altro, che non è duro, ma gentile in tutto, che ti dà subito quel che desideri, e generosamente, quel che ti piace e ti diletta.

Udito ciò, la sposa, riflettendo fra sé, rispose: Le parole tue son dolci a sentirsi. Tu sei persona gentile ed è bello sentirti. Tutto considerato, credo di seguire il tuo consiglio. E, mentre si toglieva l'anello dal dito e lo dava al giovane, vide sopra di lui uno scritto, composto di tre parole. La prima era questa: Giunta che sarai alla cima dell'albero, guardati dall'aggrapparti al ramo secco, altrimenti cadi. La seconda parola era: Non prendere consiglio dal nemico. La terza: Non mettere il tuo cuore nella bocca del leone. Vedendo ciò, la Vergine ritrasse la mano e trattenne l'anello, pensando così fra sé: Queste tre parole che vedo, mi avvertono che forse chi mi vuole in isposa, non sarà poi fedele. Mi sembra che le sue parole siano futili e che poi, pieno di odio, egli mi ucciderà. E pensando così, guardò di nuovo e vide un altro scritto, con ancora tre parole. La prima diceva: Dagli quel che ha dato a te. La seconda: Dagli sangue per sangue. La terza: Non togliere al proprietario quel che gli appartiene. Visto e udito ciò, pensò ancora la vergine fra sé: Le prime tre parole mi hanno detto come evitare la morte; queste altre tre come ottenere la vita. È giusto perciò ch'io segua le parole di vita. La vergine allora, usando del sapiente consiglio, chiamò a sé il servo di colui, che l'aveva chiesta per primo in isposa e, poiché si avvicinava l'altro che voleva ingannarla, lo scacciò via da sé.

Così è l'anima di chi si è sposata al suo Dio. I due giovani che a lei si presentano sono l'amicizia di Dio e l'amicizia del mondo. Gli amici del mondo le s'avvicinano sempre di più, parlando di ricchezze e degli onori di questo mondo; ed essa quasi stende loro la mano con l'anello del suo amore, e quasi in tutto acconsente. Ma le viene in aiuto la grazia del Figlio mio. Essa vede quella scrittura, e cioè ode le parole della sua misericordia, dalle quali capisce tre cose. Primo, che deve essere prudente, per non cadere poi rovinosamente, volendo salir troppo in alto e aggrappandosi a cose caduche. Secondo, deve capire che niente c'è nel mondo, se non dolori e ansietà. Terzo, ch'è cattiva la ricompensa del diavolo. Poi vede l'altra scrittura, cioè le parole di conforto. La prima, esorta a dare tutto a Dio, che tutto le ha dato; la seconda, a servirlo nel suo corpo, per il quale Egli versò il sangue; la terza, a non dare ad altri l'anima sua, da Dio creata e redenta. Udito e ben considerato ciò, s'accostano a lei i servi di Dio e le piacciono e s'allontanano i servi del mondo. Ed ora l'anima di quel tale è come la vergine, che s'alzò di nuovo al braccio del suo sposo e che deve avere tre cose.

Dapprima, belle vesti, per non essere derisa dai servi del Re, se nelle vesti si scorge qualcosa di indegno. Poi, dev'essere modesta, come lo sposo vuole e, se nelle sue azioni c'è alcunché di indecoroso, sarà lo sposo a liberarnela. Infine, dev'essere mondissima, affinché lo sposo non trovi in lei nessuna macchia che lo induca a non amarla e ad allontanarla. Deve avere coloro che la guidano alla camera dello sposo, affinché non si perda nei locali e nei piccoli ingressi. Chi poi deve guidarla, sia visto spesso e sia ascoltato e seguito. Chi poi segue uno che lo precede, deve avere tre cose. La prima, non sia pigro e restio nel seguirlo. La seconda, non si nasconda alla vista della guida. La terza, ne guardi e consideri bene le orme e lo segua con sollecitudine.

Affinché dunque l'anima di quel tale giunga alla camera dello sposo, è necessario sia condotto da una guida, che la conduca felicemente allo sposo, suo Dio.

 

 

Insegnamenti della Vergine alla figlia sulla sapienza spirituale e temporale e su chi debba imitare e come la sapienza spirituale, dopo poca fatica, conduca l'uomo all'eterna felicità, mentre la sapienza temporale alla dannazione.

 

Capitolo Ventiduesimo

 

Diceva Maria: Scrivono che chi vuol essere sapiente, apprenderà la sapienza da chi è sapiente. Ti dirò con un esempio: uno, volendo imparare la sapienza, vide due maestri innanzi a sé e disse loro: Molto volentieri imparerei la sapienza, se sapessi dove mi porta, che utilità ha, a quale meta conduce. Rispose uno dei maestri: Se vuoi seguire la mia sapienza, essa ti condurrà a un altissimo monte; ma per via sentirai la durezza delle pietre sotto i piedi, e troverai difficoltà e precipizi durante la salita. Se imparerai questa sapienza, avrai tenebra al di fuori e luce di dentro. Se ti atterrai ad essa fermamente, avrai quel che vuoi. E come un cerchio ti circonderà e attrarrà a sé sempre di più e più dolcemente fino a che sarai pervaso di gioia da ogni parte.

Il secondo maestro disse: Se seguirai la mia sapienza, ti condurrà in una valle fiorita e amena, ricca d'ogni specie di frutta. Soffice è la via sotto i piedi, poco faticosa e in discesa. Se ti manterrai in questa sapienza, avrai quel che fuori risplende; ma a volerlo provare, svanirà da te e t'accorgerai che non dura, che tutto finisce e che, appena il libro sarà letto, tutto sarà finito, libro e lettura, e tu rimarrai vuoto.
Ciò udito, egli pensava: Odo due cose meravigliose. Se salgo verso il monte, si stancano i piedi e m'affatico la schiena. E se otterrò ciò che fuori è scuro, a che mi giova? E se lavorerò, senza sosta, quando verrà la consolazione? L'altro maestro mi promette pure quel ch'è splendido di fuori, ma per poco e una sapienza che finisce con la lettura. E che giovano a me queste cose, se non sono stabili?

E mentre pensava così, apparve un uomo in mezzo ai due maestri e disse: Anche se il monte è alto ed è difficoltosa l'ascesa, tuttavia la nuvola sul monte è luminosa e da quella avrai ristoro. Se poi ti si promettono tenebre al di fuori, esse si possono vincere e si può ottenere così l'oro che contengono e possederlo con gioia eterna. Questi due maestri sono la duplice sapienza: quella spirituale e quella carnale. Alla spirituale appartiene il lasciare in mano a Dio la propria volontà e con tutto il desiderio appassionatamente sospirare le cose celesti. Infatti non si può dire vera sapienza, se i fatti non concordano con le parole.

Questa è la sapienza che conduce alla vita felice. Ora questa sapienza si deve raggiungere su via pietrosa e dirupata, in salita. Infatti è duro e doloroso resistere ai propri affetti. Precipizi sono il disprezzare i soliti piaceri e non amare l'onore del mondo, sebbene ciò sia tanto difficile. Però chi riflette che il tempo è breve e il mondo finisce e confermerà l'anima in Dio, a lui sul monte apparirà la nube, cioè la consolazione dello Spirito Santo. Alla fine sarà degno d'essere consolato, colui che non cercò altro consolatore che Dio. Come infatti avrebbero potuto metter mano a cose così ardue e amare tutti gli eletti di Dio, se alla buona volontà dell'uomo, come docile strumento, fosse mancato l'aiuto dello Spirito Santo? Questo Spirito portò loro la buona volontà e li sostenne la divina carità, che avevano verso Dio, perché lavoravano con fermezza e sentimento e si rafforzavano con le opere. Avuta poi la consolazione dello Spirito, ottenevano anche l'oro del divino diletto e della carità; con cui non sopportavano solo molte contrarietà, ma soffrivano e gioivano pensando alla ricompensa.

Questa gioia sembra tenebrosa per quelli che amano il mondo, perché amano le tenebre. Per coloro che amano Dio invece è più splendente del sole, più fulgida dell'oro, perché vincono le tenebre dei vizi e salgono il monte della sapienza, contemplando la nube della consolazione, che non finisce, ma comincia nel presente e, come un cerchio, torna su di sé fino a raggiungere la perfezione.

La sapienza del mondo, invece, conduce alla valle di questa miseria, che sembra florida per l'abbondanza di tutto, amena per gli onori, molle per la voluttà. Questa sapienza finirà al più presto, e di utile apporta solo l'apparenza e il suono. Perciò, figlia mia, cerca la sapienza del sapiente, dal quale proviene ogni sapienza, e cioè del Figlio mio. Egli infatti è la Sapienza; egli è quel cerchio, che non finisce mai. Io grido a te, come una madre al figlio: Ama la sapienza interiore, che è spregevole a vedersi di fuori, ed invece dentro è fervente di carità; fuori è faticosa, dentro fruttuosa d'opere e se ti turba per la fatica, ti consolerà lo Spirito di Dio.

Accostati e sforzati, come un uomo che avanza finché si abitua (al passo), non retrocedere, fino a che non raggiunga la cima del monte. Niente è tanto difficile, che perseverare, e ciò non è facile a capirsi. Niente è tanto onorevole all'inizio che non si offuschi verso la fine. Accostati dunque alla sapienza spirituale. Essa ti condurrà agli strapazzi fisici, a disprezzare il mondo, a tribolare un poco; ma anche alla perpetua consolazione.

La sapienza del mondo, invece, fallace e insinuante, ti condurrà ad accumulare cose temporali, onori caduchi, ed infine alla suprema infelicità, se non è stata premurosamente prevista ed evitata.

 

 

Parole della gloriosa Vergine, che spiega alla figlia l'umiltà sua e come l'umiltà sia designata come un mantello, e quali siano le condizioni e il frutto mirabile della vera umiltà.

 

Capitolo Ventitreesimo

 

Molti si meravigliano ch'io ti parli. Certamente è per mostrarti la mia umiltà. Come infatti il cuore non gode per un membro malato, se prima non guarisce, e gioisce poi per la guarigione, così io sono pronta ad accogliere subito chiunque sinceramente e con buona volontà di pentimento ricorra a me, qualunque sia il suo peccato. Né bado a quanto abbia peccato, ma con quale intenzione e volontà ritorni. Io sono chiamata da tutti Madre della Misericordia; davvero, figlia mia, mi fece misericordiosa la Misericordia del Figlio mio e con lui compaziente. Perciò misero è colui, che potendolo non ricorre alla misericordia. Tu perciò vieni, figlia mia, e nasconditi sotto il mio mantello, esteriormente di poco valore, ma interiormente utile per tre motivi.

Primo, ti preserva dall'aria tempestosa. Secondo, ti salva dal freddo che intirizzisce. E terzo, ti difende dalla pioggia. Questo mantello è la mia umiltà. Essa a quelli che amano il mondo sembra da disprezzarsi e da non seguirsi. Che c'è infatti di più spregevole che essere chiamata stupida e non adirarsi né reagire? Che c'è di più stupido che lasciar tutto e aver bisogno di tutto? Cosa è più penoso, per i mondani, che dissimulare le offese, fidarsi di tutti, ritenersi il più indegno e basso di tutti? Così, figlia mia, era la mia umiltà; questa era la mia gioia, questa tutta la mia volontà, non intesa a piacere che al Figlio mio.

Ebbene questa umiltà, in verità, mi giova per tre ragioni. Mi preserva dall'aria corrotta e tempestosa, cioè dal disprezzo e dagli insulti degli uomini. Come infatti l'aria tempestosa e mossa scuote l'uomo d'ogni parte e lo condiziona, così l'uomo che non ha pazienza e non considera le cose future, reagisce facilmente agli insulti e si raffredda nella carità.

Ma chiunque guarda attentamente alla mia umiltà, pensi a quel che ho sentito io, Signora di tutti, cerchi la mia e non la sua lode. Consideri che le parole non sono che vento e subito ne trarrà beneficio. Perché infatti i mondani sono così impazienti per le parole e per gli insulti, se non perché cercano la propria lode, non quella di Dio e non c'è umiltà in loro, perché il loro occhio è ottenebrato dai peccati? Pertanto anche se la giustizia scritta dica che non si devono udire le parole offensive senza motivo, è tuttavia virtuoso e utile aver tutto udito e poi sopportato pazientemente per il Signore. Di poi la mia umiltà mi salva dal freddo che brucia, cioè dall'amicizia carnale. C'è infatti un'amicizia per la quale si ama l'uomo nelle cose temporali. È l'amicizia di coloro che dicono così: Tu dai a me il cibo adesso e io ne do a te, perché non mi importa chi ti ciberà dopo morto. Tu mi dai onore, ora ed io ne do a te, anche se è poco, senza darsi pensiero di quale onore seguirà poi. Questa è un'amicizia fredda, senza il calore di Dio, rigida come la neve congelata quanto ad amore e compassione del prossimo bisognoso. E vuota di ricompensa. Sciolta infatti la compagnia e tolte le mense, è sciolta anche ogni utilità dell'amicizia, senza alcun frutto. Chi invece imita l'umiltà mia, fa del bene a tutti per amore di Dio, sia amici che nemici. Agli amici, perché perseverano stabilmente nell'onore di Dio; ai nemici, perché creature di Dio e, forse, buoni in seguito.

Infine l'imitazione della mia umiltà difende dalle piogge e dall'acqua sporca che viene dalle nuvole. Donde infatti vengono le nubi, se non dall'umore e dai vapori provenienti dalla terra, che salendo al cielo assieme al calore, s'addensano in alto e così nascono tre cose, cioè la grandine, la pioggia e la neve? Questa nube significa il corpo dell'uomo, che nasce dall'immondizia. Anche il corpo, come la nube, ha tre cose con sé: l'udito, la vista, il tatto. Poiché ha la vista, desidera quel che vede, le cose buone, un bel viso, vasti possedimenti. E che sono tutte queste cose, se non pioggia proveniente dalle nubi, che macchiano l'anima con la sete del guadagno, con l'ansia delle preoccupazioni, con l'agitazione dei vani pensieri, con la pena per la perdita delle cose già possedute? Poiché poi il corpo ha l'udito, volentieri ode le proprie lodi, l'amicizia mondana. Sente tutto quel che piace al corpo e nuoce all'anima. E tutto questo cos'altro è se non neve, che subito si scioglie? che raffredda l'anima, per Iddio, e l'indurisce all'umiltà? Poiché, infine il corpo ha il tatto, sente volentieri i piaceri esteriori e il riposo corporale; e questo cos'altro è se non come grandine, congelata da acque sporche, che rende l'anima sterile per le cose spirituali, tenace in quelle mondane e facile alle delizie sensibili?

Perciò chiunque vuol difendersi ricorra alla mia umiltà e la imiti. Con essa è difeso dalla cupidigia della vista, perché non desideri cose illecite. È difeso dai diletti dell'udito, perché non indulga alla menzogna. È difeso dai piaceri della carne, perché non soccomba ai cattivi movimenti.

Ti dico veramente che la mia umiltà è come un mantello che riscalda quelli che lo portano non solo teoricamente, ma realmente. Infatti, se non è portato, il mantello non riscalda. Né giova l'umiltà mia a chi la pensa, ma non si studia di imitarla come un modello. Perciò, figlia mia, sforzati di indossare quest'umiltà, perché le donne del mondo portano mantelli, che di fuori son belli, ma dentro sono di poca o nessuna utilità.

Deponi assolutamente questo tipo di vesti, perché fin quando non ti sarà spregevole l'amore del mondo, e non penserai continuamente alla misericordia di Dio verso di te, e alla tua ingratitudine verso di lui; fin quando non ricorderai sempre le cose fatte e che fai e qual sentenza e giudizio potrai meritare per esse, non potrai in nessun modo ricevere il mantello della mia umiltà. Perché mi sono tanto umiliata io e donde mai ho meritato tanta grazia, se non per il motivo che pensavo e sapevo di non essere e di non aver niente da me, ma solo dal Benefattore e Creatore? Perciò, figlia mia, accorri al mantello della mia umiltà e pensa che sei peccatrice più degli altri. Perché, anche se vedi che alcuni sono cattivi, non sai cosa saranno domani e con quale intenzione e conoscenza agiscano, se per debolezza o deliberatamente. Perciò tu non preferirti a nessuno e nessuno devi giudicare in cuor tuo.

Libro Terzo

 

Parole di Ambrogio alla sposa circa la preghiera dei buoni per il popolo e come per i Governatori, per i Signori secolari e per la Chiesa nelle tempeste sia indicata la superbia e, nel Porto, il passaggio alla Verità. Parole anche circa la chiamata spirituale della sposa.

 

Capitolo Quinto

 

Sta scritto che gli amici di Dio un tempo, pregando Dio, imploravano di aprire il cielo e scendere a liberare il popolo suo Israele. Ugualmente, in questi tempi, gli amici di Dio pregavano dicendo: O benignissimo Dio, noi vediamo morire un popolo innumerevole in pericolose tempeste, perché i Governatori sono esosi, tesi come sono soltanto e sempre alle cose terrene, dalle quali credono di poter ricavare i vantaggi maggiori. Perciò portando se stessi e il popolo là dove è più forte la violenza delle onde e poiché il popolo non conosce il porto sicuro, ne segue che è in pericolo un popolo numeroso, essendo troppo pochi quelli che arrivano a buon porto. Perciò, o Re d'ogni gloria, ti preghiamo che tu ti degni illuminare il porto, sicché il popolo possa scampare i pericoli e non ascoltare gli iniqui Governanti, ma raggiungere col tuo lume benedetto il buon porto.

Per codesti Governanti intendo tutti quelli che hanno potere civile o spirituale nel mondo. Molti di loro difatti sono tanto amanti della propria volontà, che non si curano del bene delle anime e dei loro sudditi, volontariamente impigliandosi tra le furiose tempeste del mondo, quali la superbia, la cupidigia, la corruttela – in queste cose imitati dalla povera comunità che crede di seguire la retta via. E così periranno essi, assieme ai loro sudditi, andando dietro a ogni loro appetito.

Con il porto, invece, io intendo l'accesso alla verità, la quale ora è per molti così offuscata, che se uno dice che la via diretta al porto della patria celeste è il santissimo Vangelo di Cristo, essi affermano non essere vero, andando piuttosto dietro a quelli che commettono ogni peccato e non credendo a quelli che predicano l'evangelica verità.
Per la luce poi, chiesta a Dio dai suoi amici, intendo una tal quale rivelazione da fare nel mondo, alla scopo di poter rinnovare la carità di Dio nei cuori degli uomini, per non dimenticare e trascurare la sua giustizia. Perciò piacque a Dio, per la sua misericordia e per le preghiere degli amici suoi, di chiamare te, nello Spirito Santo, a vedere, udire e capire spiritualmente, affinché quello che tu capisci nello spirito, lo riveli agli altri per volontà di Dio.

 

 

Discorsi della Madre alla figlia con i quali Ella spiega le parole di Cristo e paragona mirabilmente i suoi esempi a un tesoro, la Divinità a un castello, i peccati alle fiere, le virtù ai muri, la bellezza del mondo e la gioia dell'amicizia a due fossi e come si deve comportare il Vescovo nella cura delle anime.

 

Capitolo Tredicesimo

 

La Madre di Dio parla alla sposa del Figlio e dice: Quel Vescovo mi prega per la sua carità e deve perciò fare ciò che mi sta molto a cuore. Io conosco infatti un tesoro, il cui possessore non sarà mai povero. Chi lo vedrà, non proverà tribolazioni e morte. Chiunque lo desidera, avrà con gioia quel che vuole. Ma questo tesoro sta nascosto in un castello, guardato da quattro fiere, e questo castello ha delle mura alte, grosse e massicce; fuori le mura scorrono due fossati larghi e profondi. Perciò lo esorto a oltrepassarli con un sol passo. Salga sulle mura con un sol passo, elimini le fiere con un sol colpo e così presenti a me una cosa preziosissima.

Ora ti dirò che cosa significano queste cose. Da voi si chiama tesoro, quel che raramente è usato e di rado è rimosso. Questo tesoro sono le parole del Figlio mio e i suoi preziosissimi esempi, che dette prima e durante la passione, e le cose meravigliose che fece quando prese in me carne, e quel che fa ogni giorno sull'altare, quando per la parola di Dio il pane diventa carne. Il tesoro preziosissimo sono tutte queste cose, ora così trascurate e dimenticate, perché son pochissimi quelli che le ricordano e se ne servono a loro giovamento. Quel corpo glorioso del Figlio di Dio giace in un castello fortificato, cioè nella potenza della Divinità. Come infatti il castello difende dai nemici, così la potenza della Divinità del Figlio mio difende il corpo della sua umanità affinché nessun nemico gli nuoccia.

Le quattro fiere poi sono i quattro peccati, che allontanano molti dal comunicare alla bontà e potenza del corpo di Cristo. Il primo è la superbia e l'attaccamento agli onori del mondo. Il secondo è la cupidigia dei beni del mondo. Il terzo è la sporca voluttà dell'immoderato riempirsi di cibo, sporchissima nell'eliminarlo. Il quarto è l'ira, l'invidia e la negligenza circa la propria salvezza. Questi quattro peccati sono amati da molti e per la loro amicizia, troppo si allontanano da Dio. Vedono infatti e prendono il Corpo del Signore, ma la loro anima è lontana da Dio, come (quella dei) ladri che desiderano rubare, ma non possono per le forti fiere che ci sono.

E perciò ho detto che bisogna vincere le quattro fiere d'un colpo solo. Il colpo poi significa lo zelo delle anime, con cui lo stesso Vescovo deve vincere i peccatori per mezzo delle opere di giustizia, fatte per divina carità, sicché vinte le fiere dei vizi, il peccatore possa pervenire al prezioso tesoro. E sebbene non possa arrivare a colpire tutti i peccatori, faccia il suo dovere come può, specie verso i suoi, non risparmiando né piccoli né grandi, né vicini, né cognati, né nemici, né amici. Così fece quel S. Tommaso inglese, che patì molte tribolazioni per la giustizia e morì poi di dura morte, perché non s'astenne dal percuotere con giustizia i corpi degli ecclesiastici, affinché ne soffrisse meno l'anima. Lo imiti quel Vescovo, sicché udendolo capiscano che egli ha in odio il peccato in sé e negli altri; e allora con tal colpo del divino zelo sarà ascoltato al cospetto di Dio e degli Angeli, sopra tutti i cieli e molti si convertiranno e miglioreranno, dicendo: Non odia noi, ma i nostri peccati; convertiamoci dunque e saremo amici di Dio e suoi.

I tre muri, poi, che circondano il castello sono tre virtù. La prima è il distacco dai piaceri carnali, facendo la volontà di Dio. La seconda è voler piuttosto patire ingiurie e danni per la verità e la giustizia, che aver onori e beni al mondo, rinnegando la verità. La terza è quella di non risparmiare la vita, neppure dei buoni, per la salvezza di ogni cristiano.

Ma guarda ora che fa l'uomo. In effetti, gli pare che i predetti muri siano così alti, da non poter essere assolutamente oltrepassati. Perciò i cuori degli uomini non s'accostano con assiduità a quel gloriosissimo Corpo e le loro anime sono lontane da Dio. Perciò ho comandato al mio amico di oltrepassare i muri con un sol passo. Da voi si dice « passo » quando i piedi hanno la massima distanza fra loro, per trasferire celermente il corpo. Così è del passo spirituale. Se infatti il corpo è in terra e il cuore è in cielo, allora si passano i tre muri predetti; infatti l'uomo riesce a lasciare la propria volontà, a sopportare rifiuti e persecuzioni per la giustizia e anche a morire di buon grado per l'onore di Dio, solo se considera le cose celesti.

I due fossati, poi, fuori le mura, sono la bellezza del mondo e la presenza e l'amicizia degli amici del mondo. In questi fossi molti liberissimamente preferirebbero adagiarsi e mai si curerebbero di veder Dio in cielo. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d'un salto. Cos'è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l'ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?

Ecco, adesso è chiaro come devono essere annientate le fiere e oltrepassati i muri. Ora ti mostrerò come codesto Vescovo dovrà offrire la cosa più preziosa, che mai sia stata. La Divinità fu ed è dall'eternità, senza principio, perché non può in essa trovarsi principio né fine. L'Umanità invece fu nel mio corpo e prese da me carne e sangue. Perciò è essa la cosa più preziosa che mai fu o sia. Quando dunque l'anima del giusto riceve nella carità il Corpo di Dio in sé ed il Corpo di Dio la riempie, allora vi è in lei la cosa più preziosa che mai sia stata. Difatti, sebbene la Divinità sia nelle tre Persone, senza principio e senza fine in se stessa, tuttavia quando il Padre mandò il Figlio suo con la Divinità e lo Spirito Santo a me, allora assunse da me il suo Corpo benedetto.

Ordunque mostrerò a codesto Vescovo come quella preziosissima cosa bisogna offrirla al Signore. Dovunque l'amico di Dio trovi un peccatore, nelle sue parole c'è un po' di amore a Dio, ma un grande amore per il mondo: l'anima è vuota di Dio. Perciò l'amico di Dio abbia carità, addolorato che un'anima redenta dal sangue del Creatore sia nemica di Dio. E compatisca quella povera anima, rivolgendole quasi due voci: con l'una prega Dio di aver pietà di quell'anima, con l'altra addita all'anima il suo pericolo. Se poi unisce in una queste due voci, allora presenta a Dio con le sue mani la cosa preziosissima. Infatti, grandissimo è il mio compiacimento quando il Corpo di Dio, che fu in me, e l'anima da Dio creata, s'uniscono in una sola amicizia, e non fa meraviglia. Io infatti ero presente quando quell'egregio soldato, il Figlio mio, uscì da Gerusalemme per andare a combattere quella guerra, così crudele e terribile che si tendevano tutti i suoi nervi. La sua schiena era livida e insanguinata. I piedi forati dai chiodi, gli occhi e le orecchie pieni di sangue. Inclinò il capo, quando emise lo spirito. Anche il cuore gli fu spezzato con la lancia aguzza; e così, col massimo dolore, salvò le anime.

Colui che siede ora sul trono di gloria, stende il suo braccio agli uomini; ma pochissimi sono coloro che gli presentano la sposa. Perciò l'amico di Dio non indulga alla vita e ai beni (terreni), bensì giovi agli altri e a se stesso, presentandoli al Figlio mio. Dite dunque a codesto Vescovo, che mi chiede come sua cara amica, ch'io voglio dargli la mia fede e legarlo a me in un sol vincolo. Infatti, il Corpo di Dio, che fu in me, riceverà in sé la sua anima, con grande carità, affinché, come il Padre fu in me col Figlio, il quale accolse in sé il mio corpo e la mia anima, e come anche lo Spirito Santo, che è nel Padre e nel Figlio, fu dovunque con me, così il mio servo sarà a me legato con lo stesso spirito. Quand'egli infatti ama la passione di Dio e ha in cuor suo carissimo il Corpo di Lui, allora ha la sua personale umanità unita interiormente alla Divinità: Dio è in lui e lui è in Dio, come Dio è in me ed io sono in Dio. Quando il mio servo ed io avremo così un solo Dio, allora avremo anche un solo vincolo di carità, nello Spirito Santo, che è col Padre e con il Figlio un Solo Dio. Aggiungi ancora, un solo Verbo.

Se codesto Vescovo tiene fede alla promessa fatta a me, io gli sarò di giovamento durante la vita. Alla fine poi della vita voglio servirlo ed essere presente per presentare l'anima sua a Dio, e dirò così: O mio Dio, costui ti ha servito e obbedito, perciò presento a te l'anima sua.

O figlia, che cosa pensa l'uomo che disprezza l'anima sua? Nella sua incomprensibile Divinità avrebbe mai Dio Padre mandato il Figlio suo innocente a patire sulla terra una così dura pena, se non fosse per quel trasporto di letizia e di amore, che ha verso le anime e per quell'eterna gloria che ha loro preparata?

NB.: Questa rivelazione riguarda il Vescovo di Linköping, che poi fu Arcivescovo. A lui si riferisce anche la rivelazione del libro VI, cap. 22, che comincia: Quel Prelato...

Aggiunta relativa allo stesso Vescovo: Il Vescovo, per il quale tu preghi, venne a un po' di Purgatorio; stai certa però, che pur avendo avuto in terra tanta gente contraria, sono tutti giudicati ed egli per la fede e purezza sua sarà con me nella gloria.

 

 

Invocazione a Cristo della sposa afflitta da diversi e futili pensieri, che non riesce a scacciare. Cristo risponde alla sposa che cio è permesso da Dio. Grande utilità dei sentimenti di dolore e di timore a confronto della corona e come il peccato veniale non debba essere disprezzato, perché non conduca a quello mortale.

 

Capitolo Diciannovesimo

 

Parla il Figlio alla sposa: Figlia, perché ti preoccupi e sei agitata?
Ella risponde: Perché sono presa da vari e vani pensieri e non posso liberarmene e mi turba udire il tuo giudizio terribile.

Risponde il Figlio: Questa è vera giustizia. Come prima ti dilettavi degli affetti del mondo contro la mia volontà, così ora permetto ti vengano codesti pensieri contro il tuo volere. Temi però con misura e confida assai in me, tuo Dio, sapendo sicurissimamente che quando la mente non si compiace nei pensieri peccaminosi, ma vi resiste, detestandoli, essi sono purificazione e corona dell'anima. Se poi t'accorgi di compiacerti in qualche piccolo peccato, che sai essere peccato, e lo fai, trascurando d'astenerti e presumendo della grazia e non ne fai penitenza né altra emenda, sappi ch'esso può diventare mortale. Perciò se ti viene in mente qualche dilettazione di peccato, qualunque sia, rifletti subito dove va a finire e pentiti.

Dopo che, infatti, la natura umana s'è indebolita, da tale debolezza proviene spesso il peccato. Non c'è infatti uomo, che non pecchi venialmente. Ma Dio misericordioso ha dato all'uomo il rimedio, e cioè il pentimento d'ogni peccato anche di quelli già emendati, se per caso non se ne sia fatta adeguata emenda. Nulla infatti Dio odia di più che il sapere d'aver peccato e non curarsene o il presumere dei propri meriti, quasi Dio tollerasse qualche tuo peccato, perché non può essere onorato se non da te, o ti permettesse di compierne anche uno solo, dato che hai già fatto tanto altro bene. Anche se avessi pur fatto milioni di atti buoni, non basterebbero per redimere un solo peccato, data la bontà e la carità di Dio. Temi perciò in modo ragionevole e, se non riesci a scacciare questi pensieri, abbi almeno pazienza e sforzati con la volontà contraria. Infatti non ti dannerai perché essi ti vengono, ma se ne prendi diletto.

Anche se non acconsenti ai pensieri, temi di cadere in superbia. Chi sta in piedi, infatti, sta solo per forza di Dio. Perciò il timore è come un'introduzione al cielo; molti infatti caddero nel baratro della propria morte, perché avevano allontanato da sé il timore di Dio e si vergognarono di confessare davanti a Dio. Perciò mi rifiuterò di sollevare dal peccato chi trascura di chiedere perdono. Aumentando i peccati con la pratica, quello che era perdonabile per il pentimento essendo veniale, diventa, per negligenza e disprezzo, assai grave, come potrai comprendere in quest'anima già giudicata. Dopo che commise infatti il peccato veniale e perdonabile, l'aumentò per l'abitudine, confidando in alcuni suoi meriti e in alcune opere da poco, non pensando al mio giudizio. E così, l'anima adescata dall'abitudine alla disordinata affezione, non si emendò né frenò la volontà di peccato, fino a che non venne l'ultimo momento e fu pronto il giudizio. Mentre si avvicinava la fine, ancor più s'avviluppava miserabilmente la sua coscienza, si addolorava di dover presto morire costretta a separarsi da quel piccolo bene terreno che amava.

Dio infatti sopporta l'uomo fino all'ultimo e aspetta, semmai il peccatore voglia rimuovere totalmente la sua libera volontà, dall'affetto al peccato. Ma quando la volontà non si corregge, l'anima è avvinta quasi invincibilmente, perché il Diavolo sa che ognuno sarà giudicato secondo la coscienza e la volontà e fa ogni sforzo in quel punto, affinché l'anima prenda la cosa alla leggera e s'allontani dalla retta intenzione. E Dio lo permette, perché l'anima, quando doveva, non volle vigilare.

Non voler poi considerare e presumere troppo, se chiamo qualcuno amico e servo, come prima ho chiamato costui, perché anche Giuda fu chiamato amico e Nabuccodonosor servo. Ma come dissi direttamente: « Voi siete miei amici, se farete quel che vi comando », così dico ora: sono amici quando mi imitano, nemici quando, disprezzando i miei comandamenti, mi perseguitano. Forse che David non peccò di omicidio dopo che l'ebbi detto uomo secondo il mio cuore? E Salomone non decadde dalla sua bontà, pur avendo ricevuto tanti doni ammirabili e tante promesse? La promessa non s'adempì in lui, a causa della sua ingratitudine, ma in me, Figlio di Dio. Perciò come nei tuoi contratti si mette la clausola con la finale, così io nel mio parlare appongo questa clausola con la finale, così io nel mio parlare appongo questa clausola finale: se qualcuno farà la mia volontà e lascerà la sua eredità, avrà la vita eterna. Chi invece ascolterà, ma non persevererà nelle opere, sarà come il servo inutile e ingrato. Ma neppure devi diffidare, se chiamo qualcun altro nemico, perché appena il nemico volge la volontà verso il bene, subito è amico di Dio. Non era Giuda uno dei Dodici, quando dissi: Voi siete miei amici, perché mi avete seguito e sederete sopra i dodici seggi? Allora Giuda mi seguiva, ma non sederà con i Dodici. Come s'adempiono allora le parole di Dio?

Ti rispondo: Dio, che vede i cuori e le volontà degli uomini, secondo questa li giudica e li rimunera per quel che vede. L'uomo, invece, giudica per quel che vede in faccia. Perciò, affinché non insuperbisse il buono, né diffidasse il cattivo, Dio chiama all'apostolato sia i buoni che i cattivi e ogni giorno chiama agli onori i buoni e i cattivi, affinché chiunque in vita esercita un ufficio si glori nella vita eterna. Chi poi ha dignità senza il peso (dei doveri) se ne glori nel tempo, essendo destinato alla morte eterna. Poiché dunque Giuda non mi seguiva con cuore perfetto, non valeva per lui quel « mi avete seguito », perché non perseverò sino al premio; bensì valeva per quelli che avrebbero perseverato, sia allora che poi.
Giacché il Signore, alla cui presenza io sto, parla a volte al presente di cose che riguardano il futuro e di quelle da fare come se fossero già fatte; talvolta unisce anche passato e futuro e usa il passato per il futuro, perché nessuno ardisca porre in discussione gli imperscrutabili consigli della Trinità.

Ascolta ancora una parola: Molti sono i chiamati, pochi invece gli eletti. Così costui è stato chiamato all'episcopato, ma non è eletto, perché è ingrato alla grazia di Dio. Perciò, vescovo di nome ma decaduto dal merito, sarà trattato come quelli che scendono e non salgono.

 

Aggiunta.

 

Il Figlio di Dio parla e dice: Ti meravigli, o figlia, che un vescovo fece una bellissima fine e un altro una fine orrenda, perché gli cadde una parete addosso e poco sopravvisse, e quel poco in gran dolore. Ti dico quel che dice la Scrittura, anzi io stesso, che il giusto di qualunque morte muoia è giusto presso Dio, mentre gli uomini del mondo reputano giusto quello che fa una bella fine senza dolori e vergogna. Dio invece ritiene giusto colui che è provato da lunga astinenza o che ha sofferto per la giustizia, perché gli amici di Dio sono tribolati in questo mondo e avranno minor pena in futuro o maggior gloria in cielo. Pietro e Paolo infatti son morti per la giustizia, ma Pietro morì più amaramente di Paolo, perché amò la carne più di Paolo e perché, avendo ricevuto il primato nella mia Chiesa, dovette a me assomigliare con una morte più crudele. Paolo invece, che amò di più la castità e faticò di più, ebbe la spada come egregio soldato, perché io dispongo le cose secondo i meriti e secondo misura. Perciò nel giudizio di Dio, non sono corona o condanna la fine o la morte spregevole, ma l'intenzione e la volontà degli uomini e la loro causa.

Così e di questi due Vescovi: Uno infatti soffrì di buona volontà più amarezze ed ebbe una morte più spregevole; l'altro morì con minori pene, ma non per la gloria, perché non soffriva di buona volontà; e perciò l'altro conseguì una fine gloriosa. Questo avvenne secondo la mia segreta giustizia, ma non per il premio eterno, perché non corresse la sua volontà durante la vita.

 

 

Parole della Madre alla figlia, riguardanti, con alcuni esempi, la magnificenza e la perfezione della vita di S. Benedetto. Com'è indicata in un legno sterile l'anima non fruttuosa, nella pietra la superbia della mente, e nel cristallo l'anima fredda; tre scintille da osservare nel cristallo, nato da pietra e legno.

 

Capitolo Ventunesimo

 

Parla la Madre di Dio: Ti ho detto già che il corpo di S. Benedetto era come un sacco, che veniva disciplinato e si reggeva, ma non reggeva. Inoltre l'anima sua era quasi un Angelo, che emanò da sé grande calore e fiamma, come voglio mostrarti con un esempio. Come se fossero tre fuochi: il primo da mirra, per cui emanò odore soave; il secondo, acceso all'asciutto, da cui provennero carboni ardenti e fulgenti di splendore; il terzo, acceso dall'olivo, che diede fiamma, luce e calore. In questi tre fuochi intendo tre persone e in esse i tre stati nel mondo.

Il primo stato era di quelli che, considerando la carità di Dio, misero la propria volontà nelle mani degli altri, assunsero la povertà e l'abbiezione al posto della vanità e della superbia del mondo, amarono la castità e la purezza al posto dell'incontinenza. Questi tali ebbero fuoco, proveniente da mirra, perché come la mirra è amara e scaccia tuttavia i Demoni e toglie la sete, così l'astinenza da quelle cose era amara al corpo, distruggeva il seme della concupiscenza disordinata e svuotava d'ogni potere il Diavolo. Il secondo stato era di quelli che pensavano così: A che pro ameremo gli onori del mondo, non trattandosi d'altro che d'aria che arriva agli orecchi? E a che pro ameremo l'oro, se non è altro che terra rossa? E che fine è poi quella della carne, se non putredine e fuoco? A che ci giova desiderare le cose terrene, quando tutto è vanità? Perciò vogliamo soltanto vivere e lavorare perché Dio sia onorato in noi e negli altri e che con le nostre parole e con i nostri esempi siano infiammati per Iddio. Questi tali ebbero il fuoco proveniente dall'asciutto, perché era morto in loro l'amore del mondo e ognuno di loro produceva carboni ardenti di giustizia e fulgore di divina predicazione.

Il terzo stato era di quelli che, accesi dall'amore della passione di Cristo, con tutto il cuore desideravano morire per Cristo. Questi ebbero il loro fuoco acceso all'olivo. Come infatti l'olivo è in sé grasso e produce più calore quand'è acceso, così questi tali furono tutti impregnati della divina grazia, da cui trassero, per darlo, il lume della scienza divina, l'ardore della più ardente carità, la forza d'una edificantissima conversazione.

Questi tre fuochi si diffusero ovunque. S'attaccò per primo quello degli Eremiti e dei Cenobiti, come scrive Girolamo. Il secondo fu quello dei Confessori e dei Dottori. Il terzo quello dei Martiri, che spregiarono la propria carne, per Dio, e altro ancora avrebbero osato, con l'aiuto di Dio. Ad alcuni di questi tre stati e fuochi fu mandato S. Benedetto, il quale fuse in uno solo questi tre fuochi, per cui erano illuminati gli insipienti, infiammati i freddi e quelli che erano già ferventi si infervoravano ancora più. E con questi tre fuochi ebbe inizio l'Ordine di Benedetto, che dirigeva ognuno, secondo la propria disposizione e capacità, nella via della salvezza e dell'eterna felicità. Orbene come dal corpo di S. Benedetto spirava la dolcezza dello Spirito Santo, per cui si fondavano molti Monasteri, così dal corpo di molti suoi fratelli lo Spirito Santo uscì, cosicché il fuoco è diventato cenere, ormai sono spente le fiamme e non danno più calore, né luce, ma fumo di impurità e di cupidigia.

Ma a sollievo comune, Dio mi diede tre scintille, con le quali intendo più cose. La prima scintilla è tratta dal cristallo col calore e con la luce del sole, che se si concentra sul secco, ne viene fuori una gran fiamma. La seconda è estratta dalla dura pietra. La terza dal legno selvatico, che crebbe con le sue radici e con le sue foglie.

Col cristallo, ch'è appunto una pietra fredda e fragile, s'intende quell'anima, la quale sebbene sia fredda nell'amor di Dio, tuttavia si sforza con la volontà e l'affetto di tendere verso la perfezione e prega Dio che l'aiuti. Perciò questa volontà la porta a Dio e merita che crescano le sue aspirazioni, per le quali si raffredda la tentazione cattiva, finché Dio irraggiandole il cuore, si fissa tanto in quell'anima da svuotarla d'ogni vano diletto, cosicché ella non vuole più vivere se non per l'onore di Dio. Nella pietra è indicata la superbia. Che c'è infatti più duro della superbia di quella mente, che desidera tutti gli elogi e tuttavia ama farsi stimare umile e sembrare anima pia? Chi più abominevole di quell'anima che, nei suoi pensieri, si preferisce a tutti e da nessuno sopporta d'essere rimproverata o istruita? Eppure molti, a questo modo superbi, chiedono umilmente a Dio che dai loro cuori siano tolte la superbia e l'ambizione. Per questo, Iddio con l'aiuto della buona volontà rimuoverà dal loro cuore gli ostacoli e le mollezze, in modo da essere ritratti dalle cose mondane e incitati a quelle celesti.

Nel legno secco poi è indicata l'anima che, nutrita nella superbia, fa frutti per il mondo e desidera avere il mondo e ogni suo onore. Ma siccome teme la morte eterna, sradica molti rami di peccato, che altrimenti commetterebbe se non avesse quel timore. Per cui Dio, per quel timore, s'accosta all'anima e le ispira la grazia sua, affinché il legno secco diventi fruttifero.

Con queste scintille si deve rinnovare l'Ordine di S. Benedetto, oggi tanto desolato e abbattuto.

 

 

Risposta di Gesù Cristo alle preghiere della sposa per gli infedeli. Come Dio ricavi onore dalla malizia dei cattivi, anche se non per la loro virtù e la loro volontà. Lo prova con un esempio, nel quale sono indicati la Chiesa o l'anima in una vergine, i nove Cori degli Angeli nei nove fratelli della vergine. Cristo nel Re, i tre stati degli uomini nei tre figli del Re.

 

Capitolo Ventiquattresimo

 

Signor mio Gesù Cristo, ti prego che la tua fede si diffonda fra tutti gli infedeli, che i buoni s'accendano ancora più del tuo amore, che i cattivi migliorino.

Rispose il Figlio: Tu ti turbi come se Dio abbia meno onore. Perciò ti porto un esempio, col quale potrai capire che Dio è onorato anche dalla malizia dei cattivi, anche se non per loro virtù e volontà.

C'era infatti una certe vergine saggia e devota, ricca e morigerata e aveva nove fratelli, i quali amavano ognuno la propria sorella come il proprio cuore, come se questo cuor loro fosse in lei. Nel regno poi, dove era quella vergine, era stabilito che chiunque avesse dato, ricevesse onore; chi rubasse, fosse derubato; chi poi violentasse, fosse decapitato. Il Re di questo regno aveva tre figli. Il primo di loro amava la vergine e le offrì calzari d'oro, una cintura d'oro, l'anello al dito e una corona in capo. Il secondo desiderò i suoi beni e la depredò. Il terzo desiderò la verginità della vergine, tentando di violarla.

Ora questi tre figli del Re furono catturati dai nove fratelli della vergine e presentati al Re. Dissero i fratelli: I tuoi figli hanno desiderato nostra sorella; il primo l'ha onorata e amata con tutto il cuor suo; il secondo l'ha depredata; il terzo avrebbe dato volentieri la vita, se avesse potuto violarla. Li abbiamo catturati quando la loro volontà era pronta a far queste cose. Ciò udito, il Re rispose: Son tutti e tre figli miei e li amo tutti egualmente. Ma non posso né voglio agire contro giustizia, e intendo giudicare dei figli e dei servi. Perciò tu, figlio mio, che hai onorato la vergine, vieni, ricevi l'onore e la corona col Padre tuo. Tu poi, figlio mio, che ne desiderasti i beni e li rubasti, andrai sì in carcere finché non restituisci il mal tolto fino all'ultimo quadrante, giacché, come mi è stato testimoniato, te ne sei pentito e volevi riparare, ma non potesti farlo perché sorpreso dai fatti e improvvisamente tratto in giudizio. Tu poi, figlio mio, che facesti ogni sforzo per violare la vergine e non te ne sei pentito, sia aggravato il tuo castigo in tanti modi quanti usasti per disonorarla.

Tutti i fratelli della vergine risposero: Lode a te, o giudice, per la tua giustizia. Se non ci fosse stata virtù in te ed equità nella tua giustizia e carità nella tua equità, mai si sarebbe così giudicato.
Questa vergine è la santa Chiesa, ben adorna per la fede, bella dei sette Sacramenti, pregevole nei costumi per le virtù, amabile nel tratto, perché addita la vera via all'eternità. Questa santa Chiesa ha come tre figli, nei quali sono indicati molti. Il primo, rappresenta quelli che amano Dio con tutto il cuore. Il secondo, quelli che desiderano le cose temporali a proprio onore. Il terzo, quelli che preferiscono la propria volontà a Dio. La verginità poi della Chiesa rappresenta le anime create dalla sola potenza di Dio.

Il primo figlio dunque regala i calzari d'oro, quando s'affligge per le negligenze e i peccati commessi. Presenta poi le vesti, quando osserva i comandamenti, osserva i consigli evangelici per quanto può. Dà poi la cintura, quando propone fermamente di perseverare nella continenza e nella castità. Le mette l'anello al dito, quando crede fermamente quel che comanda la santa Chiesa Cattolica, cioè il giudizio futuro e la vita eterna. Pietra dell'anello è la speranza, sperando costantemente di aver con la penitenza il perdono di ogni peccato, per quanto abominevole sia. Le mette poi la corona in testa, quando ha la vera carità: 1) Come infatti nella corona ci sono diverse pietre, così diverse virtù sono nella carità. 2) La testa poi dell'anima, ossia della Chiesa, è il corpo mio: chiunque lo ama e onora, è detto giustamente figlio di Dio. Chiunque perciò in tal modo ama se stesso e la santa Chiesa, ha nove fratelli e cioè i nove Cori degli Angeli, perché è con loro partecipe e compagno nella vita eterna. Gli Angeli infatti abbracciano tutti con amore totale e la santa Chiesa, come se stesse nel loro cuore. La santa Chiesa infatti non sono le pietre e le pareti, ma le anime dei giusti e perciò del loro onore e progresso gioiscono gli Angeli, come per se stessi.

Il secondo fratello, o figlio, indica quelli che, disprezzando la Costituzione della santa Chiesa, vivono ad onore del mondo e per amore della carne. Essi – offuscando la bellezza delle virtù – vivono secondo la propria volontà; ma poi verso la fine si pentono e detestano il mal fatto. A questi occorre la purificazione, fino a che con le opere e le orazioni si riconcilino con la Chiesa e con Dio. Il terzo figlio indica coloro che, avendo scandalizzato un'anima, non si curano di perire eternamente, pur di portare a compimento i loro piaceri. Sopra costoro, i nove Cori degli Angeli chiedono giustizia, perché non vollero convertirsi a penitenza.

Perciò quando Dio fa giustizia, lo lodano gli Angeli per la sua inflessibile equità. Adempiendosi poi l'onore dovuto a Dio, godono della sua potenza, per la quale si serve per il suo onore della stessa malizia dei cattivi. Perciò quando vedi i cattivi, compatiscili, ma godi dell'eterno onore di Dio. Dio infatti non vuol niente di male, perché Creatore di tutte le cose e Lui solo è buono; ma, come giustissimo giudice, permette molte cose per le quali in terra come in cielo Egli è onorato per la sua equità e segreta bontà.

 

 

La moltitudine innumerevole dei Martiri cristiani sepolti a Roma e i tre gradi di perfezione dei Cristiani. Una certa visione della stessa sposa e come Cristo, apparsole, gliene abbia data la spiegazione e interpretazione.

 

Capitolo Ventisettesimo

 

O Maria, anche se indegna, chieggo il tuo soccorso. Io ti chiedo di pregare per la nobilissima e santissima città di Roma. Vedo infatti che alcune delle chiese, ove riposano le Ossa dei Santi, sono desolate. Alcune no, ma i cuori e i costumi di quelli che le reggono sono da Dio lontani. Ottieni loro la carità, perché ho appreso da scritti che a Roma ogni giorno dell'anno contiene 7000 Martiri. E anche se le anime non hanno minore onore in cielo, benché le loro ossa siano contenute in terra, tuttavia ti prego che ai tuoi Santi e alle loro Reliquie sia reso più grande onore in terra e sia risvegliata la devozione del popolo.

Rispose la Madre: Se tu misurassi un pezzo di terra di 100 piedi in lunghezza, e altrettanti in larghezza, e lo seminassi di puro grano di frumento, così fittamente che non ci fosse spazio se non d'un sol dito tra grano e grano, a Roma vi sarebbero ancora più Martiri e Confessori, da quando vi arrivò umilmente Pietro, fino a che Celestino abdicò dal trono della superbia e tornò al suo eremo. Parlo di quei Martiri e Confessori che predicavano la vera fede e l'umiltà contro la superbia e che morirono per la fede o erano nella volontà pronti a farlo. In fatti Pietro e molti altri erano così accesi e ferventi nell'annunzio della parola di Dio, che se avessero potuto dar la vita per ciascun uomo, l'avrebbero data volentieri. E tuttavia temettero per la presenza di coloro che da loro favoriti con le parole di consolazione e della predicazione, non li rapissero, perché desideravano più la loro salvezza, che la propria vita e il proprio onore. Ce ne furono anche tanti che agirono per la conquista e la salvezza di molte anime, e perciò si visse segretamente durante la persecuzione. Tra i due perciò, cioè tra Pietro e Celestino, non tutti furono buoni, come neppure tutti furono cattivi. Ecco, ipotizziamo tre gradi, come da te composti oggi: positivo, comparativo, superlativo, cioè buoni, migliori, ottimi.

Nel primo grado vi furono quelli che pensavano così: Noi crediamo tutto ciò che comanda la santa Chiesa. Non vogliamo defraudare alcuno, ma anzi vogliamo restituire e servire a Dio con tutto il cuore. Tali persone vi furono anche al tempo di Romolo, fondatore di Roma. Secondo la loro fede, essi pensavano così: Noi comprendiamo e sappiamo che Dio è il Creatore di tutti; Lui dunque vogliamo amare più di tutti. Molti altri la pensavano così: Noi abbiamo saputo dagli Ebrei che il vero Dio si manifestò loro con chiari prodigi, sicché se noi sapessimo su che cosa fondarci di più, volentieri lo faremmo. Costoro appartennero quasi tutti al primo grado. Quando a Dio piacque, venne a Roma Pietro, che elevò altri al primo grado positivo, altri al comparativo, altri al grado superlativo. Quelli infatti che accolsero la vera fede e furono coniugati o in altro stato onorevole, furono nel grado positivo. Quelli invece che lasciarono le cose proprie, per la divina carità, quelli che dettero buon esempio agli altri, con le parole e gli esempi e le opere, e quelli che niente anteposero a Cristo, furono nel grado comparativo. Quelli poi che offrirono la vita per l'amore di Dio, furono nel grado superlativo.

Ma domandiamoci, in quale di questi gradi suddetti si trova più fervente carità di Dio. Vediamo quale grado si trova nei soldati, nei dottori; fra i religiosi e in quelli che son dediti al disprezzo del mondo, che sembrerebbe debbano appartenere al grado comparativo o al superlativo; e sicuramente ne troveremo ben pochi. Non c'è infatti vita più austera di quella militare, se è inquadrata nella sua istituzione. Se infatti è comandato al monaco di portare la cocolla, al soldato è comandato qualcosa di più pesante, la corazza.

Se è grande per il monaco combattere contro i piaceri della carne, di più è per il soldato andare incontro al nemico armato. Se poi è concesso al monaco un duro giaciglio, più duro è per il soldato l'essere in armi. E se il monaco è afflitto e turbato dall'astinenza, più duro è per il soldato il continui timore per la vita. Non s'è assunta infatti la milizia della Cristianità per l'acquisto del mondo e per la cupidigia, ma a sostegno della verità e a diffusione della vera fede. Perciò il grado militare e quello dei religiosi dovrebbe appartenere al grado superlativo o, almeno, a quello comparativo. Ma tutti i gradi decaddero dalla loro lodevole disposizione, perché l'amore di Dio s'è cambiato in desiderio del mondo. Se infatti fosse dato un sol fiorino di tre, molti tacerebbero la verità piuttosto che perderlo.

Ora parla la sposa e dice: Vidi ancora molti giardini sulla terra e nei giardini rose e gigli. Poi in un luogo spazioso della terra, vidi un appezzamento di 100 piedi di lunghezza e altrettanti di larghezza. A ogni piede vi erano seminati sette grani di frumento, che ogni giorno producevano il centuplo. Dopo queste tre cose udii una voce che diceva: O Roma, Roma, le tue mura sono crollate! Perciò le tue porte non hanno sentinelle, i tuoi altari son profanati, il sacrificio vivo e l'incenso mattutino sono bruciati nell'atrio, e non vien fuori santo odore soavissimo dal Sancta Sanctorum.

E subito, apparendole, il Figlio di Dio disse alla sposa: Ti spiego quello che hai visto. La terra vista significa ogni luogo, dov'è la fede cristiana. I giardini invece son quei luoghi dove i Santi di Dio ricevettero le loro corone. Tuttavia nel Paganesimo, e cioè in Gerusalemme e in altri luoghi, furono molti fra gli eletti di Dio, dei quali per ora non ti sono stati mostrati i luoghi. Il campo poi dei 100 piedi di lunghezza e 100 di larghezza indica Roma. Se infatti tutti i giardini del mondo fossero uniti a Roma, certamente Roma sarebbe ugualmente grande di Martiri (dico nella carne), perché quel luogo fu scelto per l'amore di Dio. Il grano poi, che vedesti fra piede e piede, indica quelli che, per la macerazione della carne, il pentimento e l'innocenza di vita, entrarono in cielo. Le poche rose poi sono i Martiri, arrossati dal proprio sangue versato in diversi luoghi. I gigli poi sono i Confessori, che predicarono e confermarono la fede con le parole e con le opere.

Ora poi posso parlare di Roma, come il Profeta parlava di Gerusalemme. Una volta abitò in essa la giustizia e i suoi Principi erano i Principi della pace. Ora s'è tramutata in rifiuto, e i suoi Principi in omicidi. Oh sapessi i tuoi giorni, o Roma, piangeresti di certo e non saresti allegra. Perché Roma antica era come una tela dipinta d'ogni più bel colore e tessuta di nobilissimo filo. La sua stessa terra era colorata di rosso, cioè del sangue dei Martiri e intessuta delle Ossa dei Santi. Ma ora le sue porte sono abbandonate, perché i difensori e le sentinelle sono dediti alla cupidigia. Le sue mura sono abbattute e senza sentinelle, perché non pensano al danno delle anime, ma il clero e il popolo, muri di Dio, si spartiscono gli utili materiali. I vasi sacri sono spregevolmente venduti, perché i Sacramenti di Dio son distribuiti per soldi e favori del mondo. Gli altari sono diroccati, perché chi celebra con i vasi, ha le mani vuote di carità e gli occhi alle offerte e, sebbene abbiano il vero Dio fra le mani, tuttavia il loro cuore è vuoto di Dio ed è pieno di vanità mondane.

Il santo dei Santi, ove si consumava un tempo il Supremo Sacrificio, significa il desiderio della visione e fruizione di Dio, dal quale dovrebbe salire la carità verso Dio e il prossimo e anche tutto l'ardore della continenza e della virtù. Ma adesso si offre il Sacrificio nell'atrio, cioè nel mondo, poiché tutta la divina Carità s'è degradata in corruttela e vanità mondana. Questa da te vista è la Roma materiale: difatti molti altari son desolati, le cose offerte sono scialacquate nelle cantine. E gli oblatori (i sacerdoti) attendono piuttosto al mondo che a Dio.

Sappi però che dal tempo dell'umile Pietro fino a che salì sul trono della superbia Bonifacio, innumerevoli Anime andarono al cielo. Tuttavia Roma è ancora vuota d'Amici di Dio, i quali se fossero aiutati, griderebbero a Dio ed Egli avrebbe pietà di loro.

 

 

Lode della sposa alla Vergine, con la similitudine del Tempio di Salomone e come sia inspiegabile il Mistero dell'Unità di Dio con l'umanità e come le Chiese dei Sacerdoti siano dipinte con vanità.

 

Capitolo Ventinovesimo

 

Benedetta sei tu, o Maria, Madre di Dio, tempio di Salomone, le pareti del quale furono dorate, il cui tetto era fulgidissimo, il cui pavimento era fatto di pietre preziosissime, la cui costruzione era tutta splendore, il cui interno era tutto profumato e ammirevole.

In realtà in tutto e per tutto tu rassomigli al tempio di Salomone, nel quale il vero Salomone stava a suo agio e fu intronizzato, nel quale fece entrare l'Arca gloriosa e il candelabro rilucente. Così tu, Vergine benedetta, sei il tempio di quel Salomone, che riappacificò Dio e l'uomo, riconciliò i colpevoli, detta la vita ai morti e liberò i poveri debitori da ogni esazione. Il tuo corpo e l'anima tua son diventati tempio della Divinità; in esso v'è il tetto della divina carità, sotto il quale il Figlio di Dio, uscito dal Padre, gioiosamente con te abitò; il pavimento poi del tempio è composto dalla tua vita nell'esercizio assiduo della virtù. Nessuna bellezza ti mancò, perché tutto fu in te stabile, tutto umile, tutto devoto, tutto perfetto.

Le pareti del tempio son quadrate, perché non fosti sconvolta da insulto, ma esaltata d'onori; non turbata dall'impazienza, soltanto tesa all'onore e all'amore di Dio. Le pitture del tuo tempio furono l'incessante fuoco dello Spirito Santo, col quale s'innalzava l'anima tua, tanto che non c'è nessuna virtù, che non fosse in te più alta e più perfetta di ogni altra creatura. Perciò in codesto tempio Dio si trovò a suo agio, allorquando infuse nelle tue membra la sua venuta dolcissima. Vi si riposò, quando unì la Divinità all'Umanità.

Benedetta dunque sei tu, santissima Vergine, nella quale il grande Dio s'è fatto piccolo figlio, l'eterno Dio e invisibile Creatore s'è fatto creatura visibile. Perciò ti prego di volgermi il tuo viso e aver pietà di me, tu che sei piissima e potentissima Signora. Sei infatti la Madre di Salomone, non di quello che fu figlio di David, ma di colui ch'è il padre di David e il Signore di Salomone, che costruì quel tempio meraviglioso, ch'era la tua figura. Il Figlio esaudirà la Madre, tale e tanta Madre.

Ottienimi dunque che il piccolo Salomone, che dormì dentro di te, sia con me sveglio, affinché nessun diletto peccaminoso mi punga, ma sia perseverante il mio pentimento per i peccati commessi, e sia per me morto l'amore del mondo, costante la pazienza, fruttuosa la penitenza.

Io non ho infatti di mio nulla di virtuoso, se non una parola sola e cioè: Pietà, Maria, perché il mio tempio è tutto il contrario del tuo. È infatti tenebroso di vizi, sporco di lussuria, corrotto dai vermi della cupidigia, instabile per la superbia, labile per la vanità delle cose mondane.

Rispose la Madre: Sia lode a Dio, che ispirò al tuo cuore di rivolgermi questo saluto, perché capisca quanta bontà e dolcezza è in Dio. Ma perché mi paragoni a Salomone e al suo tempio, mentre son la Madre del Figlio, la cui generazione non ha principio né fine; di Colui, del quale si legge che non ha padre né madre, cioè Melchisedech? Questi infatti è detto Sacerdote, ed appartiene ai Sacerdoti il tempio di Dio, per cui io son la Madre del Sommo Sacerdote e Vergine. Ti dico davvero che sono tutt'e due, la Madre cioè di Salomone e la Madre del Sacerdote, che riconcilia. Difatti il Figlio di Dio, che è Figlio mio, è tutt'e due, Sacerdote e Re dei Re. Infine nel mio tempio Egli rivestì spiritualmente le vesti sacerdotali, con le quali offrì il Sacrificio per il mondo. Nella Città regale poi era incoronato della Corona regale, anche se dura. Di fuori, come un fortissimo pugile, teneva il campo e la lotta.

Ora posso lamentarmi che è dimenticato e trascurato questo stesso Figlio mio dai Sacerdoti e dai Re. I Re si vantano dei loro palazzi, dell'esercito, del progresso, del prestigio. I Sacerdoti insuperbiscono dei beni e dei possedimenti temporali delle anime. Come dicesti tu: Il tempio è dorato; così i templi dei Sacerdoti sono dipinti di vanità e di curiosità mondane; alla testa regna infatti la simonia. È stata eliminata l'Arca del testamento, spenta la lampada delle virtù, deserta la mensa della devozione. Esclama la sposa: O Madre della Misericordia, abbi pietà di loro, te ne prego.

E ad essa la Madre risponde: Fin da principio Dio amò tanto i suoi, in modo che non solo siano esauditi nelle preghiere per se stessi, ma anche gli altri sentano gli effetti delle loro preghiere. Perciò, affinché siano esaudite le loro preghiere per gli altri, due cose sono necessarie e cioè la volontà di lasciare il peccato e la volontà di progredire nel bene. Chiunque avrà queste due cose, gli gioveranno le mie preghiere.

 

 

Parole di S. Agnese alla sposa, con il paragone del fiore, sul modo di amare la Vergine, e come la Vergine, gloriosa parlando dichiari l'immensa ed eterna pietà di Dio verso la nostra empietà e ingratitudine e come gli amici di Dio non debbano turbarsi nelle tribolazioni.

 

Capitolo Trentesimo

 

S. Agnese parla alla sposa e dice: Figlia, ama la Madre della Misericordia. Ella infatti è come un fiore somigliante ad una spada. Ora questo fiore ha due estremità molto aguzze e la cima fragile. Per altezza e lunghezza però sopravanza gli altri fiori. Così Maria è il fiore dei fiori, fiore che crebbe nella valle e arrivò sopra tutti i monti, fiore – ti dico – che s'alimentò a Nazareth e si diffuse nel Libano. Questo fiore fu il più alto, perché la benedetta Regina del Cielo sopravanzò in dignità e autorità ogni creatura. Anche Maria ebbe due punte, cioè le estremità molto aguzze, ossia il ricordo in cuore della Passione del Figlio e la resistenza assidua agli assalti del Diavolo, perché mai consentì al peccato. Ben profetò quel vecchio che diceva: La tua anima sarà trafitta da una spada. Tanti infatti furono i colpi di spada ch'Ella sostenne spiritualmente, quante furono le piaghe del Figlio suo. E quelle piaghe Ella presagiva e vedeva.

Ebbe poi Maria una larghezza sovrabbondante, cioè la misericordia. Infatti è così pia e misericordiosa e disposta a soffrire qualsiasi tribolazione, piuttosto che si perdano le anime. Unita ora al Figlio suo non si dimentica della sua bontà ed estende a tutti la sua misericordia, anche ai pessimi, affinché come sono illuminati dal sole e ammirati delle cose del cielo e della terra, così non vi sia alcuno che, chiedendolo per mezzo di Lei, non ne sperimenti la pietà, per la dolcezza di Maria. Maria ebbe anche la fragile cuspide dell'umiltà. Per essa piacque all'Angelo, dicendo d'essere serva, Lei che veniva eletta Signora. Per essa concepì il Figlio di Dio, perché non volle compiacersi come i superbi. Per essa salì al sommo trono, perché altro non amò che Dio stesso.

Fatti dunque avanti personalmente e saluta la Madre della Misericordia, che viene. Allora comparve Maria e disse: Hai detto, o Agnese, il sostantivo, ma aggiungi l'aggettivo. E Agnese: Dirò che « bellissima » e « virtuosissima » di nessun altro può dirsi se non di te, che sei la Madre della Salvezza di tutti.

E la Madre di Dio rispose alla beata Agnese: Ben dici tu, perché ho più potere di tutti e perciò aggiungerò l'aggettivo e il sostantivo del canale, cioè dello Spirito Santo. Ma vieni e ascoltami. Tu ti addolori che sia diventato fra gli uomini un proverbio questo modo di dire: Viviamo come più ci piace, ché Dio facilmente si placa. Diamoci al mondo e ai suoi onori finché possiamo, poiché per gli uomini è stato fatto il mondo. Davvero, figlia mia, questo parlare non proviene da carità di Dio, né tende o attira alla carità di Dio. Tuttavia Iddio non si dimentica mai della carità sua, ma mostra ognora la sua pietà verso gli uomini ingrati. Egli infatti è uguale a un fabbro, che fa un gran lavoro e ora riscalda il ferro al fuoco, ora lo raffredda. Così Dio, ottimo fabbro, che fece il mondo dal nulla, mostrò la carità sua ad Adamo e ai suoi discendenti. Ma gli uomini si raffreddarono tanto, che commisero ogni eccesso, quasi niente stimando Dio. Perciò, mostrata prima la misericordia con l'avvertimento, Dio mostrò la sua giustizia col diluvio. Dopo il diluvio fece il suo patto con Abramo e gli mostrò i segni dell'amore suo e ne liberò i discendenti con segni e prodigi grandissimi. Di sua bocca dette i Comandamenti con miracoli chiarissimi.

Ma raffreddatosi il popolo, col passar del tempo, venuto in tanta pazzia da adorare anche gli idoli, il buon Dio volendo di nuovo infiammarli, perché freddi, mandò al mondo il proprio Figlio, che insegnò la vera via del Cielo e indicò la vera umiltà da imitare.
Ma ora è da tanti troppo avversato e dimenticato, e tuttavia dimostra ancora e fa udire le parole della sua misericordia. E tutto accade ora non diversamente da allora. Prima del diluvio infatti, prima li ammonì e il popolo fu atteso a penitenza. Così dunque Israele, prima che entrasse nella terra promessa, fu provato e fu prorogato il tempo della promessa. Certamente Dio avrebbe ben potuto far uscire il popolo in quaranta giorni e non protrarli a quarant'anni. Ma la giustizia divina esigeva che fosse palese l'ingratitudine del popolo e si manifestasse la misericordia di Dio e il popolo futuro tanto più si umiliasse.

Ora poi, se alcuno volesse domandare perché mai Dio affligga il suo popolo o come mai debba essere eterna una pena, mentre eterna non può essere la vita di chi pecca, sarebbe sommamente audace. Come è audace colui che col pensiero e il ragionamento si sforza di capire e di comprendere in che modo Dio è eterno. Infatti Dio è eterno e incomprensibile e in Lui eterne sono la giustizia e la retribuzione, ineffabile è la misericordia. Se Dio non l'avesse dapprima mostrato agli Angeli, non si sarebbe conosciuta la sua giustizia, che giudica tutto con equità. E se ancora non avesse usato la sua misericordia verso l'uomo, creandolo e liberandolo con infiniti prodigi, come si sarebbe saputa tanta sua bontà e carità così immensa e perfetta?
Poiché dunque Dio è eterno, eterna è in Lui la giustizia, senza aggiungere e senza togliere. Come nell'uomo, che progetta il modo e la data dell'opera da fare, così in Dio, quando opera, la sua giustizia ovvero la sua misericordia. Si manifestano compiendola, perché presente, passato e futuro son fin dall'eternità presso di Lui.

Perciò gli Amici di Dio devono pazientare nell'amore di Dio e non inquietarsi, anche se vedono prosperare quelli del mondo. Perché Dio è come un'ottima lavandaia, la quale espone un panno sporco all'acqua più violenta, perché ne esca più netto e pulito e sta attenta che non sia trascinato dalla violenza delle onde. Così pure Dio espone nel presente gli Amici suoi alle procelle della povertà e della tribolazione, perché ne siano purificati per la vita eterna, proteggendoli diligentemente perché non siano travolti dalla troppa tristezza e dalla tribolazione insopportabile.

Libro 5 ”Libro delle Domande”

 

Ecco come viene introdotta la trattazione:
Capitò una volta che Brigida andava a cavallo a Vadstena essendo accompagnata da parecchi dei suoi amici, che erano anch'essi a cavallo. E mentre cavalcava elevò lo spirito a Dio e subitamente fu rapita e come alienata dai sensi in maniera singolare, sospesa nella contemplazione. Vide allora come una scala fissata a terra, la cui sommità toccava il cielo; e nell'alto del cielo vedeva Nostro Signor Gesù Cristo seduto su un trono solenne e ammirevole, come un giudice giudicante; ai suoi piedi era seduta la Vergine Maria e intorno al trono vi era una innumerevole compagnia di angeli e una grande assemblea di santi.

 

A metà della scala vedeva un religioso che conosceva e che viveva ancora, conoscitore della teologia, fine e ingannatore, pieno di diabolica malizia, che dall'espressione del volto e dai modi mostrava di essere impaziente, più diavolo che religioso. Ella vedeva i pensieri e i sentimenti interiori del cuore di quel religioso e come si esprimeva nei confronti di Gesù Cristo... E vedeva e udiva come Gesù Cristo giudice rispondeva dolcemente e onestamente a queste domande con brevità e saggezza e come ogni tanto Nostra Signora dicesse qualche parola a Brigida.

 

Il Libro delle Domande contiene sedici interrogazioni, ognuna delle quali è suddivisa in quattro, cinque o sei domande, a ognuna delle quali Gesù risponde dettagliatamente.

 

Per dare subito un'idea precisa della struttura e del contenuto del libro, riportiamo per intero la prima interrogazione che contiene cinque domande legate alla nostra fisicità.

 

Libro 5 - Prima Interrogazione

 

1. O giudice, io ti interrogo. Tu mi hai donato la bocca: non debbo forse parlare di cose piacevoli?

 

2. Tu mi hai donato gli occhi: non devo vedere gli oggetti che mi dilettano?

 

3. Tu mi hai donato le orecchie: perché non dovrei ascoltare i suoni e le armonie che mi piacciono?

 

4. Tu mi hai donato le mani: perché non dovrei farne ciò che mi piace?

 

5. Tu mi hai donato i piedi: perché non dovrei andare dove mi conducono i miei desideri?

 

Risposte di Gesù Cristo

 

1. Il giudice, seduto su un trono sublime, con gesti molto dolci e molto onesti rispose: Amico mio, ti ho dato la bocca per parlare ragionevolmente delle cose utili all'anima e al corpo, e delle cose che sono in mio onore.

 

2. Ti ho dato gli occhi affinché tu veda il male e lo eviti e affinché tu veda il bene e ad esso ti ispiri.

 

3. Ti ho dato le orecchie per ascoltare la verità e per udire ciò che è onesto.

 

4. Ti ho dato le mani affinché con esse tu faccia ciò che è necessario al corpo e che non nuoce all'anima.

 

5. Ti ho dati i piedi perché tu ti allontani dall'amore del mondo e ti avvicini al riposo eterno, all'amore della tua anima e a me, tuo Creatore.

Libro Sesto

 

Benignamente Cristo rimprovera la sposa d'una certa impazienza commessa, istruendola a non farlo più e di non rispondere nulla ai provocatori, finché non sia placata l'agitazione dell'anima, cercando di trar profitto dalle sue parole.

 

Capitolo Sesto

 

Io sono il tuo Creatore e il tuo Sposo. Tu, mia sposa novella, con la tua ira hai commesso quattro peccati. Primo, perché fosti nel tuo cuore impaziente con le parole. Mentre io sopportai per te i flagelli e non risposi verbo davanti al giudice. Secondo, rispondesti peggio e alzasti troppo la voce nel rimproverare. Mentre io, piagato con i chiodi, non aprivo bocca. Terzo, perché disprezzasti me, per il quale avresti dovuto tutto pazientemente sopportare. Quarto, perché non giovasti al tuo prossimo, mentre con la tua pazienza avresti dovuto incoraggiare gli erranti a migliorare.

Per cui voglio che tu non ti adiri più. Quando perciò sei provocata all'ira da qualcuno, finché l'ira non sia in te placata, non rispondergli. Ma, passata l'agitazione dell'animo e riflettuto bene al motivo dell'agitazione, parla con mansuetudine. Se poi si trattasse di cosa, che parlandone non giova a nulla e, tacendola, non v'è peccato, è meglio tacere con merito.

 

 

È condannata da Cristo l'anima d'un certo defunto per i gravi peccati, perché non si dolse dei dolori e delle piaghe della Passione di Cristo e quell'anima è paragonata a un figlio abortivo e condannato. Indica poi quelli che seguirono maliziosamente Cristo nella predicazione e quelli che lo crocifissero e ne custodirono il sepolcro.

 

Capitolo Ventottesimo

 

Si vedeva un grande esercito davanti a Dio, al quale Egli diceva: Ecco, quell'anima non è mia. Della piaga del mio costato e del mio cuore, infatti, s'è così poco curata come se avessero colpito lo scudo di un suo nemico. Si curò delle piaghe delle mie mani come per lo strappo d'uno straccio e delle piaghe dei miei piedi, così sopportabili per essa, come se avesse visto aprire un tenero pomo.

Allora Dio le diceva: Spesso nella tua vita chiedesti perché Dio fosse morto nel corpo. Ora io chiedo a te: perché tu, misera anima, sei morta? Ella rispose: perché non ti amai. E il Signore all'anima: Tu – disse – fosti per me come un figlio abortito dalla madre sua, per il quale non patì meno dolore di quello avuto per il figlio uscito vivo dal suo seno. Così, con tanto prezzo e tanta amarezza, come per ognuno dei miei Santi, io ti ho redenta, sebbene tu abbia avuto così poca cura di me. Però, come il figlio abortito, non gusta la dolcezza del seno materno, né la consolazione delle parole, né il calore del petto, così tu non gusterai mai la dolcezza ineffabile dei miei eletti, giacché piacque a te la tua dolcezza. Non ascolterai mai le mie parole per il tuo progresso, perché ti piacquero le tue parole e quelle del mondo, mentre le mie ti erano amare. Non proverai mai la carità e bontà mia, perché sei fredda e quasi ghiaccio per ogni bene. Va dunque dove sogliono essere gettati gli aborti, ove vivrai la tua morte in eterno, perché non volesti vivere nella luce e nella vita mia.

Poi Dio diceva all'esercito: O amici miei, se tutte le stelle e i pianeti si trasformassero in lingue e mi pregassero tutti i Santi, non le farei misericordia, perché dev'essere condannata per dovere di giustizia. Quell'anima fu simile a tre cose. Per prima, fu simile a quelli che mi seguivano nella predicazione, per malizia, per prendere dalle mie parole e dalle mie azioni motivi per accusarmi e tradirmi. Essi videro le mie opere buone e i miracoli, che nessuno poteva fare se non Dio. Udirono la mia sapienza e approvarono la mia ammirabile vita e per questo mi invidiarono e arsero d'ira contro di me. Ma perché mai? Perché le mie opere erano buone e le loro cattive, e perché non acconsentii ai loro peccati, ma li rimproverai aspramente.

Così quell'anima mi seguiva sì col corpo suo, non per divina carità, ma per apparire davanti agli uomini; ascoltava il racconto delle mie opere e le vedeva con gli occhi, ma se ne indispettiva; udiva i miei comandamenti e li derideva. Sentiva la bontà mia e non credeva. Vedeva gli amici miei progredire nel bene e li calunniava. E perché? Perché le mie parole e quelle dei miei eletti erano contrarie alla sua malizia; e i miei comandi e avvisi contro la sua voluttà; e la carità mia e l'obbedienza, contro la sua volontà. E tuttavia la coscienza le diceva di onorar me a preferenza degli altri; dal moto degli astri arguiva ch'io ero il Creatore di tutto; dai frutti della terra e dalla disposizione delle altre cose sapeva di me, Creatore; ma pur sapendolo, s'indispettiva alle mie parole, perché riprendevo le sue cattive azioni.

Poi quell'anima fu simile a quelli che mi uccisero, dicendo fra loro: Uccidiamolo decisamente, tanto non risorgerà. Io invece avevo preannunziato ai miei discepoli che sarei risuscitato il terzo giorno. Ma i miei nemici, amatori del mondo, non credevano ch'io sarei veramente risorto, perché mi ritenevano soltanto un uomo e non vedevano la mia Divinità nascosta. Intanto baldanzosamente peccarono e realmente prevalsero, in quanto, se avessero saputo la verità, mai mi avrebbero ucciso. Così pure quest'anima dice: Io faccio la mia volontà, come mi aggrada; l'ucciderò di sicuro con la mia volontà e con le opere, che preferisco compiere; che me ne viene di male e perché astenermene? Non risusciterà certamente per giudicare. Non giudicherà secondo le opere fatte. Se facesse ciò, non avrebbe redento l'uomo tanto rigorosamente e se gli fosse così odioso il peccato, non sopporterebbe con tanta pazienza i peccatori.

Infine quell'anima fu simile a quelli che custodivano il mio sepolcro; si armarono e lo difesero con i custodi, perché io non risorgessi, dicendo: Vegliamo diligentemente che non risusciti e ci sottometta. Così faceva quell'anima: s'armò con la durezza di cuore, vegliò con diligenza al sepolcro, cioè al rapporto con i miei eletti, nei quali riposo; attese con sollecitudine a che le mie parole e i loro avvertimenti non lo raggiungessero, pensando fra sé: Mi guarderò da loro per non fare quello che dicono, per non cominciare a lasciare il piacere intrapreso, sospinto da qualche buon pensiero divino; per non udire quel che dispiace alla mia volontà. E così si separò per malizia da quelli con i quali avrebbe dovuto associarsi.

 

Dichiarazione.

 

Costui era un Nobile, non curante di Dio a tavola, bestemmiatore dei Santi, che morì con uno sternuto, senza Sacramenti.
L'anima sua fu vista mentre era giudicata. Il Giudice le disse: Tu hai detto tutto quel che hai voluto e hai fatto tutto quel che hai potuto, perciò ti conviene ora tacere. Rispondimi, però ora che mi ascolti, benché io sappia già tutto. Non udisti ciò che avevo detto: Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta a me? Come mai dunque non sei tornata a me, mentre potevi? Rispose l'anima: Ho udito sì, ma non me ne curai. Disse ancora il Giudice: Non dissi: Andate, maledetti, nel fuoco e venite, benedetti? Perché non ti affrettasti dunque alla benedizione? E l'anima: Ho udito sì, ma non credetti.
E il Giudice ancora: Non udisti anche che io, Dio, son giusto e son Giudice terribile ed eterno; perché dunque non temesti il mio futuro giudizio?

Ho udito sì – diceva l'anima – ma ho amato me stessa e chiusi le orecchie per non udire il giudizio; indurii il cuore per non pensarci.

E il Giudice a lei: È dunque ora giusto che la tribolazione e la vergogna t'aprano la mente, perché non volesti capire quando potevi capire. Allora gridava l'anima dimessa dal giudizio: Ahimé, quale condanna, e quando mai finirà?

E si udì subito una voce che diceva: Come lo stesso primo Principio di tutto non ha più fine, così per te non ci sarà mai fine.

 

 

Cristo dice alla sposa che sono due gli spiriti, quello buono e quello cattivo. I segni dello Spirito Santo sono la dolcezza della mente e la gloria; quelli del cattivo spirito sono l'ansietà e l'inquietudine, che provengono dalla cupidigia o dall'ira.

 

Capitolo Trentottesimo

 

Il Figlio parla alla sposa, dicendo: Lo Spirito buono è nel cuore dei credenti e cos'è questo Spirito buono se non Dio? E che è Dio, se non la gloria e la dolcezza dei Santi? Dio stesso è in loro e hanno allora ogni bene, avendo Dio, senza il quale non v'è alcun bene. Chi ha perciò lo Spirito di Dio, ha Dio stesso e tutto l'esercito celeste e ogni bene.

Ugualmente, chi ha lo spirito cattivo, ha in sé ogni male. Cos'è infatti lo spirito cattivo se non il Demonio? E che è il Demonio, se non la pena e ogni male. Chi ha dunque il Demonio, ha in sé la pena e ogni male.

Come poi l'uomo buono non s'accorge di dove e come si effonda nella sua mente la dolcezza dello Spirito Santo, né la può perfettamente gustare al presente, ma solo in parte, così il cattivo, quando è sconvolto dalla cupidigia e sospira ambizioni ed è morso dall'ira o è contaminato dalla lussuria e dagli altri vizi. È la pena del Demonio e l'indizio dell'eterna inquietudine, la quale al presente non si può ancora soffrire, ma guai a quelli che aderiscono a codesto spirito!

 

 

Vedeva la sposa che il Demonio presentava sette libri al divino giudizio contro l'anima d'un certo soldato morto; mentre il buon Angelo presentava per quella un solo libro. Ma l'anima non era condannata eternamente, perché il Demonio ignorava che s'era infine pentita internamente. Veniva però condannata per i peccati a nove pene da sopportare nel Purgatorio fino al giorno del giudizio, poiché fino allora aveva desiderato di vivere nel corpo. Cristo però rivela tre rimedi, per mezzo dei quali potrà esser liberata: le saranno immediatamente rimesse quelle pene per le preghiere della Vergine e dei Santi. La supplica invece del buon Angelo non è subito esaudita, ma differita a suo tempo e messa da Cristo in delibera.

 

Capitolo Trentanovesimo

 

Un Demonio apparve nel giudizio di Dio e aveva un'anima tremante, come un cuore che trepida, per un certo defunto. Questo demonio disse al Giudice: Ecco la preda. Il tuo Angelo e io seguivamo quell'anima dal principio alla fine, egli per custodirla, io per nuocerle ed entrambi eravamo alla caccia sua come cacciatori. Ma alla fine ella è caduta nelle mie mani. Per possederla io sono così bramoso e violento come un torrente che precipita e cui nient'altro resiste che un piccolo spuntone: la tua giustizia, e perciò, finché nulla è provato contro quest'anima, non posso ancora con sicurezza possederla. Io la desidero così fervidamente come un animale affamato che per fame azzanna perfino se stesso.

Ordunque il Giudice giusto (disse): Perché è caduta nelle tue mani? e perché gli eri più vicino dell'Angelo mio?
Rispose il demonio: Perché i suoi peccati furono più numerosi delle opere buone. Disse il Giudice: Mostramele. E il demonio: Ne ho un libro pieno. E il Giudice: Come si chiama questo libro? Disobbedienza – rispose il demonio – ma contiene altri sette libri, ognuno con tre colonne; ogni colonna contiene più di mille parole, mai meno di mille, ma qualcuna anche di più.

Riprese il Giudice: Dimmi il nome di codesti libri, poiché, sebbene io sappia già tutto, voglio tuttavia che si conosca la tua volontà e la Bontà mia. Rispose il demonio: Il nome del primo libro è la Superbia e in questo sono tre colonne. La prima colonna contiene la superbia spirituale nella sua coscienza, per la quale si gloriava della sua vita, da lui creduta migliore di quella degli altri. Si vantava anche della sua intelligenza e d'una coscienza più sapiente di quella altrui. La seconda colonna dimostra che si vantava dei beni a lui dati e dei servi, delle vesti e di altre cose. La terza, espone che era superbo per la bellezza fisica e per la nobiltà della stirpe e per le sue opere. In queste tre colonne vi sono tantissime cose, come tu sai.

Il secondo libro è la Cupidigia sua, con tre colonne. La prima è spirituale, perché pensò che i peccati suoi non fossero così gravi, come gli si diceva e desiderò il Regno di Dio indegnamente, mentre non è concesso che a chi è perfettamente puro. La seconda, perché nel mondo desiderò più del necessario e pensò soltanto all'esaltazione del suo nome e della sua stirpe, tanto da allevare i suoi eredi non al tuo onore, ma a quello del mondo e alla gloria. La terza colonna perché desiderava l'onore mondano e d'essere sopra gli altri, come a te è ben noto, e sono innumerevoli le parole con cui cercava favori e benefici, anche temporali.

Il terzo libro è l'Invidia e ha tre colonne. La prima è quella della mente, per cui invidiava in segreto quelli che possedevano e prosperavano più di lui. La seconda, perché possedette per invidia le cose di quelli che avevano meno di lui e ne avevano più bisogno. La terza, perché per invidia nocque segretamente al prossimo con i suoi consigli e anche pubblicamente a parole e a fatti, sia direttamente, che per mezzo dei suoi e di altri, spinti a far lo stesso.

Il quarto libro è l'Avarizia, con tre colonne. La prima è l'avarizia della mente, perché non volle comunicare quello che sapeva, affinché gli altri non ne ricevessero consolazione e profitto, così pensando: Che me ne viene se al tale o tal altro darò questo consiglio? Quale compenso è per me, se gioverò a lui con quel consiglio o parola? E così il povero se ne allontanava sconsolato, non confortato o istruito, mentre ben avrebbe potuto farlo, se avesse voluto. La seconda colonna diceva che potendo rappacificare i discordi, non volle farlo e pur potendo consolare gli afflitti non se ne curò. La terza colonna era l'avarizia dei suoi beni, poiché se doveva dare un danaro per il tuo Nome, se ne angustiava e gli pesava, mentre per l'onore del mondo ne avrebbe dati cento. In queste colonne ci sono infinite parole, come meglio sai tu. Tu sai infatti tutto e niente ti può essere nascosto, ma mi costringi a parlare perché sia di giovamento agli altri.

Il quinto libro è l'Accidia e anche questo ha tre colonne. Prima colonna: fu accidioso nelle opere, nel bene da fare in tuo onore, cioè nei tuoi comandamenti. Difatti perdette il suo tempo per il riposo del copro: gli erano infatti carissimi l'utile del suo corpo e la voluttà. Seconda colonna: era accidioso nel pensiero. Quando infatti il tuo buon Spirito gli infuse compunzione nel cuore o altra spirituale intelligenza, gli sembrava troppo distante e allontanava la mente dal pensiero spirituale e parve a lui dilettevole e soave ogni godimento mondano. Terza colonna: era accidioso nella bocca; cioè nella preghiera e nel parlare di cose utili agli altri o al tuo onore, pronto invece alle scurrilità e come sono le parole di questa colonna e quanto innumerevoli, tu solo lo sai.

Il sesto libro è l'Ira, con le sue tre colonne. La prima, adirandosi col prossimo suo per tutto quello che non era di propria utilità. La seconda, danneggiando il prossimo con la sua ira, talvolta anche perdendo nell'ira le cose proprie. La terza, turbando con essa il prossimo.

Il settimo libro era la sua Voluttà, che pure aveva tre colonne. La prima, perché indebitamente e disordinatamente spargeva il suo seme. Sebbene infatti fosse coniugato e alieno dal macchiarsi con altre donne, tuttavia per abbracci e vani discorsi o anche gesti impudichi spargeva indebitamente il suo seme. La seconda, perché troppo procace nei discorsi. Induceva infatti non soltanto sua moglie in maggior fuoco di libidine, ma indusse anche altri con le sue parole ad ascoltarlo e spesse volte a pensare colse sconce. La terza colonna era che nutriva troppo delicatamente il suo corpo, preparandosi molte e sontuose pietanze, per maggior diletto della carne e per averne lode dagli uomini, per essere chiamato grande. Più di mille parole vi sono in queste colonne: che si attardava a mensa più del dovuto, non aspettando il tempo stabilito, ciarlando di cose inutili e mangiando più di quello che la natura esigeva.

Ecco, o Giudice, il mio libro è completo e aggiudicami dunque quest'anima. Mentre il Giudice taceva, s'avvicinò la Madre della Misericordia, che sembrava fosse anche più lontana e disse: Figlio mio, io voglio discutere di giustizia con questo demonio. Il Figlio rispose: Carissima Madre, se non è negata a un demonio, come potrei negar giustizia a te, che sei la Madre mia e la Signora degli Angeli? Tu pure puoi e sai tutto in me; tuttavia parla per far conoscere la mia carità.

Allora la Madre diceva al diavolo: Diavolo, ti comando di rispondermi a tre cose e devi per ragione di giustizia rispondermi, poiché sono la tua Signora. Dimmi: forse tu conosci tutti i pensieri dell'uomo?

No – rispose il diavolo – ma soltanto i pensieri che dall'azione esterna dell'uomo e dalla sua disposizione io posso arguire o che io stesso gli ispiro, perché sebbene decaddi dalla mia dignità, mi rimase tuttavia tanto del mio acume e tanta sapienza che dalla disposizione dell'uomo posso capire lo stato d'animo; ma i suoi buoni pensieri non posso conoscerli. Allora continuò la pia Vergine: E anche se non vuoi, diavolo, dimmi qual è quella cosa, che può cancellare quel che è scritto nel tuo libro?

Niente può cancellarlo – rispose il diavolo – eccetto la carità di Dio. Chiunque, infatti, per quanto peccatore, avrà quella carità nel cuore, subito si cancella tutto quel che è scritto nel mio libro.
E la Vergine replicò: E dimmi, diavolo, c'è mai qualche peccatore, così iniquo e così lontano dal Figlio mio, che non possa pentirsene mentre è in vita? E il diavolo: Non c'è alcun peccatore, che non possa convertirsi mentre è vivo, se vuole. Quando infatti qualcuno, per gran peccatore che sia, trasforma la sua volontà da cattiva in buona ed esprime nel suo cuore onore a Dio e vuole liberamente perseverare, neppure tutti i demoni potranno trattenerlo.

Udito tutto ciò, la Madre della Misericordia disse allora ai circostanti: Quest'anima alla fine della vita s'è convertita a me e disse: Tu sei la Madre della Misericordia e hai pietà dei miseri. Io sono indegno di pregare tuo Figlio, perché gravi e molti sono i miei peccati e l'ho molto provocato all'ira, amando più il piacere e il mondo che Dio mio Creatore. Ti prego, perciò, abbi pietà, perché tu a nessuno che t'invochi neghi la misericordia. Perciò mi converto a te e ti prometto che, se vivrò, voglio emendarmi e volgere la mia volontà al Figlio tuo e nient'altro amare che Lui. Soprattutto mi addoloro e gemo, perché non ho fatto niente di buono in onore del Figlio tuo, mio Creatore. Ti prego perciò, o piissima Signora, abbi pietà di me, perché a nessun altro che a te posso ricorrere. Con queste parole e questi pensieri venne a me quest'anima, e non dovevo ascoltarla? Chi mai non merita d'essere esaudito se prega un altro con tutto il cuore e con buona volontà di emendarsi? Tanto più io che sono la Madre della Misericordia devo esaudire quelli che gridano a me. Rispose il diavolo: Di questa volontà io non sapevo nulla: ma se così è, bisogna che tu lo provi esplicitamente. La Madre rispose: Tu non sei degno ch'io ti risponda. Ma giacché si fa questo a profitto di altri, come dimostrai, così ti risponderò. Tu miserabile hai detto poco fa che dal tuo libro non si può cancellare nulla, se non dalla carità di Dio. E allora, la Vergine rivolta al Giudice disse: Figlio mio, apra il suo libro il diavolo e guardi se è tutto ancora scritto o qualcosa per caso vi è cancellato.

Allora il Giudice disse al diavolo: Dov'è il tuo libro?
Rispose: Nel mio ventre. E qual è il tuo ventre? - soggiunse il Giudice. La mia memoria – rispose il diavolo. Come infatti nel ventre s'aduna ogni immondezza e fetore, così nella mia memoria v'è malizia e nequizia, che tramandano al tuo cospetto come un pessimo fetore. Quando infatti mi allontanai da te e dalla tua luce per la mia superbia, caddi in ogni malizia e s'offuscò la mia memoria per le cose buone di Dio; nella mia memoria c'è scritta ogni iniquità dei peccatori.

Allora disse il Giudice al diavolo: Io ti comando che tu guardi diligentemente e cerchi nel tuo libro che cosa vi è scritto e che cosa cancellato dei peccati di quest'anima; dillo pubblicamente.

Rispose il diavolo: Ecco nel mio libro, vedo scritto altre cose, che non sapevo. Vedo che quei sette sono cancellati e non rimane di loro che spazzatura.

Dopo di che il Giudice disse all'Angelo buono presente: Dove sono le buone opere di quest'anima? Rispose: Signore, tutto è nella tua prescienza e conoscenza, presente, passato e futuro. Noi tutto sappiamo e vediamo in te e tu in noi. Né è necessario parlarti, perché tutto sai. Ma giacché vuoi mostrare la tua carità, ispiri la tua volontà a quelli che a te piace. Io difatti da che quest'anima fu unita al corpo, fui sempre con essa. Io pure scrissi un libro delle sue cose buone. È in tua facoltà udire questo libro.

Rispose il Giudice: Non posso giudicare senza prima ascoltare e aver conosciuto il bene e il male. E tutto poi considerato, si deve giudicare come la giustizia esige, sia per la vita che per la morte.
L'angelo rispose: Il mio libro è la sua obbedienza, con la quale obbedì a te. E in questo libro ci sono sette colonne. La prima è il Battesimo. La seconda, l'astinenza sua col digiuno e dalle azioni illecite e dai peccati e anche dalla voluttà e tentazione della sua carne. La terza colonna è l'orazione e il buon proposito che ebbe verso di te. La quarta colonna, le sue buone opere in elemosine e altre opere di misericordia. La quinta colonna è la sua speranza in te. Sesta, la fede ch'ebbe come cristiano. Settima, la carità di Dio.

Detto questo, il Giudice così parlò rivolto all'Angelo buono: Ov'è il tuo libro? Egli rispose: Nella tua visione e nella tua carità, mio Signore. Allora Maria, rimproverandolo disse al diavolo: Come avevi custodito il tuo libro e come mai vi si è cancellato quello che v'era scritto?

Disse allora il diavolo: Ahimé, mi hai ingannato.
Poi disse il Giudice alla piissima Madre sua: Tu davvero hai ottenuto in questo giudizio una sentenza ragionevole e hai giustamente guadagnata quest'anima. Il diavolo quindi gridò: Io l'ho perduta, sono stato vinto! Ma dì un po', Giudice, fino a quando terrò quest'anima per via di quelle spazzature? Rispose il Giudice: Te lo dirò io. I libri sono stati aperti e letti; ma dimmi, diavolo, sebbene io tutto sappia, quest'anima secondo giustizia deve andare in cielo o no? Ti permetto di vederlo e saperlo ora, secondo la verità della giustizia

Rispose il diavolo: In te è la giustizia, cosicché, se qualcuno muore senza peccato mortale ed ebbe la divina carità, è degno di avere il cielo. Dunque, giacché quest'anima non morì in peccato mortale ed ebbe la divina carità, è degna per diritto di avere il cielo, dopo la sua purificazione.

Il Giudice rispose: Dunque, perché ora ti ho aperto l'intelletto e ti ho permesso di vedere il lume della verità e della giustizia, dì a quelli che ascoltano, come a me piace, quale debba essere la giustizia per quest'anima. Rispose il diavolo: Che sia purificata, che in lei non resti una macchia, perché anche per giustizia è tua. Però è ancora immonda e non può venire a te senza essere prima purificata. E come tu, Giudice, lo hai chiesto a me, così io ora chiedo a te per quanto deve essere purificata e fino a quando deve stare nelle mie mani.

Rispose il Giudice: Ti si comanda, diavolo, di non entrare in essa, né possederla, ma di purificarla fino a quando sarà pura e immacolata. Ella soffrirà infatti la pena secondo il modo della sua colpa. Peccò infatti tre volte con la vista, tre volte con l'udito, tre volte con il tatto. Perciò in tre modi dovrà essere punita nella vista: primo, deve vedere personalmente i peccati e le abominazioni sue; secondo, deve vedere te nella tua malizia; terzo, deve vedere le miserie e le pene terribili delle altre anime. E similmente tre volte deve essere punita nell'udito: primo, deve udire il « guai » orribile, perché volle udire la propria lode e le piacevolezze del mondo; secondo, deve udire gli orribili clamori e le irrisioni dei demoni; terzo, udrà insulti e insopportabili sventure, quanto più dilettoso e fervoroso fu il suo amore del mondo e non di Dio e quanto più servì al mondo e non a Dio. E anche in tre modi sia afflitta nel tatto. Primo, arda di fuoco interiore ed esteriore ardentissimo, da non restare in essa alcuna macchia, che non sia purgata nel fuoco; secondo, patisca il massimo freddo, perché ardendo di tanta sua cupidigia, era fredda nella mia carità; terzo, sarà nelle mani dei demoni affinché non ci sia nessun pensiero o parola, per quanto minimi, che non siano purgati, fin quando sia come oro, purificata al fuoco e al crogiolo, a piacere di chi lo possiede.

Allora disse di nuovo il diavolo: Fino a quando sarà in questa pena quest'anima? Rispose il Giudice: Fino a quando la sua volontà desiderava di vivere nel mondo. E siccome era tale che di buon grado avrebbe vissuto nel corpo sino alla fine del mondo, perciò codesta pena deve durare fino alla fine del mondo. Difatti è questa la mia giustizia: chiunque ha in sé la divina carità e mi desidera con ogni desiderio, volendo essere con me e staccarsi dal mondo, questi deve ottenere il cielo senza pena, perché l'esame nella vita presente è la sua purificazione. Chi poi teme la morte, per l'acerba pena che è e per l'acerba pena futura e vorrebbe vivere più a lungo per emendarsi, deve avere più leggera pena nel Purgatorio. Chi poi ha volontà di vivere fino al giorno del giudizio, anche senza peccare mortalmente, ma solo per desiderio di vivere in perpetuo, dovrà soffrire fino al giudizio.
Rispondendo allora la piissima Madre, disse: Benedetto sii tu, Figlio mio, per la tua giustizia, che è con ogni misericordia. Sebbene infatti noi tutto vediamo e sappiamo in te, tuttavia perché lo sappiano anche gli altri, dicci qual rimedio debba essere usato per accorciare un così lungo tempo di pena, quale mezzo per estinguere un fuoco così ardente e come possa essere liberata quest'anima dalle mani del demonio.

Rispose il Figlio: Nulla si può negare a te, perché sei la Madre della Misericordia e cerchi e procuri misericordia per tutti. Son dunque tre i rimedi, che fan diminuire così lungo tempo di pena ed estinguere quel fuoco e liberare dalle mani dei demoni. Il primo è se da qualcuno si restituisce quel che da un altro è stato ingiustamente sottratto ed estorto, o doveva essere da lui giustamente dato: questa infatti è la giustizia con la quale l'anima è purificata o per le preghiere dei Santi, o con le elemosine, o per le opere degli amici, o per purificazione a ciò proporzionata. Il secondo è un'abbondante elemosina, con la quale difatti è cancellato il peccato, come con l'acqua è spento il fuoco. Il terzo è l'offerta del mio Corpo sull'Altare, in suo favore e con le preghiere degli amici. Son queste tre cose che lo libereranno da quelle tre pene. Chiese di nuovo la Madre della Misericordia: E a che gli giovano ora le opere buone da lui fatte per te? Rispose il Figlio: Non me lo chiedi perché non lo sai, mentre tutto sai e vedi in me, ma me lo chiedi per far conoscere agli altri la mia carità. Certamente, neppure la minima parola o il minimo pensiero, pensato in mio onore, rimarrà senza ricompensa, perché quel che ha fatto per me, ora è presso di lui a suo refrigerio e conforto; e perciò prova minor pena di quanta altrimenti sentirebbe.

Poi di nuovo parlava la Madre al Figlio dicendo: Perché e come mai quest'anima vive ed è però immobile, come chi non muove né piedi né mani contro i suoi nemici?

Rispose il Giudice: Il Profeta disse di me che io sarei stato muto come un agnello davanti al tosatore. E veramente io tacqui davanti ai miei nemici e perciò è giusto che siccome quest'anima non si curò della mia morte e la stimò così poco, così è ora, per giustizia, come un bambino che non è capace di reagire nelle mani degli uccisori.

Disse la Madre: Benedetto sii tu, dolcissimo Figlio mio, che niente fai senza giustizia. Tu dicesti prima, Figlio mio, che gli amici tuoi potrebbero aiutare quest'anima e tu ben sai che quest'anima mi ha in tre modi servita: primo, con l'astinenza, digiunando cioè alla vigilia delle mie feste e in esse astenendosi in mio nome; secondo, perché leggeva le mie Ore; terzo, perché cantava anche con la sua bocca in mio onore. Dunque, Figlio mio, giacché ascolti gli amici tuoi che gridano in terra, io ti prego anche che ti degni di ascoltare me.
Rispose il Figlio: Chiunque ha un amore più ardente per Iddio, più presto trova esaudite le sue preghiere. E giacché tu mi sei soprattutto carissima, chiedi dunque ciò che vuoi e ti sarà concesso.

La Madre soggiunse: Quest'anima soffrì tre pene nella vista, tre nell'udito, tre nel tatto. Io ti prego, dunque, Figlio carissimo, che tu voglia diminuirne una nella vista, che non veda cioè gli orribili demoni e sopporti le altre due pene, perché così esige la tua giustizia, alla quale non posso contraddire secondo la giustizia della tua misericordia. Poi ti prego che le diminuisca una pena nell'udito, che non oda cioè la vergogna e la confusione sua. Infine ti prego, che anche nel tatto le diminuisca una pena, che cioè non senta il freddo, più freddo del gelo, del quale è degna perché era fredda nell'amor tuo.
Rispose il Figlio: Benedetta sei tu, carissima Madre, niente ti si può negare, sia fatto secondo la tua volontà, come hai chiesto sia fatto.

Concluse la Madre: Benedetto sei tu, Figlio mio dolcissimo, per ogni tua carità e misericordia. Allora in quel punto si vide uno dei Santi che disse: Lode a te, o Signore Dio, Creatore e Giudice di tutti. Quest'anima devota mi servì nella sua vita: per me digiunò, mi onorò assieme agli altri miei amici col suo saluto, perciò – da parte loro e mia – ti prego: Abbi pietà di quest'anima e per le nostre preghiere donale il refrigerio in una pena soltanto, che cioè i demoni non possano offuscarne la coscienza: essi infatti lo farebbero per loro malizia, se non ne sono frenati, al punto che ella – con la coscienza così offuscata – mai spererebbe la fine della sua miseria e l'ingresso nella gloria, se non quando piacerebbe a te riguardarla con la tua grazia; e questo è il maggior tormento in ogni supplizio. Perciò, mio Signore, concedile – per le nostre preghiere – che in qualunque pena sia, abbia per certo che quella pena finisce e che perverrà alla gloria eterna.

Rispose il Giudice: In effetti questa è la vera giustizia che cioè quell'anima, che tante volte allontanò la coscienza dai pensieri spirituali e dall'intelligenza delle corporali e volle offuscarla e non temette di agire contro di me, ora sia giustamente ottenebrata dai demoni. Ma, giacché voi, carissimi amici miei, avete ascoltato le mie parole e le avete messe in pratica, non posso negarvi niente e farò dunque quello che volete. Allora risposero i Santi tutti: Benedetto sii tu, Dio, in ogni tua giustizia; tu che giudichi giustamente e niente lasci di impunito.

Di poi l'Angelo buono, custode di quell'anima, disse al Giudice: Dal principio della mia missione con l'anima e il corpo di questa persona, io sono stato con lei e la seguivo per la provvidenza della tua carità, ed essa faceva talvolta la mia volontà: perciò, te ne prego, Signore, abbi pietà di lei.

Rispose allora il Signore: Su questo vogliamo deliberare.
E la visione scomparve.

 

Dichiarazione.

 

Costui fu un soldato, cortese e amante dei poveri, la moglie del quale fece abbondantissime elemosine per lui e morì a Roma, come fu di lei predetto nello Spirito di Dio, e come risulta dal libro III, al cap. 12, F.

 

 

Quattro anni dopo questa visione, in cui una certa anima fu condannata al Purgatorio fino al giorno del giudizio, vide ancora la stessa anima presentata dall'Angelo al divin Giudizio quasi già tutta rivestita. Per essa l'Angelo con tutta la milizia celeste pregava Dio e Cristo, che allora la liberò dalle pene e la trasferì nella gloria come una fulgida stella, per le preghiere degli Angeli e dei Santi e le lagrime e i suffragi degli Amici viventi.

 

Capitolo Quarantesimo

 

Quattro anni dopo questo fatto, vidi di nuovo un giovane splendidissimo (l'Angelo) con l'anima suddetta, già quasi vestita, ma non del tutto.

Al Giudice, che sedeva in trono, mentre lo assistevano una infinita moltitudine e l'adoravano per la sua pazienza e carità, egli disse: O Giudice, questa è quell'anima per la quale io pregavo e tu rispondesti che volevi deliberare. Noi tutti qui presenti dunque di nuovo ti chiediamo per essa la tua misericordia. E anche se noi sappiamo tutto nella tua carità, tuttavia per la sposa tua, che ci ascolta e vede spiritualmente, parliamo a modo umano, anche se non ci sono persone umane fra noi.

Rispose il Giudice: Se ci fosse un carro pieno di spighe e vi fossero molti uomini a prenderne una dopo l'altra, se ne diminuirebbero il numero e il peso; così è adesso. Infatti molte lagrime e molte opere di carità arrivarono a me per quest'anima ed è giusto perciò che venga in tua custodia e tu la trasferisca nel riposo, che né occhio può vedere né orecchio udire, né la stessa anima può nel corpo pensare; dove non c'è cielo sopra né terra di sotto; dov'è immisurabile l'altezza e immensa la lunghezza; dove la larghezza è mirabile e incomprensibile la profondità; dove Dio è sopra e fuori e oltre tutte le cose e regge e contiene tutto, né da alcuno è contenuto.
Dopo ciò fu vista quell'anima salire al cielo, splendente come una stella fulgidissima nella sua luce.

E allora disse il Giudice: Verrà presto il tempo, quando pronunzierò i miei giudizi e farò giustizia contro la progenie del defunto, del quale è quest'anima, perché si sono alzati in superbia. Ma avranno la ricompensa della superbia.

 

 

La Madre di Dio compiacendosi della sollecitudine avuta nel piacere a Dio, dice di non elogiare se stessa così facendo, ma di parlare a gloria e onore di Dio. E dal Figlio chiede per la sposa le celestiali vesti delle virtù, il sacro cibo del Corpo suo e uno spirito più fervoroso. E il Figlio acconsente, se la sposa è umile, timorosa e riconoscente.

 

Capitolo Quarantaduesimo

 

Dice la Madre: Io fin dalla giovinezza pensai sempre all'onore del Figlio mio e fui sempre sollecita del modo come piacergli. Sebbene poi ogni elogio diminuisca sulla propria bocca, tuttavia io non parlo a modo di quelli che cercano la propria lode, ma ad onore del Figlio mio, Dio e Signore mio, il quale formò il sole dalla polvere e dal secco accese il fuoco incombusto e produsse, senza umori, frutto degnissimo e dolcissimo. Poi voltatasi al Figlio, disse: Benedetto sii tu, Figlio mio. Io son come quella donna esaudita dal Signore, che chiedeva pietà per i misteri e gli impotenti. Così io ti prego per la figlia mia, cioè per la tua sposa, la cui anima redimesti col tuo Sangue e illuminasti con la tua carità e incoraggiasti con la tua bontà e che nella tua misericordia a te sposasti.

Ti prego, o Figlio, dàlle tre cose: Dapprima, le vesti più preziose, perché figlia e sposa del Re dei re. Se difatti la sposa non ha veste regale, è solamente disprezzata; se poi è scoperta men che decorosa, è solamente di obbrobrio. Dàlle perciò non le vesti della terra, ma quelle del cielo; non quelle costose di fuori, ma splendenti di dentro per la carità e la castità. Dà a lei l'abito delle virtù, affinché non mendichi cose esteriori, ma abbia interiore abbondanza e che possa risplendere anche fra gli altri per l'abito. Di più, dàlle il cibo più delicato, abituata com'è la tua sposa ai cibi grossolani, ora s'abitui al tuo cibo. Esso infatti è un cibo che si tocca, ma non si vede; si possiede, ma non si sente; sostenta, ma è sconosciuto al senso; viene, ma è già dovunque; questo è il Corpo tuo degnissimo, preconizzato dall'Angelo arrostito, ch'è adempiuto mirabilmente dalla tua Umanità da me assunta. Questo compimento è felicemente mostrato ogni giorno dalla Divinità con l'Umanità. Questo cibo, Figlio mio, dà alla tua sposa, perché senza di esso viene del tutto a mancare, come il bambino deperisce senza il latte, e, con esso e per esso, si rinnovella per ogni bene, come un malato col cibo. Infine, dàlle, o Figlio mio, uno spirito più fervoroso: questo infatti è il fuoco, che acceso non si spegne, che svilisce tutto ciò che diletta al vedersi e fa sperare le cose future; questo spirito, Figlio mio, dà a lei.

Allora il Figlio rispose, dicendo: Madre carissima, le tue parole sono dolci, ma tu sai che chi chiede cose sublimi, deve prima comportarsi fortemente ed esercitarsi nell'umiltà. Perciò tre cose le sono necessarie: la prima, l'umiltà; per essa infatti s'ottiene ciò che è sublime, sappia cioè che i beni li ha non per merito suo ma per la grazia. La seconda, il dovuto rendimento di grazie da rendersi a chi glieli dà. La terza, il timore, per non perdere la grazia concessa.

Ordunque per ottenere e possedere le tre cose da te chieste, non trascuri quest'altre tre. A nulla serve infatti aver ottenuto, se non si sa conservare ciò che s'è ottenuto ed è più brutto perdere il già posseduto che il non averlo mai avuto e posseduto.

 

 

Cristo dice alla sua sposa, ch'Egli è come il Vasaio, il quale, benché molti vasi si spezzino, non cessa per questo di formarne altri, cioè anime, fino a quando il Coro angelico nel cielo non sia al completo; e si paragona a un'ape, perché si sceglie un'altra nuova erba. Infatti convertirà i Pagani, donde trarrà grande dolcezza, cioè molte anime da riempirne l'alveare del Regno dei cieli.

 

Capitolo Quarantaquattresimo

 

Io sono come un buon vasaio, che con il fango fa molti vasi! benché molti si rompano, egli non cessa di farne dei nuovi, fino al numero stabilito. Così faccio io, che da ignobile materia traggo una nobile creatura, cioè l'uomo e, anche se molti si allontanano da me, non cesso per questo di formarne altri, fino a che sia ripieno il Coro Angelico e i posti vuoti in cielo.

Io sono anche come un'ape che, uscendo dal suo alveare, vola verso la bellissima erba avvistata da lontano, e fra di essa cerca un fiore bellissimo, profumatissimo ed elegante. Ma quando s'avvicina trova un fiore secco, senza più odore, annientato, e sfumata ogni soavità. Allora cerca un'altra erbe e ne trova una un po' aspra, con un fiore piccolo e non molto profumato, gradevole, anche se poco attraente. In quest'erba fissa il piede e ne estrae dolcezza, che porta all'alveare fino a che esso si riempia.
Quest'ape sono io, Creatore di tutte le cose e Signore, che uscii dall'alveare, quando prendendo forma umana, mi resi in essa visibile. Cercai allora l'erba bella, cioè assunsi i popoli cristiani. Essi erano belli per la fede, dolci per la carità, fruttiferi per la buona vita. Ma ora, degradati dallo stato di prima, sembrano belli di nome, ma sono di vita corrotta; portano frutti al mondo e alla carne, ma sono sterili a Dio e all'anima. Dolci per se stessi, sono a me amarissimi, perciò cadranno e saranno annientati. Io, come l'ape, mi sceglierò un'altra erba, un po' asprigna, cioè i Pagani, dai costumi abbastanza lontani, alcuni dei quali portano un piccolo fiore e poca dolcezza, ossia una volontà per cui volentieri si convertirebbero e mi servirebbero, se conoscessero il modo e l'annunzio.

Da quest'erba estrarrò tanta dolcezza da riempire l'alveare e tanto voglio accostarmici che non manchi la bellezza né l'ape sia defraudata del frutto del suo lavoro. E ciò che è selvatico e vile, crescerà meravigliosamente a somma bellezza. Invece, quel che sembra bello, seccherà e diverrà deforme.

 

 

Prega la sposa che la Vergine le ottenga il perfetto amore di Dio. Risponde la Vergine che per ottenerlo deve osservare le sei parole del Vangelo, qui contenute, e le spiega chiaramente quella parola; Va, vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri; e l'altra: Non vogliate preoccuparvi del domani, ecc. E dice che se attende alla fatica dell'orazione e della devota lettura, può lecitamente chiedere le cose necessarie alla vita.

 

Capitolo Quarantaseiesimo

 

La sposa dice alla Vergine: O quanto è dolce il mio Signore Dio. Chiunque infatti possiede Lui, dolcissimo, non avrà dolore in cui non senta consolazione. Perciò, Madre benignissima, ti prego di voler togliere dal mio cuore ogni amore a tutte le cose temporali, sicché sia a me carissimo il Figlio tuo, fino alla morte.

Rispose la Madre: Giacché desideri ti sia carissimo il Figlio mio, ascolta le sue parole, da lui personalmente dette nel suo Vangelo, che a questo mirano, che cioè Egli sia amato sopra tutti. E perciò ricordo alla tua memoria sei parole evangeliche. La prima è, quando disse al ricco: Va,' vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e seguimi. La seconda è: Non vi preoccupate del domani. La terza è: Vedete come i passeri si nutrono, quanto più il Padre celeste nutrirà gli uomini. La quarta è: Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. La quinta è: Cercate prima il regno di Dio. La sesta è: O voi che avete fame, venite a me ed io vi sazierò.

Davvero pare vendere tutto colui che poi non desidera più possedere altro che un po' di sostanza per il corpo e distribuisce il resto ai poveri in onore di Dio e non del mondo, allo scopo di ottenere l'amicizia di Dio. Come si vede in S. Gregorio e in molti altri Re e Principi, che furono tanto amati da Dio, perché, anche avendo ricchezze, le distribuiscono agli altri; come anche quelli che tutte le cose assieme lasciarono a Dio, chiedendo poi essi stessi l'elemosina agli altri. Infatti quelli che ebbero ricchezze del mondo a onore di Dio, volentieri ne sarebbero vissuti senza, se così Dio avesse voluto. Questi altri poi si fecero poveri per onore di Dio. Perciò ad ogni uomo, che possiede beni legittimamente acquisiti o anche rendite, è consentito di prenderne il frutto per il sostentamento suo e dei suoi familiari a onore di Dio. Quel che sarà sopravanzato, lo distribuisca ai poveri, amici di Dio. La seconda: non preoccuparti del domani, infatti anche se non avessi nulla se non il nudo corpo, spera in Dio ed Egli, che nutre i passeri, sostenterà anche te, che ha redento col sangue suo.

Allora io chiesi: O Signora carissima, che sei bella, ricca e virtuosa: tanto bella perché mai peccasti, tanto ricca perché amica carissima di Dio, e così virtuosa perché perfettissima in tutte le opere buone. Pertanto, o mia Signora, ascolta me che son piena di peccati e povera di virtù. Noi oggi abbiamo il cibo e le cose a noi necessarie; e domani ne avremo ancora bisogno e non ne avremo affatto: come possiamo dunque essere senza preoccupazioni, quando non abbiamo niente? Infatti se l'anima riceve la consolazione da Dio, l'asino però – che è il corpo – vuole il suo sostentamento.

Rispose la Vergine: Se avete delle cose superflue, vendetele o pignoratele e così vivrete senza preoccupazioni.
Io risposi: Abbiamo le vesti, che usiamo la notte e il giorno e pochi recipienti per la nostra tavola. Il Sacerdote ha i suoi libri e per la Messa abbiamo il calice e i paramenti. La Vergine rispose: Il sacerdote non dev'essere privo di libri, né voi della Messa, né la Messa può essere celebrata senza i paramenti. Né il vostro corpo deve andar nudo, ma vestito per la modestia e per difenderlo dal freddo e avete perciò bisogno di tutte codeste cose.

Io soggiunsi: Devo forse prendere soldi a prestito sulla mia parola per qualche tempo? La Madre rispose: Se sei sicura che, alla scadenza potrai saldare, prendi pure a prestito e se no, no. Meglio un giorno senza nutrimento, che impegnare la tua parola senz'alcuna certezza.

Ed io: O dovrò infine lavorare per procurarmi il cibo? Rispose la Madre: Che fai ora e oggi? Io risposi: Studio grammatica, prego e scrivo. Disse allora la Madre: Non conviene che tu lasci questo lavoro, per quello manuale. Ed io: E che avremo allora come vitto di domani?
Rispose la Madre: Chiedete in nome di Gesù Cristo, se non avete altro.

 

 

La Madre di Dio dice alla sposa che non fu piccolo dolore, fra tutti gli altri, quello che lei patì quando fuggì col Figlio in Egitto e udì che era perseguitato da Erode e bellamente le narra quel che fece il Figlio nella sua infanzia e adolescenza fino al tempo della predicazione e della passione.

 

Capitolo Cinquantottesimo

 

Maria parlò alla sposa, dicendo: Ti ho detto dei miei dolori. Ma non fu il più piccolo quello che ebbi quando portavo il Figlio mio fuggendo in Egitto e quando udii ch'erano uccisi i piccoli Innocenti e che Erode perseguitava il Figlio mio. Anche sapendo quel che era scritto del Figlio mio, tuttavia il cuor mio per il grande amore che nutrivo per il Figlio mio si riempì di dolore e tristezza. Puoi ora chiedermi che cosa faceva il Figlio mio tutto il tempo che precedette la sua passione. Ti dico, che, come afferma il Vangelo, era sottomesso ai Genitori e si comportò come gli altri bambini, fino alla maggiore età, né mancarono cose meravigliose nella sua gioventù: le creature servirono al loro Creatore, tacquero gli Idoli e molti di essi caddero al suo arrivo in Egitto; i Magi predissero che sarebbe stato segno di grandi cose future; anche gli Angeli lo servirono; nessuna immondizia lo macchiò mai, neppure alcun intreccio nei suoi capelli. Sono tutti avvenimenti inutili a sapersi da te, mentre nel Vangelo sono esposti i segni della sua divinità e umanità, che possono edificare te e gli altri. Giunto poi alla maggiore età, era sempre in orazione e, obbediente, salì con noi alle feste stabilite a Gerusalemme e in altri luoghi.

La sua persona e la sua parola erano così ammirabili e gradite, che molti sconsolati dicevano: Andiamo dal Figlio di Maria per essere consolati. Crescendo poi di età e di sapienza, di cui era già pieno da principio, lavorava manualmente, anche se questo non era ritenuto decoroso, e diceva a noi in segreto parole confortevoli e divine, sicché eravamo sempre colmi di indicibile gaudio. Quando poi eravamo nelle preoccupazioni, nella miseria, nelle difficoltà non mise fuori né oro né argento, ma ci esortava alla pazienza e fummo straordinariamente preservati dagli invidiosi. Talvolta ci provenne il necessario dalla compassione di anime buone; tal altra dal nostro lavoro, tanto che bastasse al nostro sostentamento e non per il superfluo, perché non volevamo altro che servire soltanto a Dio. Frattanto egli in casa si intratteneva a parlare familiarmente con gli ospiti amici, della legge e della sua interpretazione e dei simboli, e discuteva anche in pubblico con i sapienti e ne stupivano e dicevano: Ecco, il Figlio di Giuseppe insegna ai Maestri; parla in lui qualche grande spirito.

Una volta che mi vide mestissima per il pensiero della sua passione, mi disse: Non credi, o Madre, che io sono nel padre e il Padre è in me? Alla mia venuta ti sei forse tu macchiata o ne hai sofferto? Perché ti affliggi? È volontà del Padre ch'io patisca la morte e anzi è la mia volontà col Padre. Non può patire quel che ho dal Padre, ma lo patisce la carne presa da te, per redimere la carne degli altri e salvare le anime.

Ed era così obbediente, che quando Giuseppe gli diceva: Fa' questo o quello, subito lo faceva, perché nascondeva talmente la potenza della sua divinità, che solo da me e talvolta da Giuseppe poté sapersi; il suo capo fu visto spesso irradiato d'un alone di ammirabile luce e udimmo su di lui cantare le voci angeliche.

Vedemmo anche uscire, alla vista del Figlio mio, spiriti immondi, che non potevano uscire per mezzo di esorcisti approvati nella nostra legge. Ecco, figlia mia, siano sempre nella tua memoria queste cose e ringrazia Dio che volle, per mezzo tuo, rivelare agli altri la sua infanzia.

 

 

La semplicità di chi sa appena il « Padre nostro » piace di più a Dio, che la prudenza dei superbi, e così pure chi con la dotta ignoranza e con l'amore osserva i comandamenti, i consigli evangelici, tutti i Diritti e le Leggi.

 

Capitolo Centosedicesimo

 

Un uomo semplice, che non conosceva del tutto il « Padre nostro », chiese un consiglio spirituale da Donna Brigida. E ad essa Cristo disse: A me piace di più la semplicità dell'anima semplice di quest'uomo, che l'astuzia dei superbi, perché in essi c'è la superbia che allontana Dio dal cuore. In costui c'è l'umiltà, che introduce Dio nel cuore. Perciò digli che continui a fare quello che ha fatto solitamente finora e avrà la mercede con quelli ai quali ho detto: Venite, voi che lavorate ed io vi ciberò d'un pane eterno. Se dicessi infatti a lui quel che dissi a quel giudeo che mi chiese maliziosamente consiglio: « Osserva i comandamenti e vendi quello che hai », non può capirlo, perché la vecchiaia non comprende informazioni e come povero non ha che cosa vendere.

Certo all'uomo che tende alla vita eterna, occorrono i comandamenti, senza i quali non può salvarsi, mentre ha tempo e sovrabbondanza di chi lo istruisce. Di costui invece la dotta ignoranza e la buona volontà mi piacciono tanto, come mi piacque quella vedova dei due denari, ch'io preferii alle ricchezze dei Re. Difatti egli, nella sua ignoranza possiede ogni sapienza. Mi ama, infatti, di cuore; ma donde ciò, se non (perché animato) dal mio Spirito?

E questo non amare le ricchezze e non saper dire grandi cose sembra stupidità ai sapienti del mondo. Perciò l'ho chiamata « dotta ignoranza », perché egli dal mio spirito ha appreso la vera sapienza, ch'è amare Dio. Non sembra a te veramente sapiente costui, che non sa se non un verbo solo, amare? Per questo amore, egli osserva tutti i comandamenti della Legge di Mosè; per esso dà a Dio quel che è di Dio; per esso pratica tutti i consigli del mio Evangelo; per esso osserva tutti i Diritti e le Leggi; per esso ama il prossimo, non desiderando la roba altrui, neppure il necessario anzi, né rubando, né mentendo al prossimo; per esso pensa continuamente alla morte e al giudizio, nel quale dovrà essere giudicato.

Perciò chi vuol venire a me, non deve preoccuparsi dell'ignoranza della legge; è sufficiente che voglia usare la sua coscienza, la quale dice di voler fatto a sé quello che fa agli altri. A che pro infatti l'uomo apprende tante cose e legge tanti libri? Non certamente per servire a me. Non è forse più per curiosità, conformismo, ostentazione e per essere chiamato maestro?

Sta di fatto che ognuno ha la propria coscienza e sarà da quella giudicato. Perciò, figlia mia, chiunque con perfetta fede e volontà, legge queste tre parole: « Gesù, pietà di me », mi piace più di quello che legge distrattamente mille versi.

Libro Settimo

 

Donna Brigida, sposa di Cristo, ebbe questa visione a Gerusalemme nella chiesa del santo Sepolcro, nella cappella del Monte Calvario, il giorno di venerdì dopo l'Ascensione del Signore, quando – rapita in estasi – vide davvero tutta la passione del Signore, quale è qui contenuta per esteso.

 

Capitolo Quindicesimo

 

Al Monte Calvario, mentre ero in mestissima preghiera, vidi li Signore mio nudo e flagellato, condotto alla crocifissione dai Giudei, che lo custodivano accanitamente. Allora vidi anche un foro scavato sul monte e i crocifissori pronti a commettere quella crudeltà.

Il Signore si voltò e mi disse: Guarda tu, che in questo buco della roccia fu posto il piede della mia croce, al tempo della passione, e subito vidi come ivi la sua croce veniva posta dai Giudei e veniva rafforzata nel buco della roccia del monte, con legni conficcati a forza col martello da ogni parte, affinché la croce stesse più solidamente e non cadesse. Quando dunque la croce fu ivi così saldamente fermata, subito adattavano, attorno allo stipite della croce, tavole di legno come a modo di gradini, fino al luogo dove dovevano essere inchiodati i piedi, affinché sia lui che i crocifissori potessero giungervi con quei gradini e starvi, per meglio crocifiggerlo.

Dopo di che essi salirono quei gradini, conducendolo con sé con ogni irrisione e grandissimo vituperio. Ed egli gradualmente salendo, come un agnello mansueto condotto all'immolazione, quando fu al sommo di quelle tavole, non costretto, ma volontariamente, distese subito il suo braccio e, aperta la sua mano destra, la pose sulla croce, e quei carnefici crudelmente la crocifissero, forandola in quella parte dove l'osso è più solido. Poi, tirando con la fune violentemente la mano sinistra, allo stesso modo l'affissero alla croce. In seguito stirato il corpo con sforzo, crocifissero con due chiodi i piedi congiunti e tirarono così forte quelle gloriose membra sulla croce che quasi si spezzavano le vene dei nervi. Ciò fatto, di nuovo gli posero e adattarono sul capo sacratissimo la corona di spine, che gli avevano tolto prima di crocifiggerlo: ed essa punse così forte il suo capo adorabile che gli occhi suoi si riempirono del sangue che subito ne sgorgò. Anche le orecchie se ne riempirono e si ricoprirono la faccia e la barba che erano tutte tinte di quel rosso sangue. Subito dopo, quei crocifissori e i soldati tolsero lestamente tutte quelle tavole, che stavano accosto alla croce e allora rimase la sola croce alta e il mio Signore su di essa crocifisso.

Mentre io, piena di dolore, rabbrividivo alla loro crudeltà, vidi la sua mestissima Madre, come impazzita e mezza morta, consolata da Giovanni e le altre sue sorelle, che stavano allora non lontano dalla croce, nella parte destra. Il nuovo dolore per compassione verso quella mestissima Madre, mi ferì tanto che mi sembrò quasi fosse il mio cuore trafitto dalla spada acuminata dell'amarezza. Alzandosi quella Madre addolorata, come annientata fisicamente, guardò il Figlio suo e stava così sorretta dalle sorelle, sospesa dallo stupore e morta-viva, trafitta dalla spada del dolore. Come la vide il Figlio assieme agli altri amici piangenti, con flebile voce la raccomandò a Giovanni e si vedeva bene dal suo atteggiamento e dalla voce che il cuor suo era ferito dalla freccia acutissima della compassione per la Madre sua.

Allora i suoi occhi amabili e belli sembravano come morti, la sua bocca era aperta e sanguinante. Il viso era pallido, infossato, tutto livido e macchiato di sangue, il suo corpo era quasi tutto un livido e smorto e spossato per il continuo scorrere del sangue; come anche la pelle e quella carne verginale del santissimo suo Corpo, così delicata e tenera, che alla minima percossa faceva l'esterno segno del livido. Si sforzava talvolta lui stesso di stendersi sulla croce, per la grande e acutissima sofferenza del dolore che pativa. Difatti a volte il dolore saliva dalle membra e dalle vene aperte al cuore e lo riempivano di intenso martirio e così si prolungava la sua agonia e si riempiva di grave e grande amarezza.

Allora Egli, travagliato dall'eccessiva angoscia del dolore e già vicino a morte, disse con voce flebile e alta al Padre: O Padre, perché mi hai abbandonato? Aveva le labbra smorte e la lingua insanguinata, il ventre affossato, quasi attaccato al dorso, come se non vi avesse visceri dentro. Gridò una seconda volta col massimo affannato dolore: O Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito. E poi, alzato un poco il capo, subito lo chinò e così emise lo spirito.

Vedendo ciò la Madre sua tremò tutta per la grandissima amarezza e stava per cadere a terra, se le altre donne non l'avessero sorretta. In quei momenti le sue mani si allentarono alquanto dal luogo dei chiodi per il gran peso del corpo, e così esso poggiava quasi solo sui chiodi dei piedi. Le dita, le mani e le braccia erano più allentate di prima. Le spalle poi e il suo dorso erano come attaccati alla croce.
Allora i Giudei d'attorno deridendola, gridavano molte cose contro la Madre sua. Alcuni difatti dicevano: Maria, è morti il Figlio tuo. Altri dicevano altre contumelie. Mentre stavano tutti attorno, accorse un tale, che con massima furia conficcò una lancia nel suo fianco destro, così violentemente e fortemente che quasi trapassò il corpo da parte a parte. E traendo simile lancia, subito sgorgò fuori con impeto da quella piaga come un fiume di sangue e se ne bagnò il ferro e una parte della lancia, uscita dal corpo già macchiata di sangue. Vedendo ciò la Madre sua tremò e gemette tanto amaramente che si vedeva bene, dalla faccia e dal gesto, quanto acuto e veemente fosse il dolore dell'anima sua.

Finite queste cose, mentre il grosso della folla se ne andava, alcuni suoi amici deposero il Signore e la Madre lo accolse fra le sue braccia santissime, l'adagiò seduto sulle sue ginocchia, tutto piagato e come a pezzi e livido. Allora la Madre sua deterse con un lenzuolo tutto il corpo e le piaghe, ne chiuse gli occhi, li baciò, e lo ravvolse nella Sindone monda; e così lo portarono in pianto e grandissimo dolore e lo deposero nel Sepolcro.

 

 

Visione avuta da Donna Brigida a Betlemme dove la Vergine Maria le mostrò apertamente come aveva partorito il suo glorioso Figlio, così la Vergine le aveva promesso in Roma, prima d'andare a Betlemme quindici anni prima, come risulta dal cap. I di questo libro.

 

Capitolo Ventunesimo

 

Mentre ero nel Presepe del Signore in Betlemme, vidi una bellissima Vergine gestante, vestita d'un mantello bianco e di una tunica sottile, attraverso la quale potevano vedersi le sue carni virginee. Il suo grembo era ingrossato e molto tumido, perché prossima al parto. Con lei era un certo dignitosissimo vecchio e con loro due, un bove e un asino. Ed entrarono nella grotta.

Quel vecchio, legati il bove e l'asino alla mangiatoia, uscì fuori e portò alla Vergine un lume acceso e lo fissò al muro e uscì fuori per non essere presente al parto. Quella Vergine dunque si tolse allora i calzari dai piedi e il mantello bianco, di cui era coperta, rimosse il velo dal capo e, tutto ciò deposto là presso, rimase con la semplice tunica, con i capelli bellissimi, biondi come oro, sparsi sopra le spalle. Mise allora fuori due sottili pannolini di lino e due bianchissimi pannolini di lana, che portava con sé per avvolgervi il bambino e due altri più piccoli per coprirlo e fasciargli il capo: e se li pose vicino per potersene servire a suo tempo.

Quando tutto fu pronto, la Vergine si mise con grande devozione in preghiera in ginocchio, avendo il dorso verso la mangiatoia, il volto invece rivolto al cielo, verso oriente. Alzando quindi le mani e con gli occhi fissi al cielo, stava come estatica e sospesa in contemplazione, inebriata da divina dolcezza.

E così stando lei in preghiera, vidi allora muoversi Colui che giaceva nel grembo di lei e subito, d'un tratto, all'istante, partorì il Figlio, dal quale usciva tanta ineffabile luce e tanto splendore, da non poterglisi paragonare il sole, né quel lume, posto dal vecchio, non dava luce alcuna, sopraffatta totalmente com'era la sua luce materiale da quello splendore divino. Fu così improvviso e istantaneo quel parto, ch'io non potei avvertirne e comprenderne il modo e il luogo. Ma vidi subito giacer in terra e splendidissimo quel glorioso Bambino, le cui carni erano monde da ogni macchia o immondizia. Vidi anche presso di lui deposta e piegata e molto splendente la placenta. Udii allora il canto degli Angeli di meravigliosa soavità e di grande dolcezza. E subito il ventre della Vergine, che prima del parto era tumidissimo, si ritrasse e si vedeva ora il suo corpo mirabilmente bello e delicato.

Quando dunque la Vergine s'accorse d'aver partorito, chinò il capo e, congiunte le mani con grande dignità e devozione, adorò il Bambino e gli disse: Benvenuto, Dio mio e Signor mio e Figlio mio. E il bambino allora gemendo e un po' tremante per il freddo e per la durezza del pavimento ove giaceva, si voltava un poco e stendeva le membra, come cercando sollievo; la Madre allora lo prese fra le mani e se lo strinse al petto e lo riscaldava col petto e con la guancia, con grande gioia e tenera compassione materna.

Seduta in terra, si pose il Figlio suo in grembo e ne prese fra le dita l'ombelico, che subito si staccò, senza che ne uscisse alcun liquido né sangue. E subito cominciò ad avvolgerlo diligentemente. Dapprima con i pannolini di lino, poi con quelli di lana, fasciandogli il corpicino, le gambe e le braccia con una fascia tessuta in quattro punti della parte superiore d'uno dei pannolini di lana. Poi lo ravvolse, fasciando la testa del bambino con i due pannolini di lino, che aveva per l'appunto preparati. Ciò fatto, entrò il vecchio e, prostratosi con le ginocchia a terra, lo adorò, sospirando dalla gioia. Né al parto s'era la Vergine cambiata di colore né apparve spossata né le mancarono le forze, come suole accadere alle altre partorienti; solo che da tumido che era, tornò al suo stato naturale il grembo, nel quale era stato concepito il Bambino. Alzatosi allora, avendo fra le braccia il Bambino, insieme, lei cioè e Giuseppe, lo adorarono con immensa gioia e letizia.

 

 

Il Giudice si lamenta con la sposa di tutti i peccatori d'ogni stato e condizione, narrando i benefici loro fatti e la loro ingratitudine. Minaccia anche la sentenza per loro della sua terribile ira e li ammonisce di convertirsi a Lui, che li accoglierà con misericordia, come un padre.

 

Capitolo Trentesimo

 

Vidi un gran Palazzo, simile al Cielo sereno, nel quale c'era l'esercito della milizia celeste, innumerevole come gli atomi del sole e fulgido come i suoi raggi. Nel Palazzo sedeva su di un trono meraviglioso il Signore, simile ad un uomo di incomparabile bellezza e di immensa potenza, le cui vesti erano meravigliose e d'una luce abbagliante. Davanti a Colui che sedeva sul trono, stava una Vergine, più splendente del sole, riverita e onorata da tutti i presenti della milizia celeste, come loro Regina.

Colui che sedeva sul trono aprì la bocca e disse: Udite, voi tutti nemici miei, viventi nel mondo, poiché non parlo agli amici miei, che fanno la mia volontà. Udite, voi tutti, Chierici, Arcivescovi e Vescovi e voi tutti d'ogni grado inferiore della Chiesa. Udite, voi tutti, Religiosi, di qualunque Ordine siate. Udite, o Re e Principi e Giudici della terra e tutti gli Inservienti. Udite, donne, Regine e Damigelle e voi tutti, di qualunque condizione e grado, grandi e piccoli, che abitate il mondo, ascoltate queste parole, che Io stesso, vostro Creatore, a voi ora rivolgo. Ecco, io mi lamento che vi siete da me allontanati e dati al diavolo mio nemico, voi avete abbandonato i miei comandamenti e seguite la volontà del diavolo e obbedite alle sue suggestioni, non pensate ch'io sono l'immutabile ed eterno Dio, vostro Creatore. Venni dal Cielo alla Vergine, da Lei assumendo la carne e ho vissuto con voi. Io in me stesso vi ho aperto la via e vi ho dato i consigli, con i quali andare al cielo. Io fui denudato e flagellato e coronato di spine e tanto stirato sulla croce che quasi tutti i nervi e le giunture del mio corpo furono staccati. Io ho sopportato tutte le ingiurie e l'ignominiosissima morte e l'amarissima ferita al mio cuore per la vostra salvezza.

A tutto questo, o miei nemici, voi non fate attenzione, perché siete stati ingannati. Perciò portate il giogo e il peso del diavolo con falsa gioia e non sapete né sentite queste parole, prima che arrivi lo smisurato dolore. Né vi basta questo, ma è tanta la vostra superbia che, se poteste porvi sopra di me, lo fareste volentieri. E tanta è in voi la voluttà della carne, che volentieri preferireste far senza di me, piuttosto di lasciare il disordine della vostra voluttà. E poi la cupidigia vostra è insaziabile, come un sacco senza fondo, perché non v'è niente che possa soddisfarla. Giuro perciò – per la Divinità mia – che se morirete nello stato in cui vi trovate, mai vedrete il mio volto. Ma, per la vostra superbia, sprofonderete giù nell'inferno, in modo che tutti i diavoli vi saranno addosso per tormentarvi desolatamente. Per la lussuria poi sarete ricolmi d'un diabolico veleno. E per la cupidigia vostra sarete saziati di dolori e angustie e soffrirete ogni male che è nell'inferno.

O nemici miei, abominevoli e ingrati e degeneri, io sembro a voi come un verme morto nell'inverno, perciò fate tutto ciò che volete e prosperate. Per questo sorgerò contro di voi nell'estate e allora piangerete e non scamperete alla mia mano. Tuttavia, o nemici, poiché vi ho redenti col sangue mio e non chiedo che le vostre anime, tornate umilmente ancora a me e di buon grado vi accoglierò come figliuoli. Scuotete da voi il pesante giogo del diavolo e ricordatevi dell'amor mio e nella coscienza vostra vedrete che io sono soave e mansueto.

 

 

Cristo parlando alla sua sposa in Roma, le predice il giorno e il modo della sua morte, ordinandole cosa fare del libro delle Rivelazioni e dice anche che saranno molti nel mondo ad accoglierle con devozione, quando a Lui piacerà, e otterranno la sua grazia. Il Signore dispone anche dove debba essere sepolto il corpo della sposa sua.

 

Capitolo Trentunesimo

 

Accadde, cinque giorni prima della morte di Donna Brigida, la spesse volte nominata sposa di Cristo, che le apparve il Signore nostro Gesù Cristo davanti all'altare, che era nella sua camera e mostrandosele in viso lieto le disse: Io ho fatto con te, come suol fare lo sposo, il quale si nasconde alla sposa, per essere da lei più ardentemente desiderato.

Così dunque in questo tempo non ti visitai con le consolazioni, perché era il tempo della tua prova. Perciò ora, provata, procedi e prepàrati, perché è tempo ormai d'adempiere ciò che t'avevo promesso, cioè che innanzi al mio Altare avresti vestito l'abito di Monaca, ti saresti consacrata ed allora non solo saresti stata ritenuta mia sposa, ma anche Monaca e Madre di Monastero. Sappi pertanto che lascerai il tuo corpo qui a Roma, fin quando sarà deposto nel luogo apposta preparato, poiché voglio por fine alle tue fatiche e computar come fatto quel che volevi fare. E rivolto a Roma, come lamentandosi, disse: O mia Roma, mia Roma, il Papa ti disprezza e non bada alle parole mie, ma accoglie le cose dubbie per certe. Perciò non udrà più il mio flauto, poiché decide a suo arbitrio del tempo della mia misericordia.

Poi disse alla sposa: Tu poi di' al Priore, che tutte le parole delle mie Rivelazioni, le consegni ai Fratelli e al mio Vescovo, a cui darà il fervore del mio Spirito e che riempirò della mia grazia. E sappi che, quando a me piacerà, verranno uomini che con soavità e gioia accoglieranno queste parole delle celesti Rivelazioni, che a te finora sono state fatte e s'adempiranno tutte le cose a te predette. E sebbene a molti sia stata sottratta la mia grazia, per la loro ingratitudine, tuttavia, al posto loro ne verranno altri, che l'otterranno.

Nelle ultime parole poi di tutte le Rivelazioni a te fatte, ci sia quella comune e universale, che ti feci a Napoli, perché il mio giudizio s'adempirà su tutte le genti che in umiltà non si vorranno volgere a me, come ti è stato mostrato. Ciò detto e molte altre cose, qui non scritte, la predetta sposa di Cristo si ricordò e dispose di alcune persone sue conviventi, che diceva di vedere innanzi a Dio, prima di morire. Dopo cinque giorni, al mattino, dopo la Comunione, chiama singolarmente le persone che vivono con te e sono presenti, che or ora ti ho nominato e dì loro quel che devono fare. E così con le loro parole e tra le loro mani verrai al tuo Monastero, cioè al mio gaudio e il tuo corpo sarà deposto a Vadstena.

Poi mentre si avvicinava il quinto giorno, sul far dell'aurora le apparve ancora Cristo, consolandola. Celebratasi poi la Messa e ricevuti i Sacramenti con la massima devozione e riverenza, nelle mani delle predette persone emise lo spirito.

Libro Ottavo

 

Capitolo Quarantottesimo

 

...Allora risuonò una voce dall'alto, che diceva: O Madre della Misericordia, Madre dell'eterno Re, impetra misericordia. A te son giunte le preghiere del Re tuo servo. Sappiamo bene che è giusto che siano puniti i suoi peccati, ma chiedi misericordia, perché si converta e faccia penitenza e procuri onore a Dio.

Rispose lo Spirito: In Dio vi sono quattro giustizie. La prima, che Egli, increato ed eterno, sia onorato sopra tutte le cose, perché da Lui tutte le cose provengono e in lui tutti vivono e sussistono. La seconda è che Lui, che sempre era ed è e che è nato nel tempo, sia servito e amato in purità da tutti. La terza è che Lui, che per sé impassibile è divenuto passibile con l'umanità facendosi mortale e ha meritato agli uomini l'immortalità, sia desiderato sopra tutte le cose desiderate e desiderabili. La quarta giustizia è che quelli che sono instabili ricerchino la vera stabilità e quelli che sono nelle tenebre desiderino la luce, cioè lo Spirito Santo, chiedendone l'aiuto con contrizione e vera umiltà.

Ma di quel Re, servo della Madre di Dio, per il quale si chiede ora misericordia, giustizia vuole che non gli basti il tempo per espiare degnamente, come esige la giustizia, i peccati commessi contro la misericordia divina, né il suo corpo potrebbe sopportare il castigo meritato per essi.

Tuttavia la misericordia della Madre di Dio meritò e ottenne misericordia per il suo servo, sicché egli stesso ascolti quello che ha fatto e come debba emendarsi, se vorrà pentirsene e convertirsi.
E subito in quello stesso momento vidi in cielo una gran bella casa e in essa un pulpito e sul pulpito un libro e davanti al pulpito c'erano due, cioè l'Angelo e il demonio.

Uno dei due, cioè il diavolo parlava dicendo: « Ahi » è il mio nome! Codesto Angelo e io inseguiamo la stessa cosa per noi desiderabile, perché vediamo che il potentissimo Dio propone di far costruire una gran cosa. E perciò lavoriamo, l'Angelo per la perfezione, io per la distruzione. Ma accadde che quando quella tal cosa desiderabile capita tavolta nelle mie mani, è così accesa e calda, che non riesco a tenerla. Quando capita nelle mani dell'Angelo è così fredda e viscida, che subito gli sguscia dalle mani. Guardando attentamente io a quel pulpito – con tutta l'attenzione mentale – il mio intelletto non riusciva a capire come era, né valse l'anima mia a comprenderne ed esprimerne la bellezza. L'aspetto del pulpito era come un raggio di sole, di color rosso e bianco, dorato, splendido. Il color d'oro era come un sole fulgido, il bianco come neve candidissima, il rosso come una rosa rossa. E ogni colore si vedeva nell'altro. Difatti quando guardavo il color d'oro, vedevo in esso quello bianco e quello rosso; o quando guardavo il bianco, vedevo in esso gli altri due colori. Così pure avveniva quando guardavo il rosso, sicché uno si vedeva nell'altro; però ognuno era distinto dall'altro e per se stesso, ma in tutto e per tutto sembravano uguali.

Guardando in alto non riuscii a comprendere la lunghezza e l'altezza del pulpito e guardando in basso non riuscii a scandagliarne la immensa profondità, perché era tutto incomprensibile. Dopo ciò, sullo stesso pulpito vidi risplendere un Libro, come oro brillantissimo che aveva forma di libro. Questo libro era aperto e la sua scrittura non era scritta con inchiostro, ma ogni parola era vivente nel libro e parlava da sé, come se qualcuno dicesse: fa' questo, o quello, e tutto, detta la parola, era fatto. Nessuno leggeva la scrittura del libro, ma tutto ciò che conteneva, tutto era nel pulpito e si vedeva in quei colori.

Davanti a questo pulpito vidi un certo Re ancora vivo nel mondo. Alla sinistra del pulpito vidi un altro Re, morto, che era nell'inferno; alla destra poi del pulpito, vidi un altro Re morto, che era in Purgatorio. Il sopraddetto Re vivente, seduto e coronato, era come in un globo di vetro. Sul globo pendeva una terribile spada a tre punte, che s'accostava ogni momento al globo, come la meridiana d'un orologio al suo segno. Alla destra di questo Re vivo, stava l'Angelo che aveva un vaso rotondo d'oro. Alla sinistra stava il diavolo con tenaglie e martello. Entrambi lottavano a chi fosse con le mani più vicine al globo nel momento in cui esso fosse stato colpito e rotto dalla spada. Allora udii la voce orribile di quel diavolo, che diceva: Ecco, entrambi vogliamo la stessa preda, ma ignoriamo chi dei due l'avrà.

E subito la giustizia divina mi diceva: Queste cose che ti son mostrate non sono corporali, ma spirituali; infatti né l'Angelo né il diavolo hanno corpo, ma così accade perché tu non puoi capire le cose spirituali se non per mezzo di immagini corporali. Il re vivo lo vedi nel globo di vetro, perché la vita sua non è che un fragile vetro sul punto di infrangersi. La spada tricuspide è la morte che, quando arriva, fa tre cose: Indebolisce il corpo, trasmuta la coscienza, toglie tutte le forze, separando – come una spada – l'anima dal corpo.

Il fatto poi che l'Angelo e il diavolo sembrano lottare sopra il globo di vetro, significa che tutti e due desiderano avere l'anima del Re, la quale sarà aggiudicata a quello ai cui consigli avrà più obbedito. Che poi l'Angelo abbia un vaso che è cavo, significa che, come il bimbo riposa in seno alla madre, così l'Angelo fa in modo che l'anima si presenti a Dio, come in un vaso, nel seno dell'eterna consolazione. Che poi il diavolo abbia le tenaglie e il martello significa che il diavolo attira l'anima con le tenaglie delle cattive dilettazioni e la stordisce col martello, cioè con il numero dei delitti perpetrati. Che poi il globo di vetro sia talvolta troppo caldo, talvolta troppo viscido e freddo, significa che il Re è instabile. Posto infatti nella tentazione, pensa e dice fra sé: Anche se so di poter offendere Dio, accetto questa tentazione nella mia mente; tuttavia questa volta questo pensiero lo metterò in atto, perché ormai non posso più ritirarmene. E così, scientemente peccando, va in mano al diavolo. Poi lo stesso Re, confessandosi e pentendosi, esce dalle mani del diavolo e va in potere dell'Angelo buono. E perciò se questo Re non smetterà la sua instabilità, sta in pericolo, perché ha un fragile fondamento.

Dopo ciò vidi alla sinistra del pulpito l'altro Re, quello che era morto e dannato all'Inferno, vestito delle vesti regali, quasi seduto sul trono. Era morto e cereo e molto terribile, con davanti una ruota a quattro linee aguzze. Questa ruota si voltava secondo i movimenti del Re. E ogni linea saliva su o giù, come il Re voleva, perché il movimento della ruota era in potere del Re. Tre di quelle linee avevano delle scritte, la quarta nessuna. Vidi anche alla destra di questo Re un Angelo, come un uomo bellissimo, con le mani vuote, e serviva al pulpito. Alla sinistra invece appariva il diavolo, che aveva la testa d'un cane con il ventre insaziabile e l'ombelico aperto, ribollente d'un veleno colorato di tutti colori velenosi e in ogni piede aveva tre unghie grandi, forti e aguzze.

Allora uno che era splendidissimo come il sole e mirabile da vedersi per la bellezza, mi disse: Questo Re, che tu vedi, è un miserabile. La sua coscienza ti sarà ora svelata, quale fu durante il Suo Regno e nella sua intenzione quando morì. Quale sia stata la sua coscienza, prima del Regno, non è da te saperlo. Sappi tuttavia che non è la sua anima davanti ai tuoi occhi, ma la sua coscienza. E poiché l'anima e il diavolo non sono corporali, ma spirituali, perciò le tentazioni diaboliche e i supplizi ti sono rappresentati in maniera corporale.

E subito quel Re morto cominciò a parlare, non dalla bocca ma dal cervello, e disse così: O consiglieri miei, la mia intenzione è questa, io voglio mantenere e custodire tutto ciò che è soggetto alla corona del Regno. Voglio anche lavorare, perché s'accresca e non diminuisca. In qual modo poi sia stato ottenuto, che importa a me saperlo? Basta a me ch'io valga a difenderlo e aumentarlo.

E allora il diavolo esclamò e disse: Ecco, è quasi rotto; che farà il mio vicino? Rispose la giustizia dal libro, che era sul pulpito e disse al diavolo: Metti l'uncino al foro e tiralo a te. E, detta questa parola della Giustizia, fu posto l'uncino e subito, in quello stesso momento, venne davanti al Re il martello della misericordia, col quale quel Re avrebbe potuto scacciare l'uncino, se avesse voluto rendersi conto della verità di tutto e avesse fruttuosamente cambiato volontà.

Di nuovo parlava lo stesso Re, dicendo: O Consiglieri e uomini miei, voi mi prendeste a Signore e io (presi voi) a consiglieri: però vi addito un uomo del Regno, che è traditore del mio onore e della mia vita, aspira ad essere Re, va contro la pace e la comunione dei popoli del Regno. Se un tal uomo sarà sopportato e tollerato, la cosa pubblica andrà in rovina, s'accresceranno la discordia e i mali interni del Regno. Di me si fidavano, e delle parole che io rivolgevo loro, fino a quando quel tale, da me accusato di tradimento, fu percosso con il massimo castigo e vergogna e condannato all'esilio. Ma la mia coscienza sapeva bene quale fosse l'autentica verità in questa faccenda e che avevo detto molte cose contro quel tale, per l'ambizione del Regno e la paura di perderlo e anche per allargare ancora più il mio onore e perché il Regno più sicuramente restasse a me e ai miei posteri. Pensai anche fra me e me che, sebbene sapessi la verità e come fosse stato conquistato il Regno e quel tale calunniato, se l'avessi di nuovo accolto e graziato e avessi detto la verità, ogni vergogna e ogni danno sarebbe ridondato sopra di me. Decisi allora nel mio animo di voler morire piuttosto che dire la verità e ritrattare le falsità dette e le ingiustizie fatte.

Il diavolo rispose allora: O Giudice, ecco come questo Re si accusa da sé. Rispose la divina Giustizia: Mettigli il laccio.
E mentre il diavolo subito eseguiva e gli poneva un laccio, scese davanti alla bocca del Re un ferro acutissimo, del quale si sarebbe potuto servire, volendo, per tagliare e spezzare il laccio.

E ancora parlò quel Re dicendo: O Consiglieri miei, io consultai Chierici e Letterati dello Stato del Regno, ed essi dicono che se mettessi il Regno in mano ad altri, sarebbe di danno a molti e sarei traditore della vita e degli onori, violatore della giustizia e delle leggi. E perciò, per poter mantenere il Regno e difenderlo dagli invasori, bisogna pensare ad un'altra entrata fiscale, perché le vecchie non bastano a governare e difendere il Regno. Io ho pensato perciò di imporre nuove tasse e aumenti fraudolenti a danno di molti cittadini, non solo residenti nel Regno ma anche di quelli che vi transitano e dei mercanti. In queste cose decisi di perseverare fino alla morte, sebbene la coscienza mi dicesse che questo era contro Dio, contro ogni giustizia e il pubblico bene.

Allora gridò il diavolo: O Giudice, ecco che questo Re ha piegato entrambe le mani verso il mio vaso d'acqua. Che farò io dunque?
Rispose la Giustizia dal libro: Buttaci sopra il tuo veleno. Gettato dal diavolo il veleno, subito apparve davanti al Re un vaso da unzione, che quel Re avrebbe potuto trarre a sé. Allora il diavolo gridò ad alta voce: Ecco, vedo una cosa meravigliosa e imperscrutabile: il mio uncino aggancia il cuore di questo Re e subito gli è stato offerto un martello. Gli ho messo il laccio alla bocca e gli si dà un ferro acutissimo. Gli ho versato sulle mani il veleno e gli si dà il vaso con l'unguento.

Rispose la Giustizia dal libro, che stava sul pulpito e disse: Ogni cosa a suo tempo e Misericordia e Giustizia si abbracceranno.

Dopo di che parlava a me la Madre di Dio e diceva: Vieni, figlia, e vedi e ascolta quel che lo spirito buono suggerisce all'anima e che cosa quello cattivo. Infatti ogni uomo ha ispirazioni e visite, a volte da parte dello spirito buono, a volte di quello cattivo e non c'è alcuno che, mentre è in vita, non sia visitato da Dio.

E subito vidi ancora il Re morto, la cui anima – mentre viveva – era così ispirata dallo spirito buono: O amico, tu sei tenuto a servire Dio con tutte le forze, perché ti diede la vita, la coscienza, l'intelletto, la salute, l'onore e poi ti sopporta per i tuoi peccati. Rispondeva la coscienza del Re dicendo: È vero che son tenuto a servire Dio, dalla cui potenza sono stato creato e redento, e vivo e sussisto per la sua misericordia. Ma lo spirito cattivo gli suggeriva: Fratello, ti do un buon consiglio, fa' come chi suol pulire i pomi. Egli getta via lo sporco e la scorza, tiene per sé la sostanza e le cose più utili. Fa' tu pure lo stesso. Infatti Dio è umile e misericordioso e paziente e non ha bisogno di nulla. Dei tuoi beni dà a lui quelli di cui puoi agevolmente fare a meno, e tieni per te il meglio e il più utile. Fa' dunque tutto quel che ti piace di fare e, sebbene debba perdonare, non farlo e, in cambio, fa' elemosine, con le quali puoi consolare tante persone.

Rispondeva la coscienza del Re: Questo sì che è un consiglio utile. Potrò dare qualcosa del mio, senza alcun mio danno, e Dio la riterrà gran cosa; il resto lo terrò a mio proprio uso e per farmi molti amici. In seguito, parlava ancora l'angelo dato a custode del Re e gli diceva con le ispirazioni: O amico, pensa che sei un mortale, presto morirai. Rifletti anche che questa vita è breve e Dio è giusto giudice e paziente, Egli esamina tutti i tuoi pensieri e parole e opere, dall'inizio dell'uso di ragione sino alla fine. Giudica anche tutti gli affetti e le intenzioni tue, e niente resta ingiudicato; usa perciò del tuo tempo e delle tue forze secondo ragione, mortifica le tue membra a vantaggio dell'anima, vivi modesto, non cercar diletti carnali con i desideri. Poiché, quelli che vivono secondo la carne e la voluttà, non entrano nella patria di Dio.

Di contro, invece, lo spirito diabolico subito sussurrava al Re le sue ispirazioni: O fratello – diceva – se di ogni ora e di ogni momento devi rendere conto a Dio, che ti resta per godere? Ma ascolta il mio consiglio: Dio è misericordioso e si placa facilmente. Non ti avrebbe redento, se avesse voluto perderti. Perciò la Scrittura dice che, col pentimento, son rimessi tutti i peccati. Fa' dunque come fece astutamente quel tale che doveva a un altro 20 libbre d'oro e non avendole venne da un amico per consiglio. Questi gli consigliò di prendere 20 libbre di rame e di dorarle con una sola libbra d'oro e con quelle così dorate togliersi il debito. Eseguendo questo consiglio, saldò al creditore le 20 libbre di rame, così dorate, e tenne per sé le 19 libbre d'oro puro. Fa' pure tu così e usa le 19 ore del tempo nei piaceri, nella voluttà, nel tuo godimento e una sola ora ti basterà per rattristarti e pentirti. Perciò, coraggiosamente, prima e dopo la confessione fa' quello che ti piace. Perché come il rame dorato sembrò tutt'oro, così le opere di peccato, significate nel rame dorato, saranno cancellate e tutte le tue azioni splenderanno come oro. Rispondeva allora la coscienza del Re: Mi sembra buono e ragionevole questo consiglio, perché così facendo posso disporre di tutto il tempo a mio piacimento.

Ancora l'angelo buono ispirava il Re: O amico, pensa dapprima a quale scopo Dio ti trasse dal grembo angusto della madre tua. Poi pensa con quanta pazienza Dio ti sopporta in vita. Infine pensa con quanta sofferenza ti ha salvato dalla morte eterna. Ma di contro il diavolo diceva al Re: O fratello, se Dio ti trasse dal grembo ristretto della madre tua all'aperto del mondo, rifletti pure che ti trarrà di nuovo dal mondo con una dura morte. E se Dio sopporta che tu vivi, rifletti pure che in questa vita hai tanti disagi e tribolazioni contro la tua voglia. Se Dio ti ha redento con la dura sua morte, chi lo costrinse? non glielo chiedesti poi tu.

Allora, come parlando, il Re disse nella sua coscienza interiore: È vero – disse – quel che suggerisci, difatti mi rattrista più il dover morire, che non l'essere nato dal seno di mia madre. E mi costa più sopportare le avversità del mondo e le contrarietà del mio animo, che non altro. Se mi si offrisse di scegliere, vorrei piuttosto vivere nel mondo senza tribolazioni e rimanere nelle consolazioni che separarmene. E più ancora desidererei vivere e gioire eternamente nel mondo, piuttosto che Cristo mi abbia redento col suo sangue; e non mi curerei d'essere in cielo se potessi avere in terra il mondo a mio piacimento. Allora udii la voce dal pulpito che così diceva: Togli ora dal Re il vaso dell'unguento, poiché peccò contro Dio Padre. Dio Padre, infatti, che è eternamente nel Figlio e nello Spirito Santo, dette per mezzo di Mosè la vera e retta Legge. Ma codesto Re promulgò una legge contraria e perversa. Ma siccome codesto Re fece qualcosa di bene, anche se con obliqua intenzione, gli si permette di possedere il Regno nei suoi giorni e di essere così ricompensato nel mondo.

Ancora parlò il Verbo dal pulpito e disse: Togli l'acutissimo ferro agli occhi del Re, perché peccò contro il Figlio di Dio. Egli infatti nel Vangelo dice che avrà un giudizio senza misericordia chi non usò misericordia. Codesto Re non volle far misericordia a chi soffriva ingiustamente e ritrattare la calunnia e il mal fatto. Però per qualche buona azione fatta sia compensato con l'avere sulla bocca parole sapienti ed essere reputato sapiente. Per la terza volta parlò la Giustizia e disse: Sia tolto il mantello al Re, perché peccò contro lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo infatti rimette i peccati a tutti quelli che se ne pentono, ma codesto Re decise di perseverare nel suo peccato sino alla fine. Ma siccome fece qualcosa di buono, gli sia concesso quel che più desidera per il piacere del corpo, e cioè abbia in moglie la donna desiderata e bella ai suoi occhi. E ottenga una fine bella e desiderabile secondo il mondo.

Dopo questa voce, avvicinandosi la vigilia della fine del Re, il diavolo esclamò, dicendo: Ecco, gli è stato tolto il vaso dell'unguento, perciò fermerò le sue mani perché non faccia opere fruttuose.
E subito, detto questo, il Re fu privo della forza e della salute.
Disse allora il diavolo: Ecco gli è stato tolto il ferro acuto.
E subito il Re fu privo della loquela. E nel momento in cui fu privo della parola, parlò la Giustizia all'Angelo buono, ch'era stato dato al Re come custode, e disse: Cerca nella ruota e vedi qual è la linea che tende verso l'alto e leggi ciò che v'è scritto. Ecco, era la quarta linea, dove nulla era scritto ed era quasi liscia. E disse allora la Giustizia: Perché quest'anima amò quel che è vano, vada perciò ora da chi amò per averne il compenso. E in quel momento l'anima del Re si separò dal corpo. E mentre stava uscendo l'anima, gridò subito il diavolo e disse: Io ormai spezzerò il cuore a questo Re, perché la sua anima è mia.

E vidi allora il Re trasmutare tutto dal capo ai calcagni ed era orribile, come un animale scorticato. Gli occhi suoi erano strappati fuori e tutta la carne era come rattrappita e s'udiva allora la sua voce: Guai a me – diceva – che son diventato cieco, come un cagnolino nato cieco, in cerca delle parti posteriori della cagna, perché per la mia ingratitudine non ne vedo le mammelle. Guai a me, che nella mia cecità vedo che mai vedrò Dio, perché con la mia coscienza ora capisco di dove son caduto e cosa dovevo fare e non ho fatto. Guai anche a me, perché nato nel mondo per divina provvidenza e rinato nel Battesimo, ho dimenticato e trascurato Dio.

E poiché non volli bere della dolcezza del latte divino, perciò son più simile a un cane cieco che a un bambino che vede e vive. Ma adesso, anche contro la volontà mia, pur da Re, son costretto a dire la verità. Io sono infatti come legato da tre funi e obbligato a servire Dio, cioè dal Battesimo, dal matrimonio e dalla corona regale. Ma disprezzai il primo, quando diressi il mio affetto alle vanità del mondo. Non attesi al secondo, quando desideravo la moglie di altri. Disprezzai la terza, quando m'insuperbivo del mio potere terreno e non pensavo a quello del cielo. Per cui, anche se sono ora cieco, vedo tuttavia nella mia coscienza che per aver disprezzato il Battesimo devo essere legato dall'odio del demonio; per i moti disordinati della carne devo subire quel che piace al diavolo; per la superbia devo essere legato ai piedi del diavolo.

Allora disse il diavolo: Fratello, ora è tempo che parli io e che, parlando, agisca. Vieni perciò da me, non con amore, ma con odio. Io infatti sono stato il più bello degli angeli e tu un uomo mortale. Dio potentissimo mi dette il libero arbitrio, ma siccome ne abusai e preferii odiare Dio, per sopravanzarlo, piuttosto che amarlo, perciò son caduto, come chi ha il capo in giù e i piedi in alto. Tu, invece, come ogni uomo fosti creato dopo la mia caduta ed ottenesti rispetto a me un privilegio speciale, quello cioè di essere redento dal sangue del Figlio di Dio, ed io no. Dunque, poiché tu disprezzasti la carità di Dio, volta la tua testa verso i miei piedi e io riceverò i tuoi nella mia bocca e così saremo assieme congiunti, come coloro che hanno l'uno la spada nel cuore dell'altro e questi il coltello nelle viscere del primo. Tu dunque offendimi con la tua ira, io ti colpirò con la mia malizia. E giacché ebbi la testa, cioè l'intelligenza per onorare Dio, se avessi voluto e tu i piedi, cioè la forza, per andare a Dio e non volesti, così la mia testa terribile consumerà i tuoi piedi freddi. Sarai incessantemente divorato, ma non consumato; ti rigenererai anzi in te stesso. Congiungiamoci anche con tre funi. La prima, in mezzo, che unisca assieme il tuo e il mio ombelico, sicché da me tu aspiri il mio veleno ed io attragga a me le tue interiora. E giustamente. Amasti infatti più te stesso che il tuo Redentore ed io amai più me stesso che il mio Creatore. Con la seconda fune stringiamo il tuo capo e i miei piedi. Con la terza il mio capo e i tuoi piedi.

Poi vidi lo stesso diavolo con tre unghie per piede e diceva al Re: Poiché tu, fratello, avesti gli occhi per vedere la via della vita e la coscienza per discernere il bene e il male, due mie unghie entreranno nei tuoi occhi e li accecheranno; la terza unghia t'entrerà nel cervello. Frattanto soffrirai per essere mio Padrone ed io sgabello dei tuoi piedi. Avesti anche due orecchie per ascoltare la via della vita e la bocca per dir cose utili all'anima. Ma, giacché con disprezzo non volesti ascoltare e parlare per la tua salvezza, le altre due mie unghie ti entreranno nelle orecchie e la terza nella bocca. Con esse sarai tormentato, perché ti sarà amarissimo tutto ciò che prima, quando offendevi Dio, ti sembrò dolce. Dette queste cose, si congiunsero, così come detto, capo e piedi e ombelico del Re con quelli del diavolo. E così assieme legati sprofondarono nell'abisso.

E udii allora una voce che diceva: Oh, oh, che cosa ha ora il Re di tutte le sue ricchezze? Nient'altro che il danno. E che ne ha dell'onore? Vergogna, certamente. E che della cupidigia e attaccamento al Regno? Nient'altro che la pena: egli era stato unto con l'olio santo e consacrato con la formula santa e incoronato della corona regale, perché desse onore alle parole e alle cose divine, difendesse il popolo di Dio e regnasse. E sapesse anche di essere sempre sottomesso a Dio e Dio essere il suo rimuneratore. Ma siccome disprezzò d'essere sottomesso a Dio, perciò ora è sotto i piedi del diavolo. E poiché non volle riscattare il tempo con opere meritorie, quando poté, così ora non avrà più tempo di meritare.

Dopo ciò parlava ancora la Giustizia dal libro, che stava sul pulpito, dicendomi: Tutte queste cose a te così seriamente mostrate sono un sol punto dinanzi a Dio. Ma siccome tu sei nel corpo, fu necessario che le cose spirituali fossero spiegate a te con immagini materiali. Perciò se ti è sembrato che il Re e l'Angelo e il diavolo parlassero fra di loro, non erano che le ispirazioni e le locuzioni della coscienza espresse all'anima del Re dallo spirito buono o dal cattivo o da se stesso o dai consigliere e amici loro. Il fatto poi che il diavolo abbia detto: È perforato, quando il Re diceva di voler tenere per sé il Regno, qualunque fossero i retroscena della corona e comunque fosse stata acquisita, senza curarsi della giustizia, è da interpretarsi nel senso che la coscienza del Re era perforata dal ferro del diavolo, per l'ostinazione sua nel peccato, allorquando non volle fare alcuna indagine né esaminare se erano o no giuste le cose riguardanti il Regno.

E quando non volle esaminare quale giustizia egli facesse amministrare nel Regno. Fu posto l'uncino vicino all'anima del Re, quando la tentazione diabolica prevalse nell'anima del Re, che volle ostinarsi nell'ingiustizia fino alla morte. Che venisse poi il martello in grembo al Re, dopo l'uncino, significa il tempo dato al Re per pentirsi. Se infatti il Re avesse pensato e detto: Ho peccato, non voglio più mantenere coscientemente il mal tolto, m'emenderò dunque del resto, subito si sarebbe spezzato l'uncino della giustizia, infranto dal martello della contrizione, e il Re sarebbe venuto nella via buona e a buona vita. Che poi il diavolo abbia gridato: Ecco, il Re mi porge la lingua e subito abbia imposto il laccio al Re, non volendo egli far grazia a quel tale da lui calunniato, così si deve spiegare: chiunque coscientemente offende il prossimo e lo calunnia, per aumentare la propria fama, agisce con spirito diabolico e come un ladro, deve essere preso al laccio. Poi dopo il laccio viene davanti al Re il ferro acuto; questo vuol indicare il tempo del cambiamento e della correzione della cattiva volontà e il momento dell'azione virtuosa.

Quando dunque l'uomo corregge con buona volontà ed emenda il suo reato, la volontà è come un ferro acutissimo, contro cui cozza il laccio del diavolo e si ottiene la remissione dei peccati. Se dunque questo Re avesse cambiato la sua volontà e avesse fatto grazia a quell'uomo offeso e calunniato, si sarebbe subito spezzato il laccio del diavolo. Ma, poiché la sua volontà si confermò nel cattivo proposito, per divina giustizia egli si ostinò maggiormente. In terzo luogo vedesti poi che, pensando il Re di imporre nel Regno nuove tasse, gli fu versato sulle mani un veleno; questo significa che le opere del Re erano ispirate dal diavolo.

Come difatti il veleno produce agitazione e raffreddamento nel corpo, così il Re era agitato e mosso dalle maligne suggestioni e dai malvagi pensieri, cercando i modi come togliere possedimenti o beni agli altri e l'oro dei passanti. Difatti quando i passanti dormivano e credevano che l'oro fosse nella loro borsa, s'accorgevano poi da svegli di essere in potere del Re. Che poi, dopo il veleno, venga il vaso dell'unguento, sta a significare il sangue di Gesù Cristo, col quale ogni malattia è guarita. Se perciò il Re avesse intinto le sue opere nella considerazione del sangue di Cristo e avesse chiesto aiuto a Dio e avesse detto: « O Signore Dio, che mi hai creato e redento, so che per tua permissione io ebbi il Regno e la corona. Espugna dunque i nemici che mi combattono e salda i debiti miei, perché non bastano le finanze del mio Regno », io l'avrei aiutato e avrei alleggerito i suoi pesi.

Ma poiché egli desiderò la roba altrui, volendo passare per giusto, mentre sapeva d'essere ingiusto, il diavolo diresse il suo cuore e lo persuase ad agire contro le Costituzioni della Chiesa, a fare anche guerra e a derubare gli innocenti, finché la Giustizia fece sopra di lui giustizia ed equità dal pulpito della divina Maestà. La ruota poi, che si muoveva al fianco del Re, significava la coscienza del Re che, a mo' di ruota, ora si muoveva verso la gioia, ora verso la tristezza. Le quattro linee, che erano nella ruota, significavano la quadruplice volontà, che ogni uomo deve avere, cioè perfetta, forte, retta e ragionevole.

È perfetta la volontà d'amare Dio e di possederlo sopra ogni cosa; e questa volontà è nella prima linea. La seconda è la volontà di desiderare e fare il bene al prossimo, come a se stessi, per Iddio. E questa deve essere forte, per non infrangersi né per odio, né per avarizia. La terza è la volontà di astenersi dai desideri carnali e di desiderare le cose eterne. E questa è la scritta della terza linea. La quarta è la volontà di non amare il mondo se non ragionevolmente e per sola necessità. Voltata dunque la ruota, apparve la linea rivolta verso l'altro, quella per cui il Re aveva amato i piaceri del mondo e disprezzato l'amore di Dio. Nella seconda linea vi era scritto, che aveva amato gli onori e le persone del mondo. Nella terza linea v'era scritto l'amore disordinato dei beni e delle ricchezze del mondo. Nella quarta non v'era scritto niente, ma era tutta liscia, mentre sarebbe dovuto essere scritto soprattutto l'amore di Dio. Il vuoto di questa quarta linea, significava la carenza dell'amore e del timor di Dio; difatti col timore, Dio è attirato nell'anima buona e per l'amore vi si ferma. Se infatti un uomo nella vita non avesse mai amato Dio e però all'estremo di essa dicesse con tutto il cuore: O Dio, mi pento con tutto il cuore di aver peccato, dammi il tuo amore e mi correggerò nel resto, egli non andrebbe all'inferno. Poiché dunque il Re non amò chi avrebbe dovuto, ne ebbe già il compenso.

Dopo ciò vidi alla destra della Giustizia, quell'altro Re che era in Purgatorio; era simile a un bambino appena nato, non era capace di muoversi e solo muoveva gli occhi. Alla sua sinistra vidi il diavolo, la cui testa assomigliava a un soffiatoio, fornito d'un lungo tubo e le braccia erano come due serpenti. Le ginocchia erano come uno strettoio e i piedi erano simili ad un lungo arpione. Alla destra del Re, poi, stava un angelo bellissimo, pronto all'aiuto. Allora udii una voce che diceva: Questo Re t'appare così com'era disposta l'anima sua, quando uscì dal corpo.

E subito il diavolo gridò verso il libro, che stava sul pulpito e disse: C'è da stupire qui. Infatti quell'angelo e io aspettavano la nascita di questo bambino, quegli nella sua purità, io nella totale impurità. Nato poi il bambino, ne apparve l'impurità per la carne, ma non nella carne e l'angelo aborrendola non poté toccare il bambino; io invece che l'ho avuto in mano, non so dove portarlo. Infatti gli occhi miei tenebrosi non lo vedono, per lo splendore d'una certa luce che esce dal suo petto. L'Angelo invece lo vede e sa dove portarlo, ma non è in grado di toccarlo. Perciò tu che sei giusto Giudice, sciogli questo nostro contrasto.

Rispose il Verbo che stava sul pulpito: Dimmi, tu che parli, per qual motivo codest'anima cadde nelle tue mani? Rispose il diavolo: Tu che sei la Giustizia in persona, hai detto che nulla può entrare in cielo, se non abbia dapprima restituito ciò che è stato ingiustamente rubato. Ma quest'anima s'è tutta macchiata di cose ingiustamente prese, tanto che di cibi ingiusti si nutrivano e crebbero le sue vene e le midolla, la sua carne e il suo sangue. Poi hai detto di non accumular tesori, che sono consumati dalla ruggine e dalla tignola, ma di procurarsi quelli eterni. E in quest'anima era vuoto il posto ove doveva essere nascosto il tesoro celeste, mentre era pascolo pieno di vermi e di rane. Infine hai detto di amare il prossimo per Iddio. Ma quest'anima amò più il corpo che Dio e non si curò proprio di amare il prossimo. Vivendo infatti si consolava della sottrazione dei beni del prossimo, feriva il cuore dei suoi sudditi, non badando ai loro danni, purché a lui non mancasse nulla. Fece pure tutto quel che gli piacque e volle e comandò, e poco si curò dell'equità. Ecco i principali motivi e tanti altri innumerevoli.

Allora rispose il Verbo dal libro della Giustizia, dicendo all'angelo: E tu, angelo custode di quell'anima, che sei nella luce e vedi la luce, che cosa hai tu che per ragione di diritto e di virtù giovi a costui? L'angelo rispose: Essa ebbe la santa fede, e credette e sperò che ogni peccato fosse rimesso con la contrizione e con la confessione e ti temette anche come suo Dio, seppure non come avrebbe dovuto.

Di nuovo parlò la Giustizia dal libro, dicendo: O angelo mio, a te ora è permesso di prendere quest'anima e a te, diavolo, è consentito di vederne la luce. Indagate dunque entrambi che cosa amò quest'anima quando viveva nel corpo ed era in salute. Risposero essi, cioè l'angelo e il diavolo: Amò gli uomini e le ricchezze. E allora disse la Giustizia dal libro: Che cosa amò, pressato dalla tristezza della morte?
Entrambi risposero: Amò se stesso, perché s'angustiava più per le malattie del suo corpo e per la tristezza del suo animo che della passione del suo Redentore.

E ancora insistette la Giustizia: Indagate ancora che cosa amò e pensò nell'ultimo istante di vita, quando aveva ancora lucida la coscienza e la conoscenza. Rispose soltanto l'angelo: Quell'anima pensò così: Ahimé fui tanto temerario contro il mio Redentore! Avessi un minimo di tempo per ringraziare il mio Dio per i suoi benefici! Mi addolora più l'aver peccato contro Dio che il patire i dolori nel mio corpo e anche se non mi fosse dato il cielo, vorrei tuttavia servire ugualmente il mio Dio.

Rispose la Giustizia, dicendo: Poiché tu, diavolo, non puoi vedere l'anima per la chiarezza del suo splendore, né tu, angelo mio, puoi averla in mano per la sua impurità, perciò il giudizio è questo: e tu, diavolo, purificala e tu, angelo, confortala fino a che sia ammessa nella luce della gloria. E a te, o anima, è consentito di guardare all'angelo e averne consolazione. E sarai partecipe del Sangue di Cristo e delle preghiere della Madre sua e della Chiesa.

Udito ciò, il diavolo disse all'anima: Poiché sei arrivata nelle mie mani colma di cibi e di beni male acquisiti, io ora ti svuoterò col mio strettoio. E allora il diavolo pose il cervello del Re fra le sue ginocchia, come se fossero una pressa, e stringeva fortemente per lungo e per largo, finché tutta la midolla diventò fragile, come una foglia d'albero.

E il diavolo disse ancora all'anima: Giacché il posto della virtù è vuoto, lo riempirò io. E preso allora il tubo del soffiatoio lo mise in bocca al Re e vi soffiava fortemente, riempiendolo tutto di orribile vento, sicché ne scoppiavano le vene e i nervi. E disse ancora il diavolo all'anima del Re: Poiché fosti empio e crudele contro i tuoi sudditi, che avresti dovuto trattare come figli, le mie braccia, mordendoti, ti tormenteranno cosicché come tu opprimesti i tuoi sudditi, così le mie braccia, simili a serpenti, ti dilanieranno col massimo dolore e orrore.

Dopo queste tre pene, cioè del pressoio, del soffiatoio e dei serpenti, il diavolo le voleva ancora aggravare, ricominciando dalla prima. Allora vidi l'angelo di Dio stendere le sue mani sopra le mani del diavolo, perché non l'opprimesse tanto come la prima volta. E così ogni volta l'angelo mitigava quelle pene. L'anima poi, dopo ogni pena, alzava gli occhi suoi verso l'angelo, senza parlare, ma accennando col gesto che la consolasse e la salvasse al più presto.

Di nuovo parlò il Verbo dal pulpito e mi disse: Tutto questo che con tanta serietà ti è mostrato, in Dio è tutt'insieme, ma tu sei materiale e perciò ti è mostrato in similitudini. Sicché, sebbene quel Re sia stato bramoso degli onori del mondo e di quel che prese agli altri, poiché temette Dio e quindi lasciò di fare qualcosa di ciò che gli piaceva, questo timore lo attirò all'amore di Dio. Sappi perciò che molti, aggravati da molti crimini, ottengono, prima di morire, il massimo della contrizione. Ma quel Re non ottenne la carità che nell'ultimo momento della vita. Infatti mancandogli le forze e la costanza, ottenne, per mia grazia, una divina ispirazione, per la quale si addolorò più del disonore di Dio che del proprio danno. Questo suo dolore era indicato da quella luce, a causa della quale il diavolo, ottenebrato, non sapeva dove portare quell'anima. E non poteva dire d'essere ottenebrato, quasi non fosse stato uno spirito intelligente; ma affermava di vedere in quell'anima tanto splendore di luce e tanta impurità. L'angelo invece sapeva bene ove portare l'anima anche se non poteva toccarla, prima che fosse purificata, come sta scritto: Nessuno vedrà la faccia di Dio, prima d'essere purificato.

Di nuovo mi parlò il Verbo dal pulpito e disse: Vedesti poi l'angelo stendere le sue mani su quelle del diavolo, perché non aggravasse le pene: questo significa il potere che ha l'angelo sul diavolo, del quale frena la malizia. Infatti il demonio in nessun modo e in nessun campo potrebbe punire, se non per virtù di Dio, che glielo permette. Perciò Dio anche nell'inferno fa misericordia. Difatti, sebbene per i dannati con ci sia luogo a redenzione o a remissione e a consolazione, tuttavia sono puniti solamente secondo merito e giustizia; perciò grande è in questo la misericordia di Dio.

Inoltre quel Re ti sembrava un neonato; ciò significa che chi vuol rinascere dalle vanità del mondo alla celeste vita, dev'essere innocente e, con la grazia di Dio, crescere in virtù fino alla perfezione.

Infine il Re alzava gli occhi all'angelo: questo significa che per mezzo dell'angelo custode riceveva consolazione e dalla speranza il gaudio, poiché sperava d'arrivare alla vita eterna. Così dunque si comprendono le cose spirituali, per mezzo di quelle materiali. Difatti i diavoli o gli angeli non hanno tali membra, né fanno simili discorsi, perché sono spiriti, ma con quelle similitudini materiali si conosce la loro bontà o malizia.

Ancora parlava il Verbo dal pulpito, dicendomi: Il pulpito da te visto significava Dio stesso, cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; che poi tu non abbia potuto comprendere la lunghezza, la larghezza, la profondità e l'altezza del pulpito, è perché in Dio non c'è da cercar principio, né fine, perché Dio è sin da principio, ed era ed è senza fine. Circa il fatto poi che ognuno dei colori si vedeva nell'altro e tuttavia ognuno di essi era distinto dall'altro, significa che Dio Padre è eternamente nel Figlio e il Figlio nel Padre e nello Spirito Santo e lo Spirito Santo è in entrambi, veramente una sola natura, distinti nelle diverse Persone.

Il colore che si vedeva rosso di sangue significava il Figlio, che senza danno della Divinità prese l'umana natura nella sua Persona. Il color bianco significava lo Spirito Santo, per mezzo del quale sono lavati i peccati. Il colore aureo significava il Padre, che è il Principio e la Perfezione di tutte le cose. Non che nel Padre sia una maggiore perfezione del Figlio né che il Padre sia prima del Figlio; ma perché capisca che il Padre non è lo stesso che il Figlio, ma altra è la Persona del Padre, altra è la Persona dello Spirito Santo; tutti però in una sola natura. Perciò ti sono stati mostrati tre colori distinti e uniti: distinti per la distinzione delle Persone, ma uniti nell'unità della natura. E come in ogni colore vedevi gli altri colori, né potresti vedere l'uno senza l'altro, né vedesti uno prima e l'altro dopo, uno maggiore e l'altro minore, così nella Trinità niente è prima o dopo, maggiore o minore, diviso o confuso, ma una volontà, una eternità, una potestà e una gloria. E benché il Figlio sia dal Padre e lo Spirito Santo proceda da entrambi, mai tuttavia il Padre fu senza il Figlio né il Figlio e lo Spirito Santo senza il Padre.

E parimenti mi parlava il Figlio e diceva: Il libro che vedevi sul pulpito significava che in Dio è la Giustizia e la Sapienza eterna, cui nulla si può aggiungere o diminuire. E questo è il libro della vita, che non è scritto con la calligrafia, che è e non fu; la Scrittura di questo libro è di sempre. In Dio infatti tutto è eterno. Egli comprende ogni cosa, presente, passata e futura, senza transmutazione o vicissitudine, perché tutto vede. Il Verbo poi, come s'è detto, parla a se stesso, perché Dio è Parola eterna, dalla quale procedono tutte le altre parole e nella quale sono tutte vivificate e sussistono.

Lo stesso Verbo parlava in modo sensibile, quando si incarnò e abitò con gli uomini. Ecco, questa visione divina ti meritò la Madre di Dio. E questa è la misericordia promessa al Regno di Svezia, che cioè i suoi abitanti avrebbero udito le parole che escono dalla bocca di Dio. Che poi siano pochi ad accogliere le parole celesti a te affidate e a credere ad esse, questa non è colpa di Dio, ma degli uomini, che non vogliono lasciare il freddo della loro mente. Difatti anche le parole del Vangelo non si sono ancora adempiute con i primi Re di quel tempo; ma verranno ancora altri tempi, nei quali si adempiranno.

 

 

Capitolo Cinquantaseiesimo

 

...Dopo questo vidi che quelle tre cose, cioè la Virtù, la Verità, la Giustizia erano uguali al Giudice, che prima parlava e udii allora una voce come di un araldo, che diceva: O voi, cieli tutti, con tutti i pianeti, tacete e tutti voi, diavoli, che siete nelle tenebre, ascoltate; voi altri tutti, che siete all'oscuro, udite! Infatti il Sommo Imperatore vi fa udire i giudizi sopra i Principi della terra. E quello che subito vidi non era materiale ma spirituale e gli occhi miei e i miei orecchi spirituali s'aprivano a udire e a vedere.

Vidi allora venire Abramo con tutti i Santi, nati dalla sua discendenza. E vennero tutti i Patriarchi e i Profeti. Poi vidi i quattro Evangelisti, simili nella forma a quattro animali, come son dipinti sulle pareti del mondo; ma sembravano viventi, non morti. Dopo vidi dodici troni e su di essi i dodici Apostoli, in attesa della potestà futura. Poi venivano Adamo ed Eva, con i Martiri e i Confessori e tutti gli altri Santi da loro discendenti. Non si vedeva ancora l'Umanità di Cristo, né il Corpo della Benedetta sua Madre, ma tutti aspettavano che venissero. Anche la terra e le acque sembravano sollevarsi fino ai cieli e tutto quello che era in essi si abbassava e inchinava con riverenza alla Potestà. Dopo di ciò vidi un altare sul seggio della Maestà e un calice con il vino, l'acqua e il pane a somiglianza di un'ostia offerta sull'altare.

E allora vidi che, in una chiesa del mondo, un sacerdote dava inizio alla Messa, vestito delle vesti sacerdotali. Fatto tutto quello che concerne la Messa e giunto alle parole della benedizione del pane, mi sembrava di vedere il sole e la luna e le stelle con tutti i pianeti e i cieli tutti con i loro stati e i loro moti, alternantisi a voci che risuonavano d'una dolcissima nota. E s'udiva ogni canto e armonia. Si vedevano innumerevoli specie di musici, dei quali era impossibile comprendere con i sensi il suono dolcissimo. Quelli poi che erano nella luce, guardavano il sacerdote e si chinavano alla Potestà con riverenza e onore. Quelli invece che erano nelle tenebre inorridivano ed erano atterriti.

Dette poi dal sacerdote le parole divine sopra il pane, mi sembrò che quel pane nella sede della Maestà fosse in tre figure, rimanendo però nelle mani del sacerdote. E lo stesso pane diventava un agnello vivente, nell'agnello appariva una faccia d'uomo e dentro si vedeva una fiamma ardente e fuori l'agnello e la faccia. E fissando io attentamente lo sguardo nella faccia, vedevo in essa l'agnello; guardando poi l'agnello vedevo in esso la faccia stessa; e la Vergine sedeva assieme all'Agnello incoronato e a loro servivano tutti gli Angeli. Essi erano una tale moltitudine come gli atomi nel sole; promanava dall'Agnello uno splendore ammirabile.

Era poi tanta la moltitudine delle Anime sante, quanta la mia vista non poteva abbracciare in lunghezza, larghezza, altezza e profondità; vidi anche alcuni posti vuoti, ancora da essere riempiti ad onore di Dio. Udii allora salire dalla terra la voce d'un numero infinito di persone che gridavano e dicevano:

O Signore, Dio e Giudice giusto, giudica sopra i Re e i Principi nostri e pensa al sangue da noi versato e ai dolori, alle lagrime delle mogli e dei figli nostri. Guarda la nostra fame e la vergogna nostra, le piaghe, le nostre prigionie, le case incendiate, la violenza e l'onta delle giovanette e delle donne. Guarda all'ingiuria delle chiese e di tutto il clero e vedi le false promesse dei Principi e dei Re e i tradimenti, le esazioni che estorcono con arroganza e violenza, perché non importa loro che muoiano a migliaia, basta che essi possano allargare la loro superbia. Poi gridavano dall'inferno genti quasi infinite e dicevano: Sappiamo, o Giudice, che sei il Creatore di tutti. Giudica i nostri Padroni, che abbiamo servito in terra, perché furono loro a sprofondarci più giù nell'inferno. E anche se non abbiamo nulla contro di te, tuttavia la giustizia ci costringe a lagnarci e a dire la verità. Difatti questi nostri Signori della terra ci amarono senza carità, perché si curarono delle nostre anime non più dei cani. A questi nostri Signori fu indifferente che noi amassimo te, Dio, Creatore di tutti. Essi piuttosto desiderarono d'essere amati e serviti da noi. Per questo, essi non sono degni del cielo, ma dell'inferno, se non li aiuti la tua grazia, perché ci hanno perduti. Perciò noi vorremmo patire anche più di quel che patiamo, perché la loro pena non finisca mai.

Poi quelli che erano in Purgatorio, parlando in similitudini, dicevano: O Giudice, noi fummo destinati al Purgatorio, per la contrizione e buona volontà avuta alla fine della vita. Perciò ci lamentiamo contro i Signori, che ancora vivono in terra; essi infatti ci avrebbero dovuto guidare e ammonire con le parole e le correzioni e istruirci con i buoni consigli e gli esempi. Essi invece ci incoraggiavano e incitavano piuttosto ad opere cattive e a peccati e perciò, per loro causa, la nostra pena è ora più grave e il tempo della pena più lungo, e la vergogna e la tribolazione sono maggiori.
Poi Abramo con tutti i Patriarchi parlò, dicendo: O Signore, fra tutte le cose desiderabili, noi desiderammo che nascesse dalla nostra progenie il Figlio tuo, ora dai Principi della terra disprezzato. Perciò chiediamo che siano giudicati, perché non si curarono della tua misericordia, né temettero il tuo giudizio.

Parlarono allora i Profeti e dissero: Noi profetammo circa la venuta del Figlio di Dio e dicemmo ch'era necessario, per liberare il popolo, ch'egli nascesse dalla Vergine, fosse tradito, catturato, flagellato, coronato di spine e infine morisse in croce, per aprire il cielo e distruggere il peccato. Ordunque, giacché tutto ciò che abbiamo predetto s'è adempiuto, chiediamo perciò il giudizio sopra i Principi della terra, che disprezzano il Figlio tuo, ch'è morto per amor loro.

Anche gli Evangelisti dicevano: Noi siamo stati testimoni che il Figlio tuo adempì in se stesso tutte le cose predette. Gli Apostoli pure dicevano: Noi siamo i giudici e tocca a noi giudicare secondo verità. Perciò essi, che disprezzano il Corpo di Dio e i suoi precetti, li condanniamo alla perdizione.

Dopo questo, disse la Vergine che sedeva con l'Agnello: O Dolcissimo Signore, abbi pietà di loro. E a lei il Giudice disse: Non è giusto negarti qualcosa. Pertanto, se desistono dal peccare e fanno proporzionata penitenza, troveranno misericordia e stornerò dal loro capo il giudizio.

Dopo queste cose, vidi che quella faccia, che si vedeva nell'Agnello, parlava al Re dicendo: Io ti ho fatto una grande grazia; ti mostrai infatti la mia volontà, come ti dovevi comportare nel tuo regime e come dovessi farlo onestamente e prudentemente. Ti ho anche attratto come una madre con dolci parole d'amore e come un buon padre ti ho atterrito con le ammonizioni. Ma tu, obbedendo al diavolo, mi allontanasti da te, come una madre che getta via un aborto, che non osa toccare, né porgli il seno alle labbra. E perciò ogni bene a te promesso, ti sarà tolto e sarà aggiunto a qualche tuo discendente.

Dopo, io vidi la Vergine, che sedeva con l'Agnello, la quale mi diceva: Io voglio spiegarti com'è che ti è stato dato di comprendere le visioni spirituali. In modi diversi, difatti, i Santi di Dio ricevettero lo Spirito Santo. Alcuni, come i Profeti, sapevano già prima il tempo, in cui sarebbe avvenuto quello che era loro mostrato; altri Santi sapevano in spirito le cose da riferire alle persone, quando sarebbero stati interrogati; altri poi sapevano se erano viventi o morti, quelli che erano da loro lontani. Alcuni sapevano anche qual fine potesse avere l'esito di qualche battaglia, prima che fosse ingaggiata. Ma a te non è consentito saper altro che udire e vedere le cose spirituali e quello che vedi scriverlo e comunicarlo alle persone cui ti sarà comandato. E non ti è concesso di sapere se son morti o vivi, quelli per i quali ti si comanda di scrivere o se obbediranno o no al consiglio di ciò che scrivi o alla visione spirituale, concessati da Dio per loro. Ma, se questo Re avrà disprezzato le mie parole, ne verrà un altro che le accoglierà con riverenza e onore e se ne servirà per la sua salvezza.

Libro Undicesimo ”Sermone Angelico”

 

Prologo

 

La beata Brigida, principessa di Nericia nel regno di Svezia, abitando per molti anni in Roma, nella casa cardinalizia contigua alla chiesa di S. Lorenzo in Damaso, siccome non sapeva quali lezioni dovessero leggersi nel suo monastero, che Cristo aveva ordinato di costruire nella Svezia, e la cui regola egli stesso aveva dettata ad onore della beata Vergine sua Madre, improvvisamente, mentre la stessa beata Brigida era in preghiera e di questo si stava interrogando, le apparve Cristo dicendo: « Io ti manderò un mio angelo, che ti rivelerà la lezione da leggersi nel mattutino dalle monache del tuo monastero in onore della Vergine mia Madre, ed egli te la detterà. E tu scrivila com'egli te la dirà ».

La beata Brigida, dunque, avendo la camera con finestra corrispondente all'altare maggiore, da dove poteva vedere ogni giorno il Corpo di Cristo, si preparava ogni giorno a scrivere, con tavoletta, carta e penna in mano; dopo di che leggeva le sue ore e preghiere, e così preparata aspettava l'angelo del Signore. Quando questi veniva, le si poneva accanto, da un lato, stando in piedi in posizione modestissima, avendo sempre il viso in riverente atteggiamento rivolto all'altare, dov'era custodito il Corpo di Cristo. E stando così, dettava distintamente e con ordine, nella lingua materna della beata Brigida, la lezione suddetta, cioè le lezioni infrascritte, da leggersi nel suddetto monastero durante il mattutino, sulla sovreminente ed eterna eccellenza della beata Vergine Maria. E lei ogni giorno scriveva con grande devozione, sotto dettatura dell'angelo, ed ogni giorno sottoponeva umilmente al suo padre spirituale ciò che aveva scritto. Accadeva però, alcuni giorni, che l'angelo non veniva a dettare. E allora, richiesta dal suo padre spirituale se aveva scritta la lezione del giorno, lei rispondeva umilmente dicendo: « Padre, oggi non ho scritto nulla, perché ho aspettato a lungo l'angelo del Signore che mi dettasse per scrivere, ma non è venuto ».

In tal modo, dettato dalla bocca d'un angelo, è stato scritto il seguente discorso angelico sull'eccellenza della beata Vergine Maria. E dallo stesso angelo fu diviso in lezioni da leggersi settimanalmente nel mattutino durante l'anno, come esposto qui in seguito.

Quando l'angelo ebbe finito il dettato di questo discorso, disse alla sposa che scriveva: « Ecco che ho preparata la veste della regina del cielo, Madre di Dio; voi dunque, come potrete, cucitela. Voi dunque, o monache fortunate della santissima religione del Salvatore, con la regola che lo stesso Salvatore e creatore dell'universo ha di sua bocca somministrato con tanta benevolenza a voi e al mondo mediante la sua sposa, accingetevi a ricevere con somma riverenza e devozione questo sacro discorso, che l'angelo del Signore, per divino comando, dettò alla santa madre vostra Brigida. Aprite le vostre orecchie all'ascolto di così sublime e inaudita lode nuova della beatissima Vergine Maria, e considerate umilmente la sua eccellenza contenutavi dall'eternità, affinché, ruminandola diligentemente nella meditazione, ne degustiate la soave dolcezza della contemplazione. E poi elevate a Dio mani e cuore, in pienezza di affetto, per rendergli umilissime e devotissime azioni di grazie per così grande beneficio fatto a voi particolarmente. Si degni concedervelo il suo beatissimo Figlio, Re degli angeli, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen ».

 

 

In queste tre lezioni seguenti l'angelo mostra come Dio, fin dall'eternità, amò più di ogni altra creatura la gloriosa Vergine sua Madre, prima che fosse creata qualsiasi altra cosa.

 

Domenica - Lezione Prima (Capitolo 1)

 

Assoluzione: La Vergine alla somma Trinità gratissima ci tuteli con la prece sua santissima. Amen.

Il Verbo, del quale fa menzione l'evangelista Giovanni nel suo Vangelo, era dall'eternità col Padre e lo Spirito Santo, unico Dio. Tre, infatti, sono le persone ed una la loro perfetta divinità. Queste tre divine persone erano in tutto eguali, essendovi in tutt'e tre una sola sapienza, un'unica bellezza, un'identica virtù, un unico amore e un unico gaudio. Sarebbe certamente impossibile che questo Verbo fosse Dio, se fosse separabile dal Padre e dallo Spirito, come può aversi un esempio nella parola ITA (così), che indica la verità, ed è composta di tre lettere. Poiché, come se una di quelle tre lettere si sottraesse dalle altre, non avrebbe più il senso che prima aveva, perché non comporrebbe più la stessa parola, così deve intendersi delle tre persone in unica divinità. Se, infatti, una di esse fosse separabile dall'altra, o ineguale, o manchevole di qualche cosa che l'altra avesse, allora non apparirebbe in esse la divinità, che è indivisibile in se stessa.

Non si può credere che, per l'assunzione dell'umanità, il Verbo, cioè il Figlio di Dio, fosse diviso dal Padre. Come, infatti, la parola che pronunziamo è pensata nella mente e proferita dalla bocca, ma non si può né vedere, né toccare, se non è scritta o impressa in qualche cosa di materiale, così anche il Verbo, Figlio di Dio, non si sarebbe potuto né toccare, né vedere, se non fosse stato unito alla carne umana. Ancora: come una parola, quando si vede scritta in un codice, si può vedere, e allora si può anche pensare nella mente e pronunziarsi con la bocca, così certamente non deve dubitarsi in alcun modo che il Figlio di Dio, visibile nella carne assunta, esistesse con il Padre e lo Spirito Santo. Sono dunque veramente tre persone inseparabili, incommutabili, in tutto eternamente eguali ed unico Dio.

In questo Dio, poi, tutte le cose erano dall'eternità presapute, tutte davanti a lui nella loro bellezza riverentemente presenti in gioia ed onore a lui, quando gli piacque di porle in essere con sapientissima creazione. Perché nessuna necessità, nessuna carenza di suo vantaggio o gaudio, costringeva Dio alla creazione, essendo impossibile che egli non avesse in sé tutto, e qualcosa potesse mancargli. Dunque, soltanto la sua ferventissima carità l'indusse a creare, affinché molti godessero eternamente con lui del suo ineffabile gaudio. Perciò, tutte le realtà ch'erano da creare, le creò poi sommamente belle, in quella forma e modo che dall'eternità erano bellissimamente presenti al suo cospetto, prima della creazione.

Però tra tutte queste cose tuttora increate, una ve n'era davanti a Dio, che su tutte le altre sommamente eccelleva, e di cui egli massimamente si compiaceva. Perché in quel complesso increato i quattro elementi – cioè fuoco, aria, acqua e terra – sebbene ancora increati, apparivano già dall'eternità al suo cospetto divino in questo modo, che l'aria doveva esser fatta così leggera da non soffiare mai contro lo Spirito Santo; la terra pure da crearsi così buona e fruttifera, da non dovervi crescere nulla che non fosse utile a tutte le necessità; l'acqua, poi, così tranquilla che, da qualunque parte vi soffiassero i venti, mai vi si producesse alcuna tempesta; anche il fuoco, così alto, che la sua fiamma e il suo calore si avvicinassero alla dimora in cui era lo stesso Dio.

O Maria, vergine purissima e fecondissima madre, questa cose sei tu! Perché in tal modo fosti presente al divino cospetto prima di essere creata, e poi dai suddetti elementi, così puri e gloriosi, avesti materiato il tuo benedetto corpo. Così infatti eri presente davanti a Dio prima della tua creazione, come poi meritasti di esser fatta; e perciò fin dal principio eccellevi su tutte le cose da creare davanti al cospetto di Dio, per la sua divina compiacenza. Esultava Dio Padre delle opere che col suo aiuto avresti fatte, il Figlio pure della tua virtuosa costanza e lo Spirito Santo della tua umile obbedienza. Era però nel Padre il gaudio del Figlio e dello Spirito Santo, nel Figlio il gaudio del Padre e dello Spirito, e nello Spirito il gaudio del Padre e del Figlio. Quindi, come in tutt'e tre era di te un solo gaudio, così tutt'e tre avevano per te un solo amore.

 

 

Domenica - Lezione Seconda (Capitolo 2)

 

Assoluzione: Soccorrici, o madre di Cristo, che gioia portasti al mondo tristo. Amen.

Anche tu, Maria, degnissima fra tutte le creature, eri dal principio davanti a Dio, prima che ti creasse, come l'arca di Noè era davanti allo stesso Noè, dopo ch'ebbe notizia della sua fabbricazione, prima di costruirla come gli era stata ordinata. Seppe, infatti, Noè nel tempo che piacque a Dio, come doveva esser fatta la sua arca, e seppe anche Dio, prima dei tempi, come doveva esser fatta la sua arca, cioè il tuo glorioso corpo.

Godeva Noè della sua arca, prima che fosse fabbricata, e sommamente godeva di te, o Vergine, lo stesso Dio, prima che ti creasse. Godeva Noè, perché la sua arca doveva essere talmente solida e ferma, da resistere a tutti gli urti delle tempeste; godeva Dio perché il tuo corpo doveva esser fatto così virtuoso e forte, da non dover mai essere piegato al peccato per qualsiasi malvagio assalto del futuro inferno. Godeva Noè che la sua arca dovesse essere così ben bitumata dentro e fuori, da non poter fare acqua per alcuna fessura; e godeva Dio perché prevedeva la tua volontà talmente derivata buona dalla sua, da meritare d'essere permeata dentro e fuori dallo Spirito Santo, in modo che nel tuo cuore non vi fosse alcun adito ad ambizione delle cose temporali che sarebbero state create nel mondo. Perché la cupidigia mondana nell'uomo era così odiosa a Dio, come a Noè un'incrinatura nell'arca.

Godeva Noè della spaziosa ampiezza della sua arca; godeva Dio della tua larghissima e misericordiosissima pietà, per la quale avresti amato tutti e non odiato irragionevolmente alcuna creatura, specialmente perché tale tua pietà benignissima doveva dilatarsi in modo che potesse dimorare nel tuo benedetto seno l'immenso Dio, dalla grandezza incomprensibile. Godeva ancora Noè che la sua arca doveva esser fatta abbastanza luminosa; godeva Dio che la tua verginità doveva esser conservata fino alla morte talmente illibata, che nessun contagio di peccato potesse offuscarla. Godeva Noè del fatto che avrebbe avuto nella sua arca tutto il necessario alla vita del corpo; godeva Dio del fatto che avrebbe ricevuto dal tuo solo corpo tutto il suo corpo, senza alcun difetto.

Ma anche più che Noè della sua arca, si compiaceva Dio di te, o castissima Vergine. Perché Noè prevedeva di dover uscir dalla sua arca con lo stesso corpo con cui vi era entrato; e prevedeva Dio di dover entrare senza corpo nel tuo castissimo corpo, e da esso uscire col corpo assunto dalla tua mondissima carne e purissimo sangue. Noè sapeva che avrebbe lasciata vuota l'arca, dopo esserne uscito per non rientrarvi più; e sapeva anche Dio, prima dei secoli, che quando sarebbe nato da te fattosi uomo, tu Vergine e Madre gloriosa, non saresti rimasta vuota come l'arca di Noè, ma pienissima di tutti i doni dello Spirito Santo. E sebbene il suo corpo, nella nascita sarebbe rimasto separato dal tuo, tuttavia previde che saresti rimasta inseparabilmente con lui sempre.

 

 

Domenica - Lezione Terza (Capitolo 3)

 

Assoluzione: Ci faccia Dio propizio colei che ne divenne ospizio. Amen.

Il patriarca Abramo amava il suo figlio Isacco da quando Dio gliene aveva promessa la nascita, molti anni prima ch'esso fosse concepito; ma con più grande amore lo stesso onnipotente Iddio amava te, o dolcissima vergine Maria, prima che fosse creata alcuna cosa, perché prevedeva dall'eternità che gli avrebbe dato la più grande gioia la tua nascita. Non previde il patriarca che per la futura nascita promessa del figlio si sarebbe manifestato il suo grande amore a Dio; ma sapeva benissimo Dio, fin dall'inizio, che per mezzo tuo doveva rendersi a tutti manifesto il suo grandissimo amore per il genere umano. Previde Abramo che il suo figlio doveva esser pudicamente concepito e nascere da donna a lui unita carnalmente; invece Dio prevedeva che in te, o castissima Vergine, doveva esser concepito verginalmente con amore, e da te nascere onorevolmente, conservandone integra la verginità.

Comprese Abramo che la carne di suo figlio, dopo averlo generato, sarebbe rimasta essenzialmente separata dalla sua carne; ma Dio Padre prevedeva che la carne benedetta che il suo dolcissimo Figlio avrebbe voluto assumere da te, o serenissima madre, non avrebbe dovuto mai separarsi dalla sua maestà; perché il Padre nel Figlio, e il Figlio nel Padre, esistono essenzialmente inseparabili in divina unità.

Comprese Abramo che la carne generata dalla sua carne avrebbe dovuto corrompersi e ridursi in polvere, come la sua propria carne; ma Dio sapeva che la tua carne non avrebbe dovuto corrompersi più che la santissima carne sua, che sarebbe stata generata dalla tua carne verginale. Edificò Abramo al figlio suo un'abitazione, già prima che fosse concepito, per abitarla quando sarebbe nato; ma a te, Vergine incomparabile, era preordinata dall'eternità una casa dove abitare, cioè lo stesso Dio onnipotente. O ineffabile casa, che non solo ti circondò esternamente difendendoti da ogni pericolo, ma rimase anche dentro di te, corroborandoti alla perfezione di tutte le virtù!

Tre cose preparò quindi Abramo a suo figlio non ancora concepito, cioè frumento, vino ed olio, per nutrirsene dopo che fosse nato. Queste tre cose erano differenti per aspetto, natura e sapore; ma a te, o amabile Vergine, era previsto come indefettibile nutrimento lo stesso Dio, in tre persone, niente affatto differenti tra loro nella natura divina. E questo stesso Dio era stato provveduto, per mezzo di te, o Maria, vivandiera dei poveri, come eterno nutrimento al povero genere umano. Poiché in quelle tre cose, che il patriarca provvide al suo figlio, possono intendersi figurate le tre persone, cioè il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, come il grasso dell'olio non può ardere prima che vi si ponga lo stoppino, così anche la ferventissima carità di Dio Padre non poteva risplendere nel mondo, prima che il suo Figlio assumesse da te, sposa prediletta di Dio, il corpo umano, ch'è figurato nello stoppino.

Come poi il frumento non può diventare pane prima che sia passato per molti strumenti, così il Figlio di Dio, che è pane degli angeli, non doveva manifestarsi come cibo degli uomini sotto le apparenze del pane, prima che il suo corpo fosse composto nei suoi molteplici membri e lineamenti nel tuo seno benedetto. Così pure, come il vino non può bersi se prima non si preparano i recipienti, allo stesso modo la grazia dello Spirito Santo, simboleggiata nel vino, non doveva esser data all'uomo per la vita eterna prima che il corpo del tuo amabilissimo Figlio, significato nel recipiente, fosse preparato mediante la passione e morte. Da questo salutifero vaso, infatti, è propinata agli angeli e agli uomini la dolcezza di ogni grazia.

 

 

Nelle tre lezioni seguenti l'angelo mostra come, dopo la caduta di Lucifero, gli angeli conobbero che doveva esser creata la beata Vergine, e quanto goderono della sua futura creazione; e come, dopo la creazione del mondo, la stessa beata Vergine era vista presente davanti a Dio ed agli angeli.

 

Lunedì - Lezione Prima (Capitolo 4)

 

Assoluzione: Concittadini degli angeli e santi ci renda la Madonna tutti quanti. Amen.

Dio, dunque consapevole d'aver tutto in se stesso per la sua eterna felicità, era mosso dal solo ardore della sua carità a creare, affinché altri potessero partecipare del suo ineffabile gaudio. Creò, dunque, una moltitudine innumerevole di angeli, dando loro la libertà di arbitrio, per fare, nei limiti della loro capacità, quanto volevano, affinché come Egli, senza alcuna costrizione ma per la sua ardente carità, li aveva creati per loro stesso interminabile gaudio, così anch'essi, non per costrizione, ma con libera volontà, rendessero incessantemente al loro Creatore amore per amore, e omaggio di gratitudine per l'interminabile gaudio. Ma, nello stesso momento che furono creati, alcuni di essi, abusando malamente del dono gratissimo del libero arbitrio, cominciarono ad invidiare maliziosamente il loro Creatore, invece di riamarlo sommamente, come avrebbero dovuto, per il suo grandissimo amore. Perciò decaddero subito, giustamente, con la loro malizia, dalla loro eterna felicità in una interminabile miseria. Altri angeli, invece, rimasero con la loro carità nella gloria loro preparata da Dio, riamandolo ardentemente per il suo amore e contemplando in lui ogni bellezza, ogni potenza ed ogni virtù.

Dalla contemplazione di Dio angeli compresero pure ch'egli solo esisteva senza principio e senza fine, e che essi erano stati da lui creati, e che quanto di bene avevano lo dovevano alla sua bontà e potenza. Conobbero anche, nella sua visione beatifica, ch'essi erano stati fatti così sapienti, dalla sapienza di lui, da poter prevedere con chiarezza, nei limiti concessi da Dio, tutte le cose future; delle quali abbracciarono con intimo affetto la previsione che Dio, per sua umiltà e carità, voleva di nuovo riempire, per gloria sua e consolazione delle sue schiere, le mansioni celesti, dalle quali erano decaduti gli angeli per la loro superbia ed invidia. Contemplavano pure, in quel benedetto specchio, cioè in Dio loro Creatore, una sede veneranda, così vicina allo stesso Dio, che sembrava impossibile potersene fare una più vicina, e conobbero pure che ancora non era creato chi era destinato a quella sede. Inoltre, per la visione della chiarità divina, l'amore di Dio li infiammava talmente in un istante, che ognuno amava l'altro come se stesso. Però amavano Dio sommamente e sopra tutte le cose; ed anche più che se stessi, quell'essere non ancora creato, che doveva esser collocato nella sede più vicina a Dio, perché vedevano che Dio amava sommamente quell'essere non ancora creato, e che di esso aveva massima compiacenza.

O consolazione di tutti, Vergine Maria, tu sei quell'essere, per il quale gli angeli dal principio della loro creazione arsero di tanto amore che, sebbene fossero ineffabilmente beati per la soavità e splendore che avevano nella visione e vicinanza di Dio, pure furono moltissimo lieti che tu dovessi essere più vicina di essi a Dio, e che a te fosse riservato più grande amore e maggior godimento di quello ch'essi avevano.

Vedevano pure su quella sede una corona di tanta bellezza e dignità che nessuna maestà doveva superarla all'infuori di Dio. Quindi, pur sapendo che Dio aveva veramente grande onore e gioia per aver creati loro, vedevano però che a Dio derivava più grande onore e gioia dal fatto che tu dovevi esser creata a tanto sublime corona. E perciò gli stessi angeli esultavano più perché Dio voleva creare te, che perché aveva creati loro. E così, Vergine santissima, fosti di gioia agli angeli, appena creati, tu che a Dio senza principio fosti di sommo diletto. E così veramente Dio con gli angeli e gli angeli con Dio intimamente si compiacevano di te, degnissima fra tutte le creature, già prima che fossi creata.

 

 

Lunedì - Lezione Seconda (Capitolo 5)

 

Assoluzione: La gran madre di Dio, vergine eletta, della Patria ci mostri la via retta. Amen.

Volendo dunque Dio creare il mondo con le altre creature che vi sono, disse: « Fiat! », e subito perfettamente fu fatto ciò ch'egli voleva creare. Fatto quindi il mondo e tutte le creature fuori dell'uomo, e stando riverentemente presenti al suo cospetto con la loro bellezza, rimaneva ancora davanti a Dio, con tutta venustà, un altro piccolo mondo non creato, dal quale doveva provenire a Dio maggior gloria, agli angeli maggiore letizia, e ad ogni uomo volenteroso di beneficiare della sua bontà, una utilità maggiore di quella proveniente dal mondo più grande. O dolcissima signora, Vergine Maria, a tutti amabile, a tutti utile, tu sei giustamente significata in questo mondo minore.

Risulta inoltre dalla scrittura che piacque a Dio aver diviso in questo mondo maggiore la luce dalle tenebre. Ma molto più piacque a lui quella divisione della luce dalle tenebre che doveva esser fatta in te dopo la tua creazione, quando, cioè, doveva affatto allontanarsi da te l'ignoranza della tenera infanzia, paragonata alle tenebre, e rimanervi la pienissima cognizione di Dio, con quell'intelligenza e volontà di vivere secondo il suo volere, che è paragonata alla luce, con ferventissimo amore. Convenientemente, dunque, si paragona alle tenebre la tenerezza d'infanzia, in cui Dio non è conosciuto e la ragione non sa affatto discernere ciò che deve farsi.

Tu certo trascorresti innocentissimamente questa tenerezza dell'età infantile, o Vergine esente da ogni peccato. Quindi, come Dio creò, insieme alle stelle, due luminari necessari a questo mondo, uno per il giorno e l'altro per la notte, così anche in te previde di fare due luminari più fulgidi. Il primo era la tua divina obbedienza, che splendesse a guisa di sole davanti agli angeli in cielo, e nel mondo davanti agli uomini buoni, per i quali Dio è veramente l'eterno giorno. Il secondo luminare poi era la tua fede costantissima, dalla quale dovevano esser condotti, come da chiarore di luna, alla cognizione della verità i molti che vagavano miseramente nelle tenebre della disperazione e della perfidia nel tempo della notte (cioè dall'ora in cui il Creatore doveva patire nella carne assunta per la creatura, fino alla sua risurrezione).

Anche i pensieri del tuo cuore in questo apparivano simili alle stelle, in quanto dal primo tempo in cui avesti la cognizione di Dio rimanesti così fervente nel suo amore fino alla morte, che allo sguardo di Dio e degli angeli tutti i tuoi pensieri apparivano più nitidi che le stelle allo sguardo dell'uomo. Tutte le parole delle tue labbra, che dal tuo corpo terreno dovevano ascendere, con ogni soavità e somma esultanza degli angeli, alle orecchie di colui che siede nel trono della maestà, figuravano i sublimi voli e gli armoniosi concenti di tutte le specie di uccelli. Fosti, inoltre, simile a tutta la terra, in quanto, come tutti gli aventi corpo terreno nel mondo dovevano esser nutriti dai frutti della terra, così tutti essi dovevano ottenere dal tuo frutto, non solo il nutrimento, ma anche la stessa vita. Le opere tue, poi, con ragione potrebbero paragonarsi ad alberi da fiori e da frutti, perché le avresti fatte con tanta carità, da dilettare Dio e gli angeli più che la soavità di tutti i fiori e frutti; specialmente deve credersi senza dubbio che Dio previde in te, prima della tua creazione, più virtù che in tutte le specie di erbe, fiori, alberi, frutti, gemme e metalli preziosi, che possano trovarsi in tutta la vastità della terra.

Non meraviglia, quindi, che Dio si dilettasse di te, o mondo minore, ancora da crearsi, più che di questo mondo maggiore. Perché, sebbene il mondo creato esistesse prima di te, era destinato a perire con tutto il suo contenuto; mentre tu dovevi inseparabilmente rimanere, secondo il disegno di Dio, nella sua amantissima dilezione con la tua immarcescibile bellezza. Perché il mondo maggiore non meritò affatto, né poteva meritare, di esser fatto eterno, ma tu, o beata Maria, pienissima di virtù, dopo la tua creazione, con l'aiuto della grazia divina, meritasti molto degnamente con la perfezione di tutte le virtù, tutto quello che Dio si degnò fare con te.

 

 

Lunedì - Lezione Terza (Capitolo 6)

 

Assoluzione: La regina di virtù incoronata a tutelarci ognor sia preparata. Amen.

Operatore di ogni virtù, e la virtù stessa, è Dio. Anzi, anche in tutte le cose create, è impossibile che alcuna di esse risplenda in qualche virtù senza l'aiuto di colui che in principio, dopo aver finito di creare il mondo e tutte le cose, in ultimo con la sua potenza creò l'uomo, dandogli il libero arbitrio, perché con esso perseverasse nel bene, per averne premio meritato, e non andare incontro al castigo, cadendo nel male. Perché, come tra gli uomini sono stimati poco quelli che non operano se non costretti con catene, mentre sono degne di ottimo premio ed amore le opere di quelli che fanno non costretti, ma di spontanea volontà, il da farsi, per sincero amore, allo stesso modo, se Dio non avesse dato agli angeli e agli uomini il libero arbitrio, sarebbero sembrati in certo modo costretti nell'agire, e le loro opere sarebbero state meritevoli di poca ricompensa. Piacque perciò alla virtù che è Dio di donare la libertà di fare ciò che volevano, e fece loro comprendere qual retribuzione meritava l'obbedienza a Dio, ed a quali pene si esponevano i disobbedienti ostinati.

Gran potenza certamente mostrò Dio quando plasmò l'uomo dalla terra perché meritasse con l'umiltà e la carità di diventare cittadino delle celesti mansioni, dalle quali erano stati scacciati gl'infelici angeli, ribelli alla divina volontà per superbia ed invidia. Ebbero essi in odio le virtù per le quali avrebbero potuto meritare sublime corona. Non v'è dubbio, infatti, che come il re è glorificato ed onorato dalla corona regale, così ogni virtù non solo onora il virtuoso tra gli uomini, ma anche davanti a Dio ed agli angeli gli dà insigne decoro come di fulgida corona. Perciò ogni virtù può non incongruamente chiamarsi fulgida corona.

Deve, quindi, ritenersi veramente incalcolabile il numero di corone di cui rifulge nel modo più sublime Dio, le cui virtù, passate, presenti e future, superano incomparabilmente per numero, grandezza e dignità tutte le cose presenti, passate e future. Infatti non ha mai operato altro che virtù. Ma tre specialmente, come tre fulgidissime corone, l'adornano più gloriosamente. La potente virtù, con la quale creò gli angeli, era la sua prima corona, della quale si privarono infelicemente alcuni di essi, invidiando alla gloria di Dio. L'altra virtù, per cui creò l'uomo, era per lui la seconda corona, di cui anche l'uomo subito si privò, cedendo per sua insipienza alla suggestione del maligno. Però dalla rovina degli angeli e dell'uomo non restò minorata la virtù di Dio o la gloria della sua virtù, benché essi, per la propria iniquità decadessero dalla gloria, perché non vollero render gloria a Dio d'averli creati a sua e loro gloria. Anzi la somma sapienza di Dio mutò la loro malvagità in gloria della sua potenza.

Ma la virtù con la quale, per sua eterna gloria, creò te, o Vergine amabile, lo glorificò in certo modo con una terza corona, per la quale gli angeli capivano che venivano a reintegrarsi le rotture delle due precedenti corone. Perciò, o Signora, speranza della nostra salvezza, tu potrai essere chiamata giustamente corona dell'onore di Dio. Perché, come in te rivelò la somma potenza della sua virtù, così anche per te gli proviene sommo onore, più che per tutte le altre sue creature. Certamente agli angeli apparve con chiarezza, quando stavi ancora davanti a Dio non creata, che tu dovevi superare con la tua santissima umiltà il Diavolo, che si era dannato per la sua superbia, e con la sua malizia aveva rovinato l'uomo. Perciò, sebbene gli angeli avessero visto l'uomo cadere in grande miseria, non potevano però sentirne dolore, essendo nel gaudio della visione divina, specialmente perché era loro evidente quanti e quali cose grandi Dio si sarebbe degnato di fare con la tua umiltà, dopo averti creata.

 

 

In queste tre lezioni che seguono, l'angelo tratta della penitenza di Adamo e della consolazione ch'ebbe prevedendo la futura creazione della beata Vergine, della grande umiltà di lei, e della consolazione ch'ebbero Abramo patriarca, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti per la futura nascita della veneranda madre di Dio.

 

Martedì - Lezione Prima (Capitolo 7)

 

Assoluzione: Dal maligno nemico ci difenda la Vergine pietosa e reverenda. Amen.

La sacra scrittura attesta che Adamo, stando nelle felicità del Paradiso, trasgredì il comando di Dio; ma non riferisce ch'egli rimanesse disobbediente alla volontà di Dio dopo la sua caduta. Anzi veramente risulta che Adamo amò Dio con tutto il cuore per il fatto che, dopo il fratricidio perpetrato dal figlio, evitò relazioni coniugali con sua moglie; udito però il comando di Dio, obbedì, unendosi di nuovo ad essa coniugalmente. Inoltre si pentì di aver offeso il suo Creatore più che di aver gettato se stesso in gravissimi tormenti e pene. Ne risulta che non sarebbe stato ingiusto che, come gli era sopravvenuta l'ira divina per la superbia con cui nella sua felicità aveva offeso Dio, così nella sua miseria gli venisse data grande consolazione dal fatto che pianse in vera umiltà e grandissima penitenza d'aver provocato ad ira un così benevolo creatore.

Ma Adamo non poteva aver consolazione maggiore di quella di aver certezza che Dio si sarebbe degnato nascere dalla discendenza di lui, per redimere con l'umiltà e l'amore le anime che lo stesso Adamo, sedotto dall'invidia del Diavolo, aveva allontanate dalla vita eterna per la sua superbia. Ma perché a tutti i sapienti sarebbe sembrato impossibile – com'è effettivamente – che Dio, cui non si conviene che una nascita onoratissima, assumesse corpo umano nella concupiscenza carnale, come gli altri bambini, tanto più ritenne ciò impossibile Adamo, ch'era venuto all'esistenza senza piacere carnale. Comprese perciò Adamo che al Creatore di tutti non piaceva crearsi un corpo umano come aveva creato il suo e quello di Eva. Riteneva, quindi, che Dio volesse assumere carne umana da una persona simile nel corpo ad Eva, ma che eccellesse in fioritura di ogni virtù sopra tutti i generati e da generarsi da uomo e donna, e nascere castissimamente da lei come uomo e Dio, lasciando intatta la sua verginità.

Di qui risulta da credersi senza esitazione che, come Adamo quando sentì Dio quasi placato con lui, ebbe gran dolore delle parole apprese da Eva nel dialogo col Diavolo, allo stesso modo, caduto in miseria e dolore, ebbe grande allegrezza e consolazione dalle parole che tu, o Maria, speranza di tutti, avresti risposto all'angelo. Si rammaricava pure Adamo che il corpo di Eva, creato dal suo corpo, l'avesse proditoriamente tratto alla morte perpetua dell'inferno; ma si rallegrava prevedendo che dal tuo corpo, o Vergine onoratissima sarebbe nato quel venerabile corpo che doveva potentemente ricondurre lui e la sua progenie alla vita celeste. Si rattristava ancora Adamo che Eva, sua consorte diletta, aveva cominciato con l'essere per somma superbia disobbediente al suo Creatore, ma si rallegrava prevedendo che tu, o Maria, sua carissima figlia, avresti voluto obbedire in tutto a Dio con somma umiltà.

Si doleva pure Adamo perché Eva, nella sua mente superba, aveva quasi detto di voler essere uguale a Dio; cosa per la quale era caduta in grande scandalo davanti a Dio ed agli angeli; ma si rallegrava che nella loro prescienza la tua parola di protestarti umilmente serva del Signore sarebbe ridondata in tua luminosa gloria. Adamo si rammaricava pure perché la parola di Eva aveva provocata l'ira di Dio, a dannazione sua e della sua discendenza; ma esultava perché la tua parola doveva attirare a te e a tutti i condannati per la parola di Eva l'amore di Dio a grande consolazione.

Perché la parola di Eva cacciò lei col marito dalla gloria nel più grande dolore, chiudendo a lei e suoi discendenti le porte del cielo; ma la tua parola benedetta, o madre della sapienza, portò a te grande allegrezza e aprì le porte del cielo a tutti quelli che volevano entrarvi. Perciò, come si rallegravano in cielo gli angeli, prevedendo già prima della creazione del mondo la nascita tua, o Madre di Dio, così anche Adamo provò grande gioia e consolazione dalla previsione della tua nascita.

 

 

Martedì - Lezione Seconda (Capitolo 8)

 

Assoluzione: Aiutaci, o Vergine amabile, di questo mondo nei fieri pericoli. Amen.

Cacciato finalmente Adamo dal Paradiso, sperimentò in se stesso la giustizia e la misericordia di Dio, temendolo per la giustizia ed amandolo di cuore per la misericordia in tutti i giorni della sua vita. Il mondo andò bene finché la sua discendenza fece lo stesso. Ma quando gli uomini non considerarono più la giustizia e la misericordia di Dio, molti di loro dimenticarono il loro Creatore. Perché credevano in ciò che faceva loro piacere, e trascorrevano il loro tempo nell'abominio della loro turpe concupiscenza carnale. Dio, aborrendo questa depravazione, sommerse nelle acque del diluvio tutti gli abitanti della terra, eccetto quelli che Noè, con la sua previdenza, salvò nell'arca, per la restaurazione del mondo.

Peraltro, dopo che la popolazione umana si fu nuovamente moltiplicata, apostatò dal culto di Dio con l'idolatria, per istigazione del Maligno, facendosi una legge contraria alla divina volontà. Ma Dio, mosso dalla sua misericordiosissima bontà di padre, visitò Abramo, vero cultore della fede in lui, e fece alleanza con lui e con la sua discendenza. Dio soddisfece il desiderio di Abramo, dandogli il figlio Isacco, e promettendogli dalla discendenza di questi il Figlio suo, Cristo. Per cui si direbbe senz'altro credibile che anche ad Abramo fosse divinamente preannunziato che una figlia della sua stirpe, la Vergine immacolata, avrebbe partorito il Figlio di Dio. Si crede pure che Abramo esultò per questa sua futura figlia più che per Isacco suo figlio, e che l'amò con maggior predilezione che lo stesso suo figlio Isacco.

Si deve anche comprendere che Abramo non acquistò beni temporali per superbia o cupidigia, né desiderò il figlio per sola sua consolazione corporale. Perché fu come un buon ortolano che, servendo fedelmente il suo padrone, piantò nel terreno di lui un tralcio di vite, sapendo che da esso si sarebbero poi potute piantare innumerevoli altre viti, da poterne derivare una vigna scelta. E perciò raccolse letame, perché le viti da esso impinguate non marcissero ma fossero rese più feconde a dar frutto. Si rallegrava infatti, quel buon ortolano, prevedendo che tra le sue pianticelle sarebbe derivato un certo albero, così eccelso e dilettevole, che avrebbe sommamente dilettato il suo padrone per la bellezza dell'albero allargatosi nella vigna, e che lo stesso padrone avrebbe gustato la dolcezza dei suoi frutti e si sarebbe riposato, sedendo soavemente alla sua ombra. In quest'ortolano si sottintende Abramo e nel tralcio di vite Isacco suo figlio, nelle molte viti propagginate da esso, tutta la sua progenie; nel letame sono indicate le ricchezze del mondo, che Abramo, caro a Dio, non desiderava se non per sostentamento del popolo di Dio; in quell'albero bellissimo e desiderato, la Vergine Maria; nel padrone poi, l'onnipotente Dio, che non decise di venire nella vigna, prima che vi crescesse e giungesse ad età conveniente l'albero eccelso, cioè la gloriosa Vergine Maria, sua carissima madre, la cui innocentissima vita è assomigliata alla bellezza che Dio si dilettava di vedere, e le cui opere, sommamente piacevoli a Dio sono adombrate nella soavità dei frutti; nell'ombra, poi, il suo seno verginale, che la virtù dell'Altissimo adombrava.

Prevedendo, dunque, Abramo che questa Vergine che avrebbe partorito Dio sarebbe derivata dalla sua progenie, più si consolò di essa sola che di tutti i figli e figlie della sua stirpe.

Questa stessa fede e santa speranza della futura nascita del Figlio di Dio dalla sua progenie, Abramo la trasmise poi in eredità, con grande fede, a suo figlio Isacco; il che è ben provato dal fatto che, mandando un servo a cercare la moglie a suo figlio, lo fece giurare sui suoi lombi, cioè per colui che dai suoi lombi sarebbe uscito, significando con questo che il Figlio di Dio sarebbe nato dalla sua progenie.

Anche di Isacco si riconosce che con la benedizione data al figlio Giacobbe gli lasciò in eredità la suddetta fede e speranza. Giacobbe poi, benedicendo singolarmente i suoi dodici figli, non omise di consolare il figlio Giuda con la stessa eredità. Quindi è veramente provato che Dio amò la madre sua dall'inizio, in modo che come si compiacque sommamente di lei prima di creare alcunché, così anche ai suoi amici infuse grande consolazione per il fatto ch'essa sarebbe nata. E così certamente, come in primo luogo agli angeli e poi al primo uomo, e in seguito ai patriarchi, era data grande allegrezza dalla futura nascita della gloriosa madre di Dio.

 

 

Martedì - Lezione Terza (Capitolo 9)

 

Assoluzione: La madre della vera carità sciolga i lacci della nostra pravità. Amen.

Il vero amatore della carità, anzi la carità stessa, è Dio, che mostrò anche ai suoi grande amore quando con la sua potenza liberò il popolo d'Israele dalla schiavitù d'Egitto, dandogli una terra opulentissima, dove abitare felicemente con ogni libertà. Ma l'astuto nemico, invidiandone molto la prosperità, l'indusse con le sue trame a peccare infinite volte, ed essi Israeliti, senza reagire affatto agl'inganni del Diavolo, s'indussero miseramente al culto degl'idoli, disprezzando la legge di Mosè e dimenticando con molta stoltezza l'alleanza fatta da Dio con Abramo. Dopo di che, Dio misericordioso, in vista dei suoi amici che lo servivano devotamente con retta fede e vero amore, unito all'osservanza della legge, li visitò con clemenza e suscitò in mezzo ad essi dei profeti, perché essi fossero più ardenti nel servire Dio, e per mezzo loro anche i nemici di Dio, volendolo, tornassero al suo amore ed alla retta fede.

Deve quindi notarsi bene che, come un torrente che discende in valle profonda dalla vetta di un monte porta con sé a valle tutte le cose che travolge, le quali poi, calmate le acque, affiorano a galla, così lo Spirito Santo si degnava scendere nel cuore dei profeti, producendo poi dalle loro labbra quei discorsi che volle divulgati per la correzione di questo mondo, che andava errando. Tra tutte le cose, che con questo mellifluo torrente dello Spirito Santo furono loro infuse, immise dolcemente nei loro cuori e con maggior diletto fece profluire dalle loro labbra anche questa, che cioè il Creatore dell'universo si sarebbe degnato di nascere da un'intemerata vergine, e con la sua ammenda e soddisfazione avrebbe redente per la vita quelle anime che Satana aveva precipitate nella rovina col peccato di Adamo.

Conobbero anche, sotto l'influsso di questo torrente, che Dio Padre sarebbe stato così benevolo per la liberazione dell'uomo, che non avrebbe risparmiato il suo unigenito Figlio, e che il Figlio avrebbe volute essere così obbediente al Padre, da non ricusare di assumere carne mortale, e che lo Spirito Santo volentieri avrebbe condisceso ad essere inviato col Figlio, senza peraltro restar separato dal Padre. Ai profeti poi era ben noto anche questo, che il sole di giustizia, cioè il Figlio di Dio, non sarebbe venuto nel mondo prima che da Israele spuntasse una stella, che con suo calore potesse avvicinarsi al calore del sole. In questa stella, dunque, è significata la vergine che doveva partorire Dio, nel calore, poi, la sua ferventissima carità, per la quale doveva tanto avvicinarsi a Dio e Dio a lei, che Dio potesse compiere in lei tutta la sua volontà salvifica.

E in verità, come i profeti trassero conforto nelle loro parole ed opere da questo sole increato e creatore di tutto, così anche Dio, per questa previsione di dover creare questa stella, cioè Maria, largì ad essi grande consolazione nei loro travagli. Infatti i profeti si addoloravano, vedendo i figli d'Israele abbandonare la legge di Mosè, per la loro superbia e carnalità, e, privandosi dell'amore di Dio, vedersi cadere addosso l'ira divina; ma si rallegravano prevedendo che Dio stesso, autore e padrone della legge, si sarebbe placato nella sua ira per la tua umiltà e purezza, o Maria, stella fulgentissima, e avrebbe ricevuti di nuovo nelle sue grazie quelli che ne avevano provocata l'ira ed erano miseramente incorsi nella sua indignazione. Si rammaricavano ancora i profeti che il tempio, in cui dovevano offrirsi oblazioni a Dio, era desolato; ma si rallegravano prevedendo che doveva esser creato il tempio del tuo benedetto corpo, e in esso doveva abitare con somma consolazione lo stesso Dio.

Si addoloravano pure che, distrutte le mura e le porte di Gerusalemme, i nemici di Dio dovevano entrarvi, espugnandola essi fisicamente e Satana spiritualmente; ma esultavano di te, o Maria, porta degnissima, prevedendo che in te lo stesso Dio, fortissimo gigante, avrebbe assunto le armi con le quali doveva vincere il Diavolo e tutti i nemici. E così i profeti e i patriarchi ebbero veramente la più grande consolazione a motivo di te, o degnissima madre.

 

 

Nelle tre lezioni che seguono l'angelo tratta della concezione della Vergine e della sua nascita, e dell'amore ch'ebbe Dio per lei, anche quando era nel seno di sua madre.

 

Mercoledì - Lezione Prima (Capitolo 10)

 

Assoluzione: La vergine madre della sapienza rischiari l'oscura nostra insipienza. Amen.

Prima della legge data da Mosè, gli uomini vivevano per lungo tempo ignorando come dovessero regolare sé e le loro azioni nella vita. Quindi, quelli che ardevano d'amor di Dio ordinavano sé e i loro costumi nel modo che ritenevano grato a Dio; gli altri, invece, che non avevano tale amor di Dio, senza alcun timore di lui, facevano quanto loro piaceva. La divina bontà, dunque, commiserando quest'ignoranza, stabilì per mezzo del suo servo Mosè la legge con la quale regolarsi in tutto secondo la divina volontà. Questa legge insegnava, finalmente, come dovessero amarsi Dio e il prossimo, e come il consorzio di vita tra l'uomo e la donna dovesse regolarsi dal diritto divino ed onesto, perché da tal connubio nascessero figli che Dio voleva chiamare suo popolo.

E in verità Dio amava tanto questo connubio, che stabilì di prendere da esso l'onestissima genitrice della sua umanità. Per cui, come l'aquila, volando in sublime altezza, osservati parecchi boschi, scorge da lontano un albero tanto solidamente radicato da non poter essere sradicato dagl'impeti del vento, di cima tanto alta da non potervi salire alcuno, e in positura tale da sembrar impossibile che vi cadesse sopra qualche cosa, e tale albero sceglie, dopo un più attento esame, per costruirvi il nido in cui riposare, così Dio, che è paragonato a quest'aquila, avendo davanti a sé tutte le realtà future e presenti ben chiare e manifeste, mentre osservava tutti i connubi giusti ed onesti che dovevano esistere dalla creazione del primo uomo fino all'ultimo, non ne trovò uno simile, per onestà e amor di Dio, a quello di Gioacchino ed Anna. E perciò gli piacque che da questo santo connubio fosse onestissimamente generato il corpo della madre sua, adombrato nel nido, nel quale egli si degnasse di riposarsi con ogni consolazione.

Con ragione, infatti, si paragonano a decorosi alberi i devoti connubi, la cui radice è l'unione di due cuori che si congiungono per la sola ragione che ne provenga onore e gloria allo stesso Dio. E con ragione pure si paragona a rami fruttiferi la volontà degli stessi coniugi, quando in tutta la loro attività sono così ligi al timor di Dio, da amarsi onestamente l'un l'altro solo in vista della procreazione della prole, a gloria di Dio e secondo il suo comandamento. L'insidiatore non può raggiungere, con le sue forze ed arti, la sublimità di tali connubi, quando la loro gioia non è in altro che nel rendere onore e gloria a Dio, e quando non li affligge altra tribolazione che l'offesa e il disonore di Dio. Si sentono poi al sicuro solo quando l'affluenza degli onori o delle ricchezze del mondo non vale ad irretire i loro animi nell'amor proprio o nella superbia. Quindi, siccome Dio previde che tale sarebbe stato il connubio tra Gioacchino ed Anna, perciò decise di trarre da esso il suo domicilio, cioè il corpo della madre sua.

O Anna, madre degna di ogni venerazione, qual tesoro prezioso portasti nel tuo seno, quando in esso riposò Maria, che doveva divenire madre di Dio! Veramente deve credersi senza esitazione che Dio stesso, appena fu concepita e formata in seno ad Anna la materia da cui doveva esser formata Maria, l'amò più di tutti gli altri corpi umani generati o da generarsi nel mondo intero da uomo e donna. Perciò la venerabile Anna può veramente chiamarsi cassaforte di Dio, perché custodiva nel suo seno il tesoro a lui più caro di ogni altra cosa. Oh, com'era sempre vicino a questo tesoro il cuore di Dio!
Oh, come rivolgeva con amore e gioia gli sguardi della sua maestà a questo tesoro, colui che poi nel suo Vangelo disse: « Dov'è il tuo tesoro, ivi è anche il tuo cuore »! E perciò è veramente credibile che gli angeli esultassero non poco per questo tesoro, vedendo che tanto lo amava il loro Creatore, ch'essi amavano più di se stessi. E per questo sarebbe molto conveniente e giusto che fosse avuto in grande venerazione da tutti il giorno in cui fu concepita e condensata in seno ad Anna la materia dalla quale doveva essere formato il corpo benedetto della madre di Dio, dato che lo stesso Dio e gli angeli la circondavano di tanto amore.

 

 

Mercoledì - Lezione Seconda (Capitolo 11)

 

Assoluzione: Maria, ch'è la stella del mare, pietosa ci aiuti a non naufragare. Amen.

Quando poi quella benedetta materia ebbe a suo tempo il corpo formato come le conveniva nel seno materno, allora accrebbe il suo tesoro il re di ogni gloria, infondendole l'anima vivente. E come l'ape che sorvola i campi fioriti scruta con più attenzione tutte le erbe dal fiore mellifluo, perché sa discernere per istinto naturale dove germoglia il fiore più ameno, e se per caso lo trova non ancora sbocciato dal follicolo aspetta con diletto il suo fiorire, per goderne a suo agio la dolcezza, allo stesso modo Dio, che tutto vede in modo chiarissimo con gli occhi della sua mente, quando contemplava, tuttora nascosta nel segreto del seno materno, Maria alla quale per la sua eterna prescienza sapeva che nessuno in tutto il mondo doveva essere simile in ogni virtù, ne aspettava con ogni consolazione e gioia la nascita, perché si rendesse manifesta, nella dolcezza di carità della stessa Vergine, la sua divina sovrabbondante bontà.

Oh, come rifulse chiara nel seno di Anna l'aurora che sorgeva, quando in esso il piccolo corpo di Maria fu vivificato dall'avvento dell'anima, il cui sorgere tanto desideravano gli angeli e gli uomini! Deve notarsi, però, che come gli uomini, che abitano nelle terre dove il sole risplende coi suoi raggi sia di giorno che di notte, non desiderano il sorgere dell'aurora a motivo della luce (perché lo splendore del sole è più fulgido dell'aurora) ma perché dall'apparire dell'aurora capiscono che il sole deve salire più in alto, e che i loro frutti, che sperano raccogliere nei granai, matureranno meglio e più presto col beneficio del suo calore, e invece gli abitanti nei luoghi dove sono avvolti nell'oscurità della notte, non solo si rallegrano perché sanno che dopo l'aurora deve sorgere anche il sole, ma anche non poco perché sanno che, sorgendo l'aurora, possono già vedere quello che devono fare, allo stesso modo i santi angeli abitanti nel regno dei cieli non desideravano il sorger dell'aurora (cioè la nascita di Maria), perché mai dai loro occhi tramonta il vero sole che è Dio, ma in tanto desideravano che sorgesse, nascendo in questo mondo, in quanto prevedevano che Dio, che è paragonato al sole, mediante quell'aurora, avrebbe voluto mostrare più manifestamente il suo sommo amore, che è paragonato al calore; e così gli uomini amanti di Dio diventassero portatori di frutti di buone opere e maturassero con la costante perseveranza nel bene, e gli angeli poi potessero raccoglierli in quegli eterni granai che sono paragonati al gaudio celeste.

Gli uomini poi di questo mondo tenebroso, prevedendo la nascita della madre di Dio, non solo si rallegrarono perché capivano che da essa doveva nascere il loro liberatore, ma godevano anche perché vedevano i costumi onestissimi di questa gloriosa vergine, e da essa apprendevano meglio che cosa doveva farsi e che cosa evitarsi.

Questa Vergine fu anche quel virgulto che Isaia predisse sarebbe uscito dalla radice di Iesse, e da cui sarebbe spuntato un fiore sul quale predisse che si sarebbe posato lo spirito del Signore. O virgulto ineffabile, che, mentre cresceva nel seno di Anna, il suo intimo germe rimaneva più gloriosamente nel cielo! Questo virgulto, dunque, era tanto sottile da dimorare facilmente nel seno materno, ma il suo intimo era così grande ed immenso in ampiezza e larghezza, che nessuna mente poteva immaginarne la grandezza.

Perché il virgulto non poté germinare il fiore prima che l'intimo midollo, penetrandolo, gli desse la forza di germogliare, e neanche la forza del midollo si fece manifesta prima che il virgulto desse umore al midollo. In effetti questo midollo era la persona del Figlio di Dio, generato dal Padre prima della luce, ma che non apparve nel fiore, cioè nel corpo umano, fino a che col consenso della Vergine, che è significata nel virgulto, ebbe presa la materia di questo fiore dal purissimo sangue di lei, nel suo seno verginale. E, benché questo benedetto virgulto, cioè la gloriosa Maria, nella sua nascita restava separato dal corpo materno, il Figlio di Dio, quando la Vergine lo partorì corporalmente, non si separò dal Padre più di quando il Padre lo generò incorporalmente nell'eternità. Anche lo Spirito Santo era inseparabilmente, dall'eternità, nel Padre e nel Figlio, perché sono tre persone ed una sola divinità.

 

 

Mercoledì - Lezione Terza (Capitolo 12)

 

Assoluzione: Il nascer di Maria a questo mondo ci renda sempre il vivere giocondo. Amen.

Dunque, come nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo v'era nell'eternità una sola divinità, così anche in essi non vi fu mai diversa volontà. Perciò, come se da un unico rogo acceso procedessero tre fiamme, così dalla bontà della volontà divina tre fiamme della divina carità concorsero egualmente alla perfezione di un'unica opera. Perché la fiamma d'amore che procede dal Padre ardeva splendidissimamente davanti agli angeli, quando conobbero ch'era sua volontà di voler benevolmente esporre il suo diletto Figlio per la liberazione del servo schiavo.

Né restò nascosta la fiamma di amore procedente dal Figlio, quando al cenno del Padre volle esinanirsi, prendendo la forma di servo. Neanche la fiamma d'amore procedente dallo Spirito Santo appariva meno splendente quando si mostrò pronto a far palese in opere manifeste la volontà del Padre, del Figlio e di se stesso. E, sebbene il ferventissimo amore di questa divina volontà irradiasse tutti i cieli, dando agli angeli ineffabile consolazione col suo splendore, non poteva, però, da questo venire la redenzione del genere umano, secondo l'eterno disegno di Dio, prima che fosse generata Maria, nella quale doveva accendersi fuoco d'amore così fervente che, salendone in alto il profumato odore, lo stesso fuoco, ch'è Dio, si effondesse in esso, e per esso ridondasse a questo mondo infreddolito.

Finalmente questa Vergine, dopo la sua nascita, era simile ad una lucerna nuova, ma non ancora accesa, che però doveva essere accesa talmente che, come l'amore di Dio, figurato nelle tre fiamme, splendeva nel cielo, così questa lucerna eletta, ch'era Maria, doveva risplendere in questo mondo tenebroso con tre altre fiamme. Infatti la prima fiamma di Maria rifulse chiaramente quando ad onore di Dio promise di conservare intatta la sua verginità fino alla morte.
Questa onestissima verginità tanto piacque a Dio Padre che si degnò mandarle il suo diletto Figlio con la divinità sua e del Figlio e dello Spirito Santo. La seconda fiamma d'amore di Maria apparve in questo che abbassò se stessa in tutto, con inimmaginabile umiltà, cosa che piacque tanto al suo benedetto Figlio, da degnarsi di assumere dal corpo umilissimo di lei quel suo venerabile corpo che doveva essere eternamente sublimato su tutte le cose, in cielo e in terra. Terza fiamma era anche la sua lodevolissima obbedienza in tutto, che attirò tanto a sé lo Spirito Santo da esserne ripiena dei doni d'ogni grazia.

E benché questa nuova lucerna benedetta non fosse accesa di queste fiamme d'amore subito dopo la sua nascita, perché come negli altri bambini aveva piccolo il corpo e tenero l'intelletto e non poteva comprendere la divina volontà, Dio però, sebbene non avesse ancora merito alcuno, si compiacque più di essa che di tutte le opere buone degli uomini nati prima di lei in tutto il mondo. Poiché, come il bravo citarista amerebbe una cetra non approntata, ma da cui prevedesse dolcissimo suono, così il Plasmatore di tutti amava sommamente il corpo e l'anima di Maria, perché prevedeva che le parole ed opere di lei gli sarebbero piaciute più di ogni melodia.

Risulta anche credibile che, come il Figlio di Maria ebbe perfetto sentimento appena si fu incarnato nel suo seno, così anche Maria conseguì senso e intelligenza in età inferiore a quella degli altri bambini. Come, dunque, Dio e gli angeli si rallegrarono in cielo della sua gloriosa nascita, così anche gli uomini nel mondo la ricordino con giubilo, rendendo per essa dall'intimo dei loro cuori lode e gloria a Dio, che tra tutte le cose da lui create la predilesse, e ne preordinò la nascita tra gli stessi peccatori, lei che doveva generare santissimamente il liberatore dei peccatori.

 

 

Nelle tre lezioni che seguono, l'angelo mostra il comportamento della Vergine Maria, dopo ch'ebbe il senso e la conoscenza di Dio, la sua bellezza di anima e di corpo, il dominio della sua volontà su tutti i suoi sentimenti, la concezione del Figlio di Dio nel suo seno verginale e la gloriosa nascita di lui in questo mondo.

 

Giovedì - Lezione Prima (Capitolo 13)

 

Assoluzione: L'alma Vergine delle vergini interceda per noi presso l'Altissimo. Amen.

Il corpo benedetto di Maria può convenientemente paragonarsi a un mondissimo vasetto, la sua anima a una fulgentissima lucerna e il suo cervello a una polla d'acque che salgono su e poi scendono in valle profonda. Infatti, quando la Vergine giunse a quell'età in cui poté comprendere che in cielo c'era un vero Dio e ch'egli aveva creato l'universo e specialmente l'uomo, per suo perenne onore, e che era giustissimo giudice, allora il senso e l'intelletto salivano dal cervello della Vergine all'altezza del cielo, a guisa di acqua da fonte zampillante, e poi scorrevano a valle, cioè nel suo umilissimo corpo. Perché come la Chiesa canta che l'uscita del Figlio di Dio fu dal Padre, e il suo ritorno egualmente al Padre, benché né l'uno né l'altro fossero mai reciprocamente disgiunti, così il senso e l'intelletto della Vergine, salendo frequentemente all'altezza del cielo, apprendevano mediante la fede Dio, e dopo averne abbracciato il dolcissimo amore ritornavano in lei stessa.

Quest'amore ella ritenne fermissimamente, con ragionevole speranza e timor di Dio, infiammando la propria anima mediante tale amore, in modo che cominciò a bruciare come fuoco ardentissimo nello stesso amore di Dio. Inoltre, il senso e l'intelletto della Vergine assoggettarono talmente il corpo ad obbedire a Dio, che da allora il corpo stesso gli obbedì con tutta umiltà. Oh, come compresero presto l'amore di Dio, il senso e l'intelletto della Vergine! Oh, con quanta prudenza ella se ne fece tesoro!

Perciò, come se un giglio fosse trapiantato e approfondisse nella terra una triplice radice, rendendola così anche più salda, ed espandesse anche un triplice fiore dilettevole, per la gioia di chi guarda, così certamente l'amor di Dio, divinamente inserito in questa gloriosa terra, cioè la nostra Vergine, si radicò nel suo corpo con tre fortissime virtù, come tre radici, mediante le quali fortificò anche lo stesso corpo della Vergine, e ne decorò onorevolmente l'anima con tre ornamenti, come altrettanti splendidissimi fiori, per la gioia di Dio e degli angeli che la guardavano. La prima fortezza, dunque, del suo corpo, quella d'una discreta astinenza, ne moderava il cibo e la bevanda, in modo che mai la ritrasse dal servizio di Dio alcuna lentezza per qualche superfluità, né per troppa parsimonia s'indeboliva da non poter attendere alle sue faccende. La seconda fortezza di temperanza nelle veglie ne moderava il corpo in modo che, né si sentiva appesantita per mancanza di sonno quando doveva stare sveglia, né per esagerazione di sonno abbreviava d'un minuto i tempi destinati alla veglia. Anche la terza fortezza, per la vigorosa complessione del suo corpo, fece la Vergine talmente costante da sopportare serenamente sia il lavoro e le avversità fisiche, sia il temporaneo benessere del corpo, non lamentandosi dell'avversità e neppure esultando del suo benessere.

Inoltre il primo ornamento del quale la carità divina decorava l'anima della Vergine era quello di preferire i premi che Dio largisce ai suoi amici ad ogni bellezza di cose; e perciò le ricchezze del mondo le apparivano vili come fetido fango. Decorava poi la sua anima, a guisa di secondo ornamento, il fatto che con la sua intelligenza discerneva perfettamente come non possa paragonarsi l'onore mondano alla gloria spirituale; per cui aborriva di sentire la gloria del mondo come l'aria corrotta, che col suo fetore estingue in breve la vita di molti. Ne decorava finalmente l'anima, quasi terzo ornamento, il reputare dolcissimo al suo cuore le cose piacevoli a Dio, ed amare più del fiele quelle a lui spiacevoli o contrarie; e perciò la stessa volontà della Vergine ne attraeva tanto efficacemente l'anima a desiderare la vera dolcezza, da non dover poi provare, dopo questa vita, l'amarezza spirituale.

Da questi ornamenti la Vergine apparve tanto bellamente adorna nell'anima, al di sopra di ogni altra cosa, che piacque al Creatore di adempiere per mezzo di lei tutte le sue promesse. Era, infatti, talmente corroborata nella virtù della carità, da non venir mai meno in alcun'opera buona, né il Nemico prevaleva contro di lei nella più insignificante minuzia. Deve, quindi, credersi senza esitazione che, come la sua anima era bellissima davanti a Dio ed agli angeli, così il suo corpo fu piacevolissimo agli occhi di quanti la guardavano. E come Dio e gli angeli si compiacevano in cielo della bellezza della sua anima, così anche in terra la piacevolezza del suo corpo fu di utilità e consolazione per tutti quelli che volevano vederla. Perché vedendo i devoti con quanto fervore essa serviva Dio, diventavano più ferventi nel dargli onore. In quelli poi che erano inclini al peccato, si estingueva subito, nel guardarla, l'inclinazione alla colpa, per l'onestà delle sue parole e del suo contegno.

 

 

Giovedì - Lezione Seconda (Capitolo 14)

 

Assoluzione: La Vergine dall'angelo salutata si degni abolire i nostri peccati. Amen.
Oppure: La Vergine che l'angelo annunziava liberi l'anima di colpa schiava. Amen.

Nessun linguaggio può ridire con quanta acutezza il senso e l'intelletto della gloriosa Vergine compresero Dio nel punto stesso che n'ebbero cognizione, specialmente perché ogni mente umana è debole a pensare in quante moltissime forme la volontà della stessa benedetta Vergine si rese disponibile al servizio di Dio; perché si compiacque di eseguire tutto quanto conobbe essere beneplacito di Dio. Comprese infatti la Vergine che Dio le aveva creato corpo ed anima non per suoi meriti, e aveva dato alla sua volontà la libertà di assecondare umilmente i voleri divini, oppure di respingerli, se avesse voluto, e perciò l'umilissima volontà della Vergine si propose, in ricambio dei benefici già ricevuti, di servire Dio finché fosse vissuta, anche se da lui non dovesse ricevere più nulla.

Quando poi il suo intelletto poté comprendere che lo stesso Creatore di tutte le anime si sarebbe degnato di farsi anche loro redentore, e che in cambio di tanta dedizione null'altro desiderava che il ritorno a lui di tali anime, e che ogni uomo ha nella volontà la libertà di propiziarsi Dio con opere di bene oppure di provocare l'ira con opere malvage, certamente la volontà della Vergine cominciò a governare il suo corpo nelle procelle del mondo con la prudente sollecitudine del nocchiero nel governare la sua nave.

Perché, come il nocchiero teme assai che la nave possa correr pericolo dai colpi delle onde, e non dimentica i vortici di Cariddi, che spesso squarciano le navi, e stringe fortemente le funi e le armature della nave, fissando gli occhi al porto dove spera riposarsi dopo il lavoro, e fa ogni sforzo perché il carico della nave giunga in possesso del suo vero padrone sommamente amato, così certamente questa prudentissima Vergine, dopo ch'ebbe cognizione dei comandamenti di Dio, subito la sua volontà cominciò a governare il suo corpo con tutta sollecitudine, secondo la sospingeva il soffio di essi. Spesso quindi temeva il consorzio dei vicini, perché la loro prosperità o avversità, paragonabili alle tempeste del mondo, non la rendessero con parole o con opere, meno agile nell'obbedire a Dio. Rammentava anche spesso le cose vietate dalla legge divina, evitandole con ogni attenzione, perché non le travolgessero l'animo a guisa dei fieri gorghi di Cariddi.

Finalmente, questa lodevole volontà tenne talmente a freno la stessa Vergine e i suoi sentimenti, che la sua lingua mai si muoveva per discorsi inutili, i suoi modestissimi occhi mai si alzavano a vedere ciò che non era necessario, ed anche i suoi orecchi erano attenti soltanto a quello che riguardava la gloria di Dio. Così anche non moveva mani e dita se non per utilità sua e del prossimo, e ai piedi non permetteva di muovere un passo senza essersi prima domandata che utilità ne sarebbe provenuta. Desiderava inoltre la volontà della Vergine di portare con gioia tutte le tribolazioni del mondo, per giungere al porto sicuro, cioè nel seno di Dio Padre, desiderando incessantemente solo questo, che dalla sua anima ridondasse onore e gioia a Dio, che le era carissimo.

E perché la volontà della Vergine mai venne meno in alcuna forma di bene, perciò Dio, da cui procede ogni bene, la esaltò al vertice più sublime e la fece rifulgere splendidissimamente della bellezza di tutte le virtù. Che meraviglia, dunque, che Dio abbia amato sommamente e al di sopra di tutti questa Vergine, mentre all'infuori di lei non previde alcun essere generato da uomo e da donna, la cui volontà non fosse talvolta inclinata al peccato, mortale o veniale? Oh, quanto si avvicinò questa nave, cioè il corpo della Vergine, al desideratissimo porto ch'è la dimora di Dio, quando venendo Gabriele le disse: « Ave, piena di grazia! ». Oh, quanto castamente, senza concorso d'uomo, il Padre affidò alla Vergine il suo Figlio, quando lei rispose all'angelo: « Avvenga in me secondo la tua parola »! Perché subito, nel seno della Vergine all'umanità fu unita la divinità, e divenne uomo e figlio della Vergine il vero Dio, Figlio di Dio Padre.

 

 

Giovedì - Lezione Terza (Capitolo 15)

 

Assoluzione: Ci benedica, con la prole pia, la benedetta Vergine Maria. Amen.

O bellissima unione, degnissima di ogni accettazione! Dimora al Figlio di Dio nel mondo era il corpo della Vergine, mentre la sua dimora era la Trinità in cielo, benché con la sua potenza sia dovunque. La Vergine era piena di Spirito Santo, nel corpo e nell'anima; lo Spirito Santo era nel Padre ed era anche nel Figlio fatto uomo; il quale a sua volta, non solo era nel mondo in seno alla Vergine, ma dimorava anche in cielo nel Padre e nello Spirito Santo, benché avesse assunta l'umanità il solo Figlio, vero Dio, il quale, benché nascosto nella sua divinità dalle sembianze umane, appariva però, nell'eterna dimora davanti agli angeli, sempre identico e manifesto.

Si rallegrino dunque tutti quelli che hanno la vera fede per quell'ineffabile unione fatta nella Vergine, unione per la quale il Figlio di Dio assunse vero corpo umano dalla carne e dal sangue della Vergine, e restò unita alla sua umanità la divinità, e alla sua divinità una vera umanità. In quest'amabilissima unione, infatti, né fu diminuita nel Figlio la divinità né la verginale integrità della madre. Si vergognino poi e temano quelli che non credono che l'onnipotenza del Creatore possa fare tali cose, o che, potendolo, la sua bontà non volesse farle per la salvezza d'una sua creatura. Se poi si crede che per la sua potenza e bontà ha fatto tali cose, perché non è perfettamente riamato da quelli che le credono? Considerino dunque i vostri cuori, e comprendano come sarebbe degno di sommo amore quel padrone terreno che, trovandosi in sommo onore e abbondanza di ogni bene, sentendo che un suo amico è fatto bersaglio di contumelie e disprezzi, per la sua bontà assumesse su di sé tutto il disprezzo di lui, perché l'amico fosse onorato; che vedendo questo suo amico tribolato dalla povertà, si assoggettasse egli stesso all'indigenza per far ricco l'amico; che, finalmente, vedendo l'amico condotto a miserabile morte senza poterne sfuggire se non mediante la sostituzione di qualcuno, allora lo stesso padrone si offrisse a morire perché l'amico condannato a morte potesse vivere felicemente.

E perché in questi tre fatti si dimostrerebbe il più grande amore, così anche perché non si potesse dire che alcuno al mondo avesse mostrato a un suo amico amore più grande di quello mostrato dal Creatore che è nel cielo, perciò Dio abbassò la sua maestà, scendendo dal cielo nel seno della Vergine, non infondendosi in un solo organo, ma permeandone, per le viscere verginali, tutto il corpo, e formandosi castissimamente il suo corpo umano dalla carne e dal sangue della sola Vergine.

Perciò l'elettissima madre è paragonata al roveto che ardeva senza consumarsi. Perché quello stesso che s'indugiò tanto nel roveto da rendere Mosè credente ed obbediente a quanto gli diceva, e domandandogli Mosè il suo nome, rispondeva: « Io sono colui che sono », e cioè « questo nome mi spetta dall'eternità », quegli stesso dimorò nel seno della Vergine tanto tempo quanto ne occorre agli altri bambini prima del parto. Inoltre, come quando veniva concepito lo stesso Figlio di Dio, egli penetrò con la sua divinità per tutto il corpo della Vergine, così quando nasceva nella sua divina umanità, come da rosa intatta emana la soavità del profumo, così anch'egli venne emanato in tutto il suo corpo dalla stessa Vergine, restando intatta nella madre la gloria della verginità.

Perciò come Dio e gli angeli e poi il primo uomo e quindi dopo di lui i patriarchi ed i profeti insieme agli altri innumerevoli amici di Dio, godevano perché quel roveto, cioè il corpo di Maria, doveva tanto ardere di carità che il Figlio di Dio si degnasse di entrare con tanta umiltà in esso, e poi dimorarvi tanto a lungo, e finalmente uscirne tanto castamente, così è giusto che anche gli uomini che vivono adesso si rallegrino con tutto il cuore, perché come il Figlio di Dio, vero Dio immortale col Padre e lo Spirito Santo entrò in questo roveto, assumendo in esso carne mortale per loro, così anch'essi devono affrettarsi a rifugiarsi nella Vergine, perché mediante la sua intercessione abbiano restituita la vita eterna, essi che per le loro colpe avevano meritata la perdizione eterna.

E, come Dio dimorò nella Vergine perché il suo corpo non avesse alcun difetto nell'età e nelle membra più di quello degli altri bambini, per poter vincere potentemente il Diavolo, che con la sua frode aveva assoggettato tutti al suo potere tirannico, così, anche gli uomini la preghino a farli dimorare sotto la sua protezione, perché non accada loro di cadere nei lacci del Diavolo. Inoltre, come Dio venne al mondo uscendo dalla stessa Vergine per aprire agli uomini le porte della patria celeste, così anch'essi le richiedano istantemente di degnarsi d'assisterli nella dipartita da questo mondo malvagio, procurando loro l'ingresso nel regno del suo benedetto Figlio.

 

 

Nelle tre lezioni che seguono l'angelo tratta delle amarissime pene della gloriosa Vergine per la dolorosa morte del Figlio, e della costanza d'animo che la Vergine ebbe in tutti i suoi dolori.

 

Venerdì - Lezione Prima (Capitolo 16)

 

Assoluzione: Ci riconcilii a Cristo redentore la vergine Madre del suo Creatore. Amen.

Si legge che la Vergine Maria si turbò all'annunzio dell'angelo. Certo, essa non si spaventò allora di qualche pericolo del suo corpo, ma ebbe timore che dall'inganno del nemico del genere umano le venisse qualche nocumento dell'anima. Perciò deve intendersi che quando lei giunse all'età che il suo senso ed intelletto poterono conoscere Dio e la sua volontà, come cominciò subito ad amarlo consapevolmente, così anche ad averne salutare timore. Giustamente, dunque, questa Vergine può chiamarsi rosa piacente; perché, come la rosa suol crescere tra le spine, così questa veneranda vergine crebbe nel mondo tra le tribolazioni. E, come la rosa, quanto più si espande crescendo, tanto più forte e acuta ne diventa la spina, così anche quest'elettissima rosa Maria, quanto più cresceva in età, tanto più a fondo era punta dalle spine di più forti tribolazioni.

Trascorsa finalmente l'età giovanile, il timore di Dio fu la sua prima tribolazione, perché non solo era angustiata dal più grande timore nella preoccupazione d'evitare i peccati, ma anche non poco penava nel ricercare come fare con perfezione le opere buone. E benché ordinasse con ogni attenzione pensieri, parole ed opere ad onore di Dio, temeva che in esse vi fosse qualche difetto. Considerino, dunque, gli stessi miseri peccatori che continuamente ardiscono commettere volutamente perverse lusinghe d'ogni genere, quanti tormenti e quante miserie accumulano alle loro anime, vedendo che questa gloriosa Vergine, immune da ogni peccato, compiva con timore anche le sue opere sommamente piacevoli a Dio. Comprendendo poi dalle sacre scritture dei profeti che Dio voleva incarnarsi, e che doveva essere straziato da svariate pene nella sua carne assunta, ne provò subito nel suo cuore, per il fervente amore che aveva verso Dio, non poca afflizione, benché non sapesse ancora ch'essa doveva esserne la madre.

Quando poi pervenne all'età che il Figlio di Dio divenne suo Figlio e sentì ch'egli aveva preso nel suo seno il corpo che doveva dar compimento in sé alle predizioni dei profeti, allora la mitissima rosa sembrava crescere maggiormente e dilatarsi nella sua bellezza, e le spine delle afflizioni, pungendola aspramente, si facevano sempre più dure e pungenti. Perché, come le veniva grande ed ineffabile gioia nella concezione del Figlio, così anche, al pensiero della crudelissima futura passione, il suo animo era afflitto da molteplice tribolazione. Godeva, infatti, la Vergine che il Figlio suo, con la sua umiltà, avrebbe ricondotti alla gloria del regno celeste i suoi amici, ai quali il primo uomo, per la sua superbia, aveva meritata la pena dell'inferno. Ma si addolorava perché, come l'uomo per la cattiva concupiscenza aveva peccato nel Paradiso in tutte le sue membra, così prevedeva che il Figlio suo, ad espiare il peccato dello stesso uomo, avrebbe soddisfatto nel mondo con atrocissima morte del proprio corpo. Esultava la Vergine per aver concepito il suo Figlio senza peccato e diletto carnale, ed averlo partorito senza dolore, ma si affliggeva prevedendo che un figlio così dolcissimo sarebbe morto d'ignominiosissima morte, e che lei stessa ne avrebbe vista la morte nella suprema ambascia del suo cuore.

Godeva inoltre, la Vergine, prevedendo che egli sarebbe risorto dalla morte, e per la sua passione sarebbe stato elevato al supremo fastigio di eterno onore; ma si addolorava prevedendo anche che, prima di quell'onore, sarebbe stato orrendamente straziato da atroci dolori, contumelie ed insulti.

Deve veramente credersi senza esitazione che, come la rosa sta costantemente eretta nella sua posizione, benché le spine all'intorno siano divenute più forti e più acute, così questa benedetta rosa, Maria, teneva l'animo talmente saldo che, per quanto le spine della tribolazione ne pungessero il cuore, non ne mutavano però la volontà, che si mostrava prontissima a soffrire e fare qualunque cosa piacesse a Dio. Molto degnamente, quindi, è paragonata a rosa che fiorisce, e propriamente alla rosa di Gerico; perché, come della rosa di quel luogo si legge che supera nella sua bellezza gli altri fiori, così Maria, con la bellezza della sua onestà e dei suoi costumi, supera tutti i viventi in questo mondo, eccettuato soltanto il suo benedetto Figlio. Perciò, come Dio e gli angeli gioivano per la sua virtuosa costanza nel cielo, così nel mondo si rallegrano sommamente di essa gli uomini, considerando con quanta pazienza si comportava nelle tribolazioni e con quanta prudenza nelle consolazioni.

 

 

Venerdì - Lezione Seconda (Capitolo 17)

 

Assoluzione: Ci scampi di sua madre per la prece chi per noi col suo sangue soddisfece. Amen.

Tra le altre cose che le voci dei profeti predissero del Figlio di Dio, preannunziarono anche qual dura morte voleva soffrire in questo mondo nel suo innocentissimo corpo, affinché gli uomini godessero eterna vita con lui in cielo. Preannunziavano poi i profeti, e lo scrivevano, come lo stesso Figlio di Dio, per la liberazione del genere umano, doveva esser legato e flagellato, e in qual modo doveva esser condotto alla croce, e quanto ignominiosamente doveva esser trattato e crocifisso. Perciò, credendo noi ch'essi sapevano bene per qual motivo l'immortale Dio volle assumersi carne mortale ed essere straziato in questa sua carne in tutti i modi, ne consegue che la fede cristiana non deve dubitare che anche più chiaramente sapesse questo la nostra Vergine e signora, che Dio prima dei secoli si era predestinata come madre; né è giusto credere che alla stessa Vergine fosse nascosta la ragione per cui Dio si degnava di vestirsi di umana carne in seno a lei. E certamente deve credersi che dall'ispirazione dello Spirito Santo essa comprese, più perfettamente degli stessi profeti, tutto quello che le loro parole illustravano, dicendo essi con la bocca le parole ispirate dallo stesso Spirito.

Quindi deve certissimamente credersi che, quando la Vergine, dopo averlo partorito, prese per la prima volta il Figlio di Dio tra le sue braccia, subito le venne in mente come egli doveva adempiere le scritture dei profeti. Quando poi lo avvolgeva nei panni, allora considerava nell'animo con quanto fieri flagelli doveva esser lacerato il suo corpo, da dover sembrare quasi un lebbroso. Anche raccogliendo dolcemente mani e piedi del suo Figlio bambino nelle fasce, la Vergine ripensava con quanto strazio dovevano esser trapassati da chiodi di ferro sulla croce. Guardando poi il volto dello stesso suo Figlio, bellissimo fra tutti i figli degli uomini, meditava con quanta irriverenza empie labbra l'avrebbero lordato di sputi.

Ripensava anche dentro di sé la stessa Madre con quanti schiaffi sarebbero state colpite le guance di questo suo Figlio, e di quanti insulti e contumelie avrebbe avuto ripiene le benedette orecchie, ora immaginando come i suoi occhi si sarebbero offuscati dal fluire del suo sangue, ora come la sua bocca sarebbe stata amareggiata da aceto misto a fiele, ora ripensando come le sue braccia avrebbero dovute esser legate con funi, e come anche i suoi nervi e le sue vene e tutta la compagine del suo corpo dovevano esser distese crudelmente sulla croce, i suoi precordi contrarsi nella morte, e come tutto il suo glorioso corpo doveva essere straziato dentro e fuori, con suprema amarezza ed angoscia, fino a morirne. Sapeva ancora la Vergine che, esalato in croce lo spirito di quel suo benedetto Figlio, una lancia acutissima doveva trafiggerlo, trapassandogli in mezzo il cuore. Perciò, come era la più felice delle madri, quando vedeva il Figlio di Dio, nato da lei, sapendolo vero Dio e vero uomo, mortale nell'umanità ma eternamente immortale nella divinità, era anche la più afflitta delle madri, prevedendone l'amarissima passione.

Per tal modo, alla sua grandissima letizia andava sempre unita una grandissima tristezza, come se a una donna che partorisce si dicesse: « Hai partorito un figlio vivo e sano in tutte le sue membra, ma la pena che hai avuta nel parto durerà fino alla tua morte! »; ed ella, ascoltando ciò, godesse della vita salva di suo figlio, ma si rattristasse del patimento e della morte propria; certamente la tristezza di questa madre, proveniente dal ricordo della pena e morte del suo proprio corpo, non sarebbe più grave del dolore della Vergine Maria, ogni volta che rimuginava nell'animo la futura morte del suo amatissimo Figlio.

Comprendeva la Vergine che le predizioni dei profeti avevano già preannunziato ch'era necessario che il suo dolcissimo Figlio soffrisse molte e gravi pene, ed anche il giusto Simeone aveva predetto, non da lontano come i profeti, ma davanti a lei stessa, che la sua anima doveva esser trapassata da spada. Per cui deve notarsi che, siccome le forze dell'animo sono più forti e sensibili di quelle del corpo, così l'anima benedetta della Vergine, che la spada doveva trafiggere, era più afflitta dalla tristezza prima che il Figlio suo patisse, di quanto una donna possa soffrire prima di partorire un figlio. Perché quella spada di dolore si avvicinava ognor più al cuore della Vergine, quanto più il suo diletto Figlio si avvicinava al tempo della sua passione. Quindi deve credersi senza dubbio che l'affettuosissimo e innocentissimo Figlio di Dio, compatendo filialmente i dolori della madre sua, li alleviava con frequenti consolazioni. Altrimenti la vita di lei non avrebbe potuto durare fino alla morte del Figlio.

 

 

Venerdì - Lezione Terza (Capitolo 18)

 

Assoluzione: Propiziazione al Padre per noi sia la passione del Figlio di Maria. Amen.

Finalmente la dolorosa punta della spada punse crudamente il cuore della Vergine, allorquando il Figlio disse: « Mi cercherete e non mi troverete ». E, dopo che fu tradito da un suo discepolo e catturato come loro piacque dai nemici della verità e della giustizia, allora la spada del dolore veniva trafiggendo cuore e precordi della Vergine, e trapassandone duramente l'anima, apportava gravissimi dolori a tutte le membra del suo corpo. Ogni volta, infatti, che al suo amatissimo Figlio venivano inferti tormenti ed obbrobri, anche nell'animo della Vergine infieriva con ogni amarezza quella spada crudele.

Vedeva invero il Figlio schiaffeggiato da empie mani, crudelmente ed impietosamente flagellato, condannato a morte umiliantissima dai capi dei Giudei, e gridando tutto il popolo « Crocifiggi il traditore! » lo vedeva condotto con le mani legate al luogo del supplizio, precedendolo alcuni che se lo trascinavano dietro, mentre con estrema stanchezza portava la croce sulle spalle, ed altri accompagnandolo e sospingendolo con pugni, e scuotendo come una belva feroce quell'agnello mansuetissimo che, secondo la profezia d'Isaia, in tutte le sue sofferenze era così paziente che, come pecora condotta al macello senza voce, e come agnello silenzioso davanti al tosatore, non apriva la sua bocca.

E come egli stesso mostrò in sé tanta pazienza, così la sua benedetta Madre sopportò tutte le sue pene con somma pazienza. Anzi, come l'agnello si associa alla madre, dovunque sia condotta, così la Vergine madre seguiva il Figlio ai luoghi dei tormenti. Vedendo ancora la Madre il Figlio coronato di spine, e il suo volto madido di sangue e le sue guance tumide per gli schiaffi, gemé di profondissimo dolore, e le sue guance cominciarono a impallidire per l'immensa pena. Per lo scorrere poi del sangue del Figlio in tutto il corpo nella sua flagellazione, un rivolo d'innumerevoli lacrime scorreva dagli occhi della Vergine.

Nel vedere poi la Madre il Figlio suo crudelmente steso sulla croce, cominciarono a venirle meno le forze del corpo. Ma l'intensità del dolore la fece cadere a terra come morta, essendole mancati i sensi, all'ascolto dei colpi di martello che trapassavano con chiodi di ferro le mani e i piedi del Figlio. Quando poi i Giudei l'abbeverarono di fiele e aceto, l'amarezza dell'animo le inaridì talmente il palato e la lingua, da non poter muovere le sue benedette labbra a parlare. Ascoltando quindi la flebile voce del Figlio che nell'agonia mortale diceva: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », e vedendo poi tutte le sue membra irrigidirsi, e reclinato il capo, esalare lo spirito, allora l'acerbità del dolore oppresse talmente il cuore della Vergine, da sembrare come impietrita, senza alcun movimento nelle sue membra. Per cui si comprende che Dio fece allora non piccolo miracolo nel fatto che la Vergine Madre, trafitta interiormente da tali e tanto grandi dolori, non morisse, quando vide pendere dalla croce nudo e insanguinato, in mezzo a due ladroni, un sì amato Figlio, vivo e poi morto, ed anche trafitto dalla lancia, tra le derisioni di tutti, avendolo abbandonato quasi tutti i suoi conoscenti, ed essendosi molti di essi enormemente allontanati dalla fede.

Come, quindi, il suo Figlio sostenne la morte più amara di qualunque altro vivente in questo mondo, così anche la Madre, nella sua anima benedetta, portò la sofferenza dei più amari dolori. Ricorda ancora la sacra scrittura che la moglie di Finees, vedendo l'arca di Dio catturata dai suoi nemici, ne morì di colpo, per la veemenza del dolore, ma i dolori di quella donna non potrebbero paragonarsi ai dolori di Maria Vergine, che vedeva il corpo del suo benedetto Figlio (che la suddetta arca figurava) stretto e imprigionato tra i chiodi e il legno della croce. Perché la Vergine amava il suo Figlio, vero Dio e vero uomo, infinitamente più di quanto un nato da uomo e da donna possa amare se stesso o un altro. Quindi, se meraviglia il fatto che la moglie di Finees morì di dolore, pur essendo stretta da minore pena, mentre sopravvisse Maria, che fu assalita da ambasce più grandi, chi può attribuire ad altro che a un dono singolare dell'onnipotente Iddio, il fatto che, contro tutte le sue forze fisiche, poté rimanere in vita?

Finalmente, morendo, il Figlio di Dio aprì il cielo e liberò con potenza i suoi amici detenuti nell'inferno. La Vergine, poi, riavutasi, conservava essa sola nell'animo la retta fede, fino alla risurrezione del Figlio, e correggeva, riportandoli alla fede, i molti che ne avevano miseramente deviato. Infatti, morto il suo Figlio, fu deposto dalla croce e, avvolto in panni come negli altri mortori, fu sepolto. E allora tutti se ne allontanarono, e pochi credettero che sarebbe risorto. Allora, invece, nel cuore di Maria scomparvero le strette dei dolori, e cominciò a rinnovarsi soavemente in lei una deliziosa consolazione, sapendo che ormai erano totalmente finite le tribolazioni del Figlio suo, e che lo stesso doveva risorgere nella sua umanità e deità il terzo giorno, per una gloria eterna, e che in seguito non avrebbe più potuto patire alcuna molestia.

 

 

Nelle tre lezioni seguenti l'angelo mostra come la beata Vergine restò immobile nella sua fede, quando gli altri dubitavano della risurrezione di Cristo, quanto fu proficua per molti la sua vita e dottrina, e come fu assunta in cielo in anima e corpo.

 

Sabato - Lezione Prima (Capitolo 19)

 

Assoluzione: Ci stringa nella fede religiosa di Dio la santa Madre gloriosa. Amen.

Si legge che la regina dell'Austro venne da lontane regioni dal re Salomone, e, vistane la sapienza, si sentì mancare dall'immenso stupore; riavutasi poi, magnificò il re con i suoi discorsi e lo complimentò con grandi donativi. Ebbene, a questa regina può convenientemente paragonarsi l'eccellentissima regina Maria Vergine, il cui animo, esaminando tutto l'ordine e processo del mondo, dal principio alla fine, ed osservando con diligenza tutte le cose ch'erano in esso, non vi trovò cosa più desiderabile da possedere e udire che la sapienza che aveva udita riguardo a Dio.

La cercò, quindi, con tutto l'animo, la investigò con estrema diligenza, fino a che non trovò sapientemente la stessa sapienza, che è Cristo, Figlio di Dio, incomparabilmente più sapiente di Salomone. Vedendo poi la stessa Vergine con quanta sapienza egli redense le anime mediante la passione del suo corpo sulla croce, e aprì ad esse le porte del cielo, quelle anime che l'astuto Nemico aveva vinte, condannandole alla morte nell'inferno, allora la stessa Vergine era più prossima a venir meno di quanto lo era stata la regina dell'Austro, quand'era sembrata mancar di respiro.

Compiuta poi la passione del Figlio di Dio e suo, allora la Vergine, riprese le forze, glorificava Dio con doni a lui gratissimi, perché gli presentava, con i suoi ammaestramenti, più anime che qualunque altra persona, dopo la morte di Cristo, con tutte le sue opere. È pure provato ch'ella, con i suoi discorsi, lo rese onorevolmente commendevole, per il fatto che, mentre molti dubitavano di lui in tutto, dopo la morte della sua umanità, lei sola asserì costantemente ch'egli era il vero Figlio di Dio, eternamente immortale nella sua divinità.

Infatti, il terzo giorno, mentre i discepoli dubitavano della sua risurrezione, mentre le donne ne cercavano sollecite il corpo nel sepolcro, e mentre gli stessi apostoli si erano rinchiusi insieme in grandissima ansietà e paura, allora la Vergine Madre, benché la scrittura non ricordi che abbia detto qualcosa, si deve però credere che attestasse che il Figlio di Dio era risorto nella sua carne, per una gloria eterna, e che la morte non avrebbe potuto avere più alcun potere su di lui. Similmente, benché anche la scrittura dica che gli apostoli e la Maddalena videro per primi la risurrezione di Cristo, si deve però credere senza dubbio che la sua degnissima Madre lo sapeva certamente già prima di essi, e che prima di essi l'aveva visto risorto vivo dai morti; e per questo umilmente lo congratulò, con l'animo pieno di gioia. Quando poi il suo benedetto Figlio salì al suo regno di gloria, alla Vergine fu permesso di rimanere in questo mondo, per conforto dei buoni e correzione degli erranti. Era, infatti, maestra degli apostoli, confortatrice dei martiri, istitutrice dei confessori, specchio chiarissimo delle vergini, consolatrice delle vedove, ammonitrice salutevolissima dei coniugati e perfettissima corroboratrice di tutti nella fede cattolica.

In effetti, agli apostoli che venivano da lei rivelava e spiegava tutte le cose che non sapevano perfettamente intorno al suo Figlio. Animava anche i martiri a soffrire gioiosamente tribolazioni per il nome di Cristo, il quale per la salute loro e di tutti aveva affrontato volentieri moltissime tribolazioni, asserendo che lei stessa, prima della morte del Figlio suo aveva sofferto nel cuore tribolazioni per trentatre anni, portandosele sempre con molta pazienza. Ai confessori, poi, insegnava le verità della salvezza, ed essi dal suo insegnamento ed esempio appresero perfettamente ad ordinare con prudenza i tempi del giorno e della notte a lode e gloria di Dio, e a moderare spiritualmente e ragionevolmente il sonno, il cibo e i lavori del corpo.

Dai suoi onestissimi costumi le vergini imparavano a comportarsi onestamente e conservare con fermezza il loro pudore verginale fino alla morte, a fuggire il troppo parlare e tutte le vanità, a pensare prima con ogni diligenza tutte le proprie opere, soppesandole rigorosamente con equa bilancia spirituale. Anche alle vedove, per loro conforto, la gloriosa Vergine riferiva che, sebbene per l'amore materno le sarebbe piaciuto che il suo amatissimo Figlio non avesse voluto morire nell'umanità, come non moriva nella divinità, tuttavia aveva conformata in tutto la sua volontà di madre alla volontà di Dio, preferendo sopportare umilmente tutte le tribolazioni per compiere la volontà di Dio, piuttosto che dissentire da essa per qualche cosa di suo piacere. Con tale discorso rendeva l'animo delle vedove paziente nelle tribolazioni e forte nelle tentazioni corporali. Consigliava inoltre ai coniugati di amarsi reciprocamente, quanto al corpo e quanto all'anima, con amore vero e non finto, e di avere unica volontà per qualunque cosa di onore di Dio, riferendo loro di se stessa come lei aveva data la sua parola a Dio sinceramente, e come per amore di lui non aveva mai resistito in alcuna cosa alla divina volontà.

 

 

Sabato - Lezione Seconda (Capitolo 20)

 

Assoluzione: Il Figlio di Maria, vergine pura, ci tolga di peccato ogni lordura. Amen.

Siccome dal contesto del Vangelo è insegnato che a ciascuno deve essere retribuita la stessa misura con cui ha misurato gli altri, perciò sembra impossibile che alcuno possa comprendere con la ragione umana con quali sommi onori la gloriosa Madre di Dio dovette essere venerata da tutti nella dimora celeste, lei che mentre visse in questo mondo aveva benignamente fatto a tanti il bene da essi desiderato. Perciò si ritiene giusto che, quando piacque al Figlio di chiamarla da questo mondo, furono pronti a concorrere all'aumento del suo onore tutti quelli che da lei avevano avuto la perfezione della loro volontà.

Quindi, siccome il Creatore di tutte le cose aveva compiuto il suo beneplacito nel mondo mediante lei, così piacque a lui, insieme ai suoi angeli, di glorificarla col più alto onore nel cielo. E perciò, quando l'anima della stessa Vergine fu separata dal corpo, subito lo stesso Dio la sublimò mirabilmente sopra tutti i cieli, le donò l'impero su tutto il mondo e la costituì per l'eternità regina degli angeli; i quali le divennero poi così obbedienti che preferirebbero sottostare a tutte le pene dell'inferno, piuttosto che trasgredirne in qualche cosa i comandi. Dio la fece anche così potente su tutti gli spiriti maligni che, ogni volta ch'essi combattono qualche uomo che ne invoca con amore l'aiuto, al cenno di lei fuggono subito atterriti, volendo piuttosto moltiplicate le loro pene e miserie, che sentirsi dominare in tal modo dalla potenza della Vergine. E perché essa fu trovata la più umile tra tutti gli angeli e gli uomini, perciò fu fatta la più sublime di tutte le cose create, la più bella di tutte, e la più simile di tutte a Dio.

Si deve pure notare bene che, come l'oro è ritenuto il più pregevole dei metalli, così gli angeli e le anime sono di pregio maggiore della altre creature. Quindi, come l'oro non può trasformarsi in un'opera d'arte senza l'ausilio benefico del fuoco, applicandogli invece il fuoco prende svariate forme secondo la valentia dell'orefice, allo stesso modo l'anima della beatissima Vergine non avrebbe potuto esser fatta più bella delle altre anime e degli angeli, se la sua veramente ottima volontà, paragonata all'orefice artista, non l'avesse preparata nel fuoco ardentissimo dello Spirito Santo, così efficacemente che le sue opere apparissero gratissime al Creatore di tutte le cose.

E, sebbene l'oro sia ridotto in opera artistica, non vi risalta però l'arte dell'orefice finché il capolavoro è tenuto chiuso in una casa oscura, ma quando viene alla luce del sole allora risalta meglio in esso la bellezza dell'arte, allo stesso modo anche le pregevolissime opere di questa gloriosa Vergine, che ne adornavano in modo bellissimo la preziosissima anima, non si potevano perfettamente ammirare finché la stessa anima era tenuta chiusa nel nascondiglio del suo corpo mortale, fino a quando la stessa anima pervenne nello splendore del vero sole, ch'è la stessa Deità. Allora finalmente tutta la corte celeste esaltava con somme lodi la stessa Vergine, perché la sua volontà ne aveva adornata talmente l'anima che, con la sua bellezza, superava la bellezza di tutte le creature, per cui appariva similissima allo stesso Creatore.

A questa gloriosa anima era stata preparata dall'eternità una sede piena di gloria, la più vicina alla stessa Trinità. Perché, come Dio Padre era nel Figlio e il Figlio nel Padre, e lo Spirito Santo nel Padre e nel Figlio, quando il Figlio, dopo aver preso carne umana nel seno di sua madre, vi riposava con la divinità e l'umanità, restando assolutamente indivisa l'unità della Trinità, ed inviolata l'integrità verginale della madre, così anche lo stesso Dio preordinò all'anima della benedetta Vergine una mansione vicina al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, perché fosse partecipe di tutti i beni che possono essere donati da Dio.

Inoltre, nessuna profondità di cuore può comprendere quanta festa fece Dio in cielo alla sua corte, quando la sua amantissima madre emigrò da questo mondo di miserie; come apparirà veramente a tutti coloro che desiderano con amore la patria celeste, quando avranno contemplato Dio stesso, faccia a faccia. Anche gli angeli, congratulandosi con l'anima della Vergine, glorificavano Dio, perché per la morte corporale dello stesso Cristo la loro schiera si riempiva, e per la venuta della madre sua in cielo si colmava la loro gioia.

Anche Adamo ed Eva, con i patriarchi, i profeti e tutta la moltitudine liberata dal carcere del Limbo, e gli altri pervenuti alla gloria dopo la morte di Cristo, godevano in cielo, dando lode e onore a Dio, che aveva decorata di tanto prestigio colei che aveva generato tanto santamente e gloriosamente il loro Redentore e Signore. Gli apostoli pure, e tutti gli amici di Dio, che erano presenti alla degnissima sepoltura della stessa Vergine, quando il suo amantissimo Figlio ne portava con sé in cielo la gloriosa anima, la veneravano con umile ossequio, esaltando il suo venerabile corpo con tutta la lode e gloria che potevano. E veramente deve credersi, tolta qualsiasi ambiguità, che, come quel corpo della beatissima Vergine era deposto morto nella sepoltura dagli amici di Dio, così fu rispettosamente assunto vivo con l'anima alla vita perpetua.

 

 

Sabato - Lezione Terza (Capitolo 21)

 

Assoluzione: Alla sublime gloria dell'empireo ci conduca la regina degli angeli. Amen.

Perché la stessa verità, che è il Figlio di Dio e della Vergine, consigliò a tutti di rendere bene anche per male, di quanti beni deve credersi che Dio stesso rimuneri quelli che fanno opere buone? E, siccome promise nel suo Vangelo di compensare al cento per uno ogni opera buona, chi potrà immaginare di quanti doni di sublimi premi arricchisse la sua venerandissima madre, che non aveva mai commesso neppure il più piccolo peccato, e le cui opere a Dio gratissime erano innumerevoli? Perché, come la volontà dell'anima della stessa Vergine era stata iniziatrice di tutte le opere buone, così il suo onestissimo corpo ne era stato strumento adattissimo, e sempre docilissimo a compierle.

Quindi, come veramente crediamo che per la giustizia di Dio tutti i corpi umani devono risorgere nell'ultimo giorno, per ricevere con le loro anime la ricompensa secondo richiedono le loro opere (per il fatto che, come l'anima di ciascuno, mediante l'impiego della volontà era stata l'iniziatrice di tutte le opere, così anche il corpo unito all'anima le aveva materialmente compiute), così dunque deve credersi senza dubbio che, come il corpo del Figlio di Dio, che non peccò, risorse da morte e fu nello stesso tempo glorificato con la divinità, così anche il corpo della sua degnissima madre, che mai commise peccato, alcuni giorni dopo la sua sepoltura, per virtù e potenza di Dio, fu assunto in cielo insieme alla sua santissima anima, e glorificato insieme ad essa con ogni onore.

E come in questo mondo è impossibile a mente umana comprendere la bellezza e gloria della corona conveniente alla glorificazione e venerazione di Cristo, Figlio di Dio, per la sua passione, così nessuna mente può immaginare il decoro di quella corona con la quale è venerata la beata Vergine Maria, per la sua divina obbedienza in corpo ed anima. E in quel modo che tutte le virtù dell'anima della Vergine rendevano commendevole Dio, suo Creatore, il cui sacratissimo corpo era poi decorato dei premi di tutte le virtù, così le operazioni del corpo della Vergine esaltavano la stessa degnissima Vergine Madre di Dio, non avendo mai omesso, lei, di praticare nel mondo alcuna virtù, per la quale sapeva che doveva esserle reso premio in cielo, al corpo e all'anima. Quindi si deve veramente notare che, come la sola anima di Cristo, oltre quella di sua madre, fu degna di premio supremo per le sue somme virtù e meriti, in quanto non vi fu difetto alcuno nelle sue opere, così anche oltre il corpo di Cristo, solo quello della madre sua fu degnissimo di ricevere con la sua anima il premio, moltissimo tempo prima di quello degli altri corpi, perché sempre aveva compiuta con la stessa anima le sue opere sommamente buone e mai aveva consentito ad alcun peccato.

Oh, con quanta potenza Dio mostrò la sua giustizia, quando espulse Adamo dal Paradiso terrestre, per aver mangiato, contro il divieto divino, dell'albero della scienza nel Paradiso! Oh, con quanta umiltà Dio manifestò la sua misericordia in questo mondo, nella Vergine Maria, che giustamente può chiamarsi albero della vita. Considerate, dunque, quanto presto la sua giustizia scacciò nella miseria quelli che, disobbedendo, mangiavano il frutto dell'albero della scienza! E considerate pure quanto dolcemente invita ed attira con la misericordia quelli che, obbedendo a Dio, desiderano cibarsi del frutto dell'albero della vita!

Considerate anche, o carissimi, che, quando il corpo di questa onestissima Vergine, paragonato all'albero della vita, cresceva in questo mondo, tutti i cori degli angeli desideravano il suo frutto e godevano della futura nascita di esso non meno di quanto si rallegravano della grazia loro fatta, per la quale prevedevano di vivere immortali nella gioia del cielo, e anche più perché si manifestava con questo l'amore di Dio per l'umanità, risultandone accresciuta la loro compagnia. E perciò l'angelo Gabriele si affrettò ad andare dalla stessa Vergine, e con parole piene di rispetto la salutò amorevolmente. E quindi, perché la stessa Vergine, maestra di umiltà e di ogni virtù, rispondeva umilissimamente all'annunzio dell'angelo, perciò egli se ne rallegrò, sapendo che da ciò doveva aver compimento il desiderio della volontà sua e degli altri angeli.

Però, sapendo che il corpo della Vergine fu veramente assunto in cielo insieme con l'anima, perciò agli uomini mortali, che hanno offeso Dio è salutarmente provveduto che, mediante una vera penitenza dei loro peccati, si affrettino a salire a lei, essendo afflitti ogni giorno, in questa valle di miserie, da diverse tribolazioni, e sapendo di dover ineluttabilmente chiudere questa misera vita con la morte del corpo. E se gli uomini desiderano rifocillarsi a quest'albero della vita che è Cristo, si diano da fare prima, con ogni impegno, a piegarne i ramoscelli, cioè a salutare amorevolmente la sua stessa madre, come fece l'angelo annunziatore, rafforzando le loro volontà nella fuga di qualsiasi peccato e ordinando saviamente tutte le loro opere ad onore di Dio.

Perché allora la stessa Vergine si chinerà facilmente ad essi, offrendo loro il soccorso del suo aiuto per prendere il frutto dell'albero della vita, che è il venerabile corpo di Cristo, consacrato tra voi da mani d'uomo, e che è vita ed alimento a voi peccatori nel mondo e agli angeli in cielo. E perché Cristo, a completamento della sua gradevolissima compagnia, desidera ardentemente le anime che redense col suo sangue, perciò procurate anche voi, o dilettissimi, di soddisfare questo suo desiderio, ricevendolo con tutta devozione e amore. Il che si degni di concedervi, per le degnissime preghiere della Vergine nostra Maria, lo stesso Gesù Cristo, suo Figlio, che col Padre e lo Spirito Santo vive e regna per gl'infiniti secoli dei secoli. Amen.

Presentazione Santa Brigida di Svezia

 

CAPITOLO I - INFANZIA E GIOVINEZZA

 

Colei che noi italiani chiamiamo santa Brigida, si chiama in svedese Birgitta, in tedesco Brigitta, in inglese Bridget, in francese Brigitte. Il nome potrebbe derivare da Birger, il nome del padre della santa: la dizione completa era infatti Birgersdotter («figlia di Birger»), da cui poi derivò Birgitta. A quanto risulta, la piccola ebbe come patrona santa Brigida di Kildare, compatrona d'Irlanda insieme a san Patrizio.

 

Etimologicamente Brigida deriva dal celtico brig, che significa «forte, potente»; o anche dal gotico birg, che vuol dire «radioso, luminoso»: entrambe le denominazioni, forte e radiosa, si addicono assai bene alla grande santa nordica.

 

Per distinguerla da Brigida di Kildare, la santa svedese è chiamata Brigida di Finsta, dal luogo in cui nacque, o Brigida di Vadstena, dalla località in cui fondò il suo ordine. L'espressione più comune è Brigida di Svezia, ed è a questa che ci atterremo. Santa Brigida nacque in una famiglia ricca, nobile e politicamente influente, imparentata con i reali di Svezia. I genitori della santa si chiamavano Birger Persson («figlio di Pietro») e Ingeborg Bengtsdotter («figlia di Bengt», diminutivo di Benedikt).

 

Birger Persson discendeva per linea paterna dal re cristiano Sverker I della dinastia dei Folkungar, che nel 1134 aveva fondato in Svezia la prima abbazia cistercense cui aveva dato il nome di Alvastra, in onore della defunta consorte Ulvilde, e dove poi fu sepolto. Dal punto di vista religioso la Svezia era legata a Roma: il battesimo di re Olof, avvenuto nel 1078, è considerato l'inizio ufficiale della cristianizzazione del Paese, che in precedenza era proceduta a fatica, con ricadute nel paganesimo. Fu a Birger Persson, personalità assai stimata, che i connazionali si rivolsero per avere una legislazione cristiana che sostituisse quella pagana di Viger Spa, primo legislatore del Paese, e trasfondesse nelle leggi lo spirito evangelico.

 

La prima legislazione cristiana della Svezia, promulgata ufficialmente nel 1295 da re Birger II, è quindi legata al nome del padre di Brigida, che in quella importantissima compilazione si fece aiutare dal prevosto del duomo di Uppsala, maestro Andreas And. Il nuovo spirito della legge svedese è chiaramente espresso da queste parole: «La legge deve essere di onore agli uomini giusti e prudenti, ma di correzione ai malvagi e ignoranti. Se tutti fossero giusti, non ci sarebbe bisogno di legge». E ancora: «Ci lasci Iddio vivere sulla terra in maniera che possiamo meritarci il Cielo». La nuova legge aboliva anche la schiavitù, «perché Cristo è stato venduto e liberò tutti i cristiani». Birger Persson era lagman, cioè governatore e giudice dell'Uppland, la più importante provincia del regno. A quell'epoca in Svezia c'erano nove governatori, ai quali competevano sia la giustizia sia l'amministrazione delle rispettive regioni. Prima che in Svezia la corona reale divenisse ereditaria, anche l'elezione del sovrano rientrava nei loro compiti.

 

Birger Persson era un signore molto benestante e altrettanto generoso, che nel corso della sua vita donò terreni per diverse chiese e conventi. Si era sposato due volte: la prima con Kristina Johannsdotter, morta nel 1295, anch'essa di famiglia nobile e ricca. La seconda moglie fu Ingeborg Bengtsdotter, madre di Brigida, imparentata con i reali di Danimarca e col re di Svezia, Birger Magnusson, fratello di suo padre Bengt. Ingeborg Bengtsdotter era, stando alle cronache del suo tempo, una signora buona e gentile, che pur vivendo secondo il costume delle signore del suo rango, era profondamente e autenticamente religiosa. Oltre a Brigida ebbe altri sei figli (tre maschi e tre femmine), tre dei quali morirono bambini. Brigida nacque il 3 giugno 1303 nel castello di Finsta, che si trova in una regione ricca di laghi e fiumi, con colline coperte di abeti. La residenza familiare della futura santa era a quel tempo un centro di alta cultura e religiosità, che esercitò un'influenza determinante nella sua formazione.

 

Jens Johannes Jorgensen, autore di un'importante biografia di santa Brigida, così descrive il luogo, che aveva personalmente visitato: La regione è ricca di piccoli laghi e canali, e coperta di fitte foreste di conifere, ma non inadatta alla coltivazione... Se ci si vuol rappresentare la casa di Birger Persson occorre lasciar da parte tutte le immagini evocate da castelli francesi e manieri tedeschi. Le grandi fattorie medioevali dell'Uppland consistevano in una serie di costruzioni in legno nell'interno di un terrapieno, attornianti una casa o torre di pietra... Ai nostri giorni non esistono nemmeno più le rovine di quella che è stata la casa in cui santa Brigida trascorse la sua infanzia. Per contro, la pompa di ferro che un giorno di luglio di vent'anni or sono (quindi nel 1927) venne mostrata a un mio amico svedese e a me, come la «fonte di santa Brigida» potrebbe forse essere al suo posto. Comunque, gli enormi macigni sotto i pioppi mormoranti nel giardino sono certamente suoi contemporanei. E il bosco è, come allora, composto di pioppi e aceri, di betulle dal candido tronco e di scuri abeti. Un colombo selvatico tuba un momento, e poi tace: così udì santa Brigida tubare il colombo selvatico.

 

La piccola Brigida fu battezzata nella chiesa del paese, davanti alla quale si può vedere una lapide che ricorda questa grande figlia della Svezia. La sua nascita fu preceduta da fatti eccezionali, il più notevole dei quali fu questo: durante il periodo della gravidanza, la nave sulla quale Ingeborg viaggiava, di ritorno da un pellegrinaggio alla tomba di santa Brigida di Kildare, fece naufragio; molti dei passeggeri persero la vita e la mamma di Brigida fu salvata a fatica da Erik, fratello del re. La notte successiva ella ebbe un'apparizione: le si presentò una misteriosa figura vestita di un abito luminoso che le disse: «Sappi che sei stata salvata da questo naufragio grazie ai meriti straordinari della creatura che porti in grembo. Educala con attenzione, perché è un dono prezioso della generosità divina!». Divenuta adulta, Brigida fece erigere sul luogo dove sua madre aveva toccato terra una croce di pietra: qui ancora oggi i marinai si recano a pregare prima di imbarcarsi.

 

Un altro segno fu dato al sacerdote Bengt, canonico di Rasbo, località vicina a Finsta: ne abbiamo già accennato nella premessa. Nella notte in cui Brigida nacque, mentre era immerso in preghiera chiedendo a Dio un parto felice per la sua signora, udì una voce che diceva: «Questa notte a Birger nasce una figlia la cui voce potente sarà udita in tutto il mondo». Gli antichi documenti, in particolare la cronaca di Margareta Clausdotters, descrivono Brigida come una bambina di delicata bellezza, bionda con gli occhi azzurri, molto intelligente, vivace e portata alla religione. Quando aveva appena sette anni Brigida visse la prima delle innumerevoli esperienze mistiche della sua vita: una mattina, svegliandosi dal sonno, vide ai piedi del letto una bellissima signora circonfusa di luce, che le offriva una corona chiedendole se la volesse.

 

La bambina rispose di sì, e la corona le fu posta sul capo. Brigida ebbe a dire in seguito che quando la signora fu scomparsa continuò a sentire ancora sulla fronte il peso della corona. La straordinaria esperienza vissuta la rese ancora più incline alla devozione. Nel giardino di Finsta esiste tuttora una grotta naturale formata da massi erratici, nella quale si dice che la bambina si ritirasse ogni giorno a pregare.

 

Brigida raccontò la sua visione alla mamma, che da quel momento si preoccupò ancora di più dell'educazione spirituale della figlia, facendole fra l'altro anche assistere alle prediche che venivano regolarmente tenute nella cappella del castello di Finsta. Dopo aver udito, a Pasqua del 1314, una predica sulla passione di Cristo che la colpì e commosse profondamente, la piccola Brigida vide in sogno Gesù e assistette alla sua crocifissione come se quella terribile vicenda si stesse svolgendo in quel momento davanti ai suoi occhi. Chiese a Gesù chi gli stesse facendo tanto male e lui le rispose: «Coloro che disprezzano me e il mio amore!». Da quel giorno Brigida non poté pensare alla passione di Gesù senza piangere.

 

Pochi mesi dopo, nel settembre 1314, morì prematuramente Ingeborg, la mamma di Brigida, e Birger Persson si trovò costretto a occuparsi da solo della vita e dell'educazione dei figli. Affidò quindi Brigida alla cognata Katharina Bengtsdotter, sorella di Ingeborg, che era madrina di battesimo della bambina. Katharina era moglie di Knut Jonsson, governatore dell'Östergötland, e seguì ed educò la bambina con amore materno.

 

Brigida lasciò dunque Finsta, dove aveva trascorso i primi, felici anni della sua vita con i genitori e i fratelli, e si trasferì nel castello di Aspanàs, sulle rive del lago Sommen. La zia era affettuosa e si occupò con grande cura di lei, pur non avendo molta sensibilità per le sue già ricche esperienze interiori e spirituali. Gli anni trascorsi presso gli zii furono assai formativi per Brigida, che si abituò a una certa autonomia interiore e sviluppò nella vita di tutti i giorni la capacità di gestirsi in larga misura da sola. Brigida rimase ad Aspanàs dal 1314 al 1316, anno in cui suo padre decise di darla in sposa a Ulf Gudmarsson, figlio di Gudmar, governatore del Västergötland. Magnus, fratello di Ulf, sposò Katharina, sorella di Brigida. Il doppio matrimonio fu celebrato nel settembre 1316. Era un matrimonio combinato, che Brigida accettò per assecondare la volontà paterna, come era costume a quel tempo: suo desiderio però sarebbe stato consacrarsi a Dio e ritirarsi a vivere in convento. Contrariamente alle aspettative, il matrimonio, che durò ventott'anni e fu allietato dalla nascita di otto figli, risultò nel complesso felice.

 

CAPITOLO II - SPOSA E MADRE

 

Ulf Gudmarsson aveva appena diciotto anni quando sposò la quattordicenne Brigida. In base alla cronaca di Margareta Clausdotter, Ulf era un giovanotto di buon carattere, amante della bella vita e dei cavalli. Pare che non fosse molto colto (simplex, cioè «privo di cultura», è definito negli antichi testi) e che fosse la sua giovane moglie a insegnargli a leggere e scrivere e a indurlo in seguito a studiare legge in maniera approfondita. Insieme, i due sposi compirono anche un importante percorso spirituale, così che alla fine della sua vita Ulf, d'accordo con la moglie, decise di ritirarsi a vivere in convento come terziario francescano.

 

Subito dopo il matrimonio Ulf e Brigida si stabilirono a Ulvasa, vicino alla città di Motala. Ancor oggi si conservano le vestigia del grande edificio in cui la coppia visse con i figli. Ulf era spesso assente per svolgere le sue funzioni amministrative o per assolvere incarichi a corte, ma Ulvasa rimase sempre la residenza familiare.
La vita di Brigida sposa e madre era molto attiva, non soltanto per la cura dei figli, ma anche per le attività caritative a favore dei poveri. Brigida migliorò gli ospedali della sua regione, ne fondò di nuovi e ne visitava regolarmente gli ammalati.

 

L'epoca storica in cui Brigida visse come sposa e madre non fu certo tranquilla. Lotte dinastiche, insurrezioni popolari, guerre dei contadini: re Birger, che aveva fatto morire di fame in una torre i due fratelli Erik e Waldemar che gli contendevano il potere, fu detronizzato nel 1319 da nobili e governatori, tra i quali c'erano anche il padre e il marito di Brigida; questi elessero re il piccolo Magnus, figlio del defunto Erik, che aveva appena tre anni. Birger fuggì in Danimarca, dove morì. In Svezia tornò finalmente la pace. L'anno successivo Birger Persson divise tra i figli l'eredità della moglie e Brigida ottenne sette proprietà nello Smàland, a quel tempo la provincia più meridionale della Svezia.

 

Nel 1321 Birger si recò in pellegrinaggio a Santiago de Compostela e sostò presso la corte papale avignonese, rendendosi conto di persona della situazione. L'anno successivo, di nuovo in Svezia, partecipò alla seduta del Consiglio reale in cui Ulf e altri nobili furono proclamati cavalieri. Birger morì nel 1326, a poco più di sessant'anni, a Finsta, la sua residenza. Le cronache del tempo narrano che i suoi funerali furono celebrati in maniera sontuosa, con la partecipazione della famiglia reale e dei maggiori rappresentanti della nobiltà secolare ed ecclesiastica. In quell'occasione la ventiquattrenne Brigida conobbe i personaggi più in vista del gran mondo svedese.

 

Prima di morire Birger Persson aveva scelto come luogo di sepoltura la nuova cattedrale gotica di Uppsala: nella cappella di San Nicola, accanto all'altare maggiore, si trova infatti una bellissima lapide in marmo nero che mostra Birger con la moglie Ingeborg Bengtsdotter nella tipica raffigurazione gotica con le mani congiunte, attorniati dai sette figli, tre maschi e quattro femmine. Alla morte di Ingeborg ne sopravvivevano soltanto tre: Brigida, Caterina e Israel. La lapide si trova in posizione privilegiata, vicinissima all'urna dorata del santo patrono di Svezia, re Erik, morto nel 1160.

 

Nel 1330 Ulf fu proclamato governatore di Nericia (Närke), la provincia a nord di Ulvasa, il che comportava il possesso di grandi residenze, tenute agricole e miniere di ferro. Nel 1333, forse in occasione dei festeggiamenti per la maggiore età di re Magnus, fu nominato anche consigliere del regno. Divenne così uno degli uomini più influenti del suo tempo. I suoi incarichi lo portavano a viaggiare molto e Brigida lo accompagnava soltanto di rado. Alla variopinta ed elegante vita di corte preferiva l'atmosfera tranquilla di casa. L'assenza di Ulf le consentiva di dedicarsi con maggiore intensità alle pratiche spirituali verso le quali si sentiva tanto portata. Quando Ulf era assente, Brigida non dormiva nel grande e lussuoso letto matrimoniale, ma per terra, su un giaciglio di paglia'. Certamente la futura santa rimase sempre semplice e modesta, attenta ai doveri familiari, all'andamento della casa e alle opere di bene. Come abbiamo visto, dal matrimonio di Ulf e Brigida nacquero otto figli: Marta (nata nel 1320), Karl (1321), Birger (1323), Bengt (1326), Gudmar (1327), Caterina (1330), Ingeborg (1332) e Cecilia (1334). Avremo in seguito spesso occasione di parlare di loro, perché essi, in particolare Caterina che fu canonizzata nel 1489, furono sempre presenti nella vita della madre.

 

Le cronache narrano che l'ultimo parto di Brigida fu difficilissimo; ma quando ormai si disperava di salvare madre e figlia, apparve una sconosciuta signora vestita di bianco che toccò la partoriente e subito scomparve. Il parto riprese senza dolori e l'ultima figlia di Brigida nacque perfettamente sana. Brigida educò i figli alla devozione e all'amore cristiano verso il prossimo, e per dimostrare loro concretamente quale dovesse essere l'atteggiamento verso i bisognosi, li portava con sé nelle sue visite ai poveri e agli ammalati. Testimoniando al processo di canonizzazione, sua figlia Caterina dichiarò: Ricordo come mamma mi prendesse con sé insieme alle sorelle, quando si recava a visitare gli ospedali che aveva fatto costruire, e con le proprie mani, senza ribrezzo, fasciava le loro piaghe ferite.

 

E allorché qualcuno la rimproverava di portare con sé le bambine che potevano contrarre qualche contagio, rispondeva che le portava con sé mentre erano ancora piccole, perché imparassero per tempo a servire il Signore nei suoi poveri e nei suoi malati. E aggiunse che, «mentre il babbo era in vita, e poi quando la mamma rimase vedova, non si sedeva mai a tavola senza aver dato da mangiare a dodici poveri». La carità di Brigida andava ancora oltre: Caterina testimonia infatti che la madre «provvedeva di dote le ragazze bisognose che desideravano maritarsi, mentre ne aiutava altre ad entrare in convento. Visitava altresì le case di perdizione; e se qualcuna delle ragazze esprimeva il desiderio di uscire, la mamma insegnava loro a fare penitenza».

 

In casa Brigida non era mai inoperosa e amava istruire i suoi dipendenti e servitori: «Talora se ne stava con le sue donne di servizio - racconta ancora Caterina - e cuciva paramenti per la messa e simili oggetti per il culto divino. Talvolta lavorava a vantaggio del prossimo. Talvolta leggeva le vite dei santi e la Bibbia».

 

Brigida ebbe molto a cuore l'istruzione dei suoi figli e li fece seguire da valenti precettori; tra questi va ricordato Nils Hermansson, che aveva studiato in Francia ed era dottore in legge. Assistendo alle sue lezioni ai figli, anche Brigida apprese i primi rudimenti del latino, che le fu in seguito assai utile. Dopo essere stato precettore dei figli di Ulf e Brigida, Nils fece una brillante carriera ecclesiastica: fu infatti canonico a Uppsala e in seguito vescovo. Fu lui ad accogliere nel 1374 le spoglie di Brigida che venivano riportate in patria da Roma e a consacrare nel 1384 il monastero di Vadstena. Operò molto per portare avanti celermente la canonizzazione di Brigida e morì solo tre settimane prima che Brigida, diciotto anni appena dopo la morte, venisse proclamata santa il 7 ottobre 1391. Nils Hermansson è venerato in Svezia come un santo.

 

Oltre a lui, Brigida ebbe a lungo vicino come confessore e guida spirituale il maestro Matthias, famoso biblista che si era laureato in teologia all'università di Parigi, autore molto noto nella primitiva letteratura cristiana svedese per il suo commento in latino della Sacra Scrittura. A lui Brigida chiese di tradurre in svedese la Bibbia, per poterla meglio comprendere, e il maestro Matthias ne tradusse gran parte, iniziando dal Pentateuco. Mediante lui Brigida venne a conoscenza delle correnti culturali dell'Europa del tempo. Al maestro Matthias va quindi il merito di aver aperto a Brigida più vasti orizzonti culturali al di là dei confini della Svezia.

 

CAPITOLO III - ALLA REGGIA DI STOCCOLMA

 

Brigida di Svezia era cugina per parte materna di Magnus II Erikson, che nel 1319, a soli tre anni di età, era stato scelto come re dopo la detronizzazione dello zio Birger. Dal 1332, quando aveva raggiunto la maggiore età, regnava a tutti gli effetti come re di Svezia e di Norvegia: era infatti figlio della principessa norvegese Ingeborg e nipote del re ereditario di Norvegia. Nel 1335 Magnus II sposò Bianca di Namour, che veniva dalle Fiandre e apparteneva alla stirpe francese dei Dampierre. Essendo la nuova regina molto giovane, risultò opportuno affidarla a una dama di corte esperta e intelligente, e la scelta del re cadde sulla cugina Brigida, che fu autorevolmente invitata a stabilirsi a corte.

 

Brigida non se ne rallegrò: i due sovrani erano giovanissimi, inesperti e superficiali, e il re godeva fama di avere un carattere assai debole. Non era però possibile rifiutare l'invito, e così la futura santa si preparò al distacco dalla sua casa e dai suoi figli, la maggiore dei quali, la sedicenne Marta, era già sposata, mentre la minore, Cecilia, aveva appena un anno. 1 quattro bambini più piccoli furono affidati a conventi domenicani, i due maschietti Karl e Birger restarono a casa con il padre e con il precettore Nils Hermansson, mentre Gudmar, che aveva otto anni e aveva particolarmente bisogno dell'assistenza materna, seguì Brigida a Stoccolma: sarebbe vissuto a corte e avrebbe frequentato la scuola dei nobili.

 

Al giovane re Brigida portò in dono una copia della traduzione svedese della Bibbia di maestro Matthias e un tesoro di dieci consigli ricevuti per ispirazione. Eccoli: 1. Il re non deve sedere a tavola solo, ma con alcuni sudditi, che in questo modo si confortano fisicamente e spiritualmente della sua presenza e si distolgono da peccati e atteggiamenti disonorevoli. 2. Dopo aver pranzato il re deve trattenersi ancora un poco a tavola, perché la relazione familiare con i sudditi procura al re favore e amore. In questa occasione ascolterà pareri e argomenti che potrà seguire o rifiutare. 3. In tutte le sue azioni sia giusto e misericordioso e non eserciti la giustizia per amicizia, per falsa compassione, per proprio utile e vantaggio privato o per paura. Non deve dimenticare la misericordia a causa dell'ira o dell'impazienza. Non è infatti da re farsi sopraffare dall'ira e neppure giudicare in fretta o abbandonare la via della giustizia per le richieste di qualcuno. 4. Il re non deve affidare gli uffici amministrativi e il ruolo di giudice a persone che sa essere parziali e avide, oppure che guadagnano il denaro in maniera ingannevole, perché queste abbandonano facilmente la giustizia. Il re deve piuttosto ricercare persone naturalmente buone che seguono l'esempio dei loro predecessori e preferiscono operare nella giustizia che arricchirsi.
5. Il re deve controllare coscienziosamente come viene amministrata la giustizia nel suo regno e non deve trascurare di punire chi merita di essere punito. Non deve opprimere gli innocenti, ma essere gentile con gli umili e punire i colpevoli; nei confronti di tutti però deve usare giustizia e misericordia. E dove constata maggiore umiltà, deve prediligere la compassione piuttosto che la giustizia.

 

6. Il re deve interrogarsi coscienziosamente sui propri giudizi e sulle proprie opere. E se si rende conto di aver sbagliato per troppa fretta e repentino impulso, non deve vergognarsi di correggere ciò che ha fatto. 7. Nelle trattative il re non deve essere troppo precipitoso, ma prudente e accorto, pensando bene alla conclusione di ciò di cui si sta occupando. Deve anche appoggiarsi al consiglio di persone sagge, esperte e timorate di Dio, che dovranno sapere che il re segue i loro consigli. 8. Il re deve evitare parole e gesti superficiali in ogni circostanza, anche davanti ad amici e familiari. Deve fuggire gli adulatori come gli scorpioni, perché essi lo spronano solo nei suoi difetti e danno ai buoni motivo di adirarsi. Il re deve agire in modo da essere temuto dai più giovani, onorato dai più anziani, lodato dai saggi, amato dai giusti e bramato dagli oppressi. 9. Il re non deve ricercare la compagnia di coloro che la Chiesa ha bandito, né favorire coloro che hanno in spregio Dio e i suoi comandamenti; piuttosto deve sollecitare costoro con parole cortesi e ammonimenti e, se non si correggono, mostrare loro la sua severità e le sue opere buone. Perché l'onore del re consiste nell'amare Dio sopra ogni cosa e accrescere con tutte le sue forze l'onore di Dio. 10. Il re deve amare il popolo e il suo regno e trattare bene i suoi soldati, così come fanno i genitori con i figli'. Alla corte di Stoccolma Brigida entrò in contatto con le più alte cariche della vita politica del tempo e sviluppò per questa un interesse che non l'abbandonò più.

 

Per due anni i rapporti con il re e la regina furono ottimi: Brigida, ascoltata e rispettata, riuscì a ottenere dal re non pochi benefici a favore dei deboli e degli oppressi e a creare a corte un'atmosfera più spirituale. Fu anche madrina di battesimo di Erik, primogenito della coppia reale. Ma non durò a lungo: Magnus e Bianca cominciarono a circondarsi di adulatori e a condurre una vita sempre più superficiale e lussuosa. Il re contrasse molti debiti per l'acquisto di nuove province e fece esiliare coloro ai quali doveva grosse somme. Brigida si oppose con decisione, ma non fu ascoltata: i suoi consigli non furono seguiti e le sue profezie ridicolizzate.

 

Le pesanti critiche rivolte da Brigida ai consiglieri reali e l'influenza che la veggente, nonostante tutto, continuava ad esercitare sul re suscitarono malcontento: «Mia signora, tu sogni e vegli troppo. Sarebbe utile per te bere e dormire di più. Dio dovrebbe aver abbandonato monaci e sacerdoti per parlare alla gente di mondo? È sciocco prestare fede alle tue parole!», le disse un giorno un cavaliere che si fingeva ubriaco mentre sedeva a tavola con importanti personaggi. E poiché gli altri invitati volevano punire l'insolente, Brigida li sollecitò a non farlo, ammettendo di avere molti difetti. Evidentemente però le sue reazioni non erano sempre così tranquille, tant'è vero che nelle Rivelazioni troviamo questo ammonimento a lei rivolto dal Signore: Tu, mia nuova sposa, hai peccato in quattro modi nella tua ira. In primo luogo perché a causa delle parole che sono state pronunciate hai provato impazienza nel tuo cuore. Io subii la flagellazione per amor tuo, e quando fui davanti ai giudici non dissi una sola parola. In secondo luogo perché quando hai voluto far sentire il tuo biasimo hai risposto duramente e hai alzato troppo la voce. Quando io fui inchiodato sulla croce, alzai gli occhi al cielo e non parlai.

 

In terzo luogo perché col tuo comportamento hai disprezzato me, mentre avresti dovuto sopportare pazientemente ogni cosa per amor mio. In quarto luogo perché non hai dato il buon esempio al tuo prossimo che si era smarrito e che, vedendo la tua pazienza, avrebbe potuto essere indotto a comportarsi meglio. Per questo io voglio che non ti adiri più. Se qualcuno ti induce all'ira, non parlare finché l'ira non si è allontanata dalla tua anima. Quando nell'animo tuo sarà tornata la quiete e avrai riflettuto sulla causa della tua inquietudine, potrai parlare con bontà. Se però vedi che parlando non ottieni nulla di utile e tacendo non commetti peccato, avrai maggior merito nel tacerei.

 

Questa difficile situazione di contrasto indusse Brigida a prendere congedo dalla corte, dove tuttavia tornò alcune volte in seguito quando, rimasta vedova, si era stabilita nel convento di Alvastra. In quelle occasioni cercò di consigliare per il meglio Magnus, sovrano dalle tendenze totalitarie, preannunciandogli la rovina che appariva chiara al suo occhio interiore, ma senza successo.

 

Il temporaneo abbandono della corte di Stoccolma da parte di Brigida nel 1338 fu dovuto, oltre alle già citate ragioni politiche, anche alla morte precoce del piccolo Gudmar, di appena undici anni. Brigida avvertì sempre più la necessità di un'esistenza raccolta, di un approfondimento degli studi religiosi e della spiritualità e, tornata a casa, decise di intraprendere insieme al marito il primo dei suoi grandi pellegrinaggi, quello alla tomba di re Olaf 11, il Santo di Norvegia.

 

CAPITOLO IV - I PRIMI GRANDI PELLEGRINAGGI

 

Tutte le grandi religioni del mondo conoscono il pellegrinaggio. Da millenni gli esseri umani vanno in pellegrinaggio a luoghi sacri, tombe di personalità venerate, immagini miracolose. Gli arabi si recavano alla Mecca prima ancora di Maometto, e prima di loro gli egizi al santuario di Osiride ad Abido e i popoli della Mesopotamia a Ninive. E del resto il grande viaggio del popolo eletto dall'Egitto alla terra promessa altro non è che un gigantesco pellegrinaggio.

 

Per il cristianesimo tutta la vita umana è un pellegrinaggio sulle orme di Cristo. I primi pellegrinaggi cristiani portarono i devoti nei luoghi dove Gesù nacque, visse, morì e risorse. La seconda meta fu Roma, la città nella quale gli apostoli Pietro e Paolo avevano subito il martirio e in cui si trovavano le loro tombe. Nell'VIII secolo si aggiunse Santiago de Compostela, dove si trova la tomba dell'apostolo Giacomo. Nel medioevo le mete principali dei pellegrinaggi erano indicate con le tre parole latine Deus, Angelus e Homo. Con la prima si intendeva la Terra Santa; Angelus indicava Monte Sant'Angelo al Gargano, nelle Puglie, dove in una grotta era apparso più volte l'arcangelo Michele luogo, estremamente suggestivo, è tuttora veneratissimo. Homo infine indicava le tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e quella di San Giacomo in Spagna.

 

Il pellegrinaggio caratterizza in modo particolare la devozione cristiana medievale: grandi pellegrinaggi a cavallo, in carrozza o più spesso a piedi, che per mesi e anche anni portavano i pellegrini lontano dalla famiglia, dalla casa e della patria. Si andava in pellegrinaggio per motivi assai diversi: come penitenza (a volte invece che con la prigione i delitti venivano scontati con un pericoloso pellegrinaggio), per implorare la guarigione da qualche grave malattia, propria o altrui, per chiedere lumi riguardo a decisioni importanti da prendere, oppure ancora per pregare sulla tomba di un santo e implorarne la protezione.

 

Intraprendere uno di questi pellegrinaggi significava mettersi in viaggio per terre lontanissime, anche oltremare, dov'erano in agguato pericoli di ogni genere, dai predoni alle malattie, senza la certezza del ritorno. Il pellegrinaggio era quindi rischio e avventura; era però anche un'occasione unica di conoscere il mondo, di misurarsi con se stessi e venire in contatto con uomini, paesi e costumi diversi, così che non è azzardato dire che il primo passo verso la reciproca conoscenza dei popoli d'Europa fu rappresentato proprio dai pellegrinaggi, in particolare quello, frequentatissimo, a Santiago de Compostela.

 

Brigida fu una grande pellegrina. Nel 1338 visitò con il marito la tomba di re Olaf II, il Santo di Norvegia, morto nel 1030, che aveva portato avanti nelle terre nordiche l'opera di cristianizzazione iniziata da Olaf I. Nel medioevo la sua tomba nel duomo di Trondheim era meta di innumerevoli pellegrini provenienti da tutta la Scandinavia. Brigida e U1f fecero tutto il percorso a piedi, impiegando oltre un mese per superare la gelida catena di montagne che separa la Svezia dalla Norvegia e raggiungere Trondheim. Sulla tomba di Olaf Brigida pregò per la Svezia, governata da un re discutibile. Rinfrancata nello spirito, al ritorno dalla Norvegia Brigida riprese il suo posto alla corte svedese, che tuttavia abbandonò definitivamente l'anno successivo, essendosi convinta dell'inutilità dei suoi sforzi per riportare i due giovani sovrani a una vita più seria e costruttiva.

 

Ed ecco di nuovo la vita familiare, l'intimità con Ulf, la cura dei figli, le opere di pietà, le visite a monasteri e conventi, luoghi di cultura e spiritualità. Nel 1341, anche per celebrare le nozze d'argento, Brigida e Ulf decisero di intraprendere il pellegrinaggio alla tomba dell'apostolo Giacomo in Galizia. Nella famiglia di Brigida il pellegrinaggio a Compostela era una tradizione: vi si erano recati suo padre, suo nonno, suo bisnonno. Deciso il viaggio, Brigida e Ulf sistemarono quindi ancora una volta i figli: Karl e Birger restarono a casa con i precettori, le figlie Cecilia e Caterina furono ospitate in conventi femminili per studiare, Ingeborg aveva da poco preso il velo e Bengt, che aveva appena otto anni, accompagnò i genitori fino al monastero di Alvastra, dove fu affidato ai monaci dell'ordine di San Bernardo.

 

Della piccola comitiva in viaggio per Santiago de Compostela faceva parte, in qualità di confessore, un monaco cistercense di Alvastra, frate Svenung, che fu in seguito testimone della santità di Brigida. Per raggiungere Santiago i pellegrini seguirono la strada che attraversa Germania, Francia e Spagna. Il lungo viaggio fu occasione di visite ad altri luoghi sacri. Il primo tratto fu percorso per mare; sbarcati in un porto del Baltico, attraversarono la Germania e raggiunsero Colonia, dove venerarono le reliquie dei tre re Magi. I loro corpi erano stati portati nel X secolo a Bisanzio e di qui a Milano, nella basilica di Sant'Eustorgio. Nel 1162 il Barbarossa aveva saccheggiato la città e portato via le sacre reliquie, che furono collocate in un prezioso scrigno nel duomo di Colonia. Un'altra tappa fu fatta ad Aquisgrana, per visitare la tomba di Carlo Magno; fu quindi la volta di Tarascona, nella cui chiesa riposa santa Marta, sorella di Maria di Betania e di Lazzaro. Forse i pellegrini svedesi si recarono anche alle Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, dove, secondo la leggenda, sarebbero sbarcate, dopo aver preso la via dell'esilio, Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Maria Salome. Poi finalmente Compostela.

 

Brigitta e Ulf affrontarono ancora una volta il viaggio a piedi, vestiti poveramente, mescolati a un gruppo di pellegrini. Il pellegrinaggio a Santiago fu, per i due sposi, un periodo felice. Brigida, finalmente libera dagli impegni di corte, godeva insieme a Ulf della possibilità di dedicarsi completamente al piacere del viaggio e alle pratiche religiose. A Compostela Brigida ebbe modo di acquistare un esemplare del Liber de modo bene vivendi, un trattato di vita cristiana attribuito a san Bernardo, che per tutta la vita portò con sé e che è conservato nella biblioteca dell'università di Uppsala. Nel viaggio di ritorno attraversarono la Francia, allora in preda alla guerra dei cent'anni con l'Inghilterra, scoppiata nel 1339; il papa, in lotta con l'imperatore per il dominio dell'Europa continentale, risiedeva stabilmente ad Avignone, cosa che suscitava scalpore ovunque. La presa di coscienza per esperienza diretta di quella complessa situazione europea acuì la passione politica di Brigida e influenzò in maniera determinante la sua attività futura e la sua opera presso i grandi del tempo.

 

Per raggiungere la Svezia, Brigida e Ulf attraversarono le Fiandre. Giunti ad Arras, città famosa per i tappeti (i famosi «arazzi»), Ulf si ammalò gravemente, al punto che gli fu amministrata l'estrema unzione. Come era sua consuetudine, Brigida si appellò all'aiuto del santo patrono locale, che era san Dionigi, il quale le apparve in visione e le comunicò che suo marito non sarebbe morto di quella malattia; le furono anche preannunciati i suoi grandi pellegrinaggi a Roma e in Terra Santa e il suo compito futuro di far conoscere il messaggio di Dio al mondo.

 

Ecco la descrizione della visione: Mentre pregava le apparve il beato Dionigi che le disse: «Io sono Dionigi, che venni da Roma in questa parte della Francia a predicare il verbo di Dio. Tu nutri una speciale devozione per me e io ti dico che Dio vuole essere annunciato al mondo attraverso di te e tu sei affidata alla mia custodia e alla mia protezione, per cui io ti aiuterò e ti do un segno che cioè tuo marito non morirà di questa malattia». Il beato Dionigi la visitò in molte altre rivelazioni consolandola. Le disse anche quando e come avrebbe lasciato la vita e la condusse in ispirito in tutti i luoghi che poi visitò dopo molto tempo, e la signora Brigida seppe che sarebbe vissuta molti anni a Roma, avrebbe visitato i santuari del regno di Napoli e i corpi dei santi apostoli che qui giacciono e San Nicola a Bari e Sant'Angelo sul Monte Gargano. Poi verso la fine della sua vita sarebbe andata a Gerusalemme a visitare il sepolcro del Signore, a Betlemme e altri santuari, poi sarebbe tornata nell'Urbe e sarebbe morta. Ulf infatti non morì. La malattia però gli aveva offerto l'opportunità di riflettere sulle proprie debolezze umane, così che, rientrato a casa, col consenso e l'approvazione della moglie fece voto di castità e decise di abbracciare la vita religiosa. Verso la fine del 1342 chiese e ottenne di essere accolto come novizio nel monastero cistercense di Alvastra dove già viveva, preparandosi alla vita monacale, suo figlio Bengt.

 

A quanto risulta, Ulf non completò il noviziato perché la morte lo colse abbastanza improvvisamente il 12 febbraio del 1344. Come narra il maestro Petrus nella sua deposizione al processo canonico, prima di morire Ulf mise al dito di Brigida il suo anello coniugale, chiedendole di non dimenticarsi mai di lui: Pochi giorni dopo il decesso del marito, la signora Brigida si tolse l'anello dal dito, e poiché molte persone ragguardevoli le dicevano che era segno di poca carità rimuovere dal dito quell'anello, lei rispose: «Quando seppellii mio marito, seppellii con lui ogni amore carnale e sebbene io l'abbia amato come il mio stesso cuore, l'anello suo è per me quasi un peso perché guardandolo l'animo mio ricorda le precedenti delizie; affinché l'animo mio riponga ogni amore in Dio, voglio dimenticare l'anello e mio marito e raccomandarmi a Dio». Brigida ha quarantadue anni, deve decidere della propria vita. Qualche giorno dopo le esequie di Ulf torna a casa, a Ulvàsa, per mettere ordine negli affari di famiglia. Per prima cosa divide le proprietà tra i figli e i poveri, trattenendo per sé solo quanto basta per vivere modestamente.

 

I figli sono ormai sistemati: Karl, sposato, è divenuto signore di Ulvasa e lagman come il padre; le figlie Marta e Caterina sono anch'esse sposate; Ingeborg è monaca; Bengt vive ad Alvastra e con ogni probabilità si farà monaco; Cecilia, di appena dieci anni, studia presso le domenicane di Skänninge. Uscirà dal convento più tardi, su iniziativa del fratello Karl che non ravvisa in lei alcuna inclinazione monacale, e si sposerà. La missione di Brigida come sposa e madre può considerarsi compiuta.

 

Nel breve soggiorno a Ulvåsa, Brigida vive esperienze fondamentali. Una sera mentre siede sola davanti al camino acceso contemplando le fiamme, tra i bagliori del fuoco le appare Ulf. Brigida gli chiede come stia e lui le spiega che, non avendo commesso peccati gravi, la sua permanenza in purgatorio non sarà lunga. Poi continua: La sentenza del tribunale supremo mi fu favorevole e avrò l'eterna salvezza: soltanto non conosco l'ora. Poiché ora mi è concesso di chiedere aiuto per la mia anima, ti prego di far celebrare, per un anno intero, delle sante messe alla Madonna, agli angeli e a tutti i santi, specialmente in onore della passione di Cristo nostro Salvatore, che spero presto mi libererà. Sii generosa con i poveri, distribuisci loro tutte le mie coppe e i miei cavalli: fin troppo ho peccato con essi! Se vorrai offrire un paio di boccali d'argento per farne dei calici per l'altare, ciò varrà come suffragio per l'anima mia. Le mie terre però puoi tranquillamente lasciarle ai figli: nulla ho acquisito illegalmente, né ho tenuto o voluto tenere in eredità beni di ingiusta provenienza. Poco tempo dopo, in marzo, mentre prega nella cappella del castello, Brigida viene rapita in estasi e ode la voce di Dio che le rivolge queste parole: «Donna, ascoltami: io sono il tuo Dio, che vuole parlare con te... Non parlo con te per te sola, ma per la salute altrui. Tu sarai la mia sposa e il mio canale e udrai e vedrai cose spirituali, e il mio spirito rimarrà con te fino alla morte».

 

È un'esperienza fondamentale, che scuote e commuove Brigida nel profondo e le fa capire che il suo cammino futuro è segnato: il Signore stesso l'ha scelta per far pervenire agli uomini la sua parola e la sua volontà. La voce le suggerisce anche di riferire tutto alla sua guida spirituale, il maestro Matthias, e di consigliarsi sempre con lui, che in quanto teologo sa ben distinguere le rivelazioni divine da quelle diaboliche, e di fargli conoscere quanto ha udito. Brigida si reca allora dal maestro Matthias, il quale la rassicura sul carattere divino delle rivelazioni e le consiglia di tornare ad Alvastra, nella cui foresteria aveva soggiornato, per generosa concessione del priore, durante la malattia del marito, e di stabilirsi lì finché non riceverà il comando di andare altrove.

 

Sappiamo che il consenso del priore a vivere ad Alvastra non mancò di suscitare polemiche tra i frati, in quanto nel monastero, in base a un'antica regola, non potevano abitare donne. Ma per Brigida fu fatta un'eccezione, grazie al suo rango e alla consapevolezza delle sue straordinarie doti spirituali, che misero a tacere i malcontenti.
Gli anni ad Alvastra - complessivamente quattro, interrotti da soggiorni a corte e visite a monasteri e conventi - costituirono un tempo fecondo, nel corso del quale Brigida si consacrò al Signore. Vita austera, meditazione sui divini misteri, introspezione, preghiera, visioni sempre più frequenti: un periodo di straordinario fervore mistico, che continuò sino alla fine della sua vita terrena.

 

Racconta il maestro Petrus: Quando Brigida si stabilì ad Alvastra, nell'anno di grazia 1346, accadde che Dio le concesse in grande abbondanza visioni e divine rivelazioni; non mentre dormiva, ma mentre era sveglia e pregava. Il corpo era come sempre, ma lei era rapita fuori dei sensi in estasi e contemplazione spirituale e a volte in visione soprannaturale...

 

Cristo la forgia, la invita a migliorarsi, le suggerisce regole di vita: Astieniti dal consentire alla tua bocca un lungo e vano parlare, chiudi le tue orecchie ad ogni cattivo discorso e non permettere ai tuoi occhi di vagare inutilmente intorno. Apri le tue mani per dare elemosine ai poveri e piega le tue ginocchia per lavare loro i piedi. Il tuo corpo deve essere vestito con semplicità e curato solo quanto basta per adempiere il mio servizio senza cadere nella voluttà. Nelle tue vesti non vi sia nulla che testimoni superbia. Tutto deve essere utile, niente deve essere superfluo. Ti ordino anche di rifuggire ogni contatto carnale, perché se seguirai la mia volontà in futuro sarai madre di figli spirituali così come finora sei stata madre di figli carnali.

 

Gesù spiega anche alla sua sposa come dovrebbe essere per essergli gradita: Tu dovresti essere come un violino da cui l'artista trae soavi suoni. Il proprietario del violino lo copre esternamente d'argento perché appaia più prezioso e lo riveste internamente di solido oro. Allo stesso modo tu devi essere inargentata di buoni costumi e umana sapienza, così da capire quale sia il tuo debito verso Dio e verso il tuo prossimo e che cosa giova alla tua anima e al tuo corpo per l'eterna salvezza. Interiormente devi essere ornata dell'oro dell'umiltà, così da non desiderare di piacere ad altri che a me e da non temere di dispiacere agli altri per causa mia. Il suonatore inoltre fa tre cose: per prima cosa avvolge il violino in un telo perché non si macchi; poi prepara un astuccio nel quale custodirlo e infine mette una serratura all'astuccio affinché nessuno lo rubi. Allo stesso modo tu devi rivestirti di purezza per non macchiarti di desideri e di passioni. Cerca di essere spesso sola perché la compagnia dei malvagi rovina i buoni costumi. La serratura indica la scrupolosa cura dei tuoi sensi e della tua interiorità, affinché in ogni tua azione tu stia ben attenta a non farti ingannare dalle insidie del demonio. La chiave però è lo Spirito Santo che apre il tuo cuore come a me piace e per il bene dell'umanità.

 

In quegli anni di formazione Brigida ebbe vicine alcune personalità di notevole rilievo, primo fra tutti il già citato maestro Matthias, che fu il suo direttore spirituale e che morì nel 1350, poco dopo la partenza della futura santa per Roma. Poi i due Petrus: il maestro Petrus dell'Istituto dello Spirito Santo di Skänninge in qualità di confessore, e il monaco cistercense Petrus, vicepriore e poi priore del monastero di Alvastra, come segretario. Tale compito fu da lui svolto inizialmente con una certa riluttanza, sia perché non se ne sentiva all'altezza, sia perché soffriva di emicranie; Brigida però riuscì a infondergli il coraggio necessario e Petrus tradusse in latino la maggior parte delle Rivelazioni che Brigida gli comunicava in svedese.

 

Leggiamo infatti nelle Rivelazioni: Il reverendo padre Petrus racconta che soffrendo fin dalla fanciullezza di un grande dolore di testa che lo tormentava senza sosta, chiese a santa Brigida, che era al monastero di Alvastra, di pregare per lui. Ed ecco che mentre santa Brigida pregava le apparve Gesù Cristo e le disse: «Va' a dire al fratello Petrus che è liberato dal suo mal di testa. Che scriva quindi lietamente i libri che contengono i disegni che ti ho rivelato, perché non gli mancheranno aiuto e assistenza». E da allora il fratello Petrus non sentì più alcun mal di testa.

 

I due Petrus seguirono Brigida in Italia, le furono accanto fino alla morte e insieme ne scrissero la Vita in vista della canonizzazione. Petrus di Alvastra curò anche la Deposicio copiosissima («grande deposizione») presso la Curia romana il 30 gennaio 1380. Petrus di Skànninge divenne il primo confessore generale del monastero brigidino di Vadstena. Negli anni trascorsi ad Alvastra Brigida rinunciò a ogni cosa terrena e si fece totalmente sposa di Cristo.

 

In una visione particolarmente vivida sant'Agnese le pose sul capo una corona di sette preziosissime gemme, come «prova di una pazienza insuperabile». Nel 1349, mentre percorreva a cavallo, seguita da servitori e dal confessore, i venti chilometri che separavano Alvastra da Vadstena, dove si recava spesso per seguire i lavori al convento, Brigida ebbe una lunghissima visione che è all'origine del Liber quaestionum (Libro delle domande), che occupa tutto il quinto volume delle Rivelazioni.

 

La futura santa rimase fuori sentimento per tutto il tragitto e i servitori la destarono solo quando giunsero a Vadstena. Lei se ne rammaricò, perché era immersa in una visione stupenda, però ogni cosa rimase impressa nella sua mente e poté essere trascritta nel giro di appena un'ora. Come al solito, Petrus tradusse il testo in latino. Si tratta di sedici domande (interrogationes), ognuna divisa in cinque domande minori (quaestiones), che un dotto e superbo monaco pone direttamente al Signore.

 

Le sempre più frequenti visioni e rivelazioni non riguardavano però soltanto la sua personale edificazione, ma anche le grandi missioni sociali e politiche che l'attendevano, così che Brigida gradualmente si convinse che suo compito era lavorare per il bene della Chiesa e di tutta la società sconvolta dalle vicende di quel tempo. Un importantissimo aspetto della sua missione doveva riguardare gli affari politici d'Europa, in preda alla guerra dei cent'anni (1339-1453) e disorientata per l'esilio del papa ad Avignone. A Brigida furono ispirati messaggi destinati ai grandi protagonisti di queste vicende, imperatori e pontefici; molte cose dovrà dire anche a re Magnus, suo cugino, e alla sua corte. C'era infine un nuovo, grande progetto al quale dedicare tutta l'attenzione: un nuovo ordine monastico.

 

CAPITOLO V - UN NUOVO ORDINE MONASTICO

 

Fu una visione a rivelare a Brigida che avrebbe dovuto occuparsi anche di un compito di fondamentale importanza per la vita spirituale del suo travagliato tempo: la fondazione di un nuovo ordine monastico dedicato al Santissimo Salvatore e in onore della Vergine Maria. Nell'introduzione alla Regola dell'ordine si legge infatti: Io fui come un re che piantò buone vigne e per un certo tempo ne ricavò buoni frutti. Queste vigne erano gli ordini monastici e le istituzioni dei Santi Padri, che ristoravano gli assetati, riscaldavano chi aveva freddo, mortificavano gli insolenti e portavano la luce ai ciechi. Ora però mi lamento perché le siepi che proteggevano le vigne sono spezzate, i guardiani dormono ed entrano i ladri, le radici sono scalzate dalle talpe, le viti appassiscono per mancanza d'acqua, i grappoli sono strappati via dal vento e calpestati. Affinché però il vino non scompaia completamente, voglio piantare una nuova vigna; lì tu porterai le viti delle mie parole.

 

La Regola del nuovo ordine fu dettata a Brigida in visione: Tutti gli articoli di questa Regola mi vennero dettati da Gesù Cristo. Non erano per me come parole scritte sulla carta, ma io li comprendevo uno dopo l'altro e con l'aiuto della grazia di Dio li ho conservati tutti nella mia memoria. Quando la visione ebbe fine, il mio cuore fu così pieno di calore e di gioia che nulla più vi poteva entrare, se doveva continuare a vivere; diversamente sarebbe scoppiato dall'allegrezza. Per molti giorni il mio cuore fu pieno e gonfio come un sacco ricolmo, e così continuò a essere finché non potei raccontare tutto a un pio amico di Dio, che scrisse ogni cosa il più rapidamente possibile. Quando tutto fu scritto, il mio cuore e il mio corpo tornarono lentamente come erano prima.

 

Una descrizione veramente efficace dell'estasi e dei gioiosi effetti che essa produce nell'animo di chi ne è gratificato. Il nuovo ordine doveva essere caratterizzato dalla compresenza di uomini e donne che fanno vita distinta ma associata: un cosiddetto «monastero doppio». I monasteri doppi esistevano già fin dai primi tempi dell'era cristiana sia in Oriente sia in Europa, e quello voluto da Brigida aveva quindi dei precedenti. Nel corso del suo pellegrinaggio a Santiago de Compostela, Brigida aveva attraversato la Francia ed era venuta in contatto con l'ordine monastico di Fontevrault, nella diocesi di Poitiers, fondato dal beato Roberto d'Arbrissel nell'XI secolo, la cui caratteristica era appunto la compresenza di monaci e religiose rigidamente separati. I monaci erano sottomessi alla badessa. A queste caratteristiche Brigida volle attenersi. Un monastero di sole suore era per lei inconcepibile, in quanto per celebrare la messa, ricevere la confessione e amministrare i sacramenti erano indispensabili i sacerdoti. Suore e sacerdoti dovevano però vivere in edifici diversi e anche nei momenti comuni in chiesa occupare posizioni distanti fra loro.

 

La Regola dettata a Brigida è assai particolareggiata e ispirata a un ben preciso simbolismo: in trenta capitoli viene descritta tutta l'organizzazione del monastero e la vita dei frati e delle suore. Nel nuovo ordine monastico voluto da Brigida i sacerdoti devono essere tredici, come gli apostoli (il tredicesimo è san Paolo). Quattro i diaconi, che rappresentano i quattro grandi dottori della Chiesa: Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio. Otto i laici al servizio dei sacerdoti. Le suore devono essere sessanta. In tutto ottantacinque persone, corrispondenti ai tredici apostoli e ai settantadue discepoli.
La Regola descrive ogni aspetto, abito compreso. Sulla cuffia delle suore e sul mantello degli uomini cinque fiamme di stoffa rossa simboleggiano le piaghe di Cristo.

 

Capo del monastero è la badessa; il primo dei sacerdoti, il confessore generale, deve obbedire a lei, così come la Vergine, rappresentata dalla badessa, è regina degli apostoli. In visioni successive furono precisate a Brigida altre norme, contenute nelle Rivelazioni supplementari (Revelationes extravagantes), relative soprattutto all'ideale ascetico, assai simile a quello cistercense di san Bernardo, previsto per la vita monastica: viene sottolineato il valore della semplicità, dell'umiltà, dell'obbedienza e dei silenzio. Niente quadri alle pareti, se non quelli che rappresentano la vita di Gesù e dei santi, niente sculture, finestre con vetri bianchi o gialli. Austerità ascetica in ogni cosa. Niente organo inoltre, poiché costituisce una distrazione, e solo canti simili a quelli dei certosini, cioè puri e rivolti unicamente a Dio, e non al piacere di chi ascolta: «Al monastero deve in un certo senso venire a mancare il tempo, deve regnare serietà di canto, purezza dei sensi, osservanza del silenzio, attenzione alla parola di Dio».

 

Nelle Revelationes extravagantes il Signore si rivela addirittura il vero architetto della chiesa abbaziale e ne detta tutti i dettagli costruttivi. Eccone qualche esempio: Il coro della chiesa deve essere a occidente, a lato del lago'. Deve essere un alto muro a tramonto, dalla casa sul lago sino alla fine della corte dei clerici. Tra questo muro e il coro ci sarà uno spazio di diciotto aunes (misura di lunghezza di 1,20 m circa) per edificare il parlatorio, che sarà diviso per il lungo da un muro che andrà dal coro dei Fratelli al muro vicino al lago. In questo parlatorio i Fratelli e le Sorelle potranno parlare fra loro delle loro necessità. Che non ci siano finestre nello spazio tra i religiosi e le religiose, così che non si vedano. Che in questo muro ci siano anche due ruote, come è costume in tali monasteri. E poi che il coro dei religiosi abbia ventidue aune di lunghezza sotto un'unica volta, dal parlatorio che guarda a occidente fino al grande altare, così che questo grande altare sia sotto la volta; e i clerici devono stare tra il grande altare e la parete che guarda a occidente. Quanto alla volta, essa avrà venti aune di larghezza; e il muro che è dietro, dalla parte dei religiosi verso il tramonto, avrà cinque finestre basse e vicine a terra, dove le Sorelle faranno la loro confessione e riceveranno il corpo del Signore. La chiesa stessa deve avere cinque volte nel senso della lunghezza e tre in larghezza, e ogni volta deve essere di venti aune in larghezza e ventotto in lunghezza, e che si aggiungano tre volte contigue dietro al grande altare...

 

Come sede per il nuovo ordine, Brigida pensa al castello reale di Vadstena, poco a nord del monastero di Alvastra, a metà strada tra questo e Ulvasa, in una insenatura del lago Vàttern. Il castello appartiene al re, e a lui quindi dovrà essere richiesto. Trascritta la Regola, Brigida fa visita al maestro Matthias a Linkòping e gli fa leggere quanto le è stato dettato dal Signore. L'anziano e saggio teologo non trova nulla da obiettare e approva ogni cosa. Tutto è pronto, è tempo di ritornare alla vita pubblica.

 

Dopo due anni di completo ritiro ad Alvastra, Brigida dà inizio alla sua missione e si reca alla corte di Stoccolma per far sapere al re e ai nobili quanto il Signore le ha ordinato di comunicare loro; deve inoltre compiere i passi necessari per far approvare la sua Regola e svolgere i suoi compiti politici. Durante il soggiorno al monastero di Alvastra, Brigida era sempre stata ben informata di ciò che accadeva a corte dal fratello Israel e dai figli maggiori Karl e Birger che, per il loro rango e i loro uffici, la frequentavano regolarmente. A corte si viveva allegramente e nel lusso, ma il paese era gravato da tasse sempre più pesanti.

 

Per ordine del Signore, Brigida torna quindi a corte e viene subito ricevuta dal re, che l'ascolta in un misto di devozione, affetto e timore. Brigida ha molte cose da rimproverargli: Magnus è pavido, cede facilmente al parere altrui, non vuole contrariare nessuno. Politicamente aveva commesso l'errore di aiutare lo Holstein contro il re danese e molti soldati svedesi erano caduti nell'assedio del castello di Copenaghen. Il re inoltre aveva contratto molti debiti per acquisire nuove terre e aveva di conseguenza imposto gravose tasse al popolo.

 

Brigida ha anche molte importanti richieste da fare al re: prima di tutto, la sua approvazione del progetto di un nuovo ordine e l'appoggio alla richiesta di ratifica della Regola da parte del papa; poi la donazione del castello reale di Vadstena come sede del monastero. Brigida chiede inoltre al re che la Svezia, neutrale, supplichi il papa di farsi mediatore di pace tra Francia e Inghilterra. Brigida conosceva bene, per averle constatate di persona nel corso del suo pellegrinaggio a Santiago de Compostela, le devastazioni e la miseria provocate dalla guerra tra le due grandi nazioni, e questa consapevolezza la induceva a impegnarsi con tutta se stessa per porvi rimedio. Infine Brigida prospetta al re una crociata in Finlandia per convertire i pagani, cosa che del resto era già nei progetti di Magnus.

 

Il re plaude all'idea di un ordine tutto svedese, che costituisce una prestigiosa novità in quanto tutti gli ordini esistenti nel Paese erano fino ad allora venuti da fuori (i cistercensi dalla Francia, i francescani e i domenicani dall'Italia), e appoggia la richiesta di approvazione della Regola da parte del papa, al quale sarà inviato un messaggero. Quanto al castello di Vadstena, chiede di potersi consultare con Bianca, la regina sua moglie. Anche il suggerimento di intercedere presso il papa incontra il favore del sovrano. Brigida si mette all'opera: prepara messaggi per Edoardo III d'Inghilterra e Filippo di Valois, re di Francia, ai quali chiede, nel nome del Signore, di giungere alla pace; propone anche che si cerchi un accordo attraverso un matrimonio che ristabilisca l'armonia tra le due case regnanti. Altri messaggi sono destinati a papa Clemente VI (1342-1352) perché indica il giubileo per il 1350, approvi il suo ordine, riporti la cura papale a Roma, unica vera sede del vicario di Cristo, e si impegni a mettere pace fra i belligeranti. Ciò che gli scrive è dettato direttamente da Dio: Scrivi in mio nome a papa Clemente: io ti ho innalzato e ti ho fatto ottenere i massimi onori. Alzati dunque e ristabilisci la pace tra i sovrani di Francia e Inghilterra, che sono come pericolose belve e corruttori di anime. Vieni poi in Italia e annuncia la parola di Dio e un anno di salvezza e amore di Dio (anno giubilare), e guarda le strade coperte del sangue dei miei santi; allora ti darò quel premio che non ha mai fine'.

 

Per preparare adeguatamente le importanti missioni che si è prefissata, Brigida rimane a corte tutto l'inverno tra il 1345 e il 1346, non più come consigliera dei sovrani, ma come amica e parente. È molto nota: si dice che abbia il potere di guarire gli ammalati, comandare ai demoni, conoscere nella preghiera lo stato dei defunti e convertire i peccatori. Ma una nuova sofferenza si sta preparando per lei: una lettera del priore di Alvastra la informa che il figlio Bengt, che sembrava destinato alla vita monastica, è gravemente ammalato. Il ragazzo muore infatti all'inizio del 1346, poco dopo l'arrivo della madre, e viene sepolto nella chiesa di Alvastra, dove già riposano il padre e il fratellino Gudmar. Brigida ha poco tempo per concedersi al dolore, perché gli impegni incalzano: i messaggi per il pontefice devono essere recapitati, bisogna lavorare per il nuovo ordine voluto dal Signore.

 

Come messaggero presso il pontefice viene scelto il vescovo Hemming di Åbo, in Finlandia, uomo di grande cultura ed esperienza, che aveva studiato a Parigi ed era stato allievo del benedettino Pierre Roger de Rotiers, eletto papa nel 1342 ad Avignone col nome di Clemente VI. Nel suo viaggio ad Avignone è accompagnato dal monaco Petrus di Alvastra. Re Magnus appoggia la missione e affida ai messaggeri una lettera scritta di suo pugno da recapitare ai sovrani di Francia e Inghilterra.

 

Nella primavera del 1346 il vescovo Hemming e Petrus di Alvastra partono per Avignone. Come lasciapassare e raccomandazione hanno una lettera di maestro Matthias, che funge ora da prologo alle Rivelazioni e inizia con queste parole: «Cose stupefacenti e meravigliose sono state udite nella nostra terra» (Stupor et mirabilia audita sunt in terra nostra). Il 1° maggio 1346, giorno in cui si festeggia santa Valpurga, Brigida ha una grande gioia: re Magnus e la regina Bianca le donano il castello di Vadstena. Qui sarà fondato il monastero che i sovrani scelgono come estrema dimora per loro stessi e i loro eredi. Al castello vengono unite molte terre e in seguito anche una notevole cifra per le opere di adattamento e costruzione. II superbo palazzo reale dovrà infatti essere trasformato in monastero, operazione che richiederà molto lavoro. Dovrà inoltre essere edificata una chiesa adatta alle esigenze di un grande monastero.

 

Da allora, per tutto il tempo trascorso ancora in Svezia, Brigida passò lunghi periodi a Vadstena per avviare i lavori di ristrutturazione e adattamento e anche in seguito, ormai stabilita a Roma, continuerà a dedicare al monastero molta attenzione. Non vi tornò più da viva, ma i suoi resti mortali vi furono traslati un anno dopo la morte, che avvenne a Roma nel 1373. Con la donazione del castello reale di Vadstena, Brigida ha ottenuto una prima, importante vittoria. Non tutto però va come dovrebbe: da Avignone il vescovo Hemming scrive che papa Clemente VI non ha prestato orecchio alle sue richieste, non si è adoperato per favorire la pace tra Francia e Inghilterra e non vuole lasciare Avignone per tornare a Roma. Del resto tre anni prima, nel 1343, non aveva ascoltato Cola di Rienzo, venuto ad Avignone come ambasciatore della città di Roma, della quale gli aveva fatto presente la decadenza`. Il papa non è contrario a indire un giubileo per il 1350, ma di un nuovo ordine non vuole neppure sentir parlare: ha ricordato anzi che il concilio Laterano del 1215 aveva stabilito che nessun nuovo ordine dovesse più essere fondato.

 

Brigida se ne rammarica molto, ma non si abbatte e continua la sua opera affinché l'ordine venga approvato, sempre fiduciosa nelle parole che le erano state dette dal Signore e che figurano nel capitolo XXXI della Regola: Labora igitur tu, et cooperare quantum poteris; Ego autem perficiam dum mibi placuerit. In buona sostanza, aiutati che Dio t'aiuta. Una grande saggezza.

 

CAPITOLO VI - BRIGIDA A ROMA

 

L'anno santo perorato da Brigida fu effettivamente indetto per il 1350 e annunciato a tutto il mondo cristiano. La sede papale continuava però a restare ad Avignone e Clemente VI stringeva ancora di più i rapporti con la Francia, eleggendo quasi esclusivamente cardinali francesi. Il papa viveva come un principe mondano e Brigida sapeva bene che tra i suoi compiti c'era anche quello di lavorare per il rinnovamento della Chiesa. Glielo aveva spiegato molto chiaramente il suo sposo divino: Come una sedia ha quattro gambe e un sedile, così anche la mia sedia, quella che ho dato al papa, deve avere quattro gambe, cioè umiltà, obbedienza, giustizia e misericordia, e il sedile dovrebbe essere fatto di divina saggezza e amore di Dio. Ora però questa sedia è stata dimenticata e al suo posto ne è stata adottata un'altra dove l'orgoglio sostituisce l'umiltà, l'ostinazione l'obbedienza, l'avidità di ricchezza la giustizia, l'ira e la malevolenza la misericordia, mentre chi la occupa non aspira ad altro che ad essere chiamato saggio e maestro secondo il metro umano.

 

Brigida sapeva anche che il papa non sarebbe stato a Roma per il giubileo: lui stesso l'aveva detto molto chiaramente al vescovo Hemming e a Petrus di Alvastra quando si erano recati ad Avignone a portargli i suoi messaggi. E a causa di questa assenza la futura santa esitava ad affrontare il pellegrinaggio a Roma in occasione dell'anno santo. Gesù però così le parlò in visione: lo sono il Figlio del Dio vivente. La Regola dell'ordine che ti è stata data deve essere confermata dal mio rappresentante, che nel mondo è chiamato papa, poiché egli ha il potere di legare e sciogliere al posto mio e deve rendermene conto davanti a tutte le mie schiere celesti... Inoltre il papa deve permettere che nel luogo che ti è stato mostrato quando ricevesti la Regola venga edificato un monastero; poiché proprio là deve prendere inizio questa Regola. In un'altra visione le fu ordinato dal Signore di recarsi a Roma come sua ambasciatrice, di restarci finché non avesse visto il papa e l'imperatore e di dire loro da parte sua le parole che lui le avrebbe ispirato,. Questa profezia si realizzò, anche se - finché Brigida fu in vita - il ritorno a Roma di papa Urbano V fu solo temporaneo. L'imperatore che Brigida vide fu Carlo IV, detto il Boemo perché nato a Praga e sovrano di Boemia.

 

Conosciuta la volontà di Dio, Brigida si affrettò a fare i preparativi per il lungo viaggio. I motivi per andare a Roma erano molteplici: partecipare al giubileo, sollecitare presso la Curia romana la conferma papale del suo ordine, lavorare per il ritorno del papa; Brigida desiderava inoltre ampliare il proprio orizzonte spirituale e accrescere lo spazio del proprio apostolato. La partenza avvenne all'inizio dell'autunno del 1349: Brigida non avrebbe più rivisto la sua patria. Insieme a lei partirono il segretario Petrus di Alvastra e il confessore Petrus di Skànninge; si unì a loro anche un altro sacerdote svedese di nome Magnus Persson, che seguì poi Brigida in Terra Santa. Facevano inoltre parte del piccolo gruppo di pellegrini il sacerdote Gudmar Fredriksson, che fu in seguito monaco a Vadstena, la giovane signora Ingeborg Laurensdotter e alcuni servitori. Nessun membro invece della famiglia di Brigida.

 

Prima di lasciare la Svezia, Brigida volle salutare il maestro Matthias: non l'avrebbe più rivisto, perché l'anziano teologo sarebbe morto l'anno successivo. Non si sa con certezza quale sia stato l'esatto percorso dei pellegrini: certamente essi si imbarcarono a Kalmar, sulla costa sud-orientale della Svezia, e sbarcarono sulla costa baltica tedesca. I Paesi che Brigida attraversò erano in quel tempo sconvolti dalla peste nera, che a partire dal 1350 imperversò anche in Svezia, mietendo innumerevoli vittime. Nella primavera di quello stesso anno re Magnus infatti informò tutta la popolazione che l'epidemia, proveniente dalla Norvegia dove il germe era giunto nell'estate del 1349 con una nave inglese carica di tessuti di lana, stava avvicinandosi al regno svedese.

 

La medicina del tempo era impotente nei confronti della peste: non si poteva far altro che pregare. At traversando le terre tedesche, le più colpite dal morbo (la popolazione ne risultò dimezzata), i viaggiatori svedesi incontrarono infatti numerose schiere di penitenti e flagellanti, e anche gruppi di pellegrini che come loro si recavano a Roma. Mentre attraversavano la Svevia, avvenne un episodio che è stato riportato da varie fonti e che è all'origine della fondazione, avvenuta nel secolo successivo, di un importante convento brigidino. Giunti nel sud della Germania, i pellegrini svedesi fecero tappa nella cittadina di Mayingen e fecero pascolare i loro cavalli in un prato. Quando il proprietario chiese un compenso, Brigida comprò tutto il campo e lo donò alla cittadinanza. Su quell'appezzamento di terreno sorse in seguito, nel XV secolo, un convento brigidino, dal quale pochi anni dopo ebbe origine il celebre monastero di Altomúnster, presso Augusta in Baviera.

 

Poi finalmente, dopo aver attraversato le Alpi, i pellegrini giunsero in Italia. La prima tappa fu a Milano, per pregare nella basilica di Sant'Ambrogio. Come leggiamo nelle Rivelazioni, il grande vescovo di Milano apparve a Brigida due volte e le parlò delle carenze e dei difetti di certi pastori della Chiesa. La fortificò anche nella sua missione di conversione: «Dio ti ha chiamata affinché in spirito tu possa vedere, udire, comprendere e rivelare agli altri ciò che avrai udito». A Milano si ammalò gravemente e poi morì Ingeborg Laurensdotter, che aveva affrontato il pellegrinaggio a Roma per ottenere l'indulgenza dei suoi peccati e soltanto con fatica aveva ottenuto dal marito il permesso di partire. Dopo la sepoltura di Ingeborg, il piccolo gruppo proseguì in direzione di Genova, sostando a Pavia per rendere omaggio a sant'Agostino, il cui corpo, portato via da Ippona per timore di atti vandalici, era giunto qui dopo una sosta a Cagliari.

 

A Genova i pellegrini si imbarcarono e proseguirono il viaggio per mare fino a Ostia. Roma era finalmente a portata di mano. Non immaginava, forse, la veggente svedese, che Roma sarebbe diventata la sua nuova patria e che avrebbe dovuto attendere ben diciassette anni prima di vedervi giungere un papa: Urbano V, che vi rimase meno di tre anni.

 

Da Ostia i pellegrini raggiunsero Roma a piedi, facendo sosta alla basilica di San Paolo per rendere omaggio all'Apostolo. Giunti in città, la prima visita fu certamente quella a San Pietro. Brigida e i suoi trovarono alloggio all'albergo dell'Orso, sulla riva sinistra del Tevere, di fronte a Castel Sant'Angelo, dove all'incirca mezzo secolo prima, in occasione del primo anno santo della storia (il giubileo di Bonifacio VIII del 1300) aveva alloggiato anche Dante Alighieri. Pochi giorni dopo Brigida ricevette la visita di un messo del cardinale Hugo di Beaufort, che offrì ospitalità a lei e al suo seguito nel palazzo del suo signore. Fratello di papa Clemente VI, che ben conosceva la personalità di Brigida e probabilmente desiderava usarle una cortesia, il cardinale Beaufort risiedeva in quegli anni ad Avignone e non abitava quindi il grande palazzo adiacente alla chiesa di San Lorenzo in Damaso, della quale era titolare. Nello stesso palazzo aveva sede anche la cancelleria papale.

 

Brigida accettò con gioia l'invito e si trasferì con i suoi accompagnatori nel vasto appartamento al primo piano, che era fornito anche di una piccola cappella. Dalla finestra della sua camera, attraverso le finestre della chiesa, Brigida poteva anche godere della vista dell'altare maggiore di San Lorenzo in Damaso. Qui abitò per quattro anni. Fu in questo palazzo che nell'anno giubilare 1350 Brigida ricevette il famoso Sermo angelicus, ovvero rivelazioni dettatele da un angelo. Alcuni capitoli dell'opera, che narra la storia di Maria, furono destinati a essere letti quotidianamente alle suore del convento di Vadstena, aperto nel 1384.

 

Come trascorreva le sue giornate a Roma la principessa svedese? Un brano delle Rivelazioni, che riporta le parole di Gesù stesso, lo descrive esattamente: Vi consiglio di utilizzare per dormire le quattro ore prima della mezzanotte e le quattro dopo la mezzanotte. Chi non ne è capace, provi a desiderare di farlo e ci riuscirà. Se qualcuno è ragionevolmente in grado di dormire un po' meno, senza per questo subirne danno nelle forze fisiche e psichiche, ne avrà merito e premio. Successivamente dovete utilizzare quattro ore per pregare e dedicarvi a opere utili e benemerite, così che nessuna ora trascorra senza dare frutto.

 

In seguito potete avere due ore per il pasto di mezzogiorno. Se userete meno tempo, ne sarete ricompensati da Dio. Questo tempo non dovete prolungarlo a meno che non ci sia un motivo ragionevole per farlo. Poi dovete dedicare sei ore a lavori necessari, consentiti o richiesti. Successivamente altre due ore per i vespri, la preghiera della sera e altre preghiere a voi gradite. Infine ancora due ore per la cena e per serene conversazioni. Brigida pregava molto, prendeva lezioni di latino dal maestro Petrus e scriveva in svedese le rivelazioni che il suo segretario traduceva poi in latino: «Studio grammatica, prego e scrivo», leggiamo nelle Rivelazioni.

 

Il maestro Petrus dal canto suo ricevette dalla Santa Sede l'incarico di fare da padre spirituale a tutti i pellegrini svedesi che venivano a Roma: a loro Brigida dedicava cure e attenzioni, ospitandoli spesso nella sua casa. Ampio spazio avevano nella giornata di Brigida anche le visite ai luoghi sacri romani, in particolare le sette chiese' e le catacombe della via Appia, dove i primi cristiani avevano trovato rifugio durante le persecuzioni.

 

Il maestro Petrus raccontò nella sua deposizione al processo che, in memoria delle ferite e della passione di Cristo, Brigida usava lasciarsi cadere sulla pelle nuda gocce di cera incandescente, e quando le ferite accennavano a chiudersi lei le rinnovava con le unghie, affinché il suo corpo non fosse mai senza i segni della passione. Di venerdì, in base alla testimonianza della figlia Caterina, la santa soleva anche ingerire erbe amarissime (berbam amarissimam que vocaturgenciana), in ricordo dell'amara bevanda data a Gesù durante la sua passione.

 

Nel XIV secolo Roma era una città trascurata e in decadenza. Alle devastazioni del terremoto del 1348 che aveva provocato pesanti danni ai monumenti e alle abitazioni, si aggiungeva la difficile situazione interna: ruberie, brigantaggio, estrema libertà di costumi. Ciò era in gran parte dovuto all'assenza del papa e all'anarchia che ne conseguiva. Roma era anche dilaniata dalle lotte tra i Colonna e gli Orsini e coinvolta nelle sommosse di Cola di Rienzo. In questo stato di cose la situazione nella città eterna non era affatto sicura neppure per i pellegrini che, nonostante l'assenza del papa, arrivavano numerosi per visitare i luoghi sacri e pregare sulle tombe degli apostoli.

 

Leggiamo in un'antica cronaca: La brutale violenza aveva preso il posto del diritto; non c'era più alcuna attenzione per le leggi, nessuna protezione della proprietà, nessuna sicurezza delle persone. 1 pellegrini che visitavano le tombe degli apostoli venivano aggrediti e derubati, alle donne veniva usata violenza. Le chiese di Roma erano in rovina, in San Pietro e in Laterano le greggi pascolavano nell'erba che arrivava fino all'altare. Sulle colline del Campidoglio veniva coltivata la vite, il foro era stato trasformato in orto e pascolo, gli obelischi egiziani giacevano a terra, spezzati e semisepolti. Come conseguenza del trasferimento della Santa Sede, erano subentrate divisioni interne, abbrutimento generale e spopolamento".

 

Roma è come un campo nel quale sono cresciute rigogliose le erbacce. Di conseguenza deve prima essere purificato col ferro e col fuoco e poi arato di nuovo da un aratro trainato da una coppia di buoi. Per questa città si prepara una grande punizione disse un giorno la Vergine a Brigida. Le Rivelazioni fanno chiaramente intendere quanto Brigida pregasse e si prodigasse per porre rimedio a questa triste situazione. Non s'impegnò soltanto con la preghiera, ma agì concretamente intervenendo spesso nelle cose pubbliche e sollecitando il ritorno del papa a Roma per il bene della Chiesa e della città.

 

La preoccupazione di Brigida per Roma e le miserande condizioni in cui lo stato pontificio versava a causa dell'assenza del pontefice fu costante. Ne fa buona testimonianza una sua lettera indirizzata a un'alta personalità ecclesiastica, forse il vescovo di Orvieto che all'epoca svolgeva le mansioni di vicario papale. La lettera contiene la richiesta di informare il papa della situazione: Illustrissimo signore, tra le altre notizie si faccia sapere al papa quanto sia penoso lo stato della città che un tempo era felice spiritualmente e corporalmente. Ora però essa è infelice sia corporalmente che spiritualmente; corporalmente perché i suoi principi mondani, che dovrebbero essere i suoi difensori, sono divenuti i suoi più terribili rapinatori; per questo le case sono distrutte e molte chiese che custodiscono le spoglie mortali dei santi vengono devastate. I santuari della città, dopo che i tetti sono crollati e le porte divelte, sono divenuti le latrine di uomini, cani e bestie.

 

Spiritualmente la città è infelice perché molte leggi emanate da santi pontefici su ispirazione dello Spirito Santo a lode di Dio e per la salvezza dell'anima immortale non hanno più validità. Al posto loro sono subentrati, su ispirazione di spiriti malvagi, abusi e malcostume a disonore di Dio e per la rovina delle anime. Una legge della santa Chiesa prevedeva per esempio che i chierici venissero consacrati, poi conducessero una vita devota, servissero Dio con la preghiera e indicassero con le buone opere la via per la patria celeste. Adesso però è subentrato il gravissimo abuso in base al quale i beni della chiesa vengono affidati a laici non consacrati, i quali per poter essere considerati chierici non si sposano, ma che senza alcuna vergogna si portano in casa e nel letto delle prostitute, e tuttavia dicono: «A noi non è lecito vivere una vita coniugale perché siamo canonici». Anche i sacerdoti, i diaconi e i sottodiaconi evitavano un tempo la vergogna di una vita impura; oggi alcuni di loro si vantano addirittura di far vedere in giro le loro prostitute col ventre gonfio e non si vergognano se uno dei loro amici sussurra loro nell'orecchio: «Vedi, illustrissimo signore, presto ti nascerà un figlio o una figlia!». Sarebbe più giusto che fossero chiamati servi del diavolo piuttosto che sacerdoti consacrati.

 

Il santo fondatore Benedetto e altri padri hanno, col permesso dei vescovi, stabilito regole e fondato monasteri in cui gli abati vivevano con i loro confratelli, pregavano di giorno e di notte e conducevano un'esemplare vita monastica. Era veramente una gioia visitare i monasteri in cui i monaci cantavano le lodi di Dio e con l'esempio della loro purissima vita inducevano i peccatori a migliorarsi. Anche i buoni ne venivano rafforzati nella loro fede e nella loro condotta. Le anime del purgatorio ottenevano la pace eterna grazie alle preghiere di questi religiosi. Un tempo ogni monaco che viveva in base a queste regole era tenuto in grande considerazione ed era amato da Dio e dagli uomini. Chi invece non si preoccupava di attenersi alle regole, era disprezzato.

 

Un tempo si riconosceva il monaco anche dall'abito. Oggi al posto di queste regole sono subentrati in molti casi miserevoli abusi. Gli abati vivono nei loro castelli, dentro e fuori la città, nel modo che vogliono. È quindi doloroso visitare i cenobi, poiché solo pochissimi monaci, e a volte addirittura nessuno, pregano nel coro alle ore stabilite. Nei monasteri si legge e si studia pochissimo, non si canta quasi più, in certi giorni non si dice neppure messa. 1 buoni si sentono oppressi dalla cattiva fama dei monaci malvagi, i malvagi diventano sempre più malvagi. C'è da temere che le preghiere di questi monaci possano aiutare ben poco le anime del purgatorio. Molti monaci hanno la loro abitazione privata in città; ognuno ha la propria casa; molti di loro, quando gli amici li vanno a trovare, abbracciano i loro figli e dicono tutti felici: «Guarda, questo è mio figlio!». 1 monaci non si riconoscono più dagli abiti e addirittura dopo il tramonto del sole portano addosso un'arma per fare quello che loro meglio aggrada. Un tempo c'erano dei santi che rinunciavano a grandi ricchezze e vivevano una vita ascetica senza curarsi dei beni materiali.

 

Vestivano poveramente e conducevano una vita pura. Questi santi e i loro confratelli vengono per questo chiamati monaci mendicanti, i papi avevano confermato con gioia le regole del loro ordine e gli appartenenti all'ordine avevano accettato volentieri un simile genere di vita a maggior gloria di Dio e per la salvezza dell'anima immortale. Oggi però si è colti da tristezza vedendo come sono degradate e non più seguite queste regole che un tempo Agostino, Domenico e Francesco stabilirono per ispirazione dello Spirito Santo e che furono seguite volentieri da uomini e donne ricchi e nobili. Oggi molti monaci fanno tutto ciò che l'ordine vieta di fare e addirittura si vantano di usare per le loro vesti stoffe più preziose e costose di quelle usate per gli abiti dei ricchi vescovi.

 

Grazie a san Gregorio Magno e altri santi, a Roma furono edificate case femminili di clausura; le monache che vi vivevano non erano mai state viste da nessuno. Ora però in questi monasteri si commettono gravi abusi, perché le loro porte si aprono indifferentemente per religiosi e laici, anche di notte; le monache lasciano entrare chiunque loro piaccia. Di conseguenza questi edifici assomigliano più a case di piacere che a santi conventi... La lettera di Brigida continua lamentando gravi mancanze da parte di religiosi e laici cristiani: i padri confessori accettano denaro da coloro che vanno a confessarsi; soltanto una persona su cento si confessa e si comunica; il matrimonio religioso ha perso ogni significato e spesso nella stessa casa convivono moglie e amante; durante il periodo di Quaresima molte persone giovani e sane mangiano carne; il giorno festivo non viene osservato e non pochi ricchi costringono i loro sottoposti a lavorare anche la domenica e i giorni festivi. Infine i cristiani praticano l'usura come i giudei, comportandosi sovente assai peggio di loro.

 

L'Eccellenza vostra non si meravigli quindi - continua la lunga lettera di Brigida - se a causa di questi abusi ho definito Roma una città infelice. C'è da temere che la fede cristiana in breve tempo cada in oblio se non interviene qualcuno che ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso e che ponga fine a ogni abuso. Abbiate quindi compassione della Chiesa e di quelli del suo clero che amano ancora Dio con tutto il cuore e disdegnano le cattive abitudini sopra menzionate, che a causa dell'assenza del papa sono come orfani e che tuttavia hanno difeso con amore e fedeltà infantile il trono del Santo Padre, si sono opposti a tutti i traditori e ne hanno ricavato molte pene e difficoltà. Quanto al pontefice, Brigida riceve per lui dal Signore una rivelazione molto severa: Mi rammarico con te, o capo della mia Chiesa, tu che siedi sul seggio che ho donato a Pietro e ai suoi successori perché abbiano una triplice dignità: primo, perché abbiano il potere di legare e slegare le anime dal peccato; secondo, perché aprano il cielo ai penitenti; terzo, perché lo chiudano ai maledetti e a coloro che mi disprezzano.

 

Ma tu che devi liberare le anime e presentarmele, tu ne sei il carnefice; poiché io ho nominato Pietro pastore e guardiano del mio gregge, e tu ne sei il dissipatore e colui che lo ferisce. Tu sei peggio di Lucifero, perché lui mi invidiava e desiderava uccidere soltanto me per regnare al mio posto, mentre tu non solo mi uccidi, ma uccidi anche le anime col tuo cattivo esempio. Io ho guadagnato le anime col mio sangue e te le ho affidate come un fedele amico; ma tu le abbandoni a un nemico dal quale io le avevo liberate. Tu sei più ingiusto di Pilato, che non condannò a morte altri che me; tu non solo giudichi me pur non avendo al riguardo alcun potere, ma condanni anche le anime innocenti e perdoni i colpevoli. Tu mi sei più nemico di Giuda, che vendette me solo; tu vendi anche le anime dei miei eletti per desiderio di guadagno e per vanità. Tu sei più abominevole di coloro che crocifissero il mio corpo, perché crocifiggi e punisci le anime dei miei eletti. E poiché tu sei simile a Lucifero, più ingiusto di Pilato, più crudele di Giuda, più abominevole di chi mi crocifisse, io con ragione mi lamento di te".

 

Parole chiare e dure, che in questa come in altre occasioni Brigida non ebbe paura di indirizzare ai pontefici per indurli a tornare sulla retta via. Ma le preoccupazioni religiose, politiche e sociali di Brigida non si concentrarono solo sulla situazione di Roma, del papa e della Chiesa: andarono ben oltre. La deposizione del suo segretario Petrus di Alvastra fatta alla Curia romana nel 1380 e contenuta negli Atti del pro-f cesso di canonizzazione ci informa infatti che Brigida fu in corrispondenza con molte personalità religiose e politiche. Leggiamo infatti: Brigida impetrò da Dio molte risposte per papa Urbano V e papa Gregorio XI e per i regnanti di Svezia, cioè il re Magnus e la regina sua sposa, e per il nuovo re di Cipro e sua madre Eleonora e per la regina Giovanna di Napoli e per molti baroni e prelati e gente del popolo e religiosi e altre persone spirituali del regno di Svezia e della città di Roma e dei regni di Sicilia e di molti altri regni e province, che la interrogavano come profetessa di Dio sui loro dubbi e desideravano avere una risposta da Dio attraverso di lei. Per tutti costoro ella impetrò molte e diverse risposte da Dio, utili e belle per la direzione della vita e dei costumi e per chiarire i loro dubbi".

 

Questo brano consente di capire quanto Brigida fosse nota, stimata e da qualcuno anche temuta per le sue doti profetiche e il suo altissimo profilo morale. Brigida sentiva di essere chiamata a far conoscere la volontà del Signore ai grandi della terra e lo fece sempre con coraggio, senza lasciarsi intimorire da niente e da nessuno, aiutata certamente in questo dalla consapevolezza del proprio rango e dall'abituale frequentazione di sovrani, nobili e alti prelati. Verso la metà dell'anno giubilare 1350 Brigida trascorse un periodo abbastanza lungo all'abbazia di Farfa, in Sabina, nel ducato di Spoleto, dove regnava la più grande decadenza di costumi. A inviarla fu il Signore stesso, affinché intervenisse presso i monaci.

 

L'abbazia benedettina di Farfa, oggi in provincia di Rieti, fu fondata nel VI secolo e ricostruita in quello successivo. Aveva conosciuto un grande splendore tra il IX e 1'XI secolo, quando aveva partecipato alle lotte politiche ed esteso i suoi possedimenti all'Abruzzo e alle Marche. Inoltre gli imperatori tedeschi, a partire da Carlo Magno, le avevano concesso grandi privilegi. In questo centro religioso e culturale, che nel medioevo era stato di primaria importanza, era adesso penetrato lo spirito mondano: l'abate viveva come un principe secolare e i suoi frati si comportavano di conseguenza.

 

Leggiamo nelle Rivelazioni: Il fuoco che era emanato da san Benedetto accese tre specie di uomini, che possono essere considerati tre diverse qualità di combustibile. Innanzitutto coloro che bruciarono come l'incenso e abbandonarono il mondo per amor di Dio. Poi quelli che bruciarono come erba secca, rinunciando al mondo disgustati dalla vanità di tutto. E infine quelli che bruciarono come rami di ulivo con chiara e pura fiamma ed erano pronti a morire per Cristo. Così furono i primi benedettini: monaci, asceti, missionari. Ma ora lo spirito di san Benedetto ha abbandonato i suoi figli. Le fiaccole spente giacciono a terra e non danno più luce; emanano soltanto il fumo dell'impurità e della concupiscenza. La visita di Brigida non fu gradita; poiché all'abbazia non era prevista la presenza di donne, la principessa svedese fu ospitata in un magazzino esterno, un autentico vile tugurium, come dicono gli Atti del processo, ma il Signore stesso le spiegò in una visione che quel soggiorno sarebbe stato per lei quanto mai salutare, perché le avrebbe permesso di capire i disagi sopportati dai santi eremiti.

 

Il soggiorno di Brigida a Farfa fu per molti aspetti penoso, perché la sua opera moralizzatrice incontrò resistenza. In una rivelazione relativa a questo periodo leggiamo infatti: La Vergine chiese a Brigida: «Quale cosa ti sembra che vi sia da rimproverare a questo abate?». Rispose la santa: «Che molto di rado celebra la messa». Rispose la Vergine: «In questo non è meritevole di rimprovero, poiché molti, consapevoli della loro cattiva vita, ragionevolmente si astengono dal celebrare, e perciò non sono da rimproverarsi. Che altro giudichi meritevole di correzione?». Rispose la santa: «Che non porta le vesti secondo le regole del suo istituto, ma troppo delicate e molli». Disse la Vergine: «Anche questo può accadere che sia senza peccato, poiché la consuetudine così comporta. Sono molto più meritevoli di castigo coloro che introdussero ciò contro ogni regola.

 

Ascoltami ora e io ti manifesterò per quali cose sia degno di severissimo castigo. La prima perché il suo cuore, che dovrebbe essere trono di Dio, è posseduto dalle meretrici; secondo, perché nato da umili e poveri genitori, ambisce di farsi ricco nella religione, mentre ha promesso di osservare la povertà e di rinnegare se stesso; terzo, perché avendo avuto dal suo creatore un'anima così bella, l'ha orribilmente deformata; non si lusinghi nel vedersi stimato e applaudito dagli uomini, poiché dall'altissimo Dio giudice è disistimato per la sua superbia e quando verrà il suo tempo si troverà senza merito alcuno».

 

Brigida presentò questa rivelazione all'abate, aggiungendo che era suo dovere dare buon esempio ai suoi monaci, ma non ottenne alcun risultato. Alla futura santa fu però riservata una grande consolazione, perché proprio a Farfa rivide sua figlia Caterina, venuta a Roma dalla Svezia con un gruppo di pellegrini. Caterina era sposata con Eggert von Kyren, parente del re, che non l'aveva potuta accompagnare perché al momento della partenza era malfermo in salute. Giunta a Roma, Caterina si era subito messa alla ricerca della madre, senza trovarla. Un giorno però in San Pietro aveva incontrato Petrus di Alvastra che, dopo aver accompagnato Brigida a Farfa, spinto da impulso irresistibile era ritornato brevemente in città; l'incontro apparentemente casuale con Caterina, preoccupatissima per non aver trovato la madre a Roma, gli aveva fatto capire il motivo del suo inspiegabile desiderio di rientrare a Roma. Petrus condusse subito Caterina a Farfa da Brigida e le cronache narrano che dopo l'arrivo della giovane, che era bellissima, l'accoglienza riservata dall'abate alle due donne fu più ospitale e generosa.

 

In base alla deposizione di Caterina stessa al processo, dopo qualche tempo Brigida apprese in visione che Eggert era morto il venerdì santo di quell'an no 19; chiese allora alla figlia, che era appena diciottenne, se desiderasse passare a seconde nozze oppure consacrarsi al Signore. Caterina non ebbe esitazioni ed espresse subito il desiderio di restarle accanto e di servire con lei il Signore. All'inizio dell'autunno del 1350 tornò infatti a Roma con Brigida e fu la compagna fedele dell'ultima parte della sua vita; l'accompagnò anche in Terra Santa e un anno dopo la sua morte ne riportò i resti mortali a Vadstena.

 

Durante il soggiorno romano a Brigida non mancarono le preoccupazioni e in più di un'occasione a quelle spirituali si aggiunsero quelle materiali. Precaria fu spesso per esempio la situazione finanziaria. La futura santa faceva infatti molte elemosine e, a causa delle difficoltà di trasporto, il denaro che le veniva inviato dalla Svezia arrivava a Roma in maniera assai irregolare. In un'occasione particolarmente difficile Brigida si rivolse alla Madre di Dio ed ebbe questa risposta: «Non ti preoccupare per la giornata di domani, perché anche se non ti rimanesse altro che il nudo corpo, devi avere fiducia nel Signore. Lui che nutre i passeri, provvederà anche a voi che ha redento col proprio sangue». Brigida chiese ancora: «Che cosa mangeremo domani?». E la risposta fu questa: « Se veramente non avete più niente, chiedi l'elemosina nel nome di Cristo». Brigida seguì il consiglio e non si vergognò di chiedere umilmente l'elemosina insieme ad altri mendicanti davanti alla chiesa di San Lorenzo in Panisperna.

 

Altre volte il denaro necessario arrivò in maniera miracolosa. Per esempio, un giorno che in casa mancava il necessario, Brigida mandò sua figlia Caterina in San Pietro insieme ad alcune devote signore romane. Mentre pregavano davanti alla tomba dell'apostolo, si videro davanti una signora sconosciuta vestita di un abito bianco e di un mantello nero. La sconosciuta portava sul capo un velo bianco. La signora si rivolse a Caterina e le chiese di pregare «per la norvegese». Caterina le chiese allora da dove venisse, e la sconosciuta rispose che veniva dalla Svezia. Disse poi che la moglie di suo fratello Karl, il figlio maggiore di Caterina, era morta e aggiunse: «Pregate per la norvegese! Presto riceverete notizie e aiuti dalla patria, perché la norvegese ha lasciato a voi la collana d'oro che era solita portare». Subito dopo la sconosciuta signora scomparve.

 

Poco tempo dopo questo episodio arrivò dalla Svezia Ingwald Anundsson, buon amico di Caterina, che annunciò la morte di Guydda, la moglie di Karl. Guydda era norvegese. Ingwald portava con sé la collana d'oro della defunta. Questo gioiello aveva un valore così alto che, vendendolo, col ricavato Brigida, sua filia e il seguito poterono vivere per un anno intero. Un'altra preoccupazione venne dalla casa in quanto, dopo quattro anni di soggiorno nel palazzo del cardinale Hugo di Beaufort, Brigida fu costretta a cercare un nuovo alloggio per sé, la figlia e il seguito. Un inviato del cardinale le comunicò infatti, piuttosto bruscamente, di liberare l'appartamento nel giro di un mese.

 

Ecco come sono narrati i fatti nelle Rivelazioni: Quando udì queste parole, si turbò, poiché aveva presso di sé la sua bella, giovane e nobile figlia, la cui vista infondeva gioia in ognuno. Temeva di non riuscire a trovare un'abitazione analoga che le consentisse di tenere alto l'onore suo e di sua figlia. In lacrime pregò Dio che l'aiutasse. Il Signore però volle mettere alla prova la sua serva e così le parlò: «Vai e cerca per tutto questo mese, percorri con il tuo confessore tutta la città per vedere se riuscite a trovare un'altra casa adatta a voi». Ella ubbidì e per tutto il mese girò con dolore e preoccupazione per la città insieme al maestro Petrus e al padre spirituale Petrus di Alvastra; non riuscì però a trovare nessuna casa adatta. Quando sua figlia Caterina si accorse delle preoccupazioni della madre, si afflisse per il suo onore e pianse. Due giorni prima della fine del mese fece preparare i bagagli per lasciare la casa e traslocare in una locanda. Oppressa dal dolore si rivolse di nuovo al cielo e chiese aiuto piangendo e pregando.

 

Allora le apparve Cristo e così le parlò: «Tu sei turbata perché non riesci a trovare una casa adatta. Sappi che io l'ho consentito per la tua salvezza e la tua edificazione, affinché tu conosca per esperienza la miseria e la sofferenza che i poveri pellegrini debbono sopportare lontano dalla loro patria, ed impari quindi ad avere compassione. Sappi anche che non sarai mandata via dalla tua casa, ma sarai informata da parte del proprietario che potrai rimanervi ancora temporaneamente ...».

 

Le cose andarono come il Signore aveva annunciato; inoltre qualche tempo dopo una vedova romana di nome Francesca Papazzuri, che conosceva bene Brigida e le era devota, le offrì la propria casa nelle vicinanze di Campo dei Fiori e della chiesa di San Lorenzo in Damaso. In questa casa, comoda, spaziosa e cinta da un solido muro, costituita da un edificio principale, da tre case minori e da una torre, Brigida visse fino alla morte con la figlia e con i sacerdoti che l'accompagnavano. È la stessa casa che, ampliata e ristrutturata, ospita oggi le suore brigidine.

 

Le stanze in cui vissero Brigida e Caterina sono ancora perfettamente conservate. Nella nuova abitazione Brigida ospitò spesso parenti, amici e pellegrini svedesi, e anche poveri e ammalati.
Nel 1355 Brigida ebbe la gioia di rivedere anche il figlio Birger, venuto a Roma per farle visita. Una prova del soggiorno romano di Birger, e insieme una testimonianza della stima di cui godeva Brigida, è rappresentata da una lettera datata 14 ottobre 1355 e firmata da papa Innocenzo VI. Poiché Birger si era trovato in difficoltà finanziarie e non sapeva come affrontare il lungo viaggio di ritorno, il pontefice - forse sollecitato da Brigida - venne in suo aiuto e con la lettera sopra citata diede incarico al governatore di Perugia di fargli versare da una banca romana la somma di quattrocento fiorini d'oro, «come nostro gentile dono».

 

Dai pellegrini svedesi che venivano a Roma, Brigida era tenuta al corrente della situazione politica della sua patria, che ebbe sempre molto a cuore. Da Roma seguì la decadenza di re Magnus, che all'inizio del 1353 aveva ottenuto in prestito da papa Innocenzo VI il denaro raccolto in Svezia e Norvegia per l'obolo di San Pietro. Si trattava di una grossa cifra che il re avrebbe dovuto restituire a breve scadenza, entro quello stesso anno. Poiché nonostante gli appelli del papa il denaro non veniva restituito, nel 1358 re Magnus fu scomunicato. Con grande mancanza di umiltà continuava però a frequentare la chiesa, benché non ne avesse più il diritto. La scomunica, che aveva addolorato moltissimo Brigida, fu revocata nel 1360, ad avvenuta restituzione al papa della somma ricevuta in prestito.

 

C'erano poi le questioni politiche. Nel 1356 Erik, figlio maggiore di Magnus e figlioccio di Brigida, si era proclamato re degli svedesi, opponendosi al padre. Padre e figlio si erano poi riconciliati, ma Erik era morto presto. Re Magnus aveva anche ceduto al re di Danimarca la Scania, la provincia più meridionale, più ricca e fiorente della penisola scandinava, e l'isola di Gotland, conquistate dagli svedesi a caro prezzo. Assai preoccupata per questa situazione, Brigida decise allora di scrivere una lettera ai nobili svedesi, dei quali faceva parte anche suo figlio Karl, sollecitandoli a recarsi dal re e dirgli quanto segue:
Si tratta della salvezza della vostra anima, non c'è persona in Svezia o all'estero che abbia fama così cattiva come voi. Si dice di voi che abbiate commercio carnale con persona del vostro sesso, e ciò non pare incredibile poiché vi sono intorno a voi uomini che voi amate più di Dio, della vostra anima e di vostra moglie.

 

Inoltre vi venne interdetto di entrare in chiesa, ma voi continuate ad ascoltare la santa messa come prima. Terzo e quarto, voi avete dilapidato i beni e le terre della corona e siete stato un traditore verso la Scania e quei vostri funzionari e sudditi che hanno servito voi e vostro figlio, e vorrebbero continuare a servire voi e vostro figlio, rimanere sotto la corona di Svezia e combattere contro i nemici della Svezia. Costoro li avete abbandonati in balìa del peggiore dei loro nemici, in modo che non potranno mai essere sicuri della loro vita e dei loro beni finché egli vivrà. Se siete disposto a far penitenza dei vostri delitti e peccati e a riconquistare quello che è perduto, siamo pronti a servirvi.

 

Se non ve ne sentite capace, cedete la corona al figlio e andatevene. Ovvero, restate nel Paese purché vostro figlio giuri che si accingerà a riconquistare i territori perduti, che ascolterà i consigli dei suoi ministri e renderà giustizia al popolo. Diversamente un altro sarà eletto re al suo posto, perché la mano di Dio pesa ugualmente sul vecchio come sul giovane e può fare scacciare l'uno e l'altro. La lettera di Brigida arrivò in Svezia nel 1365. Poco tempo dopo apparve il Libellus de Magno Erici Rege, uno scritto polemico della nobiltà svedese contro re Magnus certamente influenzato dalla missiva della veggente: vi si ritrovano sia le accuse politiche sia quelle di omosessualità e di partecipazione alla messa nonostante la scomunica.

 

Un altro elemento a favore del sostegno dato da Brigida all'opposizione aristocratica contro re Magnus è il seguente: l'esercito di Alberto di Meclemburgo, invitato dai nobili, che batté e fece prigioniero re Magnus nella battaglia di Gata, era comandato da Karl Ulfsson Sparre, parente di Brigida in quanto marito di Elena, figlia di suo fratello Israel. Nel 1369, quando Karl e Birger raggiunsero la madre Brigida a Roma per accompagnarla nel viaggio in Terra Santa, re Magnus era ancora prigioniero nella torre del castello di Stoccolma. Fu liberato solo nel 1371, ma dovette rinunciare alla corona di Svezia per sé e per suo figlio.

 

CAPITOLO VII - IL SOGGIORNO A NAPOLI

 

Brigida e il suo sposo Ulf facevano parte del Terzo ordine francescano; è quindi ben comprensibile che, giunta in Italia, la futura santa desiderasse con tutto il cuore visitare la tomba di san Francesco ad Assisi. Per mettersi in viaggio attese però, come sempre, di ricevere indicazioni dal cielo. E le indicazioni arrivarono. Il 4 ottobre 1351, festa di San Francesco, Brigida stava pregando nella chiesa a lui dedicata, San Francesco a Ripa in Trastevere, quando le apparve il poverello di Assisi che le disse: «Vieni nella mia cella, per mangiare e bere con me».

 

Il viaggio fu realizzato nell'estate successiva in compagnia di Caterina e di altre persone, tra cui la nobile signora romana Francesca Papazzuri che in seguito le offrì la sua casa. Come leggiamo negli Atti processuali, il lungo tragitto fu percorso interamente a piedi. A Santa Maria degli Angeli, a pochi chilometri da Assisi, i pellegrini visitarono la cappella della Porziuncola, un semplice oratorio del X secolo ricostruito da san Francesco. Oggi la Porziuncola si trova sotto la cupola della grande basilica rinascimentale eretta tra il XVI e il XVII secolo. Ai tempi di santa Brigida però l'oratorio era come ai tempi del poverello di Assisi. f 1 pellegrini si recarono poi alla chiesa di San Francesco, progettata da frate Elia, architetto dell'ordine; lo splendido complesso, iniziato nel 1228, due anni dopo la morte del santo e consacrato nel 1253, consta di due chiese sovrapposte, la basilica superiore e quella inferiore. Nella prima Brigida e i suoi accompagnatori ebbero certamente modo di ammirare il celebre ciclo di affreschi di Giotto, dipinto tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV, dove in ventotto riquadri è descritta la vita del santo. La tomba di san Francesco è custodita invece fin dal 1230 nella basilica inferiore, e fu qui che Brigida si trattenne a lungo.

 

Mentre pregava le apparve il santo che le disse: Sii benvenuta! Ti ho invitata nella mia cella per mangiare e bere con me. Tu però devi sapere che questa casa non è la cella della quale ti ho parlato. La cella che intendevo è piuttosto la vera obbedienza che io ho sempre osservato, così che io non ho mai voluto stare senza una guida spirituale; per questo ho sempre avuto presso di me un sacerdote al quale ho sempre umilmente ubbidito. Questa era la mia cella. Comportati anche tu in questo modo, perché ciò è gradito a Dio. Il cibo di cui con gran gioia mi sono nutrito era questo: ho allontanato il mio prossimo dalle vanità della vita mondana, perché potesse servire Dio con tutto il cuore. Questa gioia era per me come un dolcissimo cibo. La mia bevanda era la gioia che provavo quando mi accorgevo che le persone che avevo convertito cominciavano ad amare Dio con tutte le loro forze, a vivere in povertà e a dedicarsi alla preghiera. Vedi, figlia mia, questa bevanda allietava tanto la mia anima che tutto ciò che è mondano mi ripugnava. Vai dunque in questa mia cella, mangia questo mio cibo e bevi questa bevanda con me, affinché tu possa essere saziata in eterno da Dio.

 

Il pellegrinaggio ad Assisi non fu certo l'unico di Brigida in Italia: ce ne furono molti altri, soprattutto nel Sud della penisola. Nell'estate del 1366 Brigida si recò a Ortona, poco a sud di Pescara sul litorale adriatico (oggi in provincia di Chieti), nella cui cattedrale sono custodite fin dal 1258 le reliquie dell'apostolo Tommaso, qui trasferite da Edessa. A quanto risulta, questo pellegrinaggio fu ispirato dal vescovo svedese Thomas di Vàxjò, che si era recato a Roma per impegni inerenti al suo ufficio ed era ospite in casa di Brigida. Insieme a Caterina, ai due Petrus e al sacerdote svedese Magnus Pederson, il vescovo Thomas accompagnò Brigida in questo e in altri pellegrinaggi.

 

Da Ortona i pellegrini svedesi raggiunsero il monte Gargano nelle Puglie e visitarono il santuario di Monte Sant'Angelo (Foggia), famoso per le apparizioni dell'arcangelo Michele. In base alla tradizione, l'arcangelo apparve la prima volta nel 490 al vescovo di Siponto quando nella zona era ancora vivo il culto pagano, e disse che l'immensa grotta divenuta poi santuario era sacra a lui e doveva quindi essergli dedicata. Soltanto alla terza apparizione il vescovo fece quanto richiesto. Quattro secoli dopo l'arcangelo apparve all'imperatore tedesco Enrico detto il Santo, che aveva voluto trascorrere una notte da solo nella grotta.

 

Dal Gargano la piccola comitiva raggiunse Bari, nel cui splendido duomo romanico riposano le spoglie di san Nicola, vescovo di Myra in Asia Minore, morto verso la metà del IV secolo e sepolto nella sua città. Nel 1087 il corpo del santo era stato rapito dai pirati e portato a Bari, dove era stato accolto con immenso entusiasmo e venerazione. Mentre pregava nella cripta davanti alla tomba, Brigida ebbe la visione di san Nicola che, fra le altre cose, le disse: Sappi che come la rosa produce profumo e il grappolo d'uva un dolce succo, così il mio corpo ha ricevuto dal Signore la particolare benedizione di trasudare olio. Egli infatti onora i Suoi eletti non solo in cielo, ma anche sulla terra, affinché molte persone ne siano edificate e partecipino alla grazia concessa ai santi.

 

È evidente il riferimento a quella che viene chiamata «manna di san Nicola», che cominciò a trasudare dalle ossa del santo dopo la sua morte. Il fenomeno, testimoniato fin dall'antichità, continua ancora oggi. Alla manna sono attribuite proprietà terapeutiche.
Da Bari i pellegrini raggiunsero Benevento, per onorare le reliquie di san Bartolomeo che riposano nella chiesa a lui dedicata fin dall'838; e infine Salerno, dove nella cripta del duomo riposano le spoglie dell'evangelista Matteo. In ognuno di questi luoghi Brigida, come si legge nelle Rivelazioni, ebbe visioni e locuzioni interiori.

 

Era ormai giunto l'autunno e Brigida, seguendo l'indicazione del Signore, si diresse verso Napoli per trascorrervi le feste natalizie. A Nola si unì al gruppo il conte Nicola Orsini: a Roma Brigida era stata in rapporti di familiarità con la famiglia Orsini e aveva conosciuto il giovane Nicola. A Napoli, attraverso le sue conoscenze, il conte aprì a Brigida le porte della corte della regina Giovanna.

 

Con i suoi accompagnatori Brigida prese alloggio all'albergo dei Cavalieri di Malta, vicino alla chiesa di San Giovanni al Mare. Invece di qualche settimana, Brigida rimase a Napoli due anni, dal luglio 1365 all'ottobre 1367, perché incaricata dal Signore di svolgervi compiti importanti. A Napoli regnava la regina Giovanna, donna molto bella e molto discussa per la sua condotta spregiudicata. Dopo i Vespri Siciliani del 1281, il regno delle Due Sicilie era stato diviso fra la famiglia d'Aragona, in Sicilia, e gli Angiò a Napoli. Durante tutto il XIV secolo i due Stati furono in guerra; il papa appoggiava Napoli contro l'usurpatore spagnolo. Discendente per parte materna dai conti di Provenza, Giovanna era salita al trono nel 1343. Il suo matrimonio con Andrea d'Ungheria si era rivelato infelice. Gli sposi erano mal assortiti: colta e gioiosa lei, rozzo e grossolano lui. Nel 1345, nel palazzo di Aversa dove i sovrani trascorrevano l'autunno, Andrea fu assalito e strangolato da assassini che restarono ignoti. Tutti sapevano che tra gli sposi non correva buon sangue e sospettarono di Giovanna.

 

Nel 1347, a vent'anni, Giovanna sposò suo cugino Ludovico di Taranto, senza curarsi di chiedere la dispensa papale necessaria a causa della stretta parentela; nel gennaio dell'anno successivo Ludovico di Ungheria varcò le Alpi per vendicare il fratello Andrea. Al suo arrivo a Napoli Giovanna però si era già imbarcata per la nativa Provenza, per recarsi ad Avignone dal papa. A quel tempo Brigida viveva ancora in Svezia, ma la fama di Giovanna era diffusa in tutta Europa.

 

Intanto a Napoli i baroni insorsero contro l'invasore ungherese e riuscirono a cacciarlo nel giugno 1348. Giovanna tornò salutata con giubilo da quello stesso popolo che poco tempo prima l'aveva accusata dell'omicidio del marito. Rientrata a Napoli, la regina dovette affrontare molti problemi, come la peste nera, che falcidiò tutta Europa e mieté centinaia di vittime, così che non fu possibile imporre tasse; ci fu poi il terribile terremoto che nel 1349 colpì il regno devastando varie città tra cui l'Aquila, Aversa, Ascoli e Montecassino, dove crollò il monastero benedettino. Anche a Napoli rovinarono molti edifici, tra cui il campanile della cattedrale.

 

Intanto nel Paese regnava la più grande confusione a causa delle bande di mercenari di Ludovico d'Ungheria, condotte da capitani di ventura che saccheggiavano, uccidevano e mettevano ogni cosa a ferro e fuoco. Questa situazione durò fino al 1352, quando finalmente si giunse alla pace col re di Ungheria; Giovanna e Ludovico di Taranto furono incoronati con una festa grandiosa alla quale parteciparono tutti i signori della penisola. Gradualmente nel regno di Napoli tornò la pace.

 

Quando Brigida arrivò a Napoli, Giovanna si era sposata per la terza volta con Giacomo di Maiorca. Nicola Orsini, conte di Nola, introdusse Brigida nel gran mondo napoletano. Una conoscenza importante per lei fu quella con la baronessa Lapa Buondelmonti, sorella del gran siniscalco di Napoli Niccolò Acciaiuoli. L'amicizia fra le due donne si approfondì per una guarigione miracolosa attribuita a Brigida. Negli Atti del processo si legge infatti che il figlio di Lapa, Esaù, di dieci anni, era gravemente ammalato di tubercolosi e che i medici non nutrivano più speranza di salvarlo. Chiamata al suo capezzale, Brigida toccò il piccolo, che subito guarì.

 

Sembra certo che Brigida e il suo seguito, dopo essere rimasti per qualche tempo nell'ospizio dei Cavalieri di Malta, si trasferissero nel palazzo di Lapa per il resto del soggiorno a Napoli. Probabilmente i pellegrini svedesi non avevano i mezzi per sostenersi due anni in albergo e l'ospitalità offerta risultò preziosa.
A Napoli la situazione non era molto diversa da quella di Roma e Brigida constatò subito una grave decadenza morale. Lo esprime molto chiaramente una rivelazione nella quale la Vergine le parla di due dei gravi peccati della città:

 

Il primo peccato consiste nel fatto che molti in questa città comprano pagani e infedeli per farne dei servitori e alcuni di questi signori non si preoccupano di farli battezzare o di convertirli alla fede cristiana. Anche se alcuni di loro vengono battezzati, i loro padroni non si curano poi di farli educare nella fede cristiana. Inoltre alcuni tengono le loro serve o schiave in tale miseria e ignoranza come fossero cani, le vendono e - peggio ancora - le inviano spesso nei bordelli per guadagnare denaro in maniera vergognosa e obbrobriosa. Alcuni le tengono nelle loro case come concubine per sé o per altri. Vi sono poi altri padroni che torturano e tormentano i loro schiavi con parole ingiuriose, al punto che alcuni di essi cadono nella disperazione e desiderano togliersi la vita.

 

Il secondo peccato è quello dei cattivi indovini, veggenti e repugnanti streghe, che prosperano nella città. Si ricorre ai loro esorcismi e alle loro stregonerie per ottenere favori d'amore e fertilità, per guarire le malattie o per scrutare il futuro.

 

Particolarmente la regina Giovanna, famosa per i suoi troppo liberi costumi, è oggetto delle cure di Brigida, che fu incaricata dal Signore di inviarle questi ammonimenti: Scrivile che: primo, ella deve fare una confessione coscienziosa di tutto ciò che ha fatto fin dalla giovinezza e prendere la ferma risoluzione di migliorarsi seguendo i consigli del confessore; secondo, deve riflettere attentamente in che modo si è comportata nel suo matrimonio e nella sua attività di regnante, perché un giorno dovrà rendere conto di tutto a me; terzo, deve avere la volontà di pagare i suoi debiti e di restituire ciò che ha acquisito arbitrariamente, perché finché si trattengono beni acquisiti ingiustamente l'anima è in grave pericolo; non serve fare molte elemosine se non si paga quello che si deve pagare; quarto, la regina non deve gravare la sua gente con nuove tasse, ma anzi alleggerire quelle esistenti, perché Dio ascolterà i lamenti di coloro che ella avrà rapinato; quinto, deve tenere consiglieri giusti, amanti della verità e non soggetti ai partiti, che non pensino al personale arricchimento ma si accontentino del necessario; sesto, deve quotidianamente ricordarsi in certe ore del giorno delle ferite e delle sofferenze di Cristo, per ridestare in questo modo nel suo cuore l'amore per Dio; in determinati tempi deve invitare i poveri, lavare loro i piedi e nutrirli; settimo, deve sentire un amore sincero per i suoi sudditi e consolare coloro che sono stati ingiustamente offesi; ottavo, deve distribuire i suoi doni con intelligenza, senza arricchire alcuni e opprimere altri; nono, nel punire i colpevoli non deve badare tanto al denaro che potrà ricavarne quanto alla giustizia; e dove vede pentimento e umiltà, deve mostrare maggior misericordia; decimo, finché vive deve fare in modo che nel suo regno ci sia pace, poiché io le annuncio che non avrà eredi naturali; undicesimo, deve accontentarsi dei colori naturali e della naturale bellezza del volto di cui Dio l'ha ornata, perché i colori artificiali non piacciono a Dio; dodicesimo, con grande umiltà e pentimento deve meditare sui suoi peccati, perché davanti ai miei occhi ella è una corruttrice di molte anime, una capricciosa devastatrice dei beni che le ho donato, un motivo di preoccupazione per i miei amici; tredicesimo, deve nutrire in cuore un timore costante, perché per tutta la sua vita è vissuta più come una donnaccia che come una regina; quattordicesimo, deve rinunciare a tutte le abitudini mondane, allontanare le adulatrici e trascorrere il tempo che le resta, che sarà breve, in onore mio, perché finora mi ha considerato una persona che non tiene conto dei suoi peccati. Se non mi ascolta, la tratterò non come una regina ma come un'ingrata e la fustigherò dalla testa ai piedi.

 

A quanto risulta, durante la permanenza di Brigida a Napoli la regina corresse almeno in parte il suo comportamento, ma dopo la partenza della veggente riprese purtroppo il suo abituale modo di vivere. A Napoli Brigida esercitò molte opere di misericordia, visitò chiese e santuari e nel novembre 1366 si recò ad Amalfi a venerare le reliquie dell'apostolo Andrea: questo fu l'ultimo dei pellegrinaggi italiani. Poi tornò a Napoli e vi rimase fino all'estate del 1367. Il 16 ottobre di quell'anno era certamente di nuovo Ì= a Roma per assistere al ritorno di papa Urbano V.

 

CAPITOLO VIII - L'APPROVAZIONE DELLA REGOLA

 

Lasciata Avignone, Urbano V era partito da Marsiglia nel maggio 1367 ed era sbarcato a Corneto, il porto più vicino a Viterbo, il 9 giugno, accolto da grande entusiasmo. A Viterbo il pontefice trascorse l'estate. Il 16 ottobre, scortato da un imponente corteo guidato da Nicola d'Este marchese di Ferrara, Urbano V fece il suo ingresso a Roma, dove da sessant'anni nessun papa aveva più messo piede. Anche a Roma l'entusiasmo era alle stelle e certamente Brigida e sua figlia Caterina erano tra la folla accorsa ad applaudire il pontefice. Le sedi papali erano all'epoca assai trascurate: il palazzo del Laterano era stato gravemente danneggiato nel 1360 da un incendio e non era mai stato restaurato; il Vaticano e Castel Sant'Angelo erano anch'essi bisognosi di ristrutturazioni. Il papa avviò subito i lavori e diede immediatamente inizio alla sua attività politica ricevendo molti regnanti, tra cui il re di Cipro e la regina Giovanna di Napoli.

 

L'estate successiva fu trascorsa nella residenza estiva di Montefiascone, sul lago di Bolsena, e nell'autunno dello stesso anno Urbano V si recò a Viterbo per incontrarsi con l'imperatore Carlo IV e rientrare con lui a Roma, cosa che avvenne nell'entusiasmo generale. Il 21 ottobre l'imperatore scortò il papa fino in San Pietro reggendo le redini del suo cavallo. In quell'occasione il pontefice incoronò imperatrice la quarta moglie di Carlo IV, Elisabetta di Pomerania. Brigida vide così papa e imperatore insieme a Roma, come molti anni prima le era stato preconizzato: «Vai a Roma e restaci finché non vedrai il papa e l'imperatore». L'avverarsi di questa profezia accrebbe il prestigio di Brigida. Ritenendo il vaticinio impossibile, molti infatti non le prestavano fede o addirittura la deridevano; ma poi, come testimonia la figlia Caterina negli Atti del processo, dopo che papa e imperatore furono entrati insieme a Roma, l'ebbero in maggiore stima e onore.

 

Questi sviluppi positivi fecero sperare a Brigida che fosse venuto il momento di far approvare la sua Regola. Nel 1369 andò a Montefiascone, dove il papa trascorreva l'estate, e vi rimase tre mesi. La veggente svedese desiderava anche che alla sua chiesa di Vadstena fossero concesse le stesse indulgenze di cui godeva la chiesa romana di San Pietro in Vincoli, dove sono custodite le catene dell'apostolo. Un tale privilegio sarebbe stato molto prestigioso per il monastero, in quanto avrebbe contribuito in maniera determinante alla sua fama di luogo di pellegrinaggio.

 

Il papa mostrò a Brigida grande attenzione e rispetto, ma l'approvazione dell'ordine incontrava in lui una certa resistenza. I problemi da risolvere erano molti: il latino nel quale la Regola era stata scritta risultava duro e antiquato, assai diverso da quello colto e raffinato in uso alla corte papale, col quale i confessori di Brigida non avevano dimestichezza. In questo Brigida ebbe l'aiuto prezioso di Nicola Orsini, che si offrì di curare una versione migliore della traduzione. Orsini, che era in quegli anni governatore papale a Perugia e aveva libero accesso presso il pontefice, provvide personalmente a consegnare al papa la Regola dopo la revisione del testo.

 

Quanto ai contenuti, una difficoltà era rappresentata dalla natura stessa del monastero, pensato per uomini e donne, cosa non più prevista ormai da moltissimo tempo. Fu inoltre fatto presente che gli ordini già esistenti erano tanti e che non si avvertiva quindi la necessità di una nuova istituzione, esistendo tra l'altro un divieto in questo senso sancito, come s'è detto, dal concilio Laterano del 1215 e confermato dal concilio di Lione del 1274. Ma Brigida non si arrese: sapeva che il Signore stesso voleva che l'ordine fosse approvato e si rivolse direttamente all'imperatore, che si trattenne a Roma sino alla fine del 1369; a lui indirizzò una lettera dettata dal suo sposo celeste nella quale si legge: Tu che detieni la dignità imperiale, sappi che io, creatore di tutte le cose, ho dettato una Regola in onore della mia amatissima madre e l'ho data alla donna che ti scrive. Leggila dunque attentamente e fa' sì che questa regola dettata dalle mie labbra sia approvata anche fra gli uomini ad opera del papa, che è il mio vicario in terra, dopo che io l'ho approvata davanti alla moltitudine celeste.

 

Come si può constatare, Brigida non lasciava nulla di intentato per raggiungere gli scopi che si era prefissata. Nell'estate del 1369 Brigida ebbe una grande gioia: rivide i figli Karl e Birger, che erano venuti a Roma per incontrarla. Ne approfittò per presentarli al papa vestiti dei loro abiti cavallereschi, nella speranza di conferire in questo modo maggiore autorità alla sua richiesta di approvazione dell'ordine.
Desiderando mostrare ai figli alcune delle bellezze d'Italia, ottenne dal papa un particolare lasciapassare e nell'autunno intraprese con loro il pellegrinaggio a Monte Sant'Angelo nel Gargano e a Bari. Dopo il viaggio Karl e Birger tornarono in Svezia.

 

Al pellegrinaggio partecipò anche un uomo che divenne il migliore e più valido amico e collaboratore di Brigida nei suoi ultimi anni: lo spagnolo Alfonso Pecha de Vadaterra, che era stato vescovo di Jaén in Andalusia e aveva poi rinunciato al suo alto incarico per entrare nell'ordine degli eremiti di san Girolamo (i girolamiti). Venuto in Italia dopo l'invasione dei mori della sua diocesi spagnola, aveva trascorso un certo periodo nella sede del suo ordine a Monteluco, presso Spoleto. Qui aveva sentito parlare di Brigida, aveva desiderato incontrarla, si era recato a Roma e, come lui stesso raccontò nella sua deposizione al processo, l'aveva cercata finché non l'aveva trovata. Da allora le rimase accanto divenendo suo confessore, consigliere, ordinatore delle Rivelazioni e, dopo la sua morte, promotore della causa di canonizzazione. Alfonso era nato nel 1329 o nel 1330 e mori nel 1388. La sua presenza accanto a Brigida si rivelò provvidenziale, anche perché in quegli anni i due Petrus furono soggetti a varie infermità che impedirono loro per esempio di unirsi alla futura santa e ai suoi figli nel loro pellegrinaggio.

 

Dobbiamo al vescovo Alfonso una preziosa testimonianza sul carattere e il comportamento di Brigida e sul suo atteggiamento verso i sacerdoti che facevano parte della sua famiglia: Aveva massima obbedienza verso i suoi padri spirituali, al punto da mortificare la propria volontà, perché ogni cosa che faceva era sottomessa al consenso dei predetti padri; non usciva di casa se non con il loro consenso e quando andava per Roma a visitare i santuari era sempre in loro compagnia; e neppure osava alzare gli occhi da terra se non dopo aver chiesto e ottenuto licenza di farlo. Anche tutte le attività della giornata, la suddivisione del tempo, il silenzio e la preghiera erano sottoposte al giudizio dei padri spirituali, come pure le visioni divine che riceveva quando pregava.

 

Dell'obbedienza ai padri spirituali rende buona testimonianza anche la figlia Caterina: «Per obbedienza ai suoi padri spirituali dormiva senza materasso, e questo durò fino a poco tempo prima della morte, quando ormai era affetta da molte infermità»'. La donna forte, capace di rivolgersi con autorità a papi e imperatori per indicare loro il volere di Dio, era in realtà umilissima, devota ai padri spirituali e disposta a rinunciare alla propria volontà in nome dell'obbedienza.

 

Il vescovo Alfonso svolse un prezioso lavoro per la revisione delle Rivelazioni, compito che gli fu affidato dal Signore stesso. Fu infatti dettato a Brigida: Devi consegnare al mio vescovo eremita tutti i libri delle Rivelazioni con queste mie parole, affinché possano essere tradotti in molte lingue; lui dovrà spiegare, illustrare e custodire il senso cattolico del mio spirito. Così come il tuo cuore non è sempre in grado di esprimere con sufficiente calore e trascrivere ciò che ti viene comunicato, ma lo ponderi nella tua mente, e poi lo scrivi e lo riscrivi fino a trovare il corretto significato delle mie parole, allo stesso modo il mio spirito si levò e discese tra gli evangelisti e i maestri, che a volte produssero qualcosa che dovette essere corretto, a volte qualcosa che dovette essere nuovamente trattato, altre volte ancora furono biasimati e dovettero intervenire altri per meglio esprimere le parole che avevano usato.

 

E tuttavia fu sempre il mio spirito a infondere a tutti i miei evangelisti le parole che essi pronunciarono e scrissero. Dì allora all'eremita che deve eseguire e portare a termine il lavoro dell'evangelista'. Alfonso di Jaén curò la redazione definitiva delle Rivelazioni e la loro suddivisione in otto libri. Nell'estate del 1370 Brigida era di nuovo a Montefiascone e fu ricevuta dal papa insieme ad Alfonso e a Nicola Orsini. Il risultato ottenuto fu per Brigida di parziale soddisfazione: la sua Regula Sanctissimi Salvatoris fu approvata, ma solo come appendice della Regola agostiniana che il monastero di Vadstena avrebbe dovuto seguire. Del privilegio di indulgenza richiesto per il monastero non si faceva alcuna menzione'. Era invece concessa licenza per la costruzione di un monastero per le monache con annesso quello per i monaci.

 

La bolla papale, datata S agosto 1370, era indirizzata all'arcivescovo di Uppsala e ad altri tre vescovi svedesi. Motivo di grande dispiacere per Brigida fu rendersi conto, durante il soggiorno a Montefiascone, che il papa non aveva nessuna intenzione di ritornare a Ro- ma, ma - cedendo alle pressioni dei vescovi francesi -stava anzi programmando di trasferirsi di nuovo ad Avignone. Fece allora avere a Urbano V una lettera ispirata dalla Vergine in cui gli si diceva: «Se riuscirà a tornare in patria, riceverà un colpo tale da fargli battere i denti; la sua vista si oscurerà e tutte le sue membra tremeranno... Gli amici di Dio non lo ricorderanno più nelle loro preghiere ed egli dovrà rendere conto a Dio di tutto quello che ha fatto e omesso»6. Urbano V non ne tenne conto. A metà settembre di quello stesso anno era già in Francia e il 19 dicembre improvvisamente morì.

 

A tornare definitivamente a Roma fu il suo successore Gregorio XI nel 1377: ma Brigida non poté accoglierlo come aveva fatto con Urbano V, perché era già morta da quattro anni. A prendere il testimone e convincere definitivamente il papa a tornare a Roma era stata un'altra grande santa: Caterina da Siena. Il 30 dicembre, dopo un solo giorno di conclave, fu eletto papa il cardinale Pierre Roger de Beaufort, che scelse il nome di Gregorio XI. Il neoeletto aveva quarantadue anni ed era nipote di Clemente VI, che l'aveva innalzato alla porpora cardinalizia appena diciottenne. Gregorio XI aveva studiato a Perugia ed era un insigne giurista; come uomo, era devoto, sensibile e intuitivo; come politico, sapeva bene che il ritorno del papato a Roma costituiva ormai un'esigenza improrogabile.

 

Brigida si rallegrò della sua elezione a papa, anche perché l'aveva conosciuto di persona quando era cardinale: si era infatti rivolta a lui per far recapitare a Urbano V la lettera con cui gli annunciava una rapida morte se fosse tornato ad Avignone.

 

Fiduciosa che Gregorio XI avrebbe riportato il papato a Roma, già nel gennaio 1371, pochi giorni dopo la sua elezione a pontefice, Brigida gli inviò la rivelazione ispiratale per lui dalla Vergine Maria; a recapitarla fu il suo devoto amico Latino Orsini. Ecco il testo della lettera: Io sono colei che ha generato il figlio di Dio. Dopo averti affidato alcune parole che dovevano essere comunicate a papa Urbano V, ora di nuovo ti dico alcune parole da trasmettere a papa Gregorio XI. Ma affinché queste parole siano meglio comprese, voglio fare un paragone: una madre amorevole vede il suo amatissimo bambino giacere nudo e tremante di freddo sul pavimento e si accorge che il piccino non ha la forza per alzarsi e piange miserevolmente per il desiderio delle carezze e del latte materno. Allora la madre si commuove e piena d'amore per il suo bambino corre rapida verso di lui, lo solleva, lo accoglie fra le sue braccia, lo riscalda col calore del suo seno materno e lo nutre dolcemente col suo latte. Allo stesso modo io, madre di misericordia, voglio comportarmi con papa Gregorio XI, se tornerà in Italia e a Roma con l'intenzione di rimanervi e se avrà la ferma volontà di porre rimedio alla miseria delle pecorelle a lui affidate e se si dedicherà con umiltà e amore a riportare la Chiesa ad una nuova condizione.

 

Allora io, madre veramente amorevole, lo solleverò da terra come un bambino nudo e tremante di freddo, cioè libererò lui e il suo cuore da ogni desiderio e attaccamento terreno contrario a Dio, e lo riscalderò col calore materno dell'amore che è nel mio petto. Lo nutrirò poi col mio latte, cioè con la mia preghiera... Ecco, io gli ho rivelato il mio amore materno, quello che gli dimostrerò se ubbidisce; poiché è volontà di Dio che egli riporti umilmente la sua sede a Roma. Affinché però il papa, nel caso che non obbedisca, voglia scusarsi col motivo dell'insicurezza, annunciagli con materno amore che cosa ne conseguirà: dovrà subire l'ira di Dio, mio figlio, la sua vita sarà abbreviata e sarà chiamato davanti al tribunale di Dio. Allora nessuna potenza terrena potrà aiutarlo. Anche la sapienza e la scienza dei medici non potrà giovargli e neppure l'aria del suo paese natale gli sarà benefica per allungare la sua vita anche di poco...

 

A quanto risulta, papa Gregorio XI fu molto colpito da questa rivelazione, che certamente contribuì a farlo orientare sempre più verso il progetto di lasciare Avignone. Brigida aveva fatto quanto poteva per indurre il pontefice a riportare la sede papale a Roma. Ora non restava che attendere. Intanto però era venuto il tempo di riprendere il bastone del viandante e affrontare il più lungo, impegnativo e agognato dei suoi pellegrinaggi: quello in Terra Santa.

 

CAPITOLO IX - IN TERRA SANTA

 

Il pellegrinaggio nella terra di Gesù era stato già più volte preannunciato alla veggente: la prima volta ad Alvastra, mentre assisteva il marito ammalato, la seconda volta a Roma, subito dopo l'anno giubilare 1350, nell'abitazione romana. In quell'occasione le era apparsa la Vergine che le aveva detto: «Andrai pellegrina nella città santa di Gerusalemme, quando piacerà a mio figlio. Andrai allora anche a Betlemme. Là ti spiegherò dettagliatamente come ho generato mio figlio Gesù Cristo, poiché egli così ha voluto».

 

Erano passati più di vent'anni da allora e dallo sposo celeste non era arrivata nessuna indicazione sul viaggio in Terra Santa. Il 25 maggio 1371 Brigida però ne udì la voce: «Preparatevi ad andare pellegrini a Gerusalemme per visitare la mia tomba e altri luoghi sacri che si trovano là. Appena ve lo dirò, lasciate Roma».

 

Brigida si spaventò, temendo di non riuscire a fare quanto il Signore le chiedeva: non era più giovane, si sentiva debole e ammalata, aveva mezzi economici limitati. Ma una nuova rivelazione dissipò i suoi dubbi e le fece superare ogni preoccupazione:
Partite adesso da Roma e andate a Gerusalemme. Perché temi per la tua età? lo sono il creatore della natura. lo posso rendere la natura debole o forte, così come mi piace. lo sarò con voi, raddrizzerò il vostro cammino, vi guiderò e vi ricondurrò a Roma. Vi provvederò anche dei mezzi necessari più abbondantemente di quanto abbiate avuto finora.

 

Brigida fece i preparativi. Con lei si mettevano in viaggio tre dei suoi figli: oltre a Caterina, c'erano anche Karl e Birger, venuti appositamente dalla Svezia per accompagnarla. Poi i due Petrus, il vescovo Alfonso e due cappellani svedesi. La partenza avvenne il 25 novembre 1371. In precedenza, come testimoniò Caterina, era stato comunicato alla santa che sarebbero ritornati tutti tranne uno.
La prima meta fu Napoli, dove Brigida e il suo seguito furono accolti con grandi onori dalla regina Giovanna. Qui trascorsero il Natale, in attesa del vento favorevole per prendere il mare. A quanto narrano le cronache, tra Karl e la regina nacque una storia d'amore molto passionale, che preoccupò alquanto la madre. Non si sa fino a che punto il fatto sia reale, di certo si sa che Karl era un personaggio particolare, romantico e amante dell'avventura. A fine febbraio peraltro Karl si ammalò, forse di cuore, e il 12 marzo 1372 morì. La regina pianse il suo cavaliere e partecipò con tutta la corte alle solenni esequie nella chiesa di Santa Croce.

 

Le testimonianze di Caterina e del vescovo Alfonso ci permettono di conoscere quale fu l'atteggiamento di Brigida: «Mentre la regina e molti piangevano, lei non pianse mai, ma raccomandava l'anima del figlio a Dio», raccontò la figlia'. E Alfonso: Ella sedeva a otto, dieci passi dal figlio, e quando lui rese l'anima a Dio non disse nulla né pianse, ma alzate le mani benedisse e ringraziò il Signore, conformandosi umilmente alla volontà divina. Non pianse neppure al solenne funerale, come piansero la regina ed altri, ma disse: «Vai, figlio mio, pellegrino benedetto da Dio e da me» (Vade, fili mi, peregrine benedicte a Deo et a me). E poiché molti mormoravano e la criticavano, lei rispose: «Non m'importa che dicano male di me, poiché faccio la volontà di Dio» (Ego non curo, quid dicunt malum de me, dum tamen ego faciam voluntatem Dei). Il giorno stesso delle esequie di Karl, il 14 marzo, la nave dei pellegrini salpò da Napoli e in cinque giorni, dopo una tempestosa traversata, giunse a Messina.

 

Ripartiti dopo una settimana, Brigida e i suoi accompagnatori giunsero a Cipro il 14 aprile. Il viaggio, come raccontò in seguito il vescovo Alfonso, non fu esente da pericoli e sia i marinai sia i passeggeri erano spaventati. Brigida però restava «paziente e serena» e alzava le mani al cielo ringraziando Dio. E poiché le chiedevano come mai lo ringraziasse, lei rispose che lo ringraziava perché permetteva che avessero quelle tribolazioni. A Cipro i pellegrini fecero una sosta di due setti-. mane. Appena giunta nell'isola, Brigida prese contatto con la regina Eleonora, figlia di Pietro d'Aragona e vedova di Pietro 1 di Lusignano, che era stato assassinato nel 1368 dai suoi cugini. La situazione politica era molto inquieta, anche a causa dei veneziani e dei genovesi che con i loro commerci avevano molto potere ed erano oggetto di timore e sfiducia. A quanto sembra, Eleonora aveva in animo di tornare in Spagna. Ella conosceva la fama di Brigida: l'accolse quindi con onore e le confidò le sue preoccupazioni.

 

Brigida prese a cuore le vicende del regno di Cipro e, in seguito a una rivelazione del suo celeste sposo, consigliò alla regina di non lasciare l'isola, di non risposarsi, di non cercare di vendicare l'assassinio di suo marito ma di restare accanto a suo figlio Pietro, che di lì a poco sarebbe stato incoronato re (di ritorno dalla Terra Santa Brigida fu presente all'incoronazione), e di consigliarlo per il meglio. Da Gesù ricevette anche una rivelazione destinata al giovane sovrano, nella quale si legge: È un grande impegno essere re; è un grande onore, ma anche una preoccupante responsabilità. Per questo è opportuno che il re sia un uomo maturo, esperto, prudente, giusto e laborioso, più attento al bene dei suoi sudditi che all'imposizione della propria volontà. Per questo fin dai tempi più antichi i regni venivano governati bene se veniva scelto un sovrano capace di governare con giustizia e desideroso di farlo.

 

Adesso però i regni non sono più regni, ma giochi da bambini, oggetto di follia e di rapina. Guai al regno il cui re è un bambino che conduce una vita sciocca, si circonda di adulatori e non si preoccupa del progresso della comunità. Dato però che questo fanciullo non porta in sé l'ingiustizia di suo padre, se vuole progredire e tenere alto l'onore del suo nome deve ubbidire alle parole che gli rivolgo per il bene di Cipro: non deve imitare lo stile di vita dei suoi predecessori, deve abbandonare la leggerezza dell'adolescenza, deve comportarsi da vero sovrano e scegliere consiglieri che amino più la sua anima e il suo onore che i suoi doni; deve odiare gli adulatori e non aver paura di dire la verità e di seguirla. Altrimenti questo giovane non avrà gioia dal suo popolo e il suo popolo non avrà gioia da questo giovane destinato ad essere re.

 

Appena le condizioni del mare lo consentirono, Brigida e il suo seguito si rimisero in viaggio per la Terra Santa; al gruppo dei pellegrini si unì il confessore della regina Eleonora, il francescano Martino d'Aragona, che fin dall'arrivo della santa a Cipro le aveva dimostrato grande venerazione. La traversata fu burrascosa e la maggior parte dei bagagli andò perduta. Particolarmente difficile fu l'ultimo tratto: quando erano ormai in vista di Gerusalemme, la nave fu sul punto di naufragare. Ma Brigida tranquillizzò tutti con queste parole: «Non temete, perché in questo naufragio nessuno di questa nave morirà». E così fu.

 

Finalmente i pellegrini poterono baciare il suolo della terra di Gesù. Sbarcati a Giaffa all'inizio di maggio, il 13 dello stesso mese Brigida e i suoi accompagnatori arrivarono a Gerusalemme e presero alloggio all'albergo dei Pellegrini. Il programma della santa prevedeva la visita ai luoghi dove Gesù era nato, era stato battezzato ed era morto e risorto. Gesù stesso , l'aveva sollecitata a non fare di più e a conservare le forze per i compiti futuri: «A causa della vostra debolezza è sufficiente per voi visitare i luoghi più vicini... Quando tornerete dal Giordano preparatevi al ritorno perché vi sono ancora molte cose da inviare ai pontefici». Il programma si concentrò quindi su Gerusalemme, Betlemme e il Giordano.

 

Complessivamente Brigida rimase in Terra Santa quattro mesi. La prima visita fu alla cappella costruita sul Golgota proprio nel punto in cui era stata eretta la croce, e fu qui che si presentò la grande visione della passione e morte di Gesù. Brigida aveva avuto fin da bambina un infinito amore e una grande venerazione per il Salvatore crocifisso e ogni venerdì, in memoria della passione, digiunava a pane e acqua. La visita alla cappella del Golgota avvenne appunto di venerdì: Brigida si inginocchiò, baciò devotamente la borchia collocata sul punto in cui era stata infissa la croce, pregò a lungo e pianse. Ed ecco che ebbe la visione che subito dopo trascrisse in questi termini: Mentre ero sul monte Calvario e piangevo amaramente, vidi il mio Signore nudo e flagellato, condotto dai giudei alla crocifissione e da loro attentamente sorvegliato. Vidi anche un'apertura scavata nel monte e intorno a questa i carnefici intenti alla loro terribile opera.

 

Il Signore però si rivolse a me e disse: «Osserva, in questa apertura nella roccia fu piantata la mia croce nell'ora della mia passione». Subito vidi i giudei conficcare la croce nel terreno e fissarla con piccoli pezzi di legno incastrati tutto intorno affinché fosse ben salda e non cadesse. Quando la croce fu solidamente sistemata, costruirono una sorta di scala di legno che arrivava fino al punto in cui dovevano essere inchiodati i suoi piedi, in modo che per mezzo dei gradini sia lui che i suoi carnefici potessero salirvi per la crocifissione. Poi i carnefici salirono e con insulti e derisioni fecero salire anche Gesù. Egli salì mansueto come un agnello che si fa condurre al macello. Quando fu sulla scala, stese spontaneamente il braccio, aprì la mano destra e la pose sulla croce. E quei crudeli tormentatori lo inchiodarono alla croce, piantando il chiodo dove l'osso è più solido. Poi, tirandolo con una corda, al- zarono il braccio sinistro e inchiodarono la mano alla croce allo stesso modo. Poi il corpo di Gesù fu disteso sulla croce, i carnefici posero una tibia sopra l'altra e inchiodarono i piedi così uniti con due chiodi, stirando tutte le membra con tale violenza che le vene e i nervi furono sul punto di spezzarsi.

 

Poi gli rimisero in capo la corona di spine che gli avevano tolto durante la crocifissione e la premettero forte sul santo capo. La corona produsse tali ferite che subito gli occhi si riempirono di sangue che colò giù copiosamente. Anche le orecchie si riempirono di sangue e tutto il viso e la barba si colorarono di sangue scarlatto.

 

Subito dopo i carnefici e i soldati allontanarono le scale; rimase soltanto la croce alla quale era crocifisso il mio Signore.
Mentre io, sopraffatta dal dolore, meditavo sulla crudeltà dei carnefici, vidi la madre di Gesù accovacciata a terra, straziata dalla sofferenza, tremante e quasi fuori dai sensi. Giovanni e le donne, che stavano alla sua destra non lontano dalla croce, la confortavano. La pena per la sofferenza della santissima madre mi trafisse il cuore come una affilatissima spada. Poi la madre dolorosa finalmente si alzò, sollevò lo sguardo verso suo figlio e rimase lì, sostenuta dalle donne, fuori di sé per l'orrore e quasi morta. Quando il figlio vide piangere lei e gli altri amici, la raccomandò con voce autorevole a Giovanni. Dalla sua espressione e dalla sua voce si capiva che il suo cuore era trafitto come da una freccia acuminata dall'infinita compassione per sua madre.

 

I suoi cari e bellissimi occhi erano quasi spenti, la bocca aperta e sanguinante, il volto pallido e macilento, il corpo livido per la mancanza di sangue. Le pelle del suo santissimo corpo era così sottile e delicata che ogni minimo colpo vi lasciava un segno. Di tanto in tanto Gesù faceva il tentativo di raddrizzarsi sulla croce, perché la sofferenza che provava era insopportabile. Talvolta il dolore saliva dalle sue membra e dalle sue vene fino al cuore, tormentandolo crudelmente. Era una morte prolungata con disumana crudeltà. Allora, sopraffatto dal dolore e ormai vicino a morire, gridò con voce forte: «O Padre, perché mi hai abbandonato?».

 

Ora aveva le labbra pallide, la lingua piena di sangue, il corpo esangue. Nell'angoscia dell'estrema sofferenza gridò per la seconda volta: «O Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!». Poi alzò un poco la testa, ma subito la reclinò e rese lo spirito. Quando la madre di Gesù vide ciò, tremò in tutto il corpo e sarebbe caduta a terra per l'indicibile sofferenza se non fosse stata sostenuta dalle altre donne.

 

Ora però i giudei cominciarono a schernirla e a gridarle ogni tipo di insulto. Gli uni dicevano: «Maria, tuo figlio è già morto!». Altri le rivolgevano parole di derisione. Ed ecco che un uomo si staccò dalla turba e con una lancia colpì Gesù sul lato destro con tanta violenza che quasi gli trapassò il corpo da parte a parte. E quando ritrasse la lancia dalla ferita, ne uscì una grande quantità di sangue.

 

Quando Maria vide ciò, prese a tremare violentemente piangendo e singhiozzando: un'altra spada affilata le aveva trapassato l'anima. Quando tutti se ne furono andati, alcuni amici di Gesù lo deposero dalla croce e la madre lo accolse tra le sue sante braccia e lo strinse al seno. Il corpo di suo figlio era un'unica ferita, pallido e sanguinante. Allora la madre dolorosa asciugò tutto il corpo e le feri- te di Gesù, gli chiuse gli occhi, glieli baciò e avvolse il corpo in un sudario pulito.
Poi con lamenti e lacrime condussero il corpo di Gesù alla tomba e ve lo deposero".

 

La visione fu trascritta da Brigida appena fu rientrata all'albergo dei Pellegrini e subito data ai sacerdoti perché la traducessero in latino. Betlemme dista appena nove chilometri da Gerusalemme e il tragitto poteva essere percorso a piedi in meno di due ore. Sulla grotta della Natività l'imperatore Costantino aveva fatto erigere una chiesa e Brigida si concentrò in preghiera proprio dove Gesù aveva visto la luce ed era stato deposto nella mangiatoia. Ed ecco che si realizzò la promessa che la Vergine le aveva fatto anni prima, cioè di mostrarle come avesse dato la luce al suo divin figlio`. Brigida ebbe infatti una visione, che in seguito trascrisse in questi termini: Quando ero nella grotta del Signore a Betlemme, vidi una vergine vestita di un mantello bianco e di un abito leggero attraverso il quale io vedevo distintamente la sua carne virginale. Il suo corpo era pieno e molto forte, perché era in procinto di partorire. Presso di lei si trovava un uomo più anziano (Giuseppe). Avevano con loro un bue e un asino. Quando furono entrati nella grotta, l'uomo più anziano legò il bue e l'asino alla mangiatoia. Poi uscì e portò alla Vergine una candela accesa, la fissò alla parete e poi si allontanò per non essere presente al parto.

 

Ora la Vergine si sfilò le scarpe, si tolse il mantello bianco e il velo che le copriva il capo, ripose questi due capi vicino a sé e rimase vestita solo dell'abito (tunica). I bellissimi capelli erano sciolti sulle spalle e brillavano come oro. Poi prese due teli finissimi di lino e due di lana che aveva portato con sé per avvolgere il bambino che stava per nascere e anche altri due piccoli teli di lino per avvolgergli la testa. Pose anche questi accanto a sé per usarli quando sarebbe venuto il tempo.

 

Quando tutto fu pronto, si inginocchiò con grande devozione e pregò. Appoggiava le spalle alla mangiatoia e teneva il volto rivolto verso il cielo di Oriente. Pregando con le mani tese verso l'alto e gli occhi rivolti al cielo, entrò in estasi e fu alienata nei sensi e pervasa di divina dolcezza. Io vidi allora che il bambino che si trovava nel suo grembo cominciava a muoversi. Ed ecco che in un attimo ella partorì suo figlio, dal quale emanava una luce che non si può descrivere, non paragonabile a quella del sole e men che meno a quella della candela accesa dall'uomo anziano, che al suo confronto addirittura scompariva. Il parto avvenne in modo così rapido e improvviso che io non potei né osservare né distinguere esattamente in che maniera e con quale parte del corpo ella partorì. Piuttosto vidi subito quel bellissimo bambino nudo, che giaceva purissimo a terra. La sua pelle era perfettamente pulita. Vidi la placenta giacere a terra pura e tersa. Udii anche un canto angelico di meravigliosa bellezza e grande dolcezza. E subito il corpo della Vergine, che prima della nascita era gonfio, divenne di nuovo sottile e di meravigliosa bellezza. Quando la Vergine si rese conto di aver partorito, piegò il capo, giunse le mani in atteggiamento di devozione e rispetto, pregò commossa davanti al Bambino e gli disse: «Benvenuto, mio Dio, mio Signore, mio figlio!».

 

Ed ecco che il bambino pianse e cominciò a tremare per il freddo e la durezza del suolo su cui giaceva. Si distese un poco, tese le piccole braccia e le gambe e cercò le carezze e la protezione della mamma. Lei lo prese fra le braccia, lo strinse al seno e lo scaldò con grande gioia e materno amore. Poi si sedette per terra, si pose il figlioletto in grembo e prese con delicatezza fra le dita il cordone ombelicale che subito si spezzò senza che ne uscisse sangue o altro liquido. Subito dopo cominciò a fasciare il bambino. Prima lo avvolse nei teli di lino, sopra a questi pose quelli di lana; coprì quindi la testolina con le due piccole pezze di lino che aveva preparato.

 

Quando tutto fu finito, l'uomo, san Giuseppe, entrò, si gettò a terra, rimase in ginocchio e pregò e pianse di gioia davanti al bambino. La beata Vergine non si indebolì durante il parto, come avviene a tutte le altre donne. La sua forza fisica rimase intatta e il suo corpo riprese subito la forma che aveva prima del concepimento.

 

Ora Maria si alzò con il bambino tra le braccia ed entrambi, cioè la madre e Giuseppe, posero il bambino nella mangiatoia, si inginocchiarono e pregarono. In seguito, Brigida ebbe dalla Vergine altri particolari sulla nascita di Gesù: Quando fui sola nella stalla e pregavo in ginocchio, partorii mio figlio con tanta gioia e felicità dell'anima che non sentii alcun dolore e alcuna pena allorché egli lasciò il mio grembo. Lo avvolsi subito in teli puliti che già da tempo avevo preparato. Quando Giuseppe vide quello che era accaduto ne fu felice e si stupì che io non avessi avuto bisogno di alcun aiuto. Dato che la maggioranza delle persone a Betlemme erano occupate col censimento, non prestarono attenzione alla meravigliosa nascita divina. Tu però devi sapere che quanto ti ho detto è assoluta verità, anche se la gente che ragiona con mente umana osa pensare che mio figlio sia nato alla maniera in cui tutti nascono.

 

Dopo Gerusalemme e Betlemme, Brigida raggiunse con i suoi compagni il fiume Giordano e con grande commozione visitò il luogo in cui Gesù aveva incontrato Giovanni ed era stato battezzato. Sulla via del ritorno si soffermò a Betania per pregare sulla tomba di Lazzaro. Nell'ultimo periodo a Gerusalemme, nell'estate del 1372, Brigida fu colpita da quei disturbi che un anno dopo, aggravandosi, l'avrebbero portata alla morte: stanchezza, febbre insistente e dolori di stomaco. Il che tuttavia non le impedì di portare a termine il suo programma di pellegrinaggi. L'8 settembre, giorno in cui si festeggia la nascita di Maria, Brigida ne visitò la tomba al Getsemani ed ebbe una visione in cui la Vergine le rivelò: Dopo che mio figlio fu salito in cielo, io vissi ancora quindici anni nel mondo. Poi rimasi quindici giorni in questa tomba, trascorsi i quali fui accolta in cielo con infinito onore e gioia. Gli abiti con i quali ero stata sepolta rimasero nella tomba. Sappi che a parte il corpo trasfigurato di mio figlio e il mio, in cielo non c'è alcun corpo umano.

 

A Gerusalemme, con ogni probabilità, Brigida percorse molte volte la Via Dolorosa e tornò ripetutamente alla cappella del Calvario. I quattro mesi in Terra Santa costituirono per lei un periodo di grandissima gioia ed edificazione spirituale e passarono in un lampo. Quando, all'inizio di ottobre, venne il tempo del ritorno, i pellegrini si recarono a Giaffa e presero di nuovo il mare. L'8 dello stesso mese, dopo una buona e veloce traversata, sbarcarono a Cipro.

 

CAPITOLO X - IL RITORNO ALLA GERUSALEMME CELESTE

 

Pochi giorni dopo il suo arrivo a Cipro, il 12 ottobre, Brigida partecipò a Famagosta alla cerimonia di incoronazione a re di Cipro e Gerusalemme del figlio di Eleonora d'Aragona, Pietro II di Lusignano, detto Pietrino. I festeggiamenti furono funestati da un sanguinoso scontro fra i ciprioti e l'ambasceria di Genova, che si era offesa per la precedenza accordata ai veneziani. La contesa fu momentaneamente sedata, però le cose non finirono lì: un anno dopo i genovesi per vendicarsi tornarono a Cipro con una flotta e si impadronirono dell'isola. La regina Eleonora, contrariamente a quanto Brigida le aveva consigliato, tornò in Aragona e il giovane re morì ad appena ventisei anni senza lasciare eredi. L'isola visse alterne vicende, finché nel XVI secolo finì in mano ai turchi.

 

Dopo l'incoronazione del giovane re, Brigida ripartì con il suo seguito alla volta di Napoli. Il ritorno in Italia riportò con prepotenza alla sua attenzione ciò di cui maggiormente si preoccupava, cioè la lontananza dei papi da Roma. Gregorio XI, eletto nel 1370, era infatti ancora ad Avignone e benché ancor prima della sua elezione si fosse espresso a favore del ritorno del papato a Roma, non si era ancora deciso a compiere questo passo. Più volte l'aveva ammonito anche Caterina da Siena, ma inutilmente. A Napoli Brigida ebbe una visione in cui Cristo le disse: «Presta attenzione, figlia mia, e sappi che questo papa Gregorio è simile a un paralitico che non può muovere le mani per lavorare e le gambe per camminare; poiché come la malattia della paralisi deriva dal sangue, da umori infetti e dal gelo, così la passione sfrenata del suo sangue e il gelo dei suoi sentimenti per me trattengono questo papa ad Avignone. Tu però devi sapere che con l'aiuto delle preghiere di mia madre egli comincia già a muovere mani e piedi per venire a Roma, in esaudimento della mia volontà e in mio onore. Sappi quindi con assoluta certezza che questo papa verrà a Roma dove si avvierà sulla strada del bene, ma non vi farà molti progressi».

 

Rispose Brigida: «O mio Signore, la regina di Napoli e molti altri mi dicono che è impossibile che questo papa venga a Roma, perché il re di Francia, i cardinali e molte altre persone pongono ostacoli sulla sua via». In effetti è storicamente dimostrato che il papa non aveva alcun desiderio di tornare in Italia, a causa delle continue guerre e dell'incessante ostilità dei Visconti. La risposta di Cristo alle osservazioni di Brigida fu questa: «Io voglio ricondurre il papa a Roma. A te però non è concesso di sapere se lo vedrai oppure no».

 

Brigida non inviò questo messaggio al papa, ma attraverso il vescovo Alfonso, che si recò appositamente ad Avignone, gliene fece pervenire un altro in cui scriveva tra le altre cose: Vieni dunque a Roma, non esitare! E non venire con l'abituale sfarzo e lusso, ma con umiltà e caldo amore. E quando sarai arrivato a Roma, estirpa tutti i peccati dalla tua corte. Guardati dai consigli dei tuoi amici mondani e segui quelli spirituali dei miei amici. Non esitare, vieni e comincia a rinnovare la mia Chiesa, che ha bisogno di essere riportata alla sua primitiva, santa condizione... Figlio mio Gregorio, io ti sollecito ancora una volta, torna a me con umiltà e segui il consiglio del tuo Creatore e Padre.

 

Sempre attraverso il vescovo Alfonso, Brigida fece in seguito pervenire al papa anche un altro messaggio del Signore:
Il papa deve prestare attenzione soltanto a me e venire a Roma, anche se tutti gli sconsigliano di farlo e oppongono resistenza. Egli deve avere fiducia in me! Io l'aiuterò e nessuno dovrà prevalere su di lui. Poiché il papa esita a tornare a Roma per stabilire la pace e rinnovare la mia Chiesa, io voglio che egli venga il prossimo autunno e che sappia che nulla mi è più gradito del suo ritorno in Italia.

 

Come è noto, il papa non ubbidì e tornò a Roma solo quattro anni più tardi, nel 1377. Nel corso del soggiorno a Napoli Brigida ebbe modo di rivedere in più occasioni la regina Giovanna, che la ospitò nella sua residenza di Aversa offrendole la possibilità di riprendersi un poco dai disagi del lungo viaggio in Terra Santa. Nonostante la burrascosa relazione con suo figlio Karl, che Brigida non aveva certo potuto approvare, tra le due donne il dialogo era sempre rimasto aperto e l'amicizia non era mai venuta meno. Giovanna nutriva per la santa un'ammirazione sconfinata, che dimostrò anche quando fu chiamata a testimoniare al processo di canonizzazione.

 

Nel febbraio del 1373 Brigida era di nuovo a Roma, stanca e ammalata, ma sempre coraggiosa e combattiva. Per l'ultima volta Brigida visitò le chiese romane dove tante volte aveva pregato. L'accompagnavano in queste devote peregrinazioni la figlia Caterina, oppure il vescovo Alfonso o il confessore Petrus. La santa volle anche incontrare in quel periodo alcuni amici romani, tra cui Latino Orsini.

 

Ma stanchezza e debolezza ebbero il sopravvento e gradualmente Brigida smise di uscire dalla casa di Campo dei Fiori. Rimase nella sua stanza, dove veniva celebrata anche la messa. Come apprendiamo dalle Rivelazioni, i suoi ultimi giorni furono molto tormentati da dubbi e tentazioni di ogni genere. Ma la Vergine la rassicurò: «Se ti vengono alla mente pensieri impuri e non riesci a cacciarli, il tuo sforzo sarà comunque premiato poiché le tentazioni si presentano contro la tua volontà».

 

Sei giorni prima della morte, quando i medici pensavano che si sarebbe ripresa, la Vergine le disse ancora: Cosa dicono i medici? Dicono forse che non morirai? In verità, figlia mia, essi non comprendono cos'è la morte. Muore infatti colui che si separa da Dio, insiste nel,peccato e non se ne libera attraverso la confessione. E morto anche colui che non crede in Dio e non ama il suo Creatore. Vive e non muore colui che teme Dio, si purifica dai suoi peccati attraverso frequenti confessioni e desidera raggiungere Dio. Dato però che il Signore può rovesciare l'ordine della natura e mantenerti in vita, sappi che nei medicamenti non vi è salvezza né vita. Per questo non è necessario che tu ora ti affidi ai medici; infatti poco tempo richiede poco nutrimento.

 

Il giorno successivo Brigida fu gratificata da una visione di Gesù, che con volto sorridente le disse: Io mi sono comportato con te come uno sposo che si nasconde alla sposa affinché ella più intensamente lo desideri. Così in questo tempo non ti ho visitato portandoti consolazione, poiché era il tempo della tua prova. Poiché tu però hai superato questa prova, vieni dunque e preparati poiché è venuto il tempo che si realizzi ciò che ti ho promesso: davanti al mio altare devi essere vestita e consacrata, e d'ora in avanti non sarai soltanto la mia sposa, ma anche monaca e madre a Vadstena. Sappi però che tu deporrai il tuo corpo qui a Roma, ma esso in seguito giungerà nel luogo che gli è stato preparato. Poi Gesù le disse ancora: «Il quinto giorno all'alba, quando avrai ricevuto i sacramenti, chiama presso di te le persone, una dopo l'altra, e di' loro cosa dovranno fare. Così attraverso di loro raggiungerai il tuo monastero e il tuo corpo riposerà a Vadstena».

 

Brigida si preparò a morire. Negli ultimi cinque giorni che le restavano fu totalmente raccolta in Dio. Al processo la figlia Caterina così testimoniò a questo proposito: In quei cinque giorni la signora Brigida non volle assumere più alcun cibo terreno, soltanto un poco d'acqua per pulirsi la bocca. Non volle più che le si cambiasse la biancheria del letto e non volle più parlare con nessuno, a meno che non fosse assolutamente necessario; neppure volle più udire parole di consolazione, in ricordo delle sofferenze di nostro Signor Gesù Cristo. A mezzanotte del quinto giorno, l'ultimo della sua vita, Brigida fece chiamare i figli Caterina e Birger e i membri della sua famiglia spirituale (erano presenti tutti, meno il vescovo Alfonso che si trovava ancora ad Avignone) e parlò a ognuno. A Caterina disse: «Pazienza e silenzio!».

 

All'alba Petrus di Alvastra celebrò la messa e Brigida chiese di essere posta su quel duro tavolo di legno sul quale per tanti anni aveva scritto le divine rivelazioni". Poi rivolse gli occhi al cielo, mormorò le parole che Gesù aveva pronunciato prima di morire: «Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito», ed esalò l'ultimo respiro".

 

Negli Atti del processo di canonizzazione si legge: La signora Brigida nella sua ultima volontà aveva disposto che dopo la sua morte il suo corpo fosse seppellito nel cimitero di San Lorenzo in Panisperna del1'Urbe, e per evitare ogni superbia e inutile gloria aveva chiesto che la sepoltura avvenisse di notte, per sfuggire il concorso delle genti e la moltitudine delle persone. Questo desiderio non poté però essere realizzato perché la notizia della morte della santa si diffuse immediatamente in tutta la città e una gran folla di devoti ed estimatori volle partecipare alle esequie, che si svolsero il 27 luglio. Roma, che non sempre era stata accogliente con Brigida, le rivolse uno straordinario omaggio spontaneo.

 

Come fa notare il senatore Giulio Andreotti nella relazione tenuta in occasione delle celebrazioni per il sesto centenario della canonizzazione della santa (Roma, 3-7 ottobre 1991), non sempre il rapporto di Brigida con Roma fu sereno, non mancarono momenti in cui la sua passione morale indispettì il popolo per lo scomodo richiamo a una vita più severa. Le cronache però ci dicono che tutta Roma si commosse profondamente quando ella morì, al punto che per il grande concorso popolare per due giorni non fu possibile trasportare la salma al convento delle clarisse, luogo della temporanea sepoltura.

 

Il corpo, composto in una bara di legno racchiusa a sua volta in un antico sarcofago romano di marmo, fu deposto con grandi onori nella chiesa prescelta. Tuttora in San Lorenzo in Panisperna si trova la cappella di Santa Brigida, di fronte a quella di Crispino e Crispiniano in cui si venera un antico crocifisso di legno davanti al quale la santa si soffermava spesso in preghiera e veniva rapita in estasi.

 

La permanenza del corpo di Brigida a Roma doveva però essere solo temporanea: conformemente alla richiesta di Gesù, Brigida aveva chiesto ai figli, ai due Petrus e agli altri sacerdoti svedesi che facevano parte del suo seguito di portare le sue spoglie a Vadstena non appena fosse stato possibile. La partenza avvenne il 2 dicembre 1373, dopo il ritorno da Avignone del vescovo Alfonso: la cassa contenente le reliquie di Brigida fu caricata su un cavallo e il corteo di accompagnatori, anch'essi a cavallo, si avviò per la via Flaminia verso Montefalco, la città di santa Chiara. Qui ebbe luogo la seduta preliminare, voluta e presieduta dal vescovo di Spoleto, del processo di canonizzazione. Furono raccolte le prime testimonianze scritte, in particolare la Vita dei due Petrus.

 

Da Montefalco il vescovo Alfonso tornò a Roma, mentre gli altri proseguirono per Ancona, passando per il passo del Furlo. Da Ancona una nave li portò a Trieste. Ci fu poi il lungo attraversamento dell'Austria e della Polonia fino a Danzica, dove i ghiacci impedirono a lungo la partenza.

 

Finalmente le condizioni del mare consentirono di salpare, così che il 29 giugno 1374 la nave che trasportava le reliquie della santa toccò la terra svedese, accolta da una gran folla di devoti, tra cui Nils Hermansson, che era stato il precettore dei figli di Brigida e il suo primo insegnante di latino. Prima tappa svedese fu Linköping, nel cui duomo il feretro della santa rimase esposto con grandi onori per alcuni giorni.

 

Il 4 luglio 1374, a poco meno di un anno di distanza dalla morte, le reliquie di Brigida arrivarono a Vadstena e furono provvisoriamente collocate in una cappella lignea sulle mura di cinta, in attesa che fosse terminata la chiesa, a quel tempo in fase di costruzione. Durante tutto il viaggio la gente era accorsa numerosa a dare il benvenuto alla principessa svedese che tornava a casa. Si realizzavano così le parole del Signore, che aveva annunciato a Brigida che sarebbe stata monaca a Vadstena.

 

CAPITOLO XI - IL PROCESSO DI CANONIZZAZIONE

 

Brigida di Svezia fu canonizzata molto presto, appena diciotto anni dopo la morte. E del resto già in vita godeva fama di santità. A promuovere la causa lavorarono intensamente la figlia Caterina, i sacerdoti che le erano stati vicini e addirittura sovrani, in particolare Alberto I di Svezia e Giovanna di Napoli. Già nel novembre del 1375 papa Gregorio XI, che risiedeva ancora ad Avignone, avviò ufficialmente con la bolla Saepe a multis accepimus l'indagine sulla vita, la fama e i miracoli di Brigida.

 

Una volta raccolto il materiale, soprattutto a Roma, Napoli e Vadstena, Caterina lo consegnò a Gregorio XI, che nel frattempo era tornato a Roma, insieme al testo latino delle Rivelazioni curato dal vescovo Alfonso. All'inizio del 1377 presso la Curia romana fu aperto il processo di canonizzazione. Gregorio XI morì nel marzo di quello stesso anno; il suo successore Urbano VI, grande ammiratore di Brigida, lavorò al processo ma non riuscì a concluderlo in tempi brevi a causa dello scisma di Occidente. Nel 1380 Caterina, perdute le speranze di assistere personalmente alla canonizzazione della madre, tornò in Svezia, dove morì santamente il 24 marzo 1381. Nei dieci anni successivi morirono altri testimoni importanti della vita di Brigida: il vescovo Alfonso (1388), Pietro di Alvastra (1390) e il figlio Birger (1391).

 

Finalmente con Bonifacio IX, successore di Urbano VI, si arrivò alla cerimonia di canonizzazione, che si svolse solennemente in San Pietro a Roma il 7 ottobre 1391: si trattò della prima avvenuta in quella basilica. Il giorno in cui si festeggia la santa svedese è quello della morte, il 23 luglio, che segna la sua nascita all'eternità. La si ricorda anche il 7 ottobre, giorno della canonizzazione, e il 28 maggio, giorno della traslazione delle reliquie in Svezia.

 

I miracoli attribuiti a Brigida sono numerosi. Dagli Atti del processo di canonizzazione ricaviamo la descrizione di due tra i tanti avvenuti subito dopo la sua morte. Il primo, risalente al 1374, è questo: Un carpentiere era a letto da un anno con la tibia rotta (conquassata et lesa). Egli promise a Brigida di donare due vacche al monastero di Vadstena se fosse stato risanato, ma non guarì. Allora promise a Brigida di offrire un'immagine di cera a forma di tibia se fosse guarito, ma non avvenne nulla. Allora promise che avrebbe visitato personalmente le reliquie di Brigida al monastero e lavorato gratis per un anno. Ed ecco che nel sonno gli apparve Brigida che gli chiese: «Vuoi tu adempiere al voto e lavorare nel mio monastero?». E lui: «Lo voglio con tutto il cuore». E lei: «E io voglio risanarti». Al che l'uomo istantaneamente guarì.

 

Ed ecco il secondo: Nel 1376 una donna di nome Alfarana, moglie del siniscalco di Carlo di Durazzo, restava incinta ma il bambino moriva nel suo utero. Ella fece allora voto alla beata Brigida di inviare al suo sepolcro a Roma un'immagine d'argento a forma di bambino se avesse ottenuto da Dio che la creatura che aveva in seno fosse nata viva e potesse essere battezzata. Poi si mise al collo le reliquie di Brigida e le portò con devozione fino al parto. Partorì un bimbo maschio vivo e sano, e mandò il marito a Roma a portare l'immagine promessa.

 

In un testo settecentesco scritto da padre Guglielmo Burlamacchi troviamo la descrizione di numerosi altri miracoli, oltre un centinaio, avvenuti tutti pochissimo tempo dopo la morte della santa e attribuiti alla sua intercessione. Ne riportiamo alcuni: Otto pescatori, con un putto di nove anni, viaggiando nel maggior rigor dell'inverno sopra il vastissimo lago Weter vicino al monastero Vasteno, allora quando era tutto congelato, furono dalla Santa liberati dalla morte imminente, poiché spezzandosi, come è solito, con grandissimo strepito il ghiaccio, e dividendosi in mille parti, si trovarono i poverini con gran loro spavento sopra un pezzo di quel ghiaccio isolati, con pericolo di momento in momento di sprofondarsi; già vedevano perduta ogni speranza di salute, e ripercossi dall'agitazione delle onde, che suol essere con modo indicibile violentissima, altro non aspettavano che la morte; quando alzando gl'occhi verso la Chiesa della Santa, che da lontano appariva, si raccomandavano in un sì grave periglio alla sua protezione, invocando con alte voci il suo glorioso nome, e promettendole con vere lacrime di voler per l'avvenire emendare la loro vita e confessarsi e comunicarsi nella sua Chiesa; ed ecco che in un momento que' pezzi di ghiaccio divisi si riuniscono tra loro, e benché fosse il vento contrario, con tutto ciò in modo maraviglioso rassodandosi, diedero loro il passaggio libero alla riva.

 

Ma quell'inesperto giovinetto, essendosi fermato un poco per prendere le sue bisaccie, e quelle di alcuni compagni, non fu a tempo a seguire coloro, onde di bel nuovo divisi que' pezzi di ghiaccio, cadde il meschinello nel profondo del lago; e quivi si vide un altro più insigne miracolo, poiché quelli ch'erano in salvo, prostrati a terra, invocando di nuovo Santa Brigida, e raddoppiando le preghiere per la salute di quell'innocente, videro con loro grandissimo stupore esser da mano invisibile tolto dall'acque; ed a poco a poco condotto sano e salvo su'1 lido con inesplicabile allegrezza de' circostanti; non mancando poco dopo di portarsi a render grazie alla Santa per un sì segnalato beneficio'.

 

Al ghiaccio, assai comune in Svezia per lunghi mesi, sono legati molti altri miracoli attribuiti a santa Brigida, per esempio questo: Un fanciullo di dieci anni, essendo andato a pescare con alcuni suoi compagni nelle isole del mare di Svezia, si trattenne per qualche tempo su'1 ghiaccio fragile e già vicino a dileguarsi, senza conoscere il pericolo; poiché mentre gl'altri fuggivano per essersi accorti che, per la forza del vento stava per rompersi quella parte del mare agghiacciato, egli rimase solo sopra un pezzo di ghiaccio trasportato dalla corrente assai lontano dal lido; in un sì evidente pericolo cominciò a gridare ad alta voce: «O Santa Brigida aiutami»; fra tanto rinforzando il vento spezzò in minutissime parti ancor quel poco di ghiaccio sopra il quale stava il misero giovinetto; ma o prodigio veramente grande! Benché stesse con i piedi sopra Tacque, non per questo si affondava, ma vi si reggeva immobile come sopra una pietra, avendogli tramutato la Santa questo liquido elemento in saldissimo cristallo; essendo stato in questo modo più di sei ore, comparve una barchetta di pescatore, dal quale fu condotto sano e salvo sul lido, non cessando di render grazie alla sua Santa liberatrice.

 

Altri miracoli riguardano la navigazione e i pericoli delle tempeste, come quello che segue: Alcuni cittadini di Lincopia, dopo aver visitati i Santuari dell'Aquisgrano, si posero in mare per ritornare in patria; ed ecco che, nel più bello della navigazione sopragiunti da una terribile tempesta, si videro a pericolo di vita, poiché caduto un fulmine dal Cielo sopra la cima dell'albero della nave, vi attaccò il fuoco, e non fu mai possibile con tutte le loro industrie di estinguerlo; non era tanto il timore delle onde che riempivano il vascello, quanto quello del fuoco che minacciava di incenerirlo; si affaticarono per molte ore a smorzare la fiamma vorace, che ormai aveva consumate quasi tutte l'antenne, ma in vano; per lo che non trovando altro scampo, ricorsero tutti con vero cuore a Santa Brigida, facendo voto di pellegrinare fino a Vastena per riverire il suo benedetto Corpo; appena fatto il voto videro come da una mano distaccato dal legno quel vivo fuoco, e gettato lungi nel mare, con sì grande allegrezza di tutti, che non potevano trattenere le lacrime ad un sì manifesto miracolo; terminata poi felicemente la navigazione, non tardarono ad eseguire le loro promesse, celebrando da per tutto le glorie di sì gran Santa.

 

Numerosi altri miracoli riguardano la salvezza dai briganti, evidentemente assai numerosi a quel tempo, l'aiuto nel momento del parto, in occasione di altre infermità di varia natura e nei diversi pericoli della vita e la liberazione dai demoni. Non mancano i soccorsi di tipo spirituale, come quello offerto al nipote Karl: Vivendo con gran libertà secolaresca il principe Karl, nipote di Brigida, figlio di Karl suo primogenito, gli comparve una notte la Santa con un orologio a polvere nelle mani, del quale n'era già buona parte trascorso, e gli disse: «Vedi Karl, quanto poco resta di quest'orologio? Tanto tempo appunto, e non più, ti resta da vivere; perciò apparecchiati alla morte vicina. Se tu fossi stato obbediente a Dio ed a' tuoi maggiori, non solo saresti campato più lungamente d'ogni altro della nostra stirpe. Ma ancora saresti stato eletto arcivescovo di Lincopia, e divenuto una grande colonna della Chiesa». Spaventato per queste parole, il giovinetto pregò la Santa che volesse intercedergli dal Signore ancora un poco di tempo, che le prometteva di emendarsi intieramente e vivere in penitenza. Soggiunse Brigida: «No figliuolo; già la sentenza è data, ed il tempo è passato, preparati». Dette queste parole, disparve la Santa e poco dopo infermatosi, Karl passò a miglior vita, avendo prima ricevuti i Sacramenti con istraordinaria pietà e divozione. E fu sepolto a Vastena.

 

Brigida non aveva potuto veder realizzato il suo più grande desiderio: il ritorno del papa a Roma. In una famosa profezia Brigida aveva però descritto la nuova sede del papa, il Vaticano, dove si sarebbe concentrato il governo della Chiesa. E non si può fare a meno di stupirsi constatando fino a che punto la descrizione coincida con l'attuale Città del Vaticano: Vidi Roma dal palazzo del papa vicino alla chiesa di San Pietro fino alla fortezza di Sant'Angelo; e dalla fortezza fino alla chiesa dello Spirito Santo e fino alla chiesa di San Pietro, come se fosse una pianura e circondata da un solidissimo muro, e diverse abitazioni si trovavano all'interno di quel muro. Poi udii una voce che diceva: «Quel papa che ama la sua sposa (la Chiesa) con lo stesso amore mio e dei miei amici, possiederà questo luogo con i suoi collaboratori, affinché possa riunire con maggior libertà e pace i suoi consiglieri».

 

Dopo il Concordato del 1929 questa profezia fu mostrata a Pio XI, il papa della conciliazione, che ne rimase commosso e compiaciuto.

 

CAPITOLO XII - EREDITA LETTERARIA E SPIRITUALE DI BRIGIDA

 

Brigida era stata occasionalmente gratificata da alcune visioni fin dalla prima infanzia; fu tuttavia durante gli anni trascorsi ad Alvastra dopo la morte del marito che visioni e rivelazioni divennero più frequenti. Inizialmente Brigida non osò dar credito a quanto appariva al suo occhio interiore e a quanto le sue orecchie udivano durante l'estasi, temendo anzi che potesse trattarsi di una tentazione del demonio. Si rivolse allora al suo consigliere spirituale, maestro Matthias, teologo di fama, che dopo un attento esame dei testi la confortò e rassicurò.

 

Ma a far svanire ogni dubbio di Brigida furono le parole di grande potenza, bellezza e forza di persuasione che il Signore le fece udire quando si trovava ancora ad Alvastra e che nell'edizione definitiva aprono il primo libro delle Rivelazioni: Io sono il Creatore del cielo e della terra, uno in divinità con il Padre e lo Spirito Santo. Io sono colui che parlò ai,patriarchi e ai profeti e colui che essi attendevano. E per esaudire i loro desideri, secondo la mia promessa, che ho assunto carne umana senza peccato né concupiscenza, entrando nel ventre della Vergine allo stesso modo in cui un sole risplendente passa attraverso un vetro puro e trasparente. E come il sole, attraversando il vetro, non lo offende, così la verginità di Maria non fu né lesa né offesa quando io presi da lei la mia umanità. Ora devi sapere che io ho assunto l'umanità in modo da non rinunciare alla mia divinità. E sebbene fossi nel ventre della Vergine con umanità, ero ugualmente in comunione di divinità col Padre e lo Spirito Santo; e come lo splendore non si separa mai dal fuoco, così la mia divinità non si è mai separata dall'umanità, neppure nella morte...

 

E poi un appello personale e insieme un'investitura: E tu, figlia mia, che ho scelto per me e alla quale io parlo, amami con tutto il tuo cuore, non come un figlio o una figlia, o come i genitori amano i loro figli, ma più di tutto ciò che esiste al mondo; perché io, che vi ho creato, amo talmente la vostra anima che preferirei essere crocifisso un'altra volta, se fosse possibile, piuttosto che privarmene.

 

Dopo i comprensibili dubbi e le esitazioni del periodo iniziale, Brigida fu sempre saldissima nel suo convincimento di essere stata scelta dal Signore per far conoscere agli uomini certe verità. La certezza della sua missione le derivava dalla voce che le parlava dentro e le diceva: «Io sono il tuo Dio che vuole parlare con te».

 

La visione di Dio di Brigida derivava da esperienza diretta: Dio per lei non era un concetto astratto, ma un vissuto quotidiano. Consapevole del dono divino che possedeva, Brigida così cercò di descriverlo: «Dolcissimo Dio, è meraviglioso ciò che operi in me; quando a te piace, fai calare sul mio corpo un sonno spirituale e rendi l'anima capace di vedere e udire le cose dello spirito».

 

Di conseguenza la futura santa agì come docile strumento delle divina provvidenza e poté rivolgere senza timore i suoi ammonimenti, spesso assai duri e severi, a personaggi influenti e allo stesso papa. Il che, come fa notare padre Graziano di Santa Teresa in un pregevole studio dedicato all'azione politica delle sante medievali, in particolare Brigida di Svezia e Caterina da Siena, «meraviglia fortemente in donne d'altronde tanto deferenti verso qualsiasi autorità, religiosa e civile, tanto soggette ai loro direttori spirituali e di profondissima umiltà nella loro vita e condotta ordinaria»4. La deposizione al processo del vescovo Alfonso ci informa infatti che Brigida dimostrò sempre la massima obbedienza verso i suoi padri spirituali, al punto da «mortificare la propria volontà perché ogni cosa che faceva era sottomessa al consenso del predetto padre spirituale».

 

La figlia Caterina testimoniò la stessa cosa. Perché una persona così umile e rispettosa potesse inviare al papa e ai sovrani messaggi tanto severi e talora addirittura offensivi, era indispensabile che fosse convinta della loro origine divina e della loro conseguente necessità storica. Convincimenti che in Brigida non vennero mai meno.

 

Poiché le rivelazioni che Brigida riceveva non erano destinate soltanto a lei, ma anche ad altri, si presentò subito la necessità di trascriverle. Brigida prese così l'abitudine di mettere subito per iscritto quanto aveva udito: le parole del Signore, della Vergine e dei santi si imprimevano infatti con estrema precisione nella sua mente, così che, al risveglio dall'estasi, poteva trascrivere ogni parola velocemente e con sicurezza. Dopo che i testi erano stati fissati sulla carta, Brigida perdeva il ricordo esatto della successione verbale e non conservava altro che la memoria dell'argomento che era stato oggetto della rivelazione. Come sappiamo, Brigida scriveva in svedese e i testi venivano poi tradotti in latino da Petrus di Alvastra, aiutato di frequente da Petrus di Skànninge. In seguito fu il vescovo Alfonso, il devoto amico degli ultimi anni, a svolgere il lavoro redazionale vero e proprio, suddividendo le rivelazioni in otto libri, senza peraltro seguire un ordine logico o cronologico preciso.

 

La redazione definitiva delle rivelazioni fu curata nel secolo successivo dai monaci di Vadstena e stampata nel 1492 a Lubecca per incarico del monastero in ottocento esemplari su carta e sedici su pergamena: l'invenzione della stampa ad opera di Giovanni Gutenberg risaliva a pochi decenni prima (1455). I contenuti degli otto libri delle Revelationes possono essere così descritti:
Libri I e II: rivelazioni ricevute in Svezia
Libro III: moniti al clero e ai vescovi per la loro vita e il loro ufficio
Libro IV: rivelazioni ricevute a Roma e per Roma
Libro V: libro delle domande
Libro VI: visioni su temi vari
Libro VII: visioni ricevute in Terra Santa
Libro VIII: ammonimenti avuti da Gesù Cristo per principi e regnanti Alle Revelationes vanno aggiunte le Revelationes extravagantes (ossia «supplementari», non accolte nei testi canonici), che contengono notizie biografiche e anche indicazioni e consigli per le monache e i monaci di Vadstena.

 

Le opere di santa Brigida comprendono inoltre la Regola dell'ordine del Santissimo Salvatore, in trentuno capitoli, che la santa dettò a Petrus di Alvastra. Come abbiamo visto, per ottenere l'approvazione della Santa Sede si resero necessarie alcune modifiche di contenuto e aggiustamenti linguistici. C'è poi il Sermo angelicus, tradotto in latino da Petrus di Skànninge: ventuno letture liturgiche, tre per ogni giorno della settimana, che Brigida ricevette da un angelo durante il primo periodo del suo soggiorno romano, quando abitava nella casa del cardinale adiacente alla chiesa di San Lorenzo in Damaso, e che descrivono la storia della salvezza, dalla nascita di Maria fino alla sua glorificazione.

 

Nella sua Deposicio copiosissima il maestro Petrus testimonia a questo proposito: Ogni giorno la signora Brigida, dopo aver devotamente recitato le sue preghiere, si preparava nella sua camera, la cui finestra consentiva la vista dell'altar maggiore della chiesa, con carta e penna in mano e aspettava l'angelo, finché egli veniva. E l'angelo si poneva in piedi accanto a lei, col volto sempre rivolto verso l'altare dove si trovava il corpo di Cristo, e dettava chiaramente e ordinatamente le citate lezioni nella lingua materna della signora Brigida e lei con grande devozione scriveva tutto ciò che usciva dalla bocca dell'angelo. Qualche volta capitava che l'angelo non venisse e interrogata dal suo padre spirituale ella rispondeva con grande umiltà: «Oggi non ho scritto nulla, perché ho atteso l'angelo di Dio affinché mi dettasse, ma lui non è venuto». Ciò durò oltre un anno; non ogni giorno, ma di tanto in tanto l'angelo veniva da Brigida, che lo vedeva con gli occhi corporali. Vanno citate infine le Preghiere di Santa Brigida: quattro preghiere lunghe, due rivolte a Gesù e due alla Vergine, e quindici preghiere più brevi, che Brigida ricevette nel 1346 ad Alvastra, dedicate alla sofferenza del Redentore. Per tutta la vita Brigida le recitò quotidianamente.

 

Brigida attribuì sempre ogni suo scritto a Gesù e alla Vergine. Indipendentemente dalla fonte, sulla quale la critica letteraria non può né vuole esprimere alcun giudizio, l'opera che porta la sua firma, in particolare le Rivelazioni, è molto apprezzata. Quanto la santa sia stimata anche come scrittrice è chiaramente espresso dal professor E.N. Tigerstedt, docente di letteratura all'università di Stoccolma, che scrive: «Brigida è una delle figure più possenti e singolari della nostra letteratura, uno dei grandi scrittori svedesi».

 

Le Rivelazioni di santa Brigida sono peraltro state sottoposte a molte valutazioni teologiche. Il primo teologo che se ne occupò fu il maestro Matthias, che con la sua fama di teologo e uomo di cultura conferì loro autorità e legittimità: «Io Matthias, canonico di Linkòping, partecipo a tutti gli uomini con questo scritto la verità divina che ho udito confessando un'amica di Dio». In seguito, quando Brigida viveva ancora in Svezia, le analizzò l'arcivescovo Birger di Uppsala e a Roma soprattutto il vescovo Alfonso di Jaén. Tutti furono d'accordo nel riconoscerne l'ispirazione divina. Nel corso del processo di canonizzazione, papa Gregorio XI fece accuratamente valutare le Rivelazioni da tre cardinali e vari teologi, che giunsero alla medesima conclusione. Nel 1379 infine Urbano VI istituì un'altra commissione di cardinali e teologi, che ugualmente trovò le rivelazioni veritiere e ispirate da Dio, quindi adatte a essere diffuse, ed espresse pubblicamente e ufficialmente tale risultato.

 

Questa dichiarazione suscitò in molti il desiderio di conoscerle, e fu così che importanti personalità politiche e religiose inviarono appositamente messi a Roma per procurarsele; tra questi anche il re di Boemia, Carlo V di Francia e le regine di Napoli, Cipro e Castiglia. Le Rivelazioni furono quindi ricopiate molte volte. La canonizzazione di Brigida, avvenuta il 7 ottobre 1391, ne accrebbe ulteriormente la fama.

 

Nonostante l'approvazione di papi e teologi e il parere positivo dei padri consiliari di Costanza (1415) e di un'ulteriore commissione creata nel 1455 dal concilio di Basilea della quale faceva parte anche il famoso cardinale Giovanni Torquemada, non sono mancati gli oppositori, a giudizio dei quali alle Rivelazioni doveva essere attribuito valore esclusivamente umano. Altri supposero addirittura che i due Petrus e il vescovo Alfonso avessero ampliato, modificato e abbellito i testi, o addirittura se li fossero inventati. Certamente coloro che posero mano alle Rivelazioni, le tradussero in latino e ne curarono l'edizione definitiva hanno apportato qualche contributo personale. Ma è giusto ipotizzare che si sia trattato di un contributo formale, e non sostanziale, sia per il rispetto nei confronti di Brigida e per il prezioso materiale che veniva loro affidato, sia perché Brigida aveva una conoscenza del latino sufficiente per controllare testo e traduzione.

 

Con riferimento al contributo umano alle Rivelazioni, Gesù stesso disse a Brigida: Io sono come un falegname che taglia pezzi di legno nel bosco, li porta a casa e ne ricava una bella scultura, che orna di colori e figure di contorno. Quando i suoi amici vedono che la scultura potrebbe essere ornata di colori ancora più belli, vi sovrappongono i loro colori e aggiungono altre pitture. Così io, Dio, ho tratto le mie parole dal bosco della mia divinità e le ho poste nel tuo cuore. 1 miei amici poi, in forza della virtù che è stata loro data, hanno riunito queste parole in libri e le hanno dipinte e ornate.

 

Il contributo umano non è negato, ma spiegato e collocato in corretta luce. L'origine di ciò che viene visto e udito durante le estasi ha sempre suscitato discussioni e problemi: non soltanto nel caso di Brigida di Svezia ma anche di tanti altri mistici e santi che furono gratificati da visioni e audizioni. Con riferimento a Brigida, coloro che le vissero accanto ritennero le sue Rivelazioni di origine soprannaturale, e dello stesso avviso sono ancor oggi numerosi studiosi e devoti; per altri esse sarebbero in parte attribuibili alla fantasia di lei, per altri ancora lo sarebbero in toto. A giudizio di alcuni, Brigida ricorrerebbe all'origine soprannaturale dei testi per dar loro maggior efficacia. Commenta a questo proposito frate Graziano Maioli: Chi non ammette alcuna origine soprannaturale dovrà collocare Brigida fra i grandi geni letterari per l'incredibile varietà di situazioni, ora tragiche ora drammatiche, e per il continuo succedersi di traslati sempre attinenti al soggetto, anche se talvolta sembrino strani...

 

Cristo, rivolto alla corte celeste, dichiara ch'egli parla in quella data maniera propter cognitionem et instructionem istius adstantis sponsae, quae spiritualia non potest percipere nisi per corporalia (cioè: «per conoscenza e istruzione di questa sposa, che non può capire le cose spirituali se non attraverso le cose corporali»). Certo, se questa ed altre espressioni simili sono una finzione letteraria, bisogna riconoscere in Brigida un ingegno sopraffino e anche una certa dose di umorismo.

 

Le Rivelazioni di santa Brigida sono anche un'opera di grande afflato poetico: in mille modi viene espresso l'amore sconfinato della santa per il Cristo, la Vergine e il mistero della Trinità. Per rendersene conto basta leggere le espressioni dedicate alla Vergine Maria, paragonata per esempio a un arcobaleno: Io sono la Vergine che dall'alto assiste il mondo in continua preghiera, allo stesso modo in cui dalle nuvole l'arcobaleno tende verso la terra e sembra toccarla. L'arcobaleno sono io, che attraverso la preghiera mi chino verso gli abitanti della terra, buoni o cattivi che siano. Mi chino verso i buoni affinché siano saldi e costanti in ciò che la Chiesa comanda loro, e verso i cattivi affinché non progrediscano nella loro cattiveria.

 

Ed ecco le parole con le quali la Madre di Dio spiega a Brigida come mai fu scelta dal Signore: Un uomo, cercando delle pietre, trovò la calamita e la custodì fra i suoi tesori perché essa conduce le navi in porto. Così mio Figlio, cercando fra le sue pietre che sono i santi, scelse me come Madre affinché attraverso di me gli uomini fossero condotti al porto della salvezza e nell'oasi del cielo. Come la calamita, con una dolce attrazione, richiama a sé il ferro, così io attiro a Dio i più duri di cuore...

 

La Vergine è paragonata anche a un fiore dal quale le api succhiano dolcezza: Io somiglio a un fiore dal quale le api colgono dolcezza; e sebbene esse ne prendano molta, la mia dolcezza non finisce mai; infatti io sono in grado di prodigare grazie a tutti, avendone sempre in sovrabbondanza. 1 miei eletti sono come le api, che con tutta la devozione di cui sono capaci sono attenti a qualsiasi cosa minacci il mio onore, e come le api lavorano con cura e attenzione....

 

Maria è paragonata infine a un giardiniere: Sono come un giardiniere di questo mondo, che quando vede soffiare il vento impetuoso che danneggia le piante e gli arboscelli, si reca subito in giardino e li lega e li sorregge con pali e sostegni, prendendo ogni precauzione affinché non si rovinino, non si rompano e non si sradichino. Ebbene, io faccio la stessa cosa: essendo Madre di misericordia nel giardino di questo mondo, quando vedo che si alzano i venti delle tentazioni mi rivolgo subito a Dio, mio Figlio, con le preghiere implorandolo affinché siano sostenuti e protetti dai venti impetuosi delle tentazioni...

 

Chi disprezza l'aiuto di mio figlio e il mio, si lascia portare via dal vento delle tentazioni. Come si può constatare, l'uso di paragoni e allegorie è assai frequente e risponde a una necessità, come fu spiegato a Brigida: Ciò che vedi, non si rivela a te così com'è; infatti se tu vedessi la bellezza spirituale degli angeli e delle anime sante, il tuo corpo non potrebbe sopportarlo e per la gioia che la tua anima proverebbe a tale vista si spezzerebbe come un vaso lesionato e fragile. E se tu vedessi i demoni come realmente sono, o vivresti con grande tormento oppure improvvisamente moriresti a causa di tale orribile vista. Per questo motivo le cose spirituali si mostrano a te con veste materiale e ti vengono illustrate con parabole, altrimenti la tua anima non potrebbe afferrarle. Ma la cosa più meravigliosa è che tu senti il mio spirito muoversi nel tuo cuore.

 

Indubbiamente la varietà, la bellezza, la ricchezza, il coraggio e il frequente annuncio profetico riscontrabili nei testi che, assai velocemente e senza correzioni, Brigida scriveva dopo l'estasi o dettava ai suoi confessori non sono facilmente spiegabili. Accettarne o meno l'origine trascendente resterà tuttavia sempre una scelta squisitamente personale. Quello che conta in questa sede, e che vale qualunque sia l'interpretazione prescelta, è sottolineare il fine che le Rivelazioni si propongono.

 

Scopo delle Rivelazioni e dell'intera missione di santa Brigida è il rinnovamento della Chiesa, che ella amò moltissimo e che non intese riformare: volle soltanto ripristinarne il volto legittimo sfigurato dagli uomini. Brigida non criticava le leggi vigenti, denunciava il fatto che non fossero osservate, e mostrava la Chiesa qual era al suo tempo, triste e tenebrosa, e quale avrebbe dovuto essere, luminosa e pura. Non si limitava a condannare, ma indicava la via per il ritorno alla primitiva purezza.

 

È la Vergine stessa a rivelare a Brigida il triplice profilo della Chiesa alla luce del ministero di tre apostoli: Giovanni, Pietro e Paolo. In Giovanni splendono l'obbedienza e la dolcezza che Brigida deve far sue: «Abbassati alle cose umili e avrai le sublimi. Lascia la tua propria volontà se vuoi essere piccola. Disprezza le cose terrene e sarai una creatura celeste. Disprezza le cose superflue ed avrai abbondanza spirituale».

 

Pietro è animato dalla fede: «In Pietro brilla la fede della Santa Chiesa. E come Pietro rimase stabile fino alla fine, così rimarrà stabile fino alla fine la fede della Chiesa». E ancora: «Cerca pertanto la santa fede nella Chiesa di san Pietro; una volta che l'hai cercata conservala nella tua memoria e portala alla perfezione nelle tue opere».

 

In Paolo infine si trova la pazienza per vivere la carità di Cristo e soffrire per lui: «Con la pazienza di Paolo si accende la carità di Dio nei cuori, gli animi si infiammano per compiere cose grandi, l'uomo diventa umile, mite, misericordioso, fervente verso le cose celesti, sollecito di sé, perseverante nelle iniziative intraprese». Obbediente Giovanni, fermo nella fede Pietro, amorosamente paziente Paolo: queste tre grandi virtù devono animare la Chiesa e i suoi fedeli. Forte delle sue rivelazioni, la santa svedese sollecitava gli ecclesiastici a non trascurare i loro doveri, ad abbandonare mondanità e sfarzo, concubinato e simonia, e ricordava ai monaci l'osservanza delle regole dei fondatori. Brigida era ben conscia dei mali della Chiesa e nella già riportata lettera al vescovo di Orvieto` ne descrive il miserando stato. Nel primo libro delle Rivelazioni, al capitolo XLI, compendia le colpe del papato. Anche questo messaggio è stato riportato in un precedente capitolo. Brigida fustiga i papi per abuso di potere e mancanza di adesione ai loro doveri, però difende il papato come istituzione e come ideale.

 

Con riferimento ai vescovi, mette in bocca a sant'Ambrogio, che le appare a Milano, prima tappa del viaggio in Italia, una severa critica a Giovanni Visconti, arcivescovo e signore temporale di Milano, usando ancora una volta un'allegoria, quella delle dieci ore. Eccola:
C'era un uomo che aveva una brava e buona moglie, ma le preferiva la domestica. Da ciò derivarono tre cose: le parole e il sorriso della domestica lo rallegravano più della moglie; donò alla domestica i vestiti più belli non curandosi che la moglie andasse vestita umilmente di stoffa ordinaria, macchiata e strappata; passava con la domestica nove ore su dieci, mentre ne dedicava una soltanto alla moglie. Delle nove ore, occupava la prima a guardare la ragazza rallegrandosi della sua bellezza. Nella seconda ora dormiva fra le sue braccia. Nella terza lavorava lietamente per lei. Nella quarta si riposava accanto a lei. Nella quinta si dava da fare per procurarle tutto quello che le era necessario. Nella sesta era lieto perché ella si dimostrava riconoscente. Nella settima si accendeva di desiderio e nell'ottava lo soddisfaceva. Nella nona tralasciava di fare alcune cose che avrebbe dovuto fare. Nella decima faceva quello che non aveva voglia di fare, cioè si dedicava alla moglie. Ma un giorno si presentò a lui uno dei parenti della moglie e gli disse severamente: «Ritorna alla tua legittima consorte, amala, vestila decentemente e passa nove ore con lei e soltanto una con la ragazza; se così non farai, affronterai una morte tremenda».

 

Il significato è chiaro: il vescovo è consacrato alla Chiesa, così come il marito lo è alla legittima sposa. E come l'uomo dell'allegoria ha trascurato la moglie per dedicarsi alla ragazza, così il vescovo trascura la Chiesa per dedicarsi alle cose mondane. Brigida rivolse a Giovanni Visconti appelli molto eloquenti, che tuttavia non ebbero effetto, per cui le fu spiegato che quel vescovo era «come una testuggine, sulla cui dura corazza i colpi rimbalzano; egli è contento di vivere nel fango e di andarsene in giro con la testa rivolta verso il suolo, e non desidera altro che continuare a vivere nel peccato».

 

Brigida ebbe grandissima stima del ruolo del sacerdote, che amministra i due sacramenti più importanti, la confessione e la comunione; ruolo che può continuare a svolgere, purché regolarmente ordinato, anche se indegno: «E io dico che i preti sono veri preti e consacrano il corpo di Gesù Cristo anche se sono carichi di peccati; essi trattano veramente Dio sull'altare e amministrano gli altri sacramenti anche se, a causa dei loro peccati, sono indegni davanti a Dio della gloria celeste».

 

La vita dissoluta di certi sacerdoti la induce tuttavia a dire: «È più caro a Dio che costoro non dicano messa, piuttosto che tocchino il corpo di Dio con le loro mani meretrici». Brigida non volle distruggere, ma purificare e rinnovare. Il risultato della sua lunga e intrepida missione non fu sempre positivo, non sempre i suoi moniti furono ascoltati. Ma molto opportunamente scrive Graziano Maioli nello studio sopra citato: Anche persone non prevenute contro Brigida, anzi stimandola per la sua santa vita, non sempre furono docili agli avvisi e agli ammonimenti dati da lei, così da poter concludere che in parte la sua missione fallì; ma gli insuccessi, comuni d'altronde al profetismo vecchio-testamentario e all'annuncio evangelico, indicano solo che all'offerta di rinnovamento da parte di Dio corrisponde spesso la neghittosità e l'insofferenza dell'uomo. È allora che la tempra dell'araldo di Dio manifesta la sua resistenza inflessibile. Infatti anche Brigida non venne mai meno al suo compito di intermediaria fra il cielo e la terra fino all'ultimo respiro.

 

Scopo ultimo dell'opera di Brigida a favore del rinnovamento della Chiesa, della moralizzazione dei costumi, del miglioramento dei rapporti fra le nazioni e fra i sovrani e il loro popolo, fu in ultima analisi l'elevazione del livello spirituale della società e del singolo individuo. Il secolo XIV nel quale Brigida visse fu denso di difficoltà sociali e politiche: la guerra dei cent'anni, le innumerevoli contrapposizioni tra i principi laici ed ecclesiastici, la peste nera e il papato avignonese, con tutte le conseguenze che questa situazione comportò. Brigida visse appieno il suo tempo, immersa nel mondo anche quando a Roma conduceva vita praticamente monacale, e prese atto per esperienza diretta di tutto questo.

 

Si divideva fra esperienza ascetica ed estatica e fervida attività di denuncia, ammonimento e stimolo nei confronti dei potenti del mondo. La sua opera letteraria è la perfetta testimonianza di tutto questo: grande afflato mistico e altrettanto grande coinvolgimento mondano, così che Brigida è compiutamente cittadina del cielo e della terra, realizzando al massimo livello la vocazione umana e spirituale del cristianesimo, per il quale la terra è il vivaio del cielo.

 

CAPITOLO XIII - IL LIBRO DELLE DOMANDE: LA TEOLOGIA DI SANTA BRIGIDA

 

Il V Libro delle Rivelazioni, detto Libro delle Domande, è molto particolare e completamente diverso dagli altri: è il testo propriamente teologico di santa Brigida. Esso è frutto di una lunga visione che la santa ebbe quando viveva ancora in Svezia e dal monastero di Alvastra, dove si era stabilita dopo la morte del marito, si stava recando a cavallo al castello di Vadstena che il re le aveva donato perché fosse la sede dell'ordine del Santissimo Salvatore. Il vescovo spagnolo Alfonso Pecha de Vadaterra, autore della prefazione al libro, racconta che Brigida cadde improvvisamente in estasi e vide una lunga scala che partiva da terra e raggiungeva il cielo dove Cristo era seduto in trono come un giudice, circondato da angeli e santi, con la Vergine ai suoi piedi. Sulla scala c'era un monaco, una persona colta che Brigida conosceva ma che non viene nominata; costui si dimostrava molto agitato e nervoso e gesticolando poneva ostinatamente domande a Cristo, che gli rispondeva con pazienza.

 

Le domande che il monaco pone al Signore sono quelle che probabilmente ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si pone sull'esistenza di Dio e il comportamento umano, con ogni probabilità gli stessi interrogativi che Brigida stessa si era posta o si poneva. Il Libro delle Domande è quindi una sorta di manuale di fede cristiana per persone dalla fede non salda, un testo umanissimo e molto vicino all'anima di chiunque si interroghi seriamente e sinceramente sui grandi problemi della vita, sulla fede e sul nostro destino ultimo.

 

Sappiamo che, giunta a Vadstena, Brigida fu destata dai suoi servitori; lei se ne dispiacque, perché avrebbe preferito restare nella dimensione spirituale nella quale si era trovata immersa. Tutto però era rimasto perfettamente impresso nella sua mente, per cui poté trascriverlo in pochissimo tempo. Nel monaco che si arrampica sulla scala molti hanno visto il maestro Matthias, il grande teologo, primo confessore di Brigida; altri genericamente un frate domenicano (nelle miniature dei manoscritti il monaco è rappresentato col saio domenicano), simbolo dell'orgoglio intellettuale al quale comunque Gesù, con estrema comprensione e generosità, offre tutte le risposte.

 

Ecco come viene introdotta la trattazione: Capitò una volta che Brigida andava a cavallo a Vadstena essendo accompagnata da parecchi dei suoi amici, che erano anch'essi a cavallo. E mentre cavalcava elevò lo spirito a Dio e subitamente fu rapita e come alienata dai sensi in maniera singolare, sospesa nella contemplazione. Vide allora come una scala fissata a terra, la cui sommità toccava il cielo; e nell'alto del cielo vedeva Nostro Signor Gesù Cristo seduto su un trono solenne e ammirevole, come un giudice giudicante; ai suoi piedi era seduta la Vergine Maria e intorno al trono vi era una innumerevole compagnia di angeli e una grande assemblea di santi.

 

A metà della scala vedeva un religioso che conosceva e che viveva ancora, conoscitore della teologia, fine e ingannatore, pieno di diabolica malizia, che dall'espressione del volto e dai modi mostrava di essere impaziente, più diavolo che religioso. Ella vedeva i pensieri e i sentimenti interiori del cuore di quel religioso e come si esprimeva nei confronti di Gesù Cristo... E vedeva e udiva come Gesù Cristo giudice rispondeva dolcemente e onestamente a queste domande con brevità e saggezza e come ogni tanto Nostra Signora dicesse qualche parola a Brigida.

 

Ma quando la santa ebbe concepito nello spirito il contenuto di questo libro, avvenne che arrivò al castello. 1 suoi amici fermarono il cavallo e cercarono di destarla dal suo rapimento ed ella fu dispiaciuta di essere stata privata di così grandi divine dolcezze.

 

Questo libro delle domande rimase impresso nel suo cuore e nella sua memoria come se fosse stato scolpito nel marmo. Ella lo scrisse subito nella sua lingua volgare, che il suo confessore tradusse in seguito in latino, così come aveva tradotto gli altri libri...
li Libro delle Domande contiene sedici interrogazioni, ognuna delle quali è suddivisa in quattro, cinque o sei domande, a ognuna delle quali Gesù risponde dettagliatamente.
Per dare subito un'idea precisa della struttura e del contenuto del libro, riportiamo per intero la prima interrogazione che contiene cinque domande legate alla nostra fisicità.

 

Prima interrogazione

1. O giudice, io ti interrogo. Tu mi hai donato la bocca: non debbo forse parlare di cose piacevoli?

2. Tu mi hai donato gli occhi: non devo vedere gli oggetti che mi dilettano?

3. Tu mi hai donato le orecchie: perché non dovrei ascoltare i suoni e le armonie che mi piacciono?

4. Tu mi hai donato le mani: perché non dovrei farne ciò che mi piace?

5. Tu mi hai donato i piedi: perché non dovrei andare dove mi conducono i miei desideri?

 

Risposte di Gesù Cristo

 

1. Il giudice, seduto su un trono sublime, con gesti molto dolci e molto onesti rispose: Amico mio, ti ho dato la bocca per parlare ragionevolmente delle cose utili all'anima e al corpo, e delle cose che sono in mio onore.

 

2. Ti ho dato gli occhi affinché tu veda il male e lo eviti e affinché tu veda il bene e ad esso ti ispiri.

 

3. Ti ho dato le orecchie per ascoltare la verità e per udire ciò che è onesto.

 

4. Ti ho dato le mani affinché con esse tu faccia ciò che è necessario al corpo e che non nuoce all'anima.

 

5. Ti ho dati i piedi perché tu ti allontani dall'amore del mondo e ti avvicini al riposo eterno, all'amore della tua anima e a me, tuo Creatore.

 

Ma il monaco va ancora più a fondo, insistendo sugli stessi temi: O giudice, ti domando perché mi hai dato i sensi corporali se non dobbiamo vivere in base ad essi. Perché ci hai donato la carne e altri sostentamenti corporali se non vuoi che li utilizziamo vivendo secondo gli appetiti disordinati del corpo? Perché ci hai dato il libero arbitrio se non possiamo seguire la nostra volontà?

 

E la risposta è questa: Amico mio, ho donato all'uomo i sensi e l'intelligenza per seguire le vie della vita e per fuggire le vie della morte. Ho donato le carni e gli alimenti necessari al sostentamento corporale perché vengano usate con moderazione e l'anima acquisti maggiore virtù, senza essere indebolita e oppressa dalla quantità eccessiva. Ho donato all'uomo il libero arbitrio perché rinunci alla propria volontà per amor mio, che sono il suo Dio, accrescendo così i propri meriti. Sempre collocato a metà della scala, il monaco rivolge al Signore altre domande che si riferiscono ancora alla condizione umana: O giudice, perché devo ricercare la sapienza divina visto che possiedo la sapienza del mondo? Perché devo piangere, avendo in me in abbondanza la gloria e la gioia del mondo? Dimmi perché e come devo rallegrarmi nelle afflizioni corporali. Perché devo aver paura, possedendo forze molto grandi? Perché dovrei ubbidire agli altri se dispongo della mia volontà? Ed ecco le risposte: Amico mio, colui che è giudice agli occhi del mondo è cieco e folle davanti a me. Pertanto, per acquisire la mia divina saggezza, è necessario ricercarla diligentemente e umilmente.

 

Chi possiede gli onori del mondo e la sua gioia è spesso agitato da cure diverse e immerso in amarezze che conducono all'inferno. Pertanto, per evitare che si allontani dalla vista del cielo e che venga fuorviato, è necessario che preghi e che pianga.

 

È assai utile rallegrarsi nell'afflizione e nell'infermità della carne, poiché la mia divina misericordia è vicina a chi patisce le sofferenze che rendono più breve la via che conduce alla vita eterna.
Tutti coloro che sono forti, lo sono grazie alla mia forza, poiché io sono più forte di loro. Devono quindi temere sempre che le loro forze siano loro sottratte.

 

Chi dispone del libero arbitrio deve temere e comprendere che non vi è nulla che conduca più facilmente alla dannazione eterna che la propria volontà priva di una guida. Chi rinuncia alla propria volontà e la pone nelle mani mie, che sono il suo Dio, avrà il cielo senza pena alcuna. E poi questa umanissima domanda: Perché permetti che il corpo soffra? La risposta è questa: L'infermità affligge il corpo affinché l'uomo stia bene attento a conservare dentro di sé, attraverso la sofferenza e il controllo della carne, la moderazione spirituale e la pazienza, che è sovente messa in pericolo a causa del vizio dell'incontinenza e l'attaccamento alle cose superflue. Il male, la sofferenza, la morte sono temi che ricorrono ampiamente nelle domande del monaco, e del resto si tratta dei misteri più grandi e sentiti dell'esistenza umana. All'interrogazione successiva troviamo infatti queste precise domande: Perché la peste, la carestia e altri affanni affliggono il corpo? Perché la morte arriva quando meno ci si pensa, così che raramente la si può prevedere? E la risposta, paziente e condiscendente, del giudice non tarda ad arrivare: È scritto nella legge che chi ruberà dovrà restituire più di quanto abbia rubato.

 

Fintanto che gli uomini ingrati ricevono i miei doni e ne abusano, non mi rendono affatto l'onore che mi è dovuto. E per questo che io permetto le pene del corpo, affinché l'anima sia salva nell'altro mondo. Talora io punisco l'uomo nelle cose che più ama, affinché colui che non mi ha voluto riconoscere nella gioia mi riconosca nella tristezza.

 

Mi chiedi anche perché la morte è improvvisa. Se l'uomo conoscesse il giorno della sua morte, mi servirebbe per paura e cadrebbe nella disperazione. Che l'uomo dunque mi serva per spirito d'amore, abbia sempre cura di sé e sia sicuro di me; è per questo che l'ora della morte è incerta, e ciò è giusto in quanto avendo l'uomo abbandonato il vero e il certo, era necessario e giusto che fosse afflitto da ciò che era incerto.

 

Il monaco ha ancora molte cose da chiedere al Signore, per esempio queste: Perché non mostri la tua gloria agli uomini in questo mondo, affinché mentre vivono ti desiderino con maggior fervore? Perché gli angeli e i santi, che sono più nobili e più sublimi delle creature mortali, non sono visti dagli uomini in questa vita? Essendo le pene dell'inferno orribili e incomparabili, perché non le mostri agli uomini in questa vita, così che possano evitarle?

 

Ed ecco la risposta: La mia gloria è ineffabile e incomparabile in soavità e bontà. Se dunque la mia gloria fosse vista così com'è, i corpi dell'uomo corruttibile si disintegrerebbero, così come lo furono i sensi di coloro che videro la mia gloria sulla montagna. Il loro corpo si distruggerebbe anche a causa della troppo grande gioia dell'anima e non potrebbe più fare gli esercizi corporali. Quindi, poiché l'ingresso del cielo non è aperto senza le opere dell'amore, la mia gloria è loro nascosta per qualche tempo affinché, per il desiderio e la fede, possano in seguito vederla più abbondantemente e più felicemente che mai. Perché non si vedono i santi nel luogo dove si trovano? Se i miei santi fossero visti e parlassero chiaramente, riceverebbero l'onore dovuto; ma la fede perderebbe il suo merito e la debolezza della carne non potrebbe sopportare il loro splendore. Del resto la mia giustizia non vuole che una sì gran luce sia vista da una così grande fragilità.

 

Tu chiedi ancora perché le pene dell'inferno non sono viste. Se le pene dell'inferno fossero viste così come sono, l'uomo si spaventerebbe e cercherebbe il cielo, non per spirito d'amore ma per timore. E poiché nessuno deve desiderare le gioie celesti per paura delle pene, ma per la divina carità, io nascondo le pene dei dannati. Come i buoni e i santi non possono gustare questa gioia ineffabile prima della separazione dell'anima dal corpo, così i malvagi non possono gustare le pene terribili prima della morte; ma essendo la loro anima separata dal corpo, essi sperimentano le sofferenze attraverso i sentimenti che non hanno voluto capire nel loro spirito quando avrebbero potuto farlo per mia grazia.

 

II monaco, sempre stando sulla sua scala, affronta poi questioni squisitamente spirituali relative alla Vergine e agli angeli, ponendosi il doloroso interrogativo suscitato dal raffronto tra la condizione angelica e quella umana: O giudice, perché sei così ineguale nei tuoi doni e nelle tue grazie e hai prediletto e preferito la santa Vergine Maria su tutte le creature e l'hai esaltata al di sopra degli angeli? Perché hai donato agli angeli lo spirito senza la carne e li hai destinati alle gioie celesti? E perché hai donato all'uomo un vaso di terra e uno spirito e l'hai obbligato a vivere con fatica e pena e a morire con dolore?

 

La risposta del Signore è di grande solennità: Amico mio, io nella mia divinità conosco fin da tutta l'eternità tutte le cose future; quelle avvenute come quelle che devono avvenire, perché come la caduta dell'uomo è stata da me prevista, così la mia giustizia l'ha permessa; essa però non è stata predisposta da Dio, e neppure la divina prescienza poteva impedirla; allo stesso modo la mia misericordia ha previsto da tutta l'eternità la necessità della liberazione dell'uomo.

 

Tu domandi perché ho privilegiato al di sopra di tutte le altre la Madre di Dio e perché l'ho amata al di sopra e al di là di tutte le creature; ciò è avvenuto perché in lei è stato trovato un segno vero di virtù; infatti come il fuoco si accende rapidamente quando il legno è ben disposto, allo stesso modo il fuoco del mio amore si accese più ardentemente in mia Madre, essendo ella meglio disposta; perché quando l'amore divino, che è di per sé immutabile ed eterno, cominciò ad apparire e a bruciare allorché la mia divinità si incarnò, così non esisteva creatura più adatta e più capace di ricevere le fiamme del mio amore della Santa Vergine, poiché nessuna aveva tanta carità quanta ne aveva lei; e sebbene il suo amore si fosse manifestato alla fine dei tempi, non di meno ella era stata conosciuta da tutta l'eternità prima dell'inizio dei tempi, e di conseguenza predefinita da tutta l'eternità nella divinità; infatti come nessuno le è stato uguale nell'amore, così ella non ha avuto eguali in grazia e benedizione.

 

Poi un'altra domanda rivolta direttamente a Gesù: Essendo stato concepito ed essendo nato senza peccato, perché hai voluto essere battezzato?

 

Risponde il Signore: È necessario che colui che vuole aprire una nuova strada la inizi personalmente. In altri tempi era stata donata al popolo una via carnale, la circoncisione, in segno di obbedienza e purificazione, che sortiva l'effetto di grazia futura e di promessa ai fedeli che rispettavano la legge, prima che venisse la verità promessa, cioè Gesù Cristo. Ma essendo arrivata la verità e non essendo la legge che un'ombra, era stato stabilito da tutta l'eternità che la via antica si sarebbe ritirata, perché priva di effetto. Affinché dunque la verità apparisse, l'ombra si ritirasse e si manifestasse la via più facile per arrivare al cielo, io che sono Dio e uomo per umiltà ho voluto essere battezzato per dare l'esempio a molti e per aprire il cielo ai credenti e ai fedeli; e per dimostrarlo, dopo che fui battezzato, il cielo si aprì, fu udita la voce del Padre, lo Spirito Santo apparve in forma di colomba. Io, figlio di Dio, ho dimostrato di essere vero Dio e uomo, affinché si sappia e si creda che il Padre eterno apre i cieli ai battezzati e ai fedeli. Lo Spirito Santo è con colui che battezza...

 

Io, che sono la verità, ho dissipato le ombre. La scorza della legge fu spezzata, apparve il nocciolo, la circoncisione fu sospesa e il battesimo fu confermato in me, affinché il cielo fosse aperto ai grandi e ai piccoli e i figli dell'ira divenissero figli della grazia e della vita eterna. Il monaco insiste e pone la domanda che da duemila anni l'uomo si pone: O giudice, te lo domando, poiché tu sei Dio ed uomo, perché non hai manifestato la tua divinità così come hai manifestato la tua umanità, affinché tutti credessero in te?

 

E il giudice risponde: O amico mio, ti rispondo affinché la malizia del tuo pensiero sia conosciuta ad altri... Poiché Dio non permette niente senza un motivo, ti rispondo non alla maniera umana, dato che noi trattiamo di cose spirituali; ma con similitudini, affinché la mia risposta sia compresa.

 

Tu domandi dunque perché non ho mostrato la mia divinità allo stesso modo in cui ho manifestato la mia umanità. lo rispondo: la mia divinità è spirituale e la mia umanità è corporale. Tuttavia la divinità e l'umanità sono inseparabili, la mia divinità è increata e tutto ciò che è in essa è bontà e perfezione. Se dunque una bontà e una perfezione tanto grandi si fossero manifestate all'occhio imperfetto dell'uomo, chi avrebbe potuto sostenerle, dato che l'occhio umano non riesce a sopportare neppure la vista del sole materiale?...

 

È per due ragioni che la mia divinità non si è manifestata più chiaramente: 1° per l'imperfezione umana, che non era in grado di sopportarla, poiché gli occhi umani sono di sostanza terrena: se l'occhio corporale vedesse la divinità, si scioglierebbe come cera davanti al fuoco; se l'anima avesse in sorte di vedere la divinità, il corpo si fonderebbe e si annienterebbe come cenere. 2° non si è manifestata inoltre a ragione della mia divina bontà e della sua costante stabilità; infatti se io mostrassi agli occhi mortali la mia divinità, che è incomparabilmente più risplendente del sole e del fuoco, io andrei contro quanto io stesso dissi: L'uomo non mi vedrà affatto e vivrà. Nemmeno i profeti mi videro, loro che videro la montagna fumante e dissero: Che Mosè ci parli, e noi l'ascolteremo. Per questo io, che sono misericordia, affinché l'uomo mi capisse meglio e non si spaventasse, mi sono mostrato a lui in una forma che potesse essere vista e udita, ovvero nella mia umanità, che contiene - come velata - la mia divinità.

 

Io, che sono Dio e non sono corporale, ho voluto poter essere udito e visto dagli uomini nella mia umanità. Non ancora stanco, il monaco chiede ancora: Perché hai preferito nascere da una Vergine piuttosto che da un'altra donna che non lo era?

 

Ed ecco la risposta: Poiché a me, Dio purissimo, meglio si convengono le cose pure... La verginità è una via molto bella che conduce al cielo e il matrimonio è soltanto una via; di conseguenza era ragionevole che io, Dio purissimo, riposassi nel seno di una Vergine purissima, così come il primo uomo era stato tratto dalla terra, che in qualche maniera era vergine, non essendo stata ancora inquinata dal sangue ... Infine una domanda dolorosamente umana: Perché molto spesso i malvagi prosperano più dei buoni?

 

E il Signore risponde: Ciò è indizio della mia grande pazienza e del mio amore, perché se io donassi i beni temporali soltanto ai miei amici, i malvagi si dispererebbero e i buoni si inorgoglirebbero. Io invece dono ad ognuno i beni temporali affinché io, il loro Dio, autore e creatore di ogni cosa, sia da tutti amato e affinché quando i buoni diventano superbi siano indotti dai malvagi ad essere giusti. Tutti sanno anche che le cose corporali non devono essere preferite a me, ma devono soltanto essere usate affinché l'uomo capisca che meno stabilità trova nelle cose temporali più deve essere saldo nel servirmi.

 

Brigida fa parte di quel novero di sante medievali che furono assai attive nella Chiesa, pur operando in un tempo poco propizio al sesso femminile. È esemplare in questo senso quanto scrisse al riguardo san Tommaso, che tanto influsso ebbe sulla concezione dei rapporti tra i sessi e il ruolo della donna. Egli riteneva che la donna fosse «ausiliaria all'opera dell'uomo nella procreazione», e che «in ogni altra opera» egli trovasse «un migliore aiuto in un altro uomo che nella donna».

 

Tra queste donne coraggiose che seppero farsi valere in un mondo di uomini sono da ricordare, oltre a Brigida di Svezia, Ildegarda di Bingen (1098-1179), Caterina da Siena (1347-1380), Giovanna d'Arco (1412-1431) e la beata Coletta di Corbie (1381-1447), che fu riformatrice di conventi maschili e femminili. Per capire santa Brigida, la sua vita e la sua opera è necessario far riferimento all'atmosfera sociale, religiosa e culturale del XIV secolo. Per diritti di nascita e in seguito anche per la sua fama di santità, Brigida frequentò sempre le più alte sfere del mondo politico ed ecclesiastico del tempo. Inoltre i suoi grandi pellegrinaggi la portarono a percorrere gran parte dell'Europa e a prendere atto con chiarezza delle ostilità e delle discordie che dividevano i popoli. Soprattutto avvertiva la crisi del papato che si era allontanato da Roma.

 

Dinamica, portata all'azione, tesa a fare del bene a tutti, Brigida aveva un forte istinto sociale. Quando fu libera da impegni familiari, decise di prendere dimora a Roma, per operare a favore del ritorno del papa e del rinnovamento della Chiesa. Questa donna del Nord, della più lontana periferia del mondo cristiano di allora, seppe farsi carico della responsabilità della Chiesa di Roma, centro della cristianità, che era rimasta priva del suo pastore. Al ritorno del pontefice a Roma e al rinnovamento della Chiesa Brigida legava in maniera indissolubile il grande discorso della pace di tutta la cristianità, e per questa operò incessantemente finché ebbe vita. In questo senso la sua missione è di portata veramente europea. La Chiesa che deve essere rinnovata ha il suo simbolo proprio in lei, chiamata alla santità di vita. La stessa fondazione di un ordine formato da uomini e donne simboleggia una nuova vigna che deve essere piantata in un momento in cui la vita religiosa è assai decaduta anche fra i religiosi.

 

Ma Brigida non si limita a sollecitare il rinnovamento della vita sacerdotale e monastica: tutti devono cooperare a questo compito, tutti i cristiani devono essere «amici di Dio» e disposti a lavorare per il rinnovamento della Chiesa: oggi parleremmo di apostolato dei laici. Per loro questa esortazione: Voi amici miei, che siete nel mondo, andate sicuri a proclamate la mia volontà e gridate affinché tutti aderiscano. Io sarò nel vostro cuore e sulla vostra bocca. Non vi abbandonerò, andate con coraggio perché con la fatica si accresce la gloria. Potrei fare infatti tutto d'un tratto e con una sola parola, ma voglio che dalla lotta cresca la vostra ricompensa, e per il vostro coraggio la gloria mia.

 


Devozione delle 15 Orazioni di Santa Brigida sopra le Pianghe Di Cristo

 

Santa Brigida, desiderosa da molto tempo di sapere il numero dei colpi che Nostro Signore Gesù Cristo aveva ricevuto durante la sua Passione, apparve Gesu’ che le disse: “figlia mia, ho ricevuto sul mio corpo 5480 colpi. Se tu vorraionorarli, dirai ogni giorno 15 pater e ave con le orazioni seguenti che ti do, durante un anno. Trascorso un anno tu avrai salutato ognuna delle mie piaghe“

 

PRIMA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

(Padre nostro, che sei nei cieli sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.)

1 Ave Maria...

(Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu si benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.)

 

O Signore Gesù Cristo, eterna dolcezza di coloro che ti amano, giubilo che trapassa ogni gioia ed ogni desiderio, salute ed amore di coloro che si pentono, ai quali dicesti: “Le mie delizie sono con i figlioli degli uomini“, essendoti fatto uomo per loro salvezzaricordati di quelle cose che ti mossero a prendere la carne umana e di quello che sopportasti dal principio della tua incarnazione fino al salutifero tempo del tuo patire, ab aeterno ordinato nel Dio Uno e Trino. Ricordati deldolore che, come affermi tu stesso, ebbe l’anima tua, quando dicesti: “Mesta è l’anima mia fino alla morte“ quando nell’ultima cena che tu facesti coi tuoi discepoli, dando loro per vivanda il corpo e sangue tuoi, lavando i loro piedi e amorevolmente consolandoli predicesti la tua imminente Passione.

 

Ricordati del tremito, dell’angustia e dolore chesopportasti nel santissimo corpo, prima di andare sul patibolo della Croce, quando dopo l’avere tu fatto tre volte orazione al Padre, pieno di sudor di sangue, ti vedesti tradito da uno dei tuoidiscepoli, preso dal tuo popolo eletto, accusato da falsi testimoni, iniquamente da tre giudici condannato a morte, nel più solenne tempo della Pasqua, tradito, burlato,spogliato dei tuoi vestiti, percosso nella faccia (con gli occhi bendati), legato alla colonna, flagellato e coronato di spine. Concedimi adunque, ti prego dolcissimo Gesù, per le memorie che serbo di queste pene, prima della mia morte, sentimenti di vera contrizione, una sincera confessione e remissione di tutti i miei peccati. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore!Amen. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

SECONDA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Gesù, vera letizia degli Angeli e Paradiso di delizie, ricordati degli orribili tormenti che provasti, quando i nemici tuoi, come ferocissimi leoni, avendoti circondato con schiaffi, sputi, graffi ed altri inauditi supplizi, ti lacerarono; e per le ingiuriose parole, per le aspre percosse e durissimi tormenti, con i quali i nemici tuoi t’afflissero, io ti supplico che voglia liberarmi dai miei nemici così visibili come invisibili, e concedi che sotto l’ombra delle ali tue io ritrovi la protezione dell’eterna salute. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

TERZA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Verbo incarnato. Onnipotente creatore del mondo, che sei immenso, incomprensibile e puoi racchiudere l’universo nello spazio di un palmo, ricordati dell’amarissimo dolore che sopportasti quando le santissime tue mani e piedi furono confitti con chiodi acuminati sul legno della croce. Oh! Qual dolore provasti, o Gesù, allorché i perfidi crocifissori dilaniarono le tue membra e sciolsero le congiunture delle tue ossa, tirarono il tuo corpo per ogni verso, a loro piacere. Ti prego per la memoria di questi dolori sopportatida te sopra la croce, che tu mi voglia concedere ch’io ti ami e tema quanto si conviene. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

QUARTA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo Celeste Medico, ricordati delle sofferenze e dei dolori che sentisti nelle tue già lacerate membra, mentre si levava in alto la croce. Dai piedi alla testa eri tutto un cumulo di dolori; e nondimeno ti scordasti di tanta pena, e porgesti pietosamente preghiere al Padre per i nemici tuoi dicendo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno“. Per questa smisurata carità e misericordia e per la memoria di questi dolori concedimi di ricordarmi della tua amatissima Passione, affinché essa mi giovi per una piena remissione di tutti i miei peccati. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

QUINTA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

Rammentati, o Signore Gesù Cristo, specchio di eterna chiarezza, dell’afflizione che avesti quando, veduta la predestinazione di quelli eletti che, mediante la tua Passione, dovevano salvarsi, prevedesti ancora che molti non ne avrebbero profittato. Pertanto ti chiedo per laprofondità della misericordia che mostrasti non solo nell’aver dolore dei perduti e disperati, ma nell’adoperarla verso il ladrone quando gli dicesti: “Oggi sarai meco in paradiso“, che tu voglia pietoso Gesù, adoperarla sopra di me al punto della mia morte. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, ragnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

SESTA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Gesù Re amabile, ricordati del dolore che provasti, quando nudo e disprezzato pendesti in Croce, senza avere, fra tanti amici e conoscenti che t’erano d’intorno, chi ti consolasse, eccetto la tua diletta Madre, alla quale raccomandasti il discepolo prediletto, dicendo: “Donna, ecco il tuo figlio; ed al discepolo: ecco la tua Madre“. Fiducioso ti prego, pietosissimo Gesù, per il coltello del dolore che allora le trapassò l’anima, che tu abbia compassione di me nelle afflizioni e tribolazioni mie così del corpo come dello spirito, e mi consoli, porgendomi aiuto e gaudio in ogni prova ed avversità. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

SETTIMA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore, Gesù Cristo, fonte di dolcezza inestinguibile che mosso da intimo affetto di amore, dicesti in Croce: “Io ho sete, cioè desidero sommamente la salute del genere umano”, accendi, ti preghiamo, in noi il desiderio di operare perfettamente,spegnendo del tutto la sete delle concupiscenze peccaminose e il fervore dei piaceri mondani. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

OTTAVA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo, dolcezza dei cuori e soavità grandissima delle menti, concedi a noi miseri peccatori, per l’amarezza dell’aceto e del fiele che per noi gustasti nell’ora della tua morte, che in ogni tempo, specialmente nell’ora del morirenostro, noi ci possiamo cibare del Corpo e Sangue tuo non indegnamente, ma in rimedio e consolazione delle anime nostre. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

NONA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo, giubilo della mente, ricordati dell’angustia e dolore che patisti quando per l’amarezza della morte e l’insulto dei giudei gridasti al Padre tuo: “Eloi, Eloi, lamma sabactani; cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Per questo ti chiedo che nell’ora della mia morte tu non mi abbandoni. Signor mio e Dio mio. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

DECIMA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo, principio e termine ultimo del nostro amore, che dalla pianta dei piedi alla cima del capo ti sommergesti nel mare dei patimenti ti prego, per le larghe e profondissime tue piaghe, che mi voglia insegnare ad operare perfettamente con vera carità nella legge e nei precetti tuoi. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

UNDICESIMA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo, profondo abisso di pietà e di misericordia io ti domando, per la profondità delle piaghe che trapassarono non solo la carne tua e le midolla delle ossa, ma anche le più intime viscere, che ti piaccia sollevare me, sommerso nei peccati e nascondermi nelle aperture delle tue ferite. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

DODICESIMA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo, specchio di verità, segno d’unità e legame di carità, abbi in mente le innumerevoli ferite di cui fu ricoperto il tuo Corpo, lacerato dagli empi Giudei e imporporato del tuo stesso preziosissimo Sangue. Scrivi, ti prego, con quello stesso Sangue nel cuore mio le tue ferite, affinché, nella meditazione del tuo dolore e del tuo amore, si rinnovi in me ogni giorno il dolore del tuo patire, si accresca l’amore, ed io perseveri continuamente nel renderti grazie sino alla fine della mia vita, cioè fino a quando io  verrò da te, pieno di tutti i beni e di tutti i meriti che ti degnasti donarmi dal tesoro della tua Passione. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

TREDICESIMA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo, Re invittissimo ed immortale, rammentati del dolore che sentisti quando, essendo tutte le forze del Corpo e del Cuore tuo venute meno, inchinando il capo dicesti: “Tutto è compiuto“. Perciò ti prego per tale angustia e dolore, che tu abbia misericordia di me nell’ultima ora della mia vita, quando sarà l’anima mia turbata dall’ansia dell’agonia. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

QUATTORDICESIMA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo, Unigenito dell’altissimo Padre, splendore e figura della sostanza sua, ricordati dell’umile preghiera con la quale raccomandasti lo spirito tuo dicendo: “Padre, raccomando nelle tue mani lo spirito mio” . E dopo piegato il capo e aperte le viscere per riscattare, esclamando mandasti fuori l’ultimo respiro. Per questa preziosissima morte ti prego, Re dei Santi, che mi faccia forte nel resistere al diavolo, al mondo ed alla carne, affinché morto al mondo, io viva a te solo, e tu riceva nell’ultima ora della mia vita lo spiritomio, che dopo lungo esilio e pellegrinaggio desidera di ritornare alla sua patria. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

QUINDICESIMA ORAZIONE

 

1 Padre nostro...

1 Ave Maria...

 

O Signore Gesù Cristo, vera e feconda vita, ricordati dell’abbondante effusione del sangue tuo, allorché piegato il capo sulla Croce, il soldato Longino ti squarciò il costato da cuiuscirono le ultime gocce di sangue ed acqua. Per questa amarissima Passione ferisci, ti prego, dolcissimo Gesù, il cuor mio, affinché, giorno e notte io versi lacrime di penitenza e di amore: convertimi totalmente a te perché il mio cuore sia perpetua abitazione di te e la conversione mia ti piaccia e ti sia accetta, ed il termine della mia vita sia lodevole, per lodarti insieme con tutti i Santi in eterno. Amen. O Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di me peccatore. O Gesù, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine, per la salute degli uomini crocifisso, regnante ora in cielo, abbi di noi pietà.

 

PREGHIERA

 

O Signore mio Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo, accetta questa preghiera con lo stesso immenso amore, col quale sopportasti tutte le piaghe del tuo Santissimo Corpo; abbi di noi misericordia, ed a tutti i fedeli, vivi e defunti, concedi la tua misericordia, la tua grazia, la remissione di tutte le colpe e pene, e la vita eterna. Amen.