Dal Profondo a te grido

IL PURGATORIO

Sofferenze, gioie e amici delle Povere Anime di Ferdinando Holbock

Fonte di questo documento: www.preghiereagesuemaria.it

Dice santa CATERINA da SIENA:

«Quanto deve essere meraviglioso il Cielo, dal momento che - per entrarvi - Dio vi premette una purificazione così assoluta e dolorosa!» Noi chiamiamo - PURGATORIO - quella condizione o quel luo­go, ove nell'ALDILÀ, le anime di coloro che sono morti sì in grazia san­tificante, devono ancora scontare una pena temporale o dei peccati ve­niali... fino che sia pagato fino «L'Ultimo Centesimo», e quindi hanno bisogno di purificazione. - Per mezzo di Gesù Cristo noi possiamo pre­gare e offrire per le Povere Anime, affinchè siano liberate dalle loro pe­ne. - Poichè oggi si minimizza sui quattro novissimi e in particolare si di­mentica che Dio non è solo Misericordioso e infinitamente BUONO, ma è Parimenti GIUSTO, e così non si vuole sentir parlare nè dell'Inferno, nè del Purgatorio e così poco conta o per niente si ricorda la verità di Fe­de definita di uno Stato di Purgazione (purgatorio) nell'Aldilà, o addi­rittura è messa in dubbio, se non anche talvolta negata.

Il professore dottor Holbdck tenta in questa libro di richiamare alla conoscenza e alla riflessione sulla «Realtà del Purgatorio e al modo di aiutare le Povere Anime.»

In brevi, ma forti linee vengono ricordate le figure di Santi di beati, di mistici, che sono vissuti in questa fede, hanno pregato, riparato, offerto e sofferto per le Povere Anime...

Le Povere Anime, assieme ai santi e agli angeli sono pure fra i nostri migliori amici e benefattori dello spirito e dimenticandole, rechia­mo a noi stessi non lieve danno spirituale.

 

PREFAZIONE

Come i cosidetti «NOVISSIMI» (morte, giudizio, inferno, para­diso) sono poco valutati, ai nostri tempi, posti in dubbio, esageratamen­te demitizzati, male interpretati o non riconosciuti nella loro serietà spesso depauperati o addirittura scherniti - «Noi tutti, tutti, tutti andia­mo in Paradiso, perchè siamo così bravi e buoni... » come si canta in una stupida canzonetta di moda, e un fuoco eterno dell'Inferno preparato per i diavoli e per i suoi seguaci (Matteo 25-41) vale ora soltanto come spauracchio per persone dalle idee limitate, poichè si diffonde e si pro­paga «L'Addio al diavolo» oppure si fa di lui solo uno spauracchio folkloristico, così purtroppo assai di frequente accade che non si parli più o si sottovaluti anche la realtà di uno stato di purgazione nell'Aldilà per i defunti, il Purgatorio, anzi per uno sbagliato ecumenismo, non se ne parla affatto o se ne dubita o si interpreta a modo proprio o lo si nega apertamente nell'incontro con Dio al momento della morte, benchè si tratti di una verità di Fede definita dalla religione cattolica, che le anime di coloro che sono morti in grazia di Dio, ma al momento della morte erano ancora gravati da peccati veniali o da pene temporali dovute a peccati mortali, vengono sottoposti ad una purificazione nell'Aldilà.

Se oggi, per giunta, a causa della pressione protestante, penetrata nella teologia cattolica, si sostiene l'opinione - non dimostrabile, cóntra­ria al dogma dell'Immortalità dell'anima umana, dalla «MORTE TO­TALE» dell'uomo (con corpo e anima) e si va diffondendo fra il popolo ancora credente - i cristiani non praticanti per la maggior parte non pen­sano più ad un'altra vita dopo la morte - allora è facile capire che poco o addirittura per nulla si parli di una Comunione vicendevole fra i vivi e i defunti, anche se c'è il DOGMA di Fede Definita, che le anime del Pur­gatorio possono essere aiutate dai fedeli che sono sulla terra.

Purtroppo anche nella Nuova liturgia della Chiesa si favorisce il sorvolamento o il silenzio circa la verità dello stato di Purgazione nell'Aldilà, e dell'aiuto che si può dare alle anime che vi si trovano. Si ri­cordi per es. che nella «Nuova Liturgia delle Ore» del Breviario, la pre­ghiera quotidiana per i defunti alla fine delle singole Ore che finora si faceva: «Le anime dei fedeli defunti per la misericordia di Dio riposino in Pace», è sparita e solo nell'ultima preghiera delle preci feriali al ve­spro si ricordano i defunti! Nella nuova liturgia dei funerali non si parla assolutamente più della pena del Purgatorio nell'Aldilà, e quindi non si ha mai una parola o un invito a pregare per l'anima purgante del defun­to!

A questo proposito è del tutto diverso il discorso del Concilio di Lione nel 1274, di Firenze nel 1439 e Trento nel 1563 e anche quello dei Papi giù fino a Paolo VI che nel suo Credo del Popolo cristiano ci inse­gna: «Noi crediamo che le anime di tutti coloro che sono morti nella grazia di Cristo, sia che essi siano ancora nel luogo di Purgazione, sia che Gesù C. li abbia accolti in Paradiso, appartengono al Popolo di Dio, che il giorno della Risurrezione, quando l'anima sarà ricongiunta al corpo, vincerà definitivamente il potere della morte!» - Un moderno teologo chiamò con disprezzo queste espressioni del Papa come un im­maginoso richiamo a modelli figurativi di un tempo, che non è più il no­stro tempo!

Forse che le verità rivelate del Cielo, Inferno e Purgatorio si do­vrebbero eliminare, perchè esse appartengono a un mondo, che non è più il nostro?

Parleremo in seguito della verità del Purgatorio, delle pene anche delle gioie delle povere anime dei defunti. Dobbiamo prima ricordare i molti amici e coadiutori, che sempre ci furono e ci sono fra i fedeli sulla terra attraverso i secoli. Fra questi ci sono dei santi canonizzati e dei Beati, dei quali la chiesa ci dice che sono in CIELO e anche delle sante persone che condussero una vita meritevole della massima stima, che ci parlano della Comunione dei Santi nel loro rapporto vissuto con le po­vere anime del Purgatorio o per lo meno furono intimamente compe­netrati della consolante verità, che si possono aiutare e liberare con pre­ghiere e sacrifici le anime che espiano nei vari stati di purgazione. Aiuti di Preghiere, di penitenze, di opere buone - ss. Messe - elemosine - pelle­grinaggi etc.

Da quanto ci hanno detto o tramandato persone di ogni epoca della storia della Chiesa e santi e grandi devoti riguardo alle povere ani­me, con le quali hanno avuto rapporti, incontri, visioni o per le quali molto hanno operato, forse c'è talvolta da usare parecchia prudenza di giudizio, ma non si può attribuire tutto a fantasie o visioni immaginarie da parte di persone psichicamente ammalate, perchè ciò sarebbe irrive­rente, ingiusto, storicamente errato e soprattutto sarebbe frutto di non poca superbia!

Da queste sante creature specie per quanto riguarda il Purgatorio e le povere anime, noi abbiamo parecchio da imparare e anzitutto che è nostro primario e santo dovere, come Cristiani, e credenti, aiutare le po­vere anime e non dimenticarle, perchè la Purificazione nell'Aldilà non è per nulla di poca importanza!

Salisburgo, 7 marzo 1977.

Ferdinando Holbóck

Capitolo I

LA REALTA’ DELLA PURIFICAZIONE NELL'ALDILA’

La visione di Dio nella Beatitudine del Cielo - o l'allontanamento da Dio nella dannazione eterna dell'Inferno: Questo «aut-aut» rivelato­ci chiaramente dalla Sacra Scrittura attende ogni uomo come «eterna ri­compensa» - dopo la morte e il giudizio particolare al quale ogni perso­na è esposta. Premio o castigo - tale è la ricompensa.

Ora chi arriva alla beatifica visione di Dio in Cielo? - Colui che all'istante della morte è in grazia santificante e porta in se Dio, ed è quindi unito a Dio per mezzo della grazia santificante, in virtù della quale l'uomo partecipa della natura divina. - Chi si precipita nella dan­nazione eterna dell'inferno? Chi al momento della morte a causa del peccato mortale di cui non si è pentito porta in se la lontananza da Dio, la cosciente separazione da Dio.

Ma l'uomo che pur avendo in se la vita divina in virtù della grazia santificante al momento della morte è egli veramente maturo e capace della beatificante visione di Dio e della più intima vicinanza di Dio nella gloria celeste? Non c'è forse anche nell'uomo in grazia santificante ma­gari qualcosa, che può non piacere alla infinita santità di Dio? In tali persone non c'è forse almeno qualche venialità o il residuo di peccati, magari da tempo pentiti e perdonati, o qualche altra cosa che sta ancora come un'ombra sull'anima in grazia. Ma il Dio infinitamente santo non può ammettere al suo cospetto per l'eterno godimento della beatitudine del godimento di Dio l'uomo, che non abbia raggiunto la sua finale e as­soluta purità e santità, poichè in fin dei fini vedere Dio significa essere uniti a Lui nella comunione beatificante e intima di vita e di amore e ri­manervi ed entrare in un amichevole ed eterno colloquio di amore con Dio, nel quale Dio si apre pienamente, si comunica e si dona: ma per questo da parte dell'uomo è necessaria l'assoluta e incondizionata dona­zione a Dio.

Comunque la si prenda la cosa sta di fatto che quasi ogni uomo è imperfetto e coperto di qualche macchia all'istante della morte, pur trovandosi in grazia santificante. - Ma secondo la parola di Gesù nel di­scorso della montagna (Matt. 5, 8) solo ciò che è assolutamente puro può vedere Dio - «Beati i puri di cuore, perchè vedranno Dio» - Nell'Apocalisse (21-27) si dice: «Niente di comune può entrare nella ce­leste Gerusalemme. » Una bella parola del poeta Angelo Silesio centra in pieno la verità: «Dio abita in una luce verso la quale manca la strada. Chi non diventerà da se - strada - non la vedrà in eterno»!

Ma l'uomo che ha oltrepassato la linea della morte non potrà più raggiungere da se questa liberazione da ogni ombra e quella luminosa santità, perchè con l'istante della morte è finito per lui il tempo di opera­re. Colui che è morto in grazia di Dio non può più ormai con i propri sforzi procurarsi quella assoluta purità che occorre per entrare in Cielo e niente più può meritare, può tuttavia per la generosa bontà di Dio ripa­rare nella sofferenza riparatrice. Ed ecco allora quella verità di Fede, che noi esprimiamo parlando della Purificazione dell'Aldilà.

La parola - Purgatorio - dal latino «purgare» = purificare - risa­le al secolo XI e sta a indicare il luogo di purificazione dell'Aldilà o stato di purgazione o purificazione fra Cielo e Inferno. In tedesco FEG­FEUER = Fuoco purificante - parola ancora in uso in alcuni dialetti la­dini (Val di Fassa per es. e altri dialetti ladini o romanici). In ogno modo che vale è solo la verità rivelata: «C'è un Luogo o uno Stato di purifica­zione nell'Aldilà, dove coloro che sono morti in grazia di Dio vengono purificati da ogni macchia e ombra di peccato e dalle pene dovute a pec­cati mortali - non riparati, prima di essere ammessi alla beatificante vi­sione di Dio in Cielo).

Prova di queste verità la traiamo: 1 - Dalle espressioni del Magi­stero della Chiesa - 2 - Dalla Sacra Scrittura e 3 - dalla Tradizione.

1) Le più importanti dichiarazioni del Magistero della Chiesa: Il secondo Concilio di Lione nel 1274 dichiara: «A motivo di diversi erro­ri, alcuni provenienti da ignoranza, altri da cattiveria» questo Concilio afferma: «Tutti coloro che dopo il battesimo cadono in peccato, non possono essere ribatezzati, essi possono tuttavia ottenere il perdono dei loro peccati con una vera penitenza! - Se tuttavia essi sono passati all'al­tra vita con veri sentimenti di penitenza e in grazia santificante, comun­que prima di aver sofferto la dovuta riparazione con degni frutti di peni­tenza per i peccati di omissione o altre mancanze, essi vengono purificati dopo la morte per mezzo di castighi o pene purificatrici o riparatrici.

Per alleviare questi castighi o pene giovano loro i suffragi» dei fedeli vi­vi, e cioè la s. Messa, le preghiere, le elemosine e altre opere buone che gli uomini in armonia con gli indirizzi della chiesa curano di compiere in loro favore.

2) Il Concilio di Firenze nel 1439 nel «Decreto per i Greci» ha ri­sposto quasi verbalmente a quanto era stato espresso dal Concilio di Lione riguardo al Purgatorio e lo hanno accentuato.

3) Il Concilio di Trento si espresse varie volte sulla Dottrina - al­lora accanitamente combattuta dai Riformatori Protestanti circa il Pur­gatorio:

a) Nel XXX Canone della seduta (DS 1580) il Concilio dichiarò: «Chi crede che dopo ricevuta la remissione dei peccati (assoluzione) sia tal­mente rimessa la colpa e la pena temporale sia totalmente espiata e giu­stificata al peccatore pentito, in modo che non resti più alcun obbligo di temporanea espiazione, in questa vita o nell'Aldilà - nel purgatorio, pri­ma che sia aperto l'ingresso nel Regno dei Cieli sia scomunicato!»

b) Nel secondo Articolo della XXII Sezione e nel III Canone della mede­sima Sezione il Concilio - DICHIARÒ e DEFINÌ che la santa Messa non viene offerta solo per i vivi, ma anche per coloro che sono - morti in Cri­sto - e che non sono ancora perfettamente purificati.

c) Nella XXV Sezione dell'anno 1563 - Il Concilio di Trento diede que­sto indirizzo per la pratica e prudenza pastorale circa il discorso sul Pur­gatorio: «Illuminati dallo Spirito Santo, attingendo dalla Sacra S. e dal­la Tradizione antica dei Padri della Chiesa, essa ha insegnato nei Sacri Concili fino adesso» e poi in questa universale Raccolta quanto segue: «C'è un Purgatorio» e le anime ivi imprigionate possono beneficiare dei suffragi dei fedeli e soprattutto del Santo Sacrificio dell'altare tanto gra­dito a Dio. Perciò il Concilio ammonisce i vescovi. Essi devono curare con zelo che la santa dottrina del Purgatorio, quale è trasmessa dagli an­tichi Padri della Chiesa e dai Concili, creduta dai fedeli, sia conservata e insegnata dovunque e predicata. Tuttavia nella predicazione destinata al popolo e specie a quello meno istruito non si deve assolutamente portare alcuna questione difficile o cavillosa, che non favorisce l'edificazione e una maggior divozione e pietà.

Parimenti non si deve indulgere a parlar di cose non assoluta­mente certe o a falsità o fantasie visionarie o sospette. Ciò che serve solo alla curiosità o all'errore o a un vergognoso profitto deve essere dai ve­scovi proibito come dannoso e occasione di scandalo per i fedeli!

Il Concilio di Trento nella sua Ultima Seduta non entra in dotte discussioni con i Protestanti Riformatori se e come sia provata dalla Sa­cra Scrittura la Dottrina sul Purgatorio - il Concilio contrappone sem­plicemente alla negazione protestante il fatto o la realtà di una purifica­zione nel Purgatorio ormai stabilita e confermata dalla fede tradizionale e dalle affermazioni dei precedenti Concili e respinge le obbiezioni con­tro queste verità di Fede con la prima affermazione: «C'è un Purgato­rio»! Tuttavia il Concilio ammonì subito i vescovi, perchè provvedesse­ro a proibire nella predicazione e nella dottrina al popolo sul Purgatorio qualsiasi cosa che potesse turbare la fede e la pietà e quindi siano esclusi cavilli, affermazioni incerte - errori o vergognosi profitti.

c) Si ricordi ancora che il Concilio di Trento nella sua «Professione di Fede Tridentina»: ordina a tutti i vescovi, sacerdoti, teologi, predicato­ri, catechisti, professori di teologia questa - Professione di Fede: «Con­stanter credo Purgatorium esse - credo lèrmamente che c'è il Purgato­rio» -.

4) Il Concilio Vaticano II nella Costituzione - Lumen Gentium - parla delle anime che hanno lasciato questo mondo e vengono purificate nell'Aldilà e nell'art. II dice: «questa Fede della Chiesa fu rivolta da sempre e anzitutto con venerazione e affetto agli apostoli e Martiri di Cristo... e ricordiamo la viva Comunione dei Santi con i nostri fratelli e sorelle già nella Beatitudine del Paradiso o ancora stanno nella purga­zione come ci hanno tramandato i Concili di Firenze e di Trento... ».

 

2. I TESTI PIÙ SALIENTI DELLA SACRA SCRITTURA

Sia anzitutto ben chiaro che in nessuna parte della S. Scrittura si parla direttamente del Purgatorio o Luogo di Purificazione. Tuttavia si può giustamente ritenere che questa verità di Fede è saldamente ancora­ta nella S. Scrittura e almeno indirettamente da Essa provata, special­mente, perchè proprio nella S. Scrittura si insiste sulla preghiera per i defunti. Ciò però non avrebbe alcun senso se non ci fosse un luogo in­termedio fra Cielo e Inferno, perchè la preghiera per i Beati è superflua e per i dannati inutile. Riguardo alle due classiche citazioni bibliche ove si parla della preghiera per i defunti e cioè Maccabei 2 - 12 - 40 - 46 e Ti­moteo 1 - 18 là dove si parla degli amici e aiutanti delle povere anime se ne accenna assai chiaramente. Ricordiamo comunque a questo punto tre passi scritturistici:

- 1 Matt. 12 - 32 - Gesù parla qui del peccato contro lo Spirito Santo e dice: «sarà perdonato agli uomini ogni specie di peccato o bestemmia, ma la bestemmia contro lo S. Santo non sarà perdonata nè in questo, nè nell'altro mondo». Non solo lo scrittore ecclesiastico Tertulliano, + dopo il 222, ma anche il grande dottore della Chiesa sant Agostino + nel 440 e altri dottori e Padri della Chiesa si basano su que­ste parole per provare che anche nell'Aldilà possono venir rimessi pecca­ti e naturalmente non in Cielo dove sarebbe inutile, non nell'Inferno, dove sarebbe impossibile, ma nel Purgatorio. Se nell'altro mondo fosse esclusa qualsiasi remissione di peccati Gesù non avrebbe potuto dire che il peccato contro lo S. Santo non viene perdonato nemmeno nell'altro mondo. Della remissione di peccati che meritano la dannazione eterna nemmeno si fa cenno per l'Aldilà perchè nell'Inferno non c'è più remis­sione di peccati, dall'Inferno non c'è liberazione. E i Beati in Paradiso non hanno bisogno di perdono di peccati. Quindi se c'è nell'Aldilà an­cora una remissione dei peccati, come fanno pensare le parole di Gesù, si deve dedurre che c'è nell'Aldilà una situazione intermedia fra Cielo e Inferno dove possono essere espiati i peccati veniali e le residue pene temporali.

Si noti comunque che oggi molti esegeti cattolici prendono una posizione molto scettica circa la forza probatrice di questo passo scrittu­ristico sulla esistenza del Purgatorio.

2 - (Matteo 5,25 e seg.) Le parabole del servo infedele, debitore di tante migliaia di talenti, che viene gettato in carcere fino che non abbia saldato il suo debito fino all'ultimo centesimo, perchè non volle perdo­nare al suo compagno di servitù. Già Tertulliano scelse questo passo scritturistico e lo usò come prova che nell'Aldilà deve venir soddisfatto anche il più piccolo peccato e mancanza - (De resurrectione 42). Alla do­manda che cosa significhi - L'ultimo centesimo - Tertulliano risponde nel senso di una possibile remissione del debito nell'Aldilà.

Oggi anche gli esegeti cattolici dicono, che questo passo scritturisti­co non possiede alcuna forza probativa, perchè si dovrebbe pensare che questa parola «pagare» fino all'ultimo centesimo è nel contesto della parabola e avrebbe uno scopo ben diverso e questo passo si riferisce alla parte figurativa della parabola, e quindi certamente non lo si può separare per provare un contenuto reale totalmente diverso che non avrebbe nessun legame con la parabola.

3 - (I Cor. 3,10 - 15) una volta questo passo scritturistico era rite­nuto quasi sempre di primo piano come prova scritturistica del Purgato­rio. Da qualche tempo però con interpretazioni poco convincenti si vor­rebbe dimostrare che in questo passo scritturistico non si parla di un luogo o di un fuoco purificatore nell'aldilà e quindi non ci si può ri­chiamare adesso, e così questi esegeti - sa tutto - si allontanano da questo testo.

Tuttavia è opportuno osservare questo: San Paolo ricorda qui precisamente ai Corinti faziosi, che non abbandonino il saldo fonda­mento, e che su tale fondamento si deve costruire una solida e duratura vita e modo di vivere sicuro e stabile. Nessuno può porre un altro fonda­mento diverso da quello che fu posto, cioè Gesù Cristo. Dice San Paolo: «Io come sapiente architetto con la grazia che Dio mi ha concesso ho posto il fondamento. Un altro va avanti con la costruzione. Ogni uno però badi come prosegue il suo lavoro. Che poi uno costruisca sopra questo fondamento (G. Cristo) con oro, argento, pietre o con legno o con paglia o fieno, questo apparirà dal lavoro di ciascuno: Il giorno del Signore (si intende il giorno del giudizio) lo rivelerà. Perchè si manife­sterà nel fuoco (una figura dell'ira di Dio, che si manifesterà nel dì del Giudizio). Per quello che riguarda il lavoro di ciascuno anche questo verrà provato col fuoco. Se il lavoro di costruzione di uno resterà in pie­di, questi riceverà il premio: se il lavoro brucerà, ne avrà danno, il co­struttore sarà salvato, però solo passando attraverso il fuoco».

Riassumendo come prove scritturistiche per l'esistenza del Pur­gatorio dalla morte alla perfetta beatitudine dell'Eternità ognuno potrà unirsi al giudizio espresso dallo studioso del N. Testamento J. Gnilka: «La dottrina del Purgatorio non è ancora stata pienamente sviluppata nella S. Scrittura, ma contenuta in essa solo come riferimento o indica­zione in modo che lo sviluppo teologico futuro vi potrà costruire sopra».

 

3. LE PIÙ IMPORTANTI TESTIMONIANZE DELLA TRADIZIONE.

1) Già nel tempo immediatamente postapostolico ci sono negli atti dei Martiri e nelle catacombe con le iscrizioni tombali delle prove che si pregava per i defunti.

2) Già molto precocemente in quasi tutte le liturgie occidentali e orientali si prega Dio, perchè Egli voglia togliere o lavare dalle anime dei fedeli defunti eventuali macchie di peccato e donare loro il luogo della luce e della pace. Già i più antichi libri liturgici ci offrono esempi di messe per i defunti.

3) Alcuni Padri della Chiesa e dottori o scrittori ecclesiastici dell'Occidente e dell'Oriente Tertulliano, Origene, Cipriano, Efrem Si­ro Ambrogio, Agostino, Giovanni Grisostomo, Cesario di Arles, Gre­gorio Magno sostengono espressamente e direttamente la Fede in una si­tuazione di Purificazione nel Purgatorio.

4) Già verso la fine del periodo patristico si trovano già dei cenni di confraternite di preghiera per i vivi e per i defunti. In modo particola­re i monasteri si uniscono per pregare per i loro confratelli defunti.

5) Ben presto si comprese che era di grande importanza il dog­ma della possibilità di un luogo di purificazione nell'Aldilà per la libera­zione nel purgatorio. Difatti in questa verità è riposta un consolante pensiero: nel Salmo 130 - Il De Profundis - noi preghiamo cosí: «Se Tu o Signore volessi guardare alle mie colpe, come potrei sostenere il tuo sguardo?» E se il Signore nella umana fragilità e nella pesantezza dell'eredità del peccato di origine non solo volesse badare ai nostri pec­cati, ma anche alle nostre innumerevoli negligenze e mancanze chi po­trebbe resistere davanti a Lui? Chi potrebbe essere sicuro di salvarsi? Chi oserebbe sperare di poter mai arrivare al cospetto di Dio e di essere ammesso alla beatificante visione di Dio, se Dio stesso non ci offre la possibilità, di avere nell'Aldilà ancora un'ultima purificazione e una completa liberazione da ogni macchia e soddisfare ancora a quanto manca, poichè il tempo di operare finisce con la morte, e tuttavia poter ancora soffrire nel purificante Purgatorio?

Però nella verità di fede del Purgatorio non c'è soltanto un moti­vo di conforto, ma anche un avvertimento molto serio: essa ci avverte quanto ci si debba dar da fare per evitare il peccato e quanto si deve fare per giungere alla perfezione e alla santità, e come si debba essere fedeli anche nelle più piccole cose, se il Dio infinitamente santo e giusto deve punire anche le più piccole macchie di peccato nel luogo di purgazione dell'Aldilà. La verità di fede nel Purgatorio deve essere uno sprone per vivere un vero spirito di penitenza e riparare ed espiare per i castighi me­ritati per i peccati con volontarie opere di penitenza, con la paziente sop­portazione del dolore e delle contrarietà e con opere di misericordia e al­tre opere buone, in cui oltre al valore meritorio ci sta pure anche un va­lore di espiazione e di riparazione, perchè ciò che si avrebbe a patire nel purgatorio per riparare ed espiare sarebbe certo infinitamente più gran­de di qualsiasi sofferenza terrena.

La verità di fede nel Purgatorio è anche per questo confortante, perchè offre a coloro, che rimangono, la possibilità, di giovare anche oltre la tomba a coloro che sono entrati nell'eternità, con la preghiera, il sa­crificio e le elemosine. Quanto sia stata appunto per questo motivo tan­to radicata nel popolo fedele e soprattutto nella pietà dei santi ci si mo­strerà dove parleremo degli amici e benefattori delle povere anime attra­verso i secoli.

Parlando del Purgatorio e anche nella pratica di pietà dobbiamo tuttavia badare a non fare della Verità di fede nel Purgatorio il centro della fede e della pietà. Il Purgatorio è solo una via di mezzo, o vita eter­na o dannazione eterna, questa è l'unica alternativa che sarà decisa all'istante della morte. È quindi molto più importante la preghiera per i moribondi che non quella per i defunti. La Sacra Scrittura, come abbia­mo visto non ci presenta la verità di fede del Purgatorio come qualche cosa di centrale e anzi ci viene proposta solo indirettamente. Nel Medio Evo e fino agli ultimi anni la fede nella realtà del Purgatorio e la possibi­lità di giovare alla povere anime con ogni specie di opere e di preghiere e di indulgenze ha certamente fatto molto del bene. Non si può tuttavia negare che l'uso delle indulgenze e la eccessiva accentuazione di esse nel­la fede e nella pietà popolare non sia stata non ultima causa della disgra­ziata frattura nella fede del Mondo occidentale.

Certamente oggi il pendolo batte anche troppo dalla parte oppo­sta. Non si parla della realtà del Purgatorio, della realtà di fatto che ben difficilmente si entra in Paradiso senza essere passati per il luogo dell'estrema purificazione, perchè nihil Inquinatum entra nella Celeste Gerusalemme ed è difficile che nulla ci sia in noi di Inauinato al momen­to della morte, anzi c'è pure chi nega la realtà del Purgatorio. Tuttavia il Grande discepolo di sant’Ignazio di Lyola Luigi Lallemant e grande educatore morto nel 1635, che ebbe una grande influenza sulla spiritua­lità di grandi personaggi scrisse giustamente: «Ci sono delle anime che per decreto di Dio possono essere da noi aiutate, non però senza di noi, se non prestiamo loro questo servizio sono abbandonate... Purtroppo poco si pensa a queste possibilità eppu­re esse sono spaventose!!! Dio sa quanto noi dovremo rispondere un giorno di queste nostre responsabilità... »!

 

Capitolo II

NATURA DELLA PURIFICAZIONE NELL'ALDILÀ

Dal fatto che ci sia nell'Aldilà una purgazione per ogni uno che sia passato da questa Vita bensí in grazia santificante, ma non del tutto libero da ogni macchia di peccato e da pene per i peccati commessi ora ci si pone la domanda: «In che consiste questa purificazione nell'Aldilà? Di che natura è il fuoco del Purgatorio?»

Il magistero della chiesa nulla ha stabilito di definitivo. Se in base all'esortazione del Concilio di Trento si devono lasciar da parte tutte le cose dubbie e insicure e parlare al popolo solo di ciò che è assolutamente sicuro allora possiamo dire francamente questo:

1) Certo è che le anime del Purgatorio sono assolutamente sicure della loro salvezza eterna e non possono più peccare. Le «Povere ani­me» sono in grazia di Dio e tali sono partite da questo mondo per l'Aldi­là quindi esse sono nella figliolanza di Dio e unite a Dio nell'amore: nel loro pellegrinaggio terreno sono giunte alla fine nella Fede, nella Spe­ranza e nella Carità, esse hanno raggiunto in sè l'ultimo fine e sono sal­ve: niente e nessuno potrà ormai più togliere loro la beatitudine che le aspetta in Cielo, anche se devono ancora attendere prima di godere que­sta Beatitudine.

2) Certo è che le anime del Purgatorio soffrono la cosiddetta «pe­na del danno», cioè sono private della visione di Dio. A questa pena del danno si aggiunge il fatto che esse anime possono solo patire, ma non più meritare e fare qualche cosa per alleggerire o abbreviare la loro pe­na. Giustamente i teologi parlano di Una sofferenza di riparazione e non di soddisfazione che è per loro impossibile. Esse possono soffrendo soltanto riparare a quanto nella loro vita terrena hanno mancato in amore e fedeltà verso Dio. Così le povere anime raggiungono la loro pie­na purificazione e perfezione. Certamente però questo soffrire delle po­vere anime del Purgatorio non è soltanto castigo, ma anche grazia: Dio concede questo dolore purificante a quelle anime che fino al momento della morte non erano ancora completamente libere da ogni attaccamen­to terreno, si erano comunque conservate fedeli a Dio nella loro vita ter­rena, per cui non solo vengono purificate dalle loro macchie come l'oro nel crogiolo ma vengono anche portate alla perfetta maturità della loro impronta soprannaturale nella quale hanno lasciato questo mondo per entrare nell'eternità.

3) È altrettanto certo che la pena del danno, cioè la sospensione temporanea della visione di Dio deve essere assai penosa e molto dura e ciò per i seguenti motivi:

a) Quanto più una cosa è desiderata, tanto più cresce il desiderio e la sofferenza dell'attesa, che va diventando sempre più penosa. Ora le ani­me del Purgatorio conoscono senza dubbio e con - assoluta chiarezza l'in­finita grandezza, la gloria e la bellezza di Dio per averlo visto nell'istan­te del giudizio immediatamente dopo la morte, e ne provano una infini­ta nostalgia e un desiderio bruciante di essere ammesse alla visione beati­fica: esse non hanno più desideri, ansie, passioni terrene, non portano più la limitazione del peso del corpo, il loro spirito è libero e lontano da tutto ciò che è terreno, nè vengono distolte dal loro ultimo fine e niente limita la loro conoscenza di Dio! Ma non possono vederlo, goderlo, ne sono separate e ciò costituisce per loro un desiderio così cocente e acuto quale nessuno può immaginare e ciò tanto più perchè sanno che questa separazione più o meno lunga, ma sempre lunghissima per chi deve aspettare è per loro colpa, perchè furono le loro mancanze, il loro trop­po poco amore verso Dio a creare questa pena, che sanno giusta, merita­ta, ma non per questo meno dolorosa!

b) E non solo le povere anime sanno questo e sanno che fu la loro negli­genza o faciloneria a creare il presupposto di questo castigo che ora sof­frono, esse sanno quanto sarebbe stato facile sulla terra espiare tutte le loro colpe, lavare le loro macchie, soddisfare al proprio debito nella pe­nitenza, nel sacrificio generoso, nello sforzo massimo di piacere a Dio e finire la loro vita in un atto di amore perfetto verso il Dio che le attende­va alla porta dell'eternità. Tutto questo aumenta la sofferenza della pe­na di non poter ancora essere ammesse alla Luce Santa.

4) Altrettanto certo è che questa pena del «danno» nel purgatorio è infinitamente minore della stessa pena del «danno» nell'inferno, per­che là non c'è senza speranza, mentre nel Purgatorio le anime sanno che finirà e un momento verrà in cui si aprirà per loro la porta dell'Eterna gloria e della beata visione nella Luce di Dio. L'Inferno è fatto proprio da que­sta spaventosa realtà che questa separazione da Dio sarà eterna e questo fa l'inferno dell'inferno. Il Purgatorio non è un'anticamera dell'Infer­no, ma l'anticamera del Paradiso!

Inoltre questa pena del danno le anime del Purgatorio la sopportano con paziente sottomissione e amorosa sottomissione, perchè in esse ac­canto a un grande amore verso Dio c'è pure una perfetta sottomissione alla disposizione di Dio e sanno che essa pena è necessaria per accellera­re la loro liberazione e sopportano quindi la loro pena con amore ravvi­vate dalla gioia della speranza e della sicurezza che verrà il momento della beata visione!

5) Ora secondo il quasi universale pensiero dei teologi, accanto alla pena del danno della temporanea esclusione della visione beatifica c'è pure una pena dei sensi. È però difficile dire in che cosa essa consi­sta. Quando riguardo al Purgatorio si parla di fuoco sembra doversi esso in­tendere solo figurativamente per il fatto che il fuoco riguarda Dio che purifi­ca le anime come il fuoco purifica i metalli.

6) Nulla possiamo affermare di sicuro circa la gravità dei castighi dei Purgatorio. A questo proposito non si deve arrivare ad insane esage­razioni nemmeno però aduna superficiale bagatelizzazione.

7) Per quanto riguarda la durata della pena e soprattutto del fuo­co del Purgatorio, certo è che non va oltre il giudizio finale. Da allora ci saranno solo Paradiso e Inferno. È anche certo che per ogni anima inco­mincia subito dopo la morte come fu deciso dal Papa Benedetto XII e dal Concilio di Firenze e durerà fino a che sarà tolta ogni macchia e sarà pagato tutto il debito. È anche certo che essa pena in durata e intensità sarà proporzionata alla colpa o al debito di pena dovuta ai peccati. Al­tro non c'è da dire sulla durata e il processo di purificazione nell'Aldilà almeno di concreto. Sarà lento, graduale, improvviso? Quando si parla di molti anni di Purgatorio, ciò si intende solo secondo il nostro modo umano di parlare, perchè per i trapassati è cessata con la morte la sensa­zione terrena del tempo: l'anima nell'Aldilà vive nello stato intermedio del Purgatorio fuori del tempo da noi commensurabile.

8) È pure certo che alla sofferenza delle povere anime nel Purga­torio si contrappone una grande gioia, perchè sanno di essere amate da Dio e da Lui attese per la gloria eterna, sanno di non correre più il peri­colo di offendere ancora Dio, sanno che queste pene e l'aumento del lo­ro fuoco di amore e di purificazione, immerse come sono nell'amore di Dio, aprirà loro la porta della di Lui beatifica visione! Sanno che tutto è per loro frutto dell'Amore di Dio e tutto è solo in attesa dell'incontro eterno con Lui! Certo sono unite dolorose pene brucianti nella purifica­zione e brucianti nella penosa lontananza della visione di Dio, ma le po­vere anime sanno che le attende la beatificante ed eterna visione di Dio che le attende anche Lui con ansia e con Amore.

 

Capitolo III

NOI POSSIAMO VENIRE EFFICACEMENTE IN AIUTO ALLE POVERE ANIME

È Dogma definito dai Concili di Lione, di Firenze e di Trento, che i fedeli sulla terra possono aiutare le povere anime con preghiere e suffragi alleviando le loro pene e abbreviando la durata di esse nel Pur­gatorio.

Ci sta dietro questo dogma la verità rivelata della Comunione di tutte le membra del Corpo Mistico di Cristo e l'atto di fede o del Credo detto «La Comunione dei Santi!» - Credo la Comunione dei Santi...! -

1) Là dove san Paolo nella prima ai Corinti parla del Misterioso Corpo di Cristo, egli scrive che le «membra di questo corpo devono in­cessantemente curarsi gli uni degli altri»! Ciò vale anzitutto per i mem­bri della Chiesa militante sulla terra, ma è evidente che questa comune solidarietà di sentire uno con l'altro e uno per l'altro vale e deve trovar posto anche per quelle membra della Chiesa che ci hanno preceduto nell'Aldilà nel segno della Fede e in grazia di Dio, queste membra for­mano «la Chiesa Purgante» che attraverso la Comunione dei Santi noi dobbiamo e possiamo aiutare, certo non disporre della durata o intensi­tà delle loro pene, ma possiamo e dobbiamo pregare Dio per loro e of­frire a Lui per loro e soffrire nel suo Nome per loro: e questa verità è de­finita dalla Chiesa nei concili e nella ufficiale parola dei Papi!

2) Appunto per la realtà della Comunione dei Santi, per cui tutti coloro che appartengono a Cristo sono in certo modo Uno con Lui, è possibile la presentazione di aiuto spirituale ai vivi e ai defunti! «Quello che farete a favore di questi piccoli, lo avete fatto a Me! » ciò che uno compie di bene giova pure alle altre membra. Questo soprannaturale e spirituale scambio si mostra quaggiù nel fatto che tutti i fedeli partecipa­no dei frutti della Redenzione operata da Cristo e del suo prolungamen­to nel sacrificio eucaristico (rendimento di grazie), che è pure propizia­torio e impetratorio come diceva il vecchio catechismo, e poi dalle opere di tutta la chiesa militante e pellegrina sulla terra. - È logico che se c'è Comunione dei santi e le povere anime sono «Sante» anche ciò che gio­va i viventi di preghiera, di sacrificio, di offerta è anche per loro e lo scambio avviene, perchè esse anime, carissime, a Dio certamente prega­no per noi, che veniamo loro in aiuto con i nostri sforzi, e carità o prati­co amore del prossimo! E chi più prossimo delle povere anime, immerse come sono nell'amore di Dio? - Le povere anime nulla possono per sé stesse, ma molto possono per noi.

3) Riguardo al mezzo e al modo di aiutare le povere anime, si de­ve ricordare che tutto ciò che noi facciamo per i defunti è messo a dispo­sizione di Dio, il quale usa di questi suffragi e riparazione nella misura della sua misericordia secondo il merito di ciascuno sia da parte nostra sia da parte delle povere anime stesse. In ogni caso noi possiamo aiutare i defunti solo per modum suffragi, cioè noi possiamo «Implorare» nella serena e figliale fiducia che Dio ci ascolta ed accoglie le nostre suppliche a favore delle povere anime. Per sé i defunti sono separati dalla Chiesa, dall'unione con la chiesa per quanto riguarda i mezzi di salvezza ordina­ti da Cristo (s. Messa, sacramenti e preghiera), per cui essi non hanno al­cuna efficacia «diretta». Perchè esse sono per così dire fuori della giuri­sdizione ecclesiastica (con la morte tutto finisce di ciò che è terreno).

Solo l'amore, la carità è in grado di gettare un ponte verso coloro che nell'Aldilà sono nella purificazione, quia Charitas numquam deficit, perchè la carità non viene mai meno e nel suo tentativo di soccorrere e di aiutare non ha mai fine, perchè tutto crede e tutto spera, come dice san Paolo. L'amore quindi crede e spera di poter ottenere aiuto e misericor­dia da parte di Dio anche alle povere anime, perchè in un certo modo l'amore ha qualche cosa da dare a Dio in cambio.

San Tomaso sostiene questa dottrina nella «quaestio 71 del supplemento alla Summa theologica», sostenendo egli che in ogni opera buona che noi compiamo in stato di grazia c'è da distinguere un triplice merito: quello meritorio, quello di riparazione e quello di impetrazione.

a) Quello meritorio delle nostre opere buone compiute in stato di grazia e la nostra futura gloria in cielo che viene così aumentato, è del tutto personale, e non può essere devoluto in favore di altri: devoluto alle ani­me del Purgatorio non può essere perchè non può essere più aumentato il loro stato di grazia e nemmeno avere un aumento di gloria in Cielo, avendo superato il confine della morte e con esse il tempo e la possibilità di meritare!

b) Il merito soddisfatorio delle nostre opere buone può essere devoluto a favore delle povere anime nella misura in cui noi, in spirito di supplente soddisfazione e riparazione possiamo pregare Dio, perchè voglia devol­vere questo merito anzichè a noi, alle povere anime, per diminuire il loro debito di espiazione e di riparazione. Questa devoluzione meritoria av­viene nel modo massimo attraverso il cosiddetto «Atto eroico» che da molti santi fu praticato e approvato da molti Papi.

Per mezzo di «questo atto eroico» un cristiano rinuncia per tutto il resto della sua vita ad ogni merito soddisfatorio di tutte le proprie opere buo­ne ed anche a tali suffragi dopo la sua morte, e dona tutto alle povere anime del Purgatorio. Che poi grazie all'atto eroico di carità di un fede­le cristiano, il valore meritorio delle sue opere buone diventi anche più grande, lo possiamo credere con una certa sicurezza, e poichè il valore meritorio non può essere trasferito, dobbiamo anche credere che attra­verso l'atto eroico di carità di un'anima cosi generosa, quando essa stes­sa sarà nel luogo di purgazione, faciliterà una relativamente rapida libe­razione per la beatitudine eterna e inoltre le anime che per questo dono generoso sono state favorite e godono la beatitudine eterna, grazie an­che a questo atto di generosità, certamente le verranno in aiuto con le lo­ro preghiere e intercessioni!

c) Mentre le nostre opere soddisfatorie che noi offriamo per le povere anime in sostituzione per loro appellano in un certo modo alla giustizia di Dio, il merito impetratorio delle nostre opere buone da noi offerte per le povere anime si appellano alla misericordia di Dio e cercano di muo­verlo a concedere l'indulgenza delle pene ancora da soffrire e delle ripa­razioni ancora da scontare. Cristo ha pur fatto questa generica promes­sa: «Pregate e riceverete». Allora perchè richiamandoci all'esortazione di san Giacomo «pregate gli uni per gli altri per essere salvi» le nostre preghiere dovrebbero valere e i meriti impetratori delle nostre opere buone generosamente offerte per quelle che ormai non possono aiutarsi e in questo senso sono davvero «povere anime» non dovrebbero ottene­re ascolto?

4) Ci chiediamo a chi effettivamente tornano a vantaggio il suf­fragio dei vivi? Le opere buone, ss. messe, elemosine etc. tornano solo genericamente a vantaggio delle povere anime in Purgatorio come suf­fragio ossia come una parola o una preghiera rivolta a Dio, oppure pos­siamo noi stessi devolvere questi meriti impetratori direttamente a favo­re di determinate anime del purgatorio, come per es. a favore dei nostri famigliari defunti nella speranza che effettivamente esse torneranno a loro favore?

Generalmente parlando possiamo rispondere che le nostre opere soddisfatorie e impetratorie non c'è motivo che non possano andare a favore di determinate anime. Difatti è nella prassi della chiesa di offrire la san­ta messa per una determinata persona defunta o per più persone e al mo­mento della Messa si fa pure memoria del defunto facendone il nome. Papa Pio sesto nella sua Costituzione apostolica «AUCTOREM FI­DEI» ribattendo energicamente la dottrine del sinodo Giansenistico di Pistoia del 1786, secondo il quale non si poteva offrire a Dio il santo sa­crificio della messa per singole persone ha rifiutato e condannato questa dottrina Giansenistica. È quindi evidente che in genere si possono offri­re ss. messe e preghiere etc. a favore di determinate anime, e queste tor­nano effettivamente a favore di esse.

Naturalmente può la divina Giustizia e la sua Sapienza aver della ragioni per devolvere tali preghiere e meriti almeno in parte a favore di altre ani­me e non liberare tanto facilmente una determinata anima dalle pene del purgatorio.

Questo possiamo dire: Dio accetta senz'altro le nostre preghiere le offer­te che Gli vengono presentate in generale o per particolari anime, non abbiamo però l'assoluta certezza che dette offerte vadano effettivamen­te a favore di quella o quelle determinate anime. Se poi dette anime per cui noi preghiamo e offriamo non ne hanno più bisogno, perchè sono nella gloria è evidente e sicuro che le preghiere torneranno a vantaggio di altre povere anime!

Non dobbiamo dimenticare che i nostri suffragi sono sempre e soltanto degli aiuti e sussidi e non più per es. decisivi come quelli che si farebbero al tempo della morte - cioè mentre uno è ancora in vita: d'altronde è il morente che dal modo con cui morirà fisserà anche la sua sorte eterna! Si dice appunto: «Come si vive, si muore!» Qualis vita, talis ita!

 

Capitolo IV

AMICI E BENEFATTORI DELLE POVERE ANIME DEL PURGATORIO

Ci furono in tutti i tempi delle persone amiche e benefattrici delle povere anime del Purgatorio, che hanno pregato, offerto, riparato e hanno compatito con loro e hanno avuto in misteriosa maniera dei rap­porti con loro. Taluni e sono essi grandi santi o persone ritenute giusta­mente tali si sono particolarmente distinti in questo amore per le povere anime e ci sono di grande esempio e di istruzione. A taluni di questi grandi amici e benefattori delle povere anime, esse sono anche apparse, hanno chiesto loro aiuto e sono talvolta ritornate a ringraziarli o hanno avuto dal Signore la particolare grazia di mostrare loro il loro ingresso in Cielo. Altri attraverso visioni o rivelazioni private hanno potuto dare uno sguardo nel Purgatorio o vi sono misticamente passati, come santa Maria Maddalena de Pazzi e altri carismatici anche dei nostri tempi; hanno anche fatto delle descrizioni, che sono naturalmente alla maniera umana, comunque ci danno l'idea della pena assai grande delle povere anime e della tremenda e pure beata realtà - del luogo di purgazione e hanno favorito la crescita di altri amici e devoti e benefattori delle pove­re anime. I santi o mistici avvalorano le due verità di fede sulla esistenza reale del Purgatorio e sulla possibilità e dovere da parte nostra di venire incontro alle loro pene e pregare e offrire ed espiare per loro (cfr p. es. il volume ediz. curata da don Silvio Dellandrea: Eugenia von der Leyen: i miei rapporti con le povere anime - Ala - 58061).

 

1) UN IGNOTO AMICO DELLE POVERE ANIME MORTO 50 ANNI A.C.

Si tratta dell'autore del secondo libro dei Maccabei - vissuto nel­la seconda metà del primo secolo, avanti Cristo nel basso Egitto, proba­bilmente ad Alessandria, ispirato dallo Spirito Santo e pieno di grande speranza nella risurrezione. Così abbiamo una conferma che anche allora si cre­deva possibile la remissione dei peccati anche oltre la linea della morte, nell'Aldilà, e quindi ha un profondo significato pregare e offrire sacrifi­ci e preghiere per le povere anime dei defunti. Egli parla dei soldati del coraggioso Giuda Maccabeo, i quali dopo la battaglio di Adullan, anda­rono a raccogliere le salme dei caduti per deporli nelle tombe dei loro padri. Ora essi trovarono in dosso a ciascuno dei caduti degli oggetti sa­cri o votivi di Jamnia, cosa che era proibita ai Giudei. Così fu evidente che essi erano caduti a causa di questa colpa. Tutti allora lodarono le di­sposizioni delle divina Giustizia, che svela ciò che è nascosto. Essi allora fecero una comune preghiera di riparazione, convinti che le colpe com­messe dai caduti potevano essere del tutto rimesse.

Il nobile Giuda fece raccogliere fra i soldati una somma di due­mila dragme di argento (circa 8 kg) e la mandò a Gerusalemme perchè fossero offerti sacrifici per i caduti - cosa questa molto bella e utile, - egli infatti pensava alla risurrezione. Infatti se non avesse creduto che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato inutile e insensato pregare per i defunti. Inoltre egli credette che coloro che irreprensibili erano entrati nella pace dovevano ricevere una gloriosa ricompensa, pio e santo pen­siero questo! Per questo egli, fece offrire sacrifici, perchè venissero per­donati i loro peccati. «Maccabei 2 - I -».

 

2) L'AUTORE DELLA SECONDA LETTERA A TIMOTEO (fra il 70 e 1'80 dopo C.)

Al capitolo 1 vers. 16 e seg. della seconda lettera a Timoteo, l'au­tore sia stato san Paolo stesso o un altro per lui ispirato dallo Spirito Santo si mo­stra come un amico delle anime del Purgatorio e precisamente del de­funto Onesiforo, un collaboratore di san Paolo, poichè nello spirito di san Paolo ci viene trasmessa una preghiera di suffragio per il defunto: «Il Signore conceda alla famiglia di Onesiforo la sua misericordia, per avermi più volte confortato e per non aver arrossito per le mie catene: anzi, egli, venuto a Roma, mi ha cercato con premura finchè mi ha ri­trovato. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso il Signore in quel giorno». La preghiera dell'apostolo per il suo defunto coadiuto­re, che a causa della sua coraggiosa e disinteressata operosità, fece ono­re al suo nome «Onesiforo» cioè colui che da con amore - è un'antica te­stimonianza del costume cristiano della preghiera di suffragio per i de­funti.

 

3) LA SANTA MARTIRE PERPETUA + IL 7 MARZO 202

Di questa madre e martire cristiana dei primi, secoli cristiani oriunda di Cartagine abbiamo una particolare testimonianza della fede dei primi cristiani nel Purgatorio e del valore della preghiera per i defun­ti. Perpetua, una signora di alto lignaggio fu imprigionata assieme ad al­tre quattro persone - Felicita, Revocato, Saturo e Saturnino; essi erano tutti soltanto catecumeni, ricevettero tuttavia il battesimo prima dell'esecuzione mentre erano in carcere. Perpetua finemente educata as­sai venerata, aveva papà, mamma, due fratelli e il suo bambino lattante. Essa aveva circa 22 anni - Essa stessa racconta nel capitolo 3 al 10 degli indubbi Atti dei martiri tutta la storia del suo martirio.

Dapprima lei racconta degli interrogatori e accuse e tormenti cui fu sottoposta assieme ai neobatezzati suoi compagni prima dell'esecu­zione capitale; poi racconta quanto le accadde in carcere: «Pochi giorni dopo la sentenza della nostra condanna a morte, mentre tutti stavano pregando, improvvisamente nel bel mezzo della preghiera mi uscì un grido ed io chiamai: Dinocrate. Restai sorpresa perchè io non lo avevo nominato prima, ma solo in questo istante, e pensai piena di tristezza alla sua sorte. Compresi anche subito che dovevo pregare per lui e subito incominciai a pregare e supplicare il Signore per lui. Io vede­vo Dinocrate uscir fuori da un luogo buio - durante la notte in visione - dove c'erano tanti del tutto aridi e assetati con i vestiti sporchi e palli­dissimi, con una ferita sul volto, come egli aveva quando morì. Dinocra­te era un mio fratello/carnale, che morì a sette anni sfinito da un cancro al volto, per cui la sua morte fu uno spavento per tutti. Io avevo pregato per questo mio fratello defunto, e fra me e lui c'era un grande spazio co­sicchè non ci potevamo incontrare. Lontano dal luogo dove si trovava Dinocrate, c'era un bacino pieno di acqua, il cui orlo però era molto più alto di dove poteva arrivare lui, ed egli cercava di allungarsi come se cer­casse di bere. Io ero triste, perchè quel bacino era pieno di acqua, ma lui a causa dell'altezza di questo bacino non poteva bere. In quel momento mi svegliai e sentii dentro di me che mio fratello soffriva; io però sentivo che potevo venirgli incontro durante i giorni che noi saremmo rimasti in carcere; perchè ai giochi vicini alla prigione avremmo dovuto combatte­re contro le fiere; era infatti allora il compleanno dell'Imperatore Geta. Ed io pregai notte e giorno con sospiri e lacrime perchè egli mi venisse donato.

Nel giorno in cui noi rimanemmo legati, in carcere, ebbi poi la se­guente visione: - io vedo il luogo visto prima, e questa volta Dinocrate con il corpo lavato, ben vestito, che si divertiva; dove c'era stata la ferita vedo un cicatrice, e l'orlo di quel bacino era più basso e arrivava ora so­lo fino all'ombelico del fanciullo, egli attingeva senza posa da quel baci­no. Sopra l'orlo c'era anche una coppa d'oro piena di acqua; Dinocrate si avvicinò e incominciò a bere dalla coppa d'oro, e questa non si svuo­tava; dopo che egli ebbe bevuto abbastanza di quell'acqua prese a gioca­re tutto contento come fanno i bambini. In quel momento mi svegliai e compresi che Dinocrate era stato liberato dalla sua pena. »

Questo il racconto di Perpetua sulla visione, nella quale prima potè vedere il suo defunto fratello nel purgatorio e poi - dopo molte pre­ghiere offerte per lui, lo potè vedere liberato.

 

4) LO SCRITTORE ECCLESIASTICO TERULLIANO + DOPO IL 220

Questo scrittore ecclesiastico oriundo di Cartagine, giurista e av­vocato non fu certamente un santo, perchè dopo il 205 lasciò la chiesa e si unì alla setta rigorosa dei seguaci, di Montano, eretico, è tuttavia un insigne testimone e lo rivela in molti, dei suoi scritti, che i cristiani dei primi secoli hanno pregato per i defunti per liberarli dalle pene della purgazione nell'Aldilà. Nella sua opera «De corona militis» - della coro­na del soldato - al nr. 3 egli scrive: «Noi offriamo i sacrifici per i defunti nell'anniversario della loro nascita al cielo». Nella sua opera «De mono­gamia» egli scrive di una vedova, il cui uomo l'aveva preceduta nell'eternità: «Certamente essa prega anche per l'anima sua, supplica per lui il riposo e la, partecipazione alla prima risurrezione ed ad ogni suo anniversario offre un sacrificio. » Invece nella sua opera Esortazione alla castità contro un secondo matrimonio egli scrive di un uom era morta la moglie: «Egli offre preghiere per lei e il sacrificio nell’anniversario».

 

5) SANT' AGOSTINO + 28 AGOSTO 430

Certamente uno dei più noti e grandi amici delle povere anime è sant'Agostino di Tagaste, vescovo di Ippona e dottore della chiesa. E, espresse chiaramente la sua disapprovazione e il suo disappunto nel sue prediche specie verso la numerosa schiera di persone superfìciali che specialmente nei casi di morti improvvise si comportavano in maniera tutt'altro che da persone intelligenti. Egli dice: «Quando un defunte viene portato alla sepoltura si pensa alla morte. Poi si dice: poveretto, era ancora così forte, ieri era andato a passeggio; oppure l'ho visto per strada ancora la scorsa settimana e mi raccontò ancora questo e questo; bisogna proprio dire che l'uomo è un nulla, così vanno poi chiacchieran­do». Così accade di sentir chiacchierare quando vanno a fare le visite di condoglianze, quando il defunto è posto nella bara, quando viene porta­to fuori, al corteo funebre, alla sepoltura. Quando poi il defunto è se­polto sono sepolti con lui anche i pensieri, e è scomparsa anche la paura della morte. Al ritorno essi hanno già dimenticato colui che hanno por­tato a seppellire; essi tornano ai loro imbrogli, alle loro ruberie, nella loro invidia ed egoismo e a quelle soddisfazioni delle passioni che passano già mentre si godono. E ciò che è peggio è che, proprio il defunto serve ad essere motivo per seppellire il sano buon senso e l'intelligenza umana.

«Mangiamo e beviamo, dicono, perchè domani moriremo anche noi!» Agostino sapeva che noi cristiani dobbiamo aver cura dei nostri trapassati, ma non solo per il funerale e per la tomba, ma soprattutto delle anime dei defunti.

Esse hanno bisogno delle nostre preghiere, dei nostri suffragi, del sacrifcio della messa nel caso che essi, siano nel purgatorio. Per questo egli scrisse la sua opera «De cura mortuorum» della cura che dobbiamo avere per i defunti. In quest'opera egli chiarisce fino dove l'idea di sepp­ellire ì morti in una basilica o presso le tombe dei martiri sia una cosa piena di alto significato: perchè in tal modo i fedeli vengono richiamati la preghiera di suffragio per i defunti, e di qui poi l'intervento dei mar­tiri per quelle persone che hanno ancora bisogno di purificazione nell'Aldilà ne viene certamente assicurato. - Come possiamo, e dobbia­mo venire in aiuto alle povere anime dei defunti - non certo con esagera­te cerimonie od esagerati ornamenti delle tombe, ma con la preghiera e l'offerta del santo sacrificio della messa per i defunti, sant'Agostino lo mostra in modo commovente già in occasione della morte della sua san­ta mamma Monica nei capitoli 11, 12, 13 del libro delle sue Confessioni.

Anzitutto al capitolo X Agostino racconta il toccante colloquio avuto con sua madre: il figlio aveva detto che il mondo con i suoi piaceri e le sue attrattive dopo il suo battesimo e la sua ordinazione sacerdotale aveva perduto ogni attrattiva per lui. La sua mamma rispose: «Figlio mio, per quanto mi riguarda anche per me nulla c'è di più che mi attrag­ga in questa vita. Io non so che cosa possa ancora fare e perchè sono an­cora qui. Da questa vita io non mi aspetto più nulla. Ciò che ancora mi faceva desiderare di vivere era la sola e unica speranza di vederti cristia­no prima di morire. Dio mi ha esaudita anche più doviziosamente di quanto potessi sperare, vederti come suo servitore, che ha voltato le spalle a tutte le gioie terrene. Che cosa ci sto a fare ancora qui?» Ciò che io allora le risposi non lo ricordo più bene. Perchè presto dopo forse 4 o 5 giorni dopo essa subì un assalto e per un breve lasso di tempo essa per­dette conoscenza.

Noi corremmo da lei, ma essa si riprese subito e vedendoci al suo letto, me e mio fratello, disse come volesse sapere qualche cosa: «Dov'ero?» e vedendoci scossi e tremanti per il dolore e angoscia disse: «Seppellite vostra madre qui (ad Ostia). » lo tacqui e repressi il pianto. Ma mio fratello in poche parole disse che desiderava e credeva bene lei non dovesse morire in terra straniera, ma in patria. All'udire questo essa con gesto spaventato gli rivolse uno sguardo di risentimento, perchè egli nutriva simili pensieri; poi si rivolse a me e disse: «Senti, che cosa dice!» Poi disse ad ambidue: «Seppellite questo mio cadavere là dove si trova. Non vi dovete preoccupare per esso. Solo una cosa vi chiedo ovunque voi siate: Ricordatevi di me all'altare del Signore!... » Poi sant'Agostino descrive la morte e la sepoltura della mamma sua e la messa d'obito, che fu celebrata per lei, come pure la grande tristezza che lo aveva invaso. Ma poi egli ringrazia Dio per tutto il bene che aveva ricevuto da sua ma­dre, ricorda però anche i piccoli errori e le piccole mancanze debolezze che essa ebbe e per i quali essa poteva avere ancora bisogno di purifica­zione nell'Aldilà, e come sua Madre Monica giustamente, prima di mo­rire aveva dato tanta importanza al fatto che fosse fatta memoria di lei al santo sacrificio della messa. Poichè quando si avvicinò il giorno della sua liberazione, a lei non interessava una grandiosa sepoltura o che il suo corpo fosse sepolto con aromi e profumi, non desiderava per sè uno speciale monumento sepolcrale e non ci teneva ad essere sepolta in pa­tria, niente di tutto questo. Un'unica cosa, desiderava, che sì facesse memoria di lei davanti al tuo altare o Dio! Ella non aveva mai tralascia­to un giorno, di servirlo all'altare dove sapeva che veniva celebrato il sa­crificio che liberava dai peccati e dalle ombre di essi che testimoniano contro di noi! Credeva il maligno nemico di trionfare, perchè egli ricor­dò tutti i nostri passati peccati e cercò tutto quanto egli ci poteva rinfac­ciare, ma nulla egli trovò in colui nel quale noi vinciamo, nel nostro Salvatore; chi può chiedergli ancora il sangue innocente già versato, chi può restituirgli il prezzo da lui pagato per strapparci dal nemico? La tua serva, o Dio, aveva legato con i legami della fede la sua anima al Sacra­mento della nostra redenzione. Nessuno la potrà strappare e togliere dalla tua protezione; leone o, dragone non potranno intromettersi nè con la violenza nè con l'astuzia. E lei non risponderà di non essere senza colpa, perchè il suo accusatore sconfitto possa vincerla e impadronirsi di lei, invece lei risponderà che le sue colpe erano perdonate da Colui al quale nessuno, può restituire ciò che Egli senza aver nessun debito verso di noi, ha tuttavia pagato per noi.

Così possa lei riposare in pace accanto al suo uomo prima del quale e dopo non aveva sposato alcun altro, al quale essa servì, offrendo a te, o Dio, i frutti di buone opere con pazienza per guadagnare a Te an­che lui. E Tu, o mio Dio, e Signore, ispira ai miei fratelli, che io servo con tutto il cuore e con la parola e con gli scritti, affinchè tutti coloro che leggeranno queste cose, possano ricordarsi della tua serva e di Patri­cio, che era stato suo sposo, quando celebreranno all'altare del Signore. Furono essi a darmi per tuo volere la vita fisica; come io non so. Che tutti coloro che faranno pia memoria di loro, che furono miei genitori, che sono miei fratelli e figli del Padre e della nostra Madre, la Chiesa, e i miei concittadini possano trovarsi un giorno assieme nella Santa Geru­salemme, verso la quale tende e aspira il pellegrinante cammino del tuo popolo dall'inizio fino al tuo ritorno.

Allora si compirà perfettamente attraverso queste mie Confessioni l'ultima preghiera, che mi rivolse mia madre e con assai maggior ab­bondanza che con le mie personali preghiere?

Accanto ad altri testi tolti dalle opere di sant'Agostino, alle quali ci si potrebbe richiamare per dimostrare la sua fede nel Purgatorio e il suo amore per le povere anime, vogliamo ricordare ancora un brano tol­to dal cap. 29 dei suo «Encheiridion» trattato sulla fede, speranza e cari­tà, particolarmente utile e indicativo: «Nel tempo fra la morte e l'ultima risurrezione dell'uomo, le anime si trovano in un luogo sconosciuto, a seconda che un'anima è meritevole del riposo o del castigo, cioè a secon­da di quanto essa ha compiuto nella sua vita terrena. » Perciò non si può negare che le anime dei defunti per merito della pietà dei loro congiunti ancora vivi, possano trovare sollievo, se viene offerto per loro il Sacrifi­cio del Mediatore, G. Cristo, oppure vengano fatte elemosine nella chie­sa. Tuttavia potranno trovarne beneficio soltanto coloro, che in vita hanno meritato che un giorno tali opere possano loro giovare.

C'è infatti un modo di vivere, che, non è tanto buono, che dopo la morte non abbia bisogno di tali aiuti, che però nemmeno è tanto catti­vo, che dopo la morte tale aiuto non possa più loro giovare; inoltre c'è un modo di vivere così buono, cui non ha più bisogno di tali aiuti, c'è però anche un tale modo, di vivere così cattivo, che dopo la dipartita da questo mondo un aiuto non è possibile per loro. Così tutto il merito, che può essere offerto a qualcuno, dopo questa vita terrena in sollievo o in addebito, viene acquistato già qui sulla terra. Tuttavia nessuno deve la­sciarsi ingannare dall'idea che alla sua morte gli venga riconosciuto da Dio come merito ciò che ha trascurato sulla terra. Nemmeno è contrario alla parola dell'apostolo, ciò che la chiesa ha cura di fare a confronto dei defunti, là dove dice: «Tutti compariremo davanti al tribunale di Dio, perchè ogni uno, a seconda di quanto avrà fatto di bene o di male nella sua vita, riceva la ricompensa meritata» (Cor. 5 - 10).

Poichè già la grazia di poter beneficiare dopo la morte dei sacrifi­ci offerti per lui dopo la morte, uno se la deve meritare mentre vive sulla terra. Difatti non tutti gli uomini possono beneficiare di queste opere buone. Perchè? Perchè fu diversa anche la vita di ciascuno sulla terra. Quindi se viene offerto il santo sacrificio dell'altare o qualunque ele­mosina per tutti i fedeli defunti battezzati, cìò significa per i cristiani veramente buoni un ringraziamento, per quelli non troppo cattivi un sacrificioi di riparazione, per i cattivi assolutamente nessun aiuto dopo la morte, tuttavia sempre un sicuro conforto per i vivi. «Chi avrà beneficio dal sacrificio lo avrà o del tutto oppure avrà un sollievo nella sua pena».

 

6) SAN GREGORIO MAGNO + IL 12 MARZO 604

Questo santo Pontefice che giustamente porta il titolo di «Ma­gno» - il grande - non è solo un insigne testimone della Fede della Chiesa nella purificazione dell'Aldilà; nei suoi «Dialoghi» egli parla anche di apparizioni delle povere anime. Il grande convertito e scrittore religioso inglese Fr. Gugliemo Faber nel suo libro: «Tutto per Gesù» al cap. 9 ha scritto a proposito di questo padre della Chiesa: «San Gregorio Magno per via dei suoi Dialoghi, può essere chiamato il Padre e il promotore della divozione alle povere anime, che ha preso così grande sviluppo nei secoli, a lui seguenti». Giustamente san Pietro Faber SJ + 1546 ebbe a dire che san Gregorio Magno dovrebbe essere particolarmente amato e venerato per molti e vari motivi, ma soprattutto per la sua chiara e illu­minata dottrina sul Purgatorio.

Il B. Pietro Faber è anche convinto che se san Gregorio M. non avesse parlato con tanta eloquenza del Purgatorio, la divozione verso le povere anime dei Purgatorio non avrebbe certamente mai raggiunto uno sviluppo, quale essa ebbe nel corso dei secoli. Per questo ogni volta che ebbe occasione di parlare della divozione alle povere anime egli non la­sciò mai di raccomandare ai fedeli una grande divozione a san Gregorio M. «Per quanto riguarda i molti racconti di miracoli e di apparizioni delle povere anime, da lui narrati nel suo libro dei Dialoghi, specialmen­te nel IV libro, si è molte volte rimproverato a san Gregorio di aver la­sciato, parecchio da desiderare circa una sana critica e di aver favorito la mania di miracoli propria del suo tempo, che scoraggia e dimoralizza e non sembra oPrire troppo con lòrto e gioia terrena». Molto più pruden­te nel giudizio sui Dialoghi di s. Gregorio scrive lo storico P. J. Barbel sarebbe giudicare in ogni caso osservando con più serietà l'odierna ma­lafede e superstizione del proprio tempo.

L'apparizione più importante e certamente ricca di conseguenze molto positive narrata nel IV libro dei Dialoghi, è quella del defunto monaco Giusto morto nel monastero di Roma, di cui era superiore Gre­gorio, prima di essere eletto papa,Gregorio M. che alle volte potè sem­brare duro con gli altri come era rigoroso con se stesso, era stato infor­mato di una mancanza verso la regola dell'ordine da parte del monaco Giusto e lo punì, per destare in lui pentimento e riparazione, molto du­ramente alla sua morte e perfino dopo la morte ordinando per il povero monaco una speciale sepoltura.

A questo proposito il papa racconta più tardi: «Passati 30 giorni dalla morte del monaco Giusto io provai, un sentimento di compassione verso il povero defunto confratello; io pensai con grande dolore alle sue pene nel Purgatorio e pensai a un modo di liberarlo da esse, lo chiamai quindi Prezioso, il priore del nostro monastero, e pieno di dolore gli dis­si: «È da molto tempo ormai che il defunto confratello è tormentato nel Purgatorio; noi dovremmo offrirgli un'opera di carità, per quanto pos­siamo per liberarlo dalle sue pene. Perciò va, e offri per lui per 30 giorni consecutivi il santo sacrificio della messa, in modo che non ci sia mai un giorno in cui non sia celebrata per lui la s. messa». Prezioso fece come gli era stato comandato. Ora mentre noi stavamo pensando a altre cose e non avevamo contato i giorni, una volta di notte apparve il monaco Giusto in visione al suo fratello carnale Copioso. Quando questo lo vide gli chiese: «Che cosa c'è fratello, come stai? (come la va con te)» Quel­lo, rispose: «Finora mi andò molto male, ma adesso, sto bene; perchè oggi io fui accolto nella Comunione dei Santi in Cielo. » Subito fratello Copioso raccontò la cosa ai suoi confratelli nel monastero. Allora essi contarono attentamente i giorni ed ecco che era precisamente il trentesi­mo giorno in cui era stata celebrata la s. messa per lui. Mentre Copioso non sapeva nulla della cosa e i confratelli non sapevano della visione di Copioso, questi seppe ciò che i confratelli avevano fatto e ciò che egli aveva visto lo conobbero i confratelli.

La visione e il sacrificio concordavano, era quindi evidente che il defunto monaco Giusto era stato liberato dalle pene del Purgatorio at­traverso le celebrazioni del s. Sacrificio.

A questo racconto di san Gregorio M. risale quindi il pio uso del­le cosiddette «Messe gregoriane»: per trenta giorni consecutivi vengono celebrate trenta ss. messe per un defunto nella fiduciosa speranza, che il defunto in questo modo possa ottenere la gloria beata in Paradiso. In seguito nel medesimo capitolo s. Gregorio racconta anche di un defunto che era apparso a un sacerdote e lo aveva pregato di aiutarlo: «Il sacer­dote fece per una settimana penitenza con grande pianto a favore del de­funto e celebrò per lui il s. Sacrificio e poi non lo trovò più nel luogo do­ve lo aveva visto prima per parecchi giorni. » È chiaro quindi quanto giovi alle povere anime l'offerta del santo sacrificio della messa, poichè le anime dei defunti lo chiedono ai vivi e fanno capire che attraverso es­so s. sacrificio hanno potuto avere la liberazione dalle loro pene.

Nel cap. 39 del libro dei Dialoghi, dove san Gregorio prova con argomenti scritturistici l'esistenza di un Purgatorio dopo la morte, egli fa ancora questa memorabile osservazione: «Questo si deve sapere che, là nel Purgatorio nessuno può ottenere nemmeno la remissione dei più piccoli peccati veniali, se qui sulla terra non lo ha prima meritato con le opere buone! Nessuno riceve, se prima non ha dato!»

 

7) SANT'ODILO DI CLUNY + IL 31 DICEMBRE 1048

Odilo, il IV abate del famoso monastero di Cluny fu una delle più eminenti personalità nel suo tempo e fu in stretti rapporti con Papi e Imperatori, ma soprattutto un particolare amico delle povere anime, perchè fra il 1028 e il 1030 stabilì che in tutti i suoi Monasteri dopo la so­lennità di Tutti i Santi si facesse memoria di tutti i Fedeli defunti con la celebrazione di ss. Messe, l'ufficio dei defunti ed elemosine. Il decreto stabilito a questo scopo da sant'Odilo è preciso e normativo e molto im­portante, perchè in esso non solo si ordina la celebrazione di ss. Messe e del divino ufficio per i defunti nella solennità di tutti i Fedeli defunti, ma si insiste soprattutto sulle elemosine e stabilisce che venga offerto da mangiare a dodici poveri, e venga dato ai poveri quanto avanza a tavola dei monaci e l'elemosina delle sante messe celebrate! (Statutum Odilonis de defunctis) -.

Sotto l'influsso di Cluny e dei suoi monasteri riformati si diffuse poi ben presto in tutta la chiesa l'introduzione della festa di tutti i fedeli defunti. È impossibile dire quanto bene sia stato fatto in tal modo a pro delle povere anime attraverso i secoli. Papa Benedetto XV nella grave calamità della prima guerra mondiale il 10 agosto 1915 ordinò, stabilì che nella Festa della commemorazione di tutti i fedeli defunti ogni sacer­dote poteva celebrare tre ss. Messe per i defunti (Costituzione apostolica «Incruentum altaris») Questo privilegio era già da anni concesso ai do­minicani nel regno di Aragona in Spagna, poi Benedetto XIV nel 1748 lo estese a tutti i sacerdoti della Spagna, Portogallo e Sud-america.

In accordo con sant'Odilo sia ancora una volta messo, in rilievo che non solo si può venire in aiuto alle povere anime con le ss. Messe ma anche e soprattutto con elemosine e opere buone a favore dei bisognosi - cosa purtroppo oggi alquanto dimenticata! - Mentre sant'Odilo lo ave­va capito tanto bene! J. Hourlier dice a proposito di sant'Odilo: «Nella sua instancabile generosità egli cercò di venire incontro a tutti i bisogni con aiuti di ogni genere. » In quegli anni in cui erano frequenti magri raccolti, mancanza di generi alimentari, rialzo dei prezzi e fame, di fron­te a gravi bisogni egli non esitò a togliere dalle sacristie anche i vasi litur­gici per venderli assieme con tesori delle chiese, e ad andare personal­mente a chiedere l'elemosina per potere venire incontro alla miseria e sollevare i sofferenti. Ma non si accontentò di provvedere alle necessità del corpo dei vivi saziando gli affamati, egli volle aiutare anche le pove­re anime del purgatorio per liberarle dalle loro pene. Non era tuttavia soddisfatto dei «suffragi» (messe, elemosine etc) come erano stati offer­ti nel monastero di Cluny egli aggiunse alla solennità di tutti i Santi la Commemorazione di tutti i fedeli defunti.

 

8) SAN PIER DAMIANI + IL 22 FEBBRAIO 1069

Il grande penitente e priore dell'Eremo di Fonte Avellana oriun­do di Ravenna, il cardinale riformatore, fecondo scrittore e dotto teolo­go Pier Damiani, dottore della Chiesa, fu certamente un grande amico delle Povere anime del Purgatorio. Ne è indizio già un aneddoto della sua infanzia. Il suo biografo Giovanni da Lodi racconta che il piccolo orfano Pier Damiani aveva trovato per caso una moneta, e invece di te­nersela come avrebbe fatto qualunque piccolo come lui, egli la portò a un sa­cerdote pregandolo di celebrare una santa messa per i suoi defunti geni­tori.

Da notarsi il fatto che P. D. più tardi negli statuti per la sua co­munità eremitica di Fonte Avellana, prescrisse, che i monaci all'ora del­la preghiera del breviario dovevano recitare anche una specie di ufficio per i defunti. Era straordinaria la cura per i defunti confratelli della Co­munità monastica, per cui si facevano numerose preghiere, ss. Messe, esercizi di penitenza e buone opere di cui il santo fondatore era partico­larmente capace e deciso, cosicchè nei monasteri da lui fondati e guidati fra tutte le loro preoccupazioni c'era al primo posto la premura per i confratelli defunti che forse erano in Purgatorio, per cui formarono una confraternita di oranti, che pregavano per loro. Da una lettera del Santo all'abbazia di Pomposa, vicino a Ravenna, sappiamo che egli cercò di essere accolto nella compagnia degli oranti di questo monastero. A Monte Cassino egli si diede da fare per un servizio più impegnativo e di­stinto in suffragio delle povere anime dei monaci defunti come si voleva fare in altri monasteri.

Alla domanda dell'abate di Cluny, perchè P. Damiani vi ci si vo­lesse recare per definire una questione scoppiata in quell'abbazia, il san­to andò solo alla condizione che fosse accolto il suo più grande deside­rio, quello di essere accolto nella compagnia degli Oranti di quel mona­stero, dove gli si dovette anche promettere che nel futuro anniversario della sua morte si sarebbe celebrata la s. Messa conventuale e venisse fatta una «fornitura» per i poveri a suffragio della sua anima!

Durante la sua permanenza a Cluny il Cardinale Pier Damiani consacrò a Souwignj la nuova chiesa e vi fece portare le ossa del grande abate s. Odilo, il grande abate di Cluny, che aveva istituita la festa della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, e scrisse pure la vita del santo Abate.

Con l'abate Desiderio che dal 1058 reggeva il Monastero di Montecassino casa madre dell'Ordine di Benedittini, che divenne cardi­nale, il santo era legato da profonda amicizia e scrisse per lui il piccolo libro «Circa diverse e mirande storie e apparizioni». In questa sua opera san P. Damiani racconta diverse e importanti storie di povere anime. Così nel V cap. egli narra che il santo vescovo di Colonia Severino, ben­chè ancor quando era in vita era stato donato da Dio del dono dei mira­coli, alcun tempo dopo la sua morte, era apparso a uno dei suoi canonici e tutto circondato da fiamme.

Quando questo canonico spaventatissimo gli chiese perchè lui, - il cui ricordo era così vivo sulla terra e il suo nome era celebrato e benedet­to in tutte le chiese -, doveva patire così tremende pene in quel luogo di purgazione, il vescovo che gli era apparso gli rispose: «lo non soffro questa pena per nessun'altra ragione se non perchè quando ero alla cor­te dell'Imperatore, come Consigliere di Corte, non recitavo le ore dell'ufficio divino alle ore stabilite dalla chiesa (ore canoniche). Essendo io occupatissimo e sovraccarico di lavoro, avevo preso l'abitudine di re­citare tutto l'ufficio del giorno fin dal mattino, tutto di seguito, per po­termi poi dedicare completamente alle mie occupazioni e ai miei impe­gni. È a causa di questa trasgressione delle norme ecclesiastiche che ora io devo patire tremendamente ed espiare!

Ma tu, per favore, va e dillo agli altri sacerdoti della chiesa e alle altre pie persone quanto io soffro, e pregali di venirmi in aiuto con pre­ghiere ed elemosine e con l'offerta del s. Sacrificio della Messa. Allora io sarò sicuramente e presto liberato da queste pene!»

San P. D. aggiunge a questo racconto questa osservazione: «Tut­to ciò deve ispirarci un grande timore, vedendo che un uomo così santo solo per un comportamento e una colpa a noi sembrante così piccola, doveva patire un Purgatorio così tremendo! Guai a me e guai a coloro che come me che dovremmo subire una grave sentenza per colpe ben più gravi!»

Così scrive un santo che usava firmare le sue lettere con «Petrus peccator» (Pietro peccatore).

In un altro racconto il santo narra che nella Festa dell'Assunzio­ne di Maria ogni anno venivano liberate dal Purgatorio migliaia di ani­me. Come prova di ciò egli racconta il seguente episodio accaduto a Ro­ma al tempo suo: Allora si usava ancora che i fedeli la notte precedente la Festa della Madonna Assunta visitavano diverse chiese andando in processione e portando delle fiaccole accese in mano, durante una di queste processioni notturne salendo a santa Maria in Aracoeli sul Capi­tolino una signora vide improvvisamente in chiesa davanti a se la sua de­funta madrina che era morta un anno prima. Per accertarsi se era vera­mente lei o se era una semplice illusione la signora decise di aspettare al­la porta della chiesa la persona che le era apparsa. Effettivamente dopo un po' anche questa persona uscì dalla porta. Tutta sconvolta la signora le si avvicinò e le chiese dopo averla tirata in disparte se ella era la sua madrina Marozia. «Sì»! rispose la defunta, «sono proprio io». Allora la signora replicò: «Ma come è possibile ciò dal momento che tu sei morta da parecchi mesi ormai, come puoi essere adesso di nuovo fra i vivi?» La defunta rispose: «Finora io fui immersa in un fuoco spaventoso per castigo, perchè da giovane era stata molto vanitosa. Ma oggi la Benedet­ta Regina del mondo è scesa da noi e ha tratto me e molti altri fuori dalle fiamme del Purgatorio, in occasione della sua Festa che si celebra nella Chiesa. La Benedetta ripete ogni anno questo miracolo di misericordia... In ringraziamento per questa grazia noi visitiamo in que­sta notte i suoi santuari. Benchè io sola sia apparsa soltanto a te, sappi tuttavia che siamo qui in grandissimo numero. In prova che quanto ti dico è verità, sappi che da qui a un anno, cioè la prossima solennità della M. Assunta tu morirai. Se passato questo giorno non si sarà avverato quanto io ho detto, tu potrai pensare che fu tutta un'illusione e un in­ganno!» Il santo aggiunse che questa signora da quell'istante non pensò più ad altro che a prepararsi a ben morire con preghiere e mortificazioni e penitenze, e effettivamente la sera della vigilia della Festa dell'Assunta la signora fu colpita improvvisamente da un grave malore e il giorno do­po essa morì.

 

9) CESARIO DI HEISTERBACH MORTO NEL 1240

Il pio Maestro dei novizi e priore del monastero dei cistercensi a Heisterbach nel Siebengebirge non è un santo canonizzato, nemmeno un grande teologo, ma nella sua raccolta di racconti di apparizioni, visioni e miracoli è un valido testimone di ciò che ai suoi tempi era creduto e di ciò che la pietà popolare di quel tempo seppe comunque operare. In quel tempo le sette ereticali degli Albigesi e dei Waldesi davano parecchio da fare e turbavano la s. Chiesa. Questi insegnavano che l'anima umana era stata prima in cielo, ma lì aveva peccato e per castigo veniva con­dannata ad abitare in un corpo umano sulla terra; perciò la vita terrena sarebbe stata per gli uomini il Purgatorio, il tempo della purificazione; una volta completamente purificate sulla terra le anime ritornano in cie­lo, non c'era quindi per niente un Purgatorio nell'Aldilà. Questa dottri­na sbagliata risalente agli Origenisti mosse il pio monaco cistercense a provare con molti esempi assai evidenti l'esistenza di un luogo di purga­zione e che si potevano aiutare le anime ivi imprigionate. Uno di questi racconti che ha certamente una radice storica è particolarmente convin­cente e dà molto da riflettere. (Dal «Grande dialogo di visioni e di mira­coli di Cesario Heisterbach»).

Un distinto giovin signore divenne monaco in un ordine cister­cense: Egli aveva uno zio vescovo che lo amava immensamente. Quando questi seppe che suo nipote si era fatto monaco, si recò al monastero e cercò di convincerlo a ritornare nel mondo, ma inutilmente. Passato l'anno del probandato, egli fece i voti religiosi dell'ordine. Ben presto egli salì, di gradino in gradino, divenne sacerdote. Tuttavia consigliato dal demonio, per colpa del quale i primi uomini furono cacciati dal Pa­radiso terrestre, egli dimenticò i suoi voti, il suo ministero sacerdotale, e peggio ancora dimenticò Dio il suo Creatore e uscì dall'ordine. Ma poi­chè si vergognava di tornare dai suoi, egli si unì a una banda di masna­dieri. E qui giunse a uno stato di degradazione da superare tutti i suoi compagni. Ora avvenne che durante l'assedio di una fortezza egli fu col­pito mortalmente da un colpo sparato dalla fortezza. I suoi compagni lo portarono in un villaggio vicino e lasciarono alcuni che avessero cura di lui. Ma poichè non c'era più alcuna speranza di salvezza, lo si esortò a confessarsi per sfuggire almeno in tal modo, alla morte eterna. Ma egli rispose: «A che cosa mi potrà servire la confessione dal momento che io ho compiuto tante malvagità e tanti delitti?» Gli fu risposto «La miseri­cordia di Dio è più grande dei tuoi delitti». Alla fine egli obbedì alle loro istanze e disse: «Chiamatemi un sacerdote». Questi venne si pose accan­to al ferito. Allora Dio che può trasformare un cuore di pietra in un cuo­re di carne, fece nascere nel suo cuore un tale dolore e pentimento, che il ferito non solo si confessò una volta, ma volle ripetere la sua confessio­ne piangendo in tal modo, che non riusciva più a parlare per i singhioz­zi. Finalmente riuscì a ricomporsi e disse: «Signore i miei peccati sono più numerosi dell'arena del mare. Io ero un monaco cistercense, e vi fui ordinato sacerdote, trascinato dalla mia passione ho lasciato l'ordine. E non mi bastò essere un rinnegato. Io mi associai a una banda di masna­dieri che tutti superai in ferocia, mentre essi rubavano soltanto delle cose, io uccidevo e non risparmiavo nessuno. Mentre essi talvolta aveva­no dei sentimenti umani e risparmiavano qualcuno, io, nella durezza del mio cuore non risparmiavo nessuno. Violentai donne e ragazzi e molte cose distrussi col fuoco». Il povero moribondo molte cose raccontò an­cora della sua vita di masnadiero, che quasi superano la capacità uma­na. Il sacerdote spaventato al sentire tali delitti e fuori di sè stesso diede questa insensata risposta: «I tuoi peccati sono troppo grandi, perchè tu possa ancora trovare perdono»!

Ma quegli rispose: «Signore, io conosco la Scrittura. Ho sentito spesse volte leggere, che la malvagità non è paragonabile alla misericor­dia di Dio, perchè Dio ha detto per mezzo del profeta Ezechiele: Ogni volta che un peccatore si pente dei suoi peccati, egli viene salvato e an­che: Io non voglio la morte del peccatore, ma che egli si converta e viva!

E perciò io vi prego per via della misericordia di Dio di impormi la peni­tenza dovuta!» E il sacerdote rispose: «Io non so che penitenza importi, perchè tu sei ormai un uomo perduto. » Ma colui che era stato una volta monaco rispose: «Signore, io non sono degno di ricevere da voi una pe­nitenza e così io stesso mi imporrò la penitenza. Così io scelgo duemila anni di Purgatorio, affinchè dopo questi duemila anni io possa trovare la grazia davanti a Dio!» Poichè egli era fra due estremi - la paura dell'inferno e la speranza della salvezza eterna - tornò a pregare il sacer­dote: «Poichè voi mi avete negata l'assoluzione, vi prego almeno di non negarmi il conforto del santo Viatico della Santa Cena!»

Il sacerdote sconcertato e pazzo rispose: «Io non ho avuto il co­raggio di importi una penitenza, come posso ora portarti il Corpo del Si­gnore?» Poichè il sacerdote non volle concedergli nessuno dei due sacra­menti, il povero morente gli fece ancora un'ultima preghiera: «Io voglio scrivere su di un foglio come vanno le cose per me; dopo di che voi do­vrete portarlo al vescovo, che è mio parente. Io spero che pregherà per me!» E questo finalmente, il sacerdote lo promise.

Il monaco di un tempo morì pentito e andò al Purgatorio. Il sa­cerdote venne dal vescovo e gli consegnò la lettera del defunto. Appena il vescovo la ebbe letta pianse amare lacrime e disse: «Mai ho amato un uomo così teneramente. Io ho sofferto quando egli entrò in convento, ho sofferto quando egli divenne infedele, ora io soffro per la sua morte! Io lo ho amato da vivo, devo amarlo anche da morto. Poichè è morto pentito e quindi si deve aiutarlo, non posso mancargli le preghiere della mia diocesi!» Poi scrisse agli abati, ai priori dei monasteri, ai prelati, ai decani e parroci e a tutti quelli che erano impegnati nella cura d'anime pregandoli di pregare per il defunto. Egli scrisse anche ai monasteri fem­minili e pregò le presenti a voce e le altre con lettere, affinchè volessero fare speciali preghiere, che egli stesso ordinò loro durante tutto l'anno per la pace dell'anima del defunto. Il vescovo, non contento di questo celebrò ogni giorno la santo messa, fece elemosine e preghiere per la li­berazione di quell'anima dal Purgatorio. E quando per malattia o per altri motivi non poteva celebrare di persona, lo fece fare da un altro sa­cerdote a nome suo!

Passato un anno dopo la santa messa apparve al vescovo il de­funto pallido, distrutto, magro e vestito di scuro. Dalla sua espressione e dai suoi vestiti si poteva capire come stava. Quando il vescovo gli chie­se come gli andava e da dove veniva egli rispose: «Sono nella pena e ven­go dal luogo di pena, ma sii ringraziato per le tue preghiere e per il tuo amore, perchè grazie alle tue preghiere ed elemosine e i benefici spiritua­li che furono offerti per me in tutta la tua diocesi, questo anno mi ha tol­to via mille anni di Purgatorio e se tu rivolgerai ancora per un anno a suffragio della mia anima tali preghiere e offerte e sacrifici come quest'anno io sarò completamente libero» Sentendo questo il vescovo fu pieno di gioia, ringraziò Dio e mandò altre lettere come aveva fatto l'an­no prima narrando a tutti nelle parrocchie e nei monasteri la visione avuta e chiedendo che volessero tutti, continuare ancora per un anno nelle preghiere e suppliche per l'anima del povero defunto. E lui stesso continuò la sua preghiera ed elemosine e ss. messe anche con maggior impegno e fiducia di prima.

Passato anche il secondo anno, e il vescovo celebrò la sua messa per il defunto nipote, questi gli apparve di nuovo, ma questa volta con un vestito bianco come la neve e il volto sereno e gioioso e disse: «Tutto è andato come desideravo. » E disse ancora al vescovo: «Dio onnipoten­te ricompensi il tuo amore, reverendissimo Padre, perchè grazie al tuo zelo io sono stato strappato dalle pene ed ora entro nella gioia del mio Signore. Ecco che questi due anni di preghiere mi sono stati contati per duemila anni di pena nel Purgatorio!»

Da quel momento il vescovo non lo vide più.

 

10) SAN SIMONE STOCK + IL 16 MAGGIO 1265

Questo grande santo inglese è pure annoverato fra i grandi amici delle povere anime per via di una visione che un antico documento narra aver lui avuto da parte della Madonna, mentre una notte, come spesso faceva stava pregando e con particolare fervore chiedeva alla Madonna un particolare segno della sua protezione verso l'ordine che gli era pure tanto caro. Egli è ricordato nell'ordine carmelitano come sesto Generale dell'Ordine e fondatore della Confraternita dello Scapolare.

Simone Stock nacque a Herfort nel Kent, figlio di genitori molto distinti, pare che fin dalla sua giovinezza si sia ritirato in solitudine ere­mitica sistemandosi nel cavo di una grande quercia. Quando sull'inizio del XIII secolo tornarono in Inghilterra due lord inglesi provenienti dal­la terra Santa condussero con se dei manonaci del Carmelo e fondarono

un monastero a Holme nel Nordhumberland. e uno ad Aylesford in Kent, Simone Stock si unì a loro nel 1212, perchè era stato colpito pro­fondamente dalla loro ardente divozione alla Beata Vergine e dal loro stretto rigore di vita. Fatti i voti dell'Ordine mandarono Simone, che al­lora aveva circa 50 anni a Oxford perchè vi facesse gli studi di teologia. Laureatosi e divenuto dottore egli tornò al suo monastero e nel 1225 fu nominato Coadiutore del Priore Generale dell'Ordine. Nel 1226 egli si recò a Roma, dove ottenne da Papa Onorio III l'approvazione della Re­gola dell'Ordine. Da Roma peregrinò fino al monte Carmelo dove rima­se sei anni in stretta e rigorosa penitenza e meditazione. Quando per la pressione dei Saraceni gran parte degli eremiti del Monte Carmelo do­vettero abbandonare la Terra Santa, ritornare in Europa, egli ritornato in Inghilterra divenne Assistente del V Generale dell'Ordine e poi nel 1280, a 80 anni egli fu eletto VI Priore Generale dell'Ordine. Egli eserci­tò questo ufficio con grande sapienza e pietà fino al suo centesimo anno di età. Durante un suo viaggio per visitare i monasteri dell'Ordine, morì a Bordeaux il 16 maggio 1265 e fu sepolto in quella cattedrale. (Prendo dal II volume del sac. Emilio Campana: Maria nel Culto).

Scapolare del Carmine: È il più antico e diffuso degli scapolari. L'opinione sostenuta costantemente dai Carmelitani, ed accettata senza sospetti dal popolo credente, è che questo Scapolare è di origine celeste, perchè consegnato al beato Simone Stock VI generale dei Carmelitani dalla stessa Vergine durante una visione di cui lo favorì. Tale apparizio­ne si fa risalire al 1250 ed è diffusamente narrata in un documento che si dice scritto dallo stesso segretario del B. Simone P. Swanington, che pe­rò rimase ignorato negli archivi carmelitani di Bordeaux, e venne pub­blicato solo l'anno 1642 da P. Cheron, che ne aveva fatto la fortunata scoperta. A pag. 401 della sunnominata opera e seg. si trova il testo del documento citato - riprendo solo l'essenziale di esso... Mentre il santo stava pregando una notte - come spesso faceva - con particolare fervore la B. Vergine - egli racconta «Ella mi apparve accompagnata da un grande stuolo di beati e tenendo in mano l'abito del nostro Ordine, mi disse: - Questo è il Privilegio, che io do a le e a tutti i Carmelitani - Chi muore con quest'abito non avrà a patire il fuoco eterno. -» Questa assi­curazione non è quella che si ricorda di solito parlando del così detto privilegio sabatino, nel quale si afferma che la Madonna avrebbe dato a Papa Giovanni XXII, cosa però assai incerta! (D.S.D.)

Diciamo che secondo il «Privilegio sabatino» la Madonna avreb­be assicurato ai suoi particolari devoti carmelitani o delle associazioni e terz'ordine carmelitano, che fossero vissuti nello spirito del Carmelo, avessero portato «abiti o scapolare grande o piccolo», essa sarebbe subi­to (sabato) discesa a liberare dal Purgatorio le loro anime il sabato dopo la loro morte o come forse più giustamente qualcuno intende di sabato ella sarebbe scesa a liberare dal purgatorio le anime di tali suoi devoti!

Comunque, come esaurientemente dimostra il celebre Carmelita­no B. Xiberta, il «Privilegio sabatino» fu confermato almeno generica­mente da diversi papi, non ultimo Pio XI il 18 marzo 1922 con una lette­ra al Priore generale dei Carmelitani in occasione del sesto centenario del «Privilegio sabatino» e poi dallo stesso Papa Pio XII; comunque la divozione del B. Simone Stock verso le povere anime ha certamente molto influenzato e favorito la divozione del popolo verso le povere anime.

 

11) SAN TOMASO D'AQUINO + 7 MARZO 1274

L'angelico dottore (Doctor angelicus) ha esaurientemente rispo­sto alla domanda - se si potevano aiutare le povere anime dell'Aldilà. Egli parla dei «Suffragi nel Supplemento alla sua summa teologica.» In una lunga lettera che è un trattato, da lui scritta a un Cantore di Antio­chia egli riassume la dottrina «Tutta la Chiesa prega per i Defunti fede­li». È chiaro che essa non prega per quelli che sono all'Inferno, di dove non c'è liberazione, e nemmeno per coloro, che godono della beata vi­sione di Dio, perchè hanno raggiunto il loro ultimo fine; non resta quin­di altro da pensare che ci sia una pena purificatrice dopo questa vita ter­rena e la chiesa preghi per la remissione di essa pena.

Ma la sua dottrina riesce assai più chiara dalla pratica e cioè da quanto si narra della sua sorella Marotta, che era divenuta badessa di santa Maria a Capua nel 1253, che morì però già 4 anni dopo nel 1257, mentre suo fratello si trovava a Parigi. Dallo scritto di Gherardo Fra­chet « Vitae fratrum» apprendiamo che la defunta badessa apparve al suo santo fratello pregandolo di celebrare delle sante messe per liberarla dal Purgatorio. Il santo supplicò i suoi uditori di pregare per la sua de­funta sorella. Guglielmo di Tocco narra questo fatto nella «Vita di san Tomaso d'Aquino».

Maestro Tomaso... che parlava più di cose celesti che di cose ter­rene, aveva anche frequenti consolazioni da parte di cittadini del Cielo. Si narra a proposito di ciò, che mentre si trovava a Parigi, gli apparve sua sorella in sogno visionario. Mentre gli diceva di trovarsi in Purgato­rio, lo pregò che celebrasse un certo numero di messe. Essa sperava di essere liberata per mezzo di questo prezioso aiuto. Allora Tomaso radu­nò i suoi studenti e li pregò di celebrare delle sante messe e di fare delle preghiere per l'anima di sua sorella. Quando più tardi s. Tomaso si tro­vava a Roma, gli apparve di nuovo sua sorella in una visione e gli rivelò che ora era stata liberata dal Purgatorio e grazie alle sante messe che lei aveva chiesto ora godeva della gloria del Cielo. Avendogli poi il santo chiesto di sè stesso, come stavano le cose, essa rispose: «Tu, fratello tu ti trovi in una felice condizione e verrai presto da noi. Ma a te è riservata una gloria più grande della nostra. Soltanto conserva quello che tu hai». Quando poi chiese di suo fratello Landulfo, essa rispose che era al Pur­gatorio. Di Reginaldo, altro fratello del santo che era stato tolto di mez­zo dall'Imperatore Federico II, ella disse che era in Paradiso.

Guglielmo Tocco narra anche di un'altra visione avuta da s. T. Un'altra e più meravigliosa fu rivelata a Maestro Tomaso, che non fu solo a mò di sogno, ma corporale e manifesta. Mentre egli stava pregan­do in chiesa nel convento di Napoli, gli apparve il suo confratello e Mae­stro di teologia Romano di Roma (questo Romano è Romano Rossi Or­sini, nipote di papa Nicola III - Orsini). Tomaso disse a colui che gli era apparso: «Benvenuto! Quando siete arrivato qui?» Quello rispose: «Io sono dipartito dalla vita terrena. Per i tuoi meriti mi fu concesso di ap­parirti». Allora s. Tomaso si riprese dallo stupore che lo aveva sconvol­to a quella improvvisa apparizione e rispose: «Se a Dio piace, allora io ti scongiuro di rispondere alla mia domanda: come va con me? le mie ope­re piacciono a Dio?» Romano rispose: «Tu sei in buona posizione e le tue opere piacciono a Dio!» L'angelico dottore chiese ancora: «e con te come va?» E quello rispose: «Io sono nella Vita eterna, ma fui 15 giorni in Purgatorio per via della negligenza, di cui mi resi colpevole in un te­stamento, che il vescovo di Parigi mi aveva ordinato di stendere al più presto; io, però ho rimandato con negligenza la stesura di esso. » S. To­maso gli chiese ancora: «Come va con quella questione della quale spes­so abbiamo discusso fra noi, se cioè il possesso della scienza che si ac­quista quaggiù, di là nella Patria rimane?» E quello rispose: «Fratello Tomaso, io vedo Dio, e voi non dovete cercare altro su questa questio­ne!» E Tomaso ancora: «Come vedi Dio? Dimmi se lo vedi senza una infrapposta immagine o mediante rassomiglianza?» Ed egli rispose: «Come abbiamo udito, così vediamo nella città del Signore degli eserci­ti!» Subito dopo disparve. Ma Tomaso rimase colpito da una così mera­vigliosa e insolita apparizione e contento per una risposta così tranquil­lizzante. Felice Dottore Angelico, cui sono stati rivelati e affidati i mi­steri celesti, e che i cittadini del cielo istruirono in una maniera così con­fidenziale e guidarono al regno dei Cieli.

 

12) SANTA GERTRUDE DI HELFTA + IL 15 NOVEMBRE 1302

Sarebbero molte le grandi mistiche tedesche del M. Evo, che fu­rono grandi aiutanti delle povere anime e che dovremmo qui ricordare, comunque ne vogliamo ricordare una: Santa Gertrude di Helfta. Già a 5 anni essa, fu portata nel monastero delle Suore Cistercensi di Helfta e poi colà avviata agli studi umanistici e teologici. Il 27 gennaio del 1281 essa ebbe una visione di G. Cristo, che per tutto il resto della sua vita la legò intimamente e strettamente a Cristo. Nelle visioni che si susseguiro­no, essa venne anche a conoscenza della sorte di defunti nell'Aldilà. Il quinto libro della sua opera «Messaggeri del divino Amore» al capitolo 34 ne è pieno. Vero è che questo libro non ci viene direttamente dalla mano di Gertrude, perchè esso fu scritto solo dopo la sua morte dalle consorelle della santa. Viene comunque fedelmente narrato in esso ciò che la grande mistica aveva visto nelle sue visioni circa la morte e la fine nell'Aldilà di diverse consorelle e di parecchi fratelli dell'ordine che era­no stati al servizio del monastero di Helfta. In questo libro viene pure ri­levata assai attentamente la fede della santa nella purgazione dell'Aldilà e anche la sua ferma convinzione, che Dio accoglie la preghiera dei vivi e soprattutto la s. messa offerta per loro per alleviare e abbreviare il tem­po della loro Purgazione. Fra le diverse visioni a tale proposito voglia­mo ricordare qui quelle che riguardano la morte di due sorelle carnali, che furono chiamate da questo mondo mentre erano ancora novizie.

Due giovani di alto lignaggio, ma ancor più di elevati sentimenti, sorelle secondo la carne, ma anche più intimamente imparentate per lo spirito e la loro virtù, dopo esser vissute nell'innocenza durante la loro fanciullezza, ancora novizie nel monastero di Helfta furono chiamate da questo mondo allo sposalizio del Re Immortale. Gertrude vide la pri­ma di queste due sorelle che se ne dipartì nella Festa dell'Assunzione di Maria SS. mentre stava pregando per lei, in una grande luce e straordi­nariamente adorna davanti al trono di Cristo Re. Essa stava tuttavia da­vanti a Lui come una sposa vergognosa, che cercava di volgere altrove lo sguardo e non osava aprire gli occhi e alzarli verso la gloria di una così eccelsa Maestà. Gertrude vedendo questo nell'ardore del suo amore dis­se al Signore: «Perchè, o Dio amabilissimo permetti a questa tua Figlia di stare davanti a Te come una estranea e non la accogli nel tuo beatifi­cante abbraccio?»

Allora sembrò che il Signore nel suo generoso abbassamento stendesse il suo braccio... ma l'anima della defunta sorella si sottrasse al suo abbraccio con delicato rispetto, cosicchè Gertrude rimase ancora più sorpresa e disse a quest'anima: «Perchè ti sottrai all'abbraccio di un così amabile sposo?» Ma quella rispose: «Io non sono ancora perfetta­mente purificata e mi impediscono ancora alcune macchie! Perciò anche se l'ingresso a Dio mi fosse già aperto da ogni parte, io mi sottrarrei dal­lo Sposo, perchè io so che non sono ancora adatta per uno sposo, così sublime. » Gertrude riprese: «Ma come può essere ciò, poichè sembra che tu stia ormai davanti al Signore come una che è nella gloria?» Quella rispose: «Benchè ogni creatura sia presente davanti a Dio, tuttavia ogni anima si avvicina a Lui nella misura in cui progredisce nell'amore. Ma quella beatitudine che rallegra l'anima attraverso la visione e il godi­mento della Divinità, come perfetta ricompensa, nessuno merita di otte­nerla prima di essere purificato anche dalla minima macchia ed è diven­tato degno di entrare nel gaudio del suo Signore. » Un mese dopo venne a morire la sorella della prima. Dopo che Gertrude ebbe a lungo pregato per lei, essa vide quell'anima presto dopo la sua dipartita in un luogo pieno di luce, come una piccola ancella, che adorna di rosse vesti viene presentata allo Sposo. Apparve anche accanto a lei il Signore nella figu­ra di un giovane delicato, rianimò con le sue cinque ferite i cinque sensi della sua anima con meravigliosa dolcezza e la confortò con la sua deli­catezza e il suo abbassamento. Allora Gertrude disse al Signore: «Tu o Dio di ogni consolazione sei così benevolo verso quest'anima. Che cosa vuol dire che il suo sguardo triste tradisce un'intima pena?» Il Signore rispose: «A causa di questa mia presenza essa non può ancora godere la pienezza della gioia, perchè io le dono solo la gioia della mia umanità. Perchè in tal modo io ho ricompensato solo quell'amore e divozione, che lei ha dimostrato sul suo letto di morte per la mia passione. Ma più tardi quando essa sarà completamente purificata dalle negligenze della vita terrena, Io la riempirò completamente di gioia con la presenza della mia beatificante divinità.» Al che Gertrude riprese: «Non furono espia­te tutte le sue debolezze terrene dalla sua pietà alla sua morte, poichè in un luogo della S. Scrittura è detto che l'uomo sarà giudicato come sarà trovato alla fine della sua vita? Il Signore diede allora questa risposta: «Quando vengono a mancare le forze ad una persona che muore, allora anche la sua vita è già alla fine, egli non può più nulla con le sue forze, ma solo con la sua volontà. Colui al quale Io per la mia bontà immerita­ta dono ancora buona volontà e pia aspirazione, fa ancora un passo avanti; egli non può tuttavia riparare a tutto il debito delle precedenti omissioni in misura tale e così perfettamente, come quando l'uomo è ancora sano e capace di migliorare la sua vita. »

Allora Gertrude riprese: «Però, o mio Signore, non potrebbe la tua dolcissima misericordia liberare quest'anima, alla quale Tu in fin dalla sua fanciullezza hai dato un cuore così ricco e benevolo verso tutti dall'impedimento delle sue negligenze?» Il Signore rispose: «Io rimune­rerò ricchissimamente la dolcezza del suo cuore e la sua buona volontà, tuttavia la mia Giustizia esige che essa sia prima purificata da ogni macchia. La mia sposa è d'accordo con questa mia giustizia, perchè do­po la purificazione essa sarà completamente consolata dalla gloria della mia divinità. »

Avendo l'anima della defunta approvato con gioia queste parole del Signore, il Signore ritornò immediatamente in Cielo, mentre essa ri­mase al suo posto dove era e con tutte le sue forze tendendo verso l'alto, cercava di salire. Da questo essere rimasta sola quell'anima fu purificata da quella faciloneria giovanile, per cui essa si era troppo intrattenuta talvolta con la gente e attraverso la faticosa salita essa fu purificata da quella pigrizia alla quale aveva talvolta indulto per causa della sua stan­chezza.

Un giorno s. Gertrude mentre stava pregando durante la santa messa per questa defunta novizia alla elevazione della SS. Ostia pregò così: «Signore, Padre santo, io ti offro questa Ostia santissima per lei da parte di tutti quelli che si tovano in Cielo, sulla terra e nel Purgatorio! Ed ecco apparire quell'anima un po' più sollevata in alto, innu­merevoli persone, che stavano in ginocchio davanti a lei, elevavano con ambedue le mani la SS. Ostia nell'alto. Essa ne ebbe un grande sollievo e beneficio e disse: «Ora esperimento realmente quanto sia certo ciò che dice la S. Scrittura, e cioè che nell'uomo nulla c'è di buono, fosse anche la più piccola cosa, che non venga ripagata, e nessuna colpa che non sia espiata prima, o dopo la morte; perchè proprio per questo, perchè io ri­cevevo volentieri la S. Comunione, ora ricevo tanto sollievo dal Santo Sacramento dell'altare offerto per me. E poichè io ho sempre voluto be­ne alle persone tutte, ora mi è di giovamento la preghiera fatta per me. Perciò io aspetto per tutto in particolare una eterna ricompensa in Cie­lo!» A queste parole pareva che venisse elevata ancora più in alto, por­tata dalla preghiera della Chiesa; finalmente arrivata al posto per lei sta­bilito, essa comprese che il Signore nella pienezza della sua misericordia le sarebbe venuto incontro con la corona della gloria e l'avrebbe intro­dotta nell'eterna gloria.

S. Gertrude offriva frequentemente la s. Messa a Dio per le pove­re anime e vide poi la loro liberazione dal Purgatorio.

 

13) SAN NICOLA DA TOLENTINO + IL 10 SETTEMBRE 1305

Questo santo eremita agostiniano, che con una vita di rigorosa penitenza con la sua predicazione e con la sua instancabile attività in confessionale e molti miracoli, avvenuti per sua intercessione ancora mentre era vivo, convertì molti peccatori, fu anche un grande amico e benefattore delle povere anime del Purgatorio. Per questo motivo due papi lo hanno dichiarato «Patrono delle povere anime», e precisamente papa Bonifacio IX nelle sue due Bolle: «Splendor paternae Gloriae» del 1 gennaio 1390 e «Licet quis de cuius» del 1° marzo 1400, e papa Leo­ne XIII nel Breve del 10 giugno 1884, nel quale erigeva canonicamente «La Pia Unione sotto il Patrocinio di san Nicola da Tolentino in aiuto delle povere anime del Purgatorio». Anche l'arte cristiana rappresenta questo santo assieme alle ss. Anime del Purgatorio secondo la visione che lui ebbe di esso, oppure mentre celebra la santa messa per le povere anime, che vengono intanto liberate dalla loro purgazione e salgono al Cielo.

Presto dopo essere stato ordinato sacerdote dal vescovo Benve­nuto da Osimo da Cingoli presso Macerata nel 1269, Nicolò da Tolenti­no celebrò ogni giorno con grande fervore la s. Messa - solitamente do­po essersi confessato - certo che in tal modo, come insegna la fede, pote­va offrire il più grande aiuto alle povere anime. Egli fu spinto a ciò so­prattutto dal fatto che una notte di sabato, gli apparve una povera ani­ma, che lo scongiurò di voler celebrare il giorno dopo (domenica) per lei e per un certo numero di altre anime che soffrivano nel Purgatorio. Ni­cola che conobbe la voce di colui che lo pregava, ma del quale non pote­va capacitare, gli chiese come si chiamasse. «Io sono il tuo defunto ami­co frate Peregrino da Osimo» fu la risposta, «e a causa dei miei peccati avrei meritato l'inferno; tuttavia per la grande misericordia di Dio sono sfuggito alla dannazione eterna, ma sono condannato a una durissima purificazione in Purgatorio. Ora io vengo da te e ti prego di offrire do­mani per me e per un certo numero di anime al Signore Iddio, poichè per mezzo di questo santo Sacrificio noi abbiamo la ferma fiducia di essere liberate dai nostri tormenti e ottenere almeno un sollievo»: «che il Si­gnore voglia farti partecipe dei meriti del Suo Preziosissimo Sangue» ri­spose Nicola «ma per quanto mi riguarda domani io non posso farti questo favore, perchè domani e per tutta la settimana devo compiere il servizio di «ebdomandario» (il sacerdote che per una settimana doveva celebrare la santa messa secondo le intenzioni del Monastero)». Allora il defunto con lacrime e singhiozzi: «Ah! se tu hai così poca compassione di noi, almeno vieni, ti scongiuro per amore di Dio, vieni e vedi con i tuoi occhi ciò che noi dobbiamo patire; e allora non sarai certamente più così duro da negarci ciò per cui ti ho pregato; io so che dopo non ti assu­merai più la responsabilità di averci lasciato ancora a lungo nei tormenti del Purgatorio»!

Sembrò allora al santo di trovarsi lui stesso in Purgatorio, dove vide una grande piana, sulla quale innumerevoli povere anime di ogni età e condizione venivano purificate in diverse maniere, tutte tormen­tanti in modo che nessuna fantasia umana si potrebbe raffigurare. Quando tutte queste povere anime avvertirono il sacerdote, tutte ad una voce lo pregarono con grida di dolore, che spaccavano il cuore, di aver compassione di loro e venire loro in aiuto. Il defunto amico Peregrino da Osimo disse a Nicola: « Vedi costoro sono, che mi hanno mandato da te, poichè tu piaci a Dio, noi abbiamo la ferma fiducia che se tu celebre­rai per noi il santo sacrificio della messa, saremmo liberati dalle nostre pene». Sconvolto da quanto aveva visto e udito in quella notte allo spuntar del giorno Nicola si recò dal suo superiore e gli narrò tutto. Il superiore allora dispensò subito il santo dal suo ufficio di ebdomadario e non solo gli permise di celebrare in quella mattina di domenica per quelle povere anime, ma di seguito per tutta la settimana.

Si ricorda anche che il santo, perchè le ss. Messe da lui celebrate tutta la settimana, perchè fossero del massimo gradimento a Dio, si sot­topose in quei giorni ad una rigorosa penitenza. Egli continuò poi per tutta la sua vita questo rigoroso e penitenziale modo di vivere e resistette anche a tutti gli assalti del demonio, che lo voleva distogliere da quelle preghiere e penitenze. Il santo tenne fermo al suo impegno di preghiera e di penitenza a pro delle povere anime, anzi alla preghiera dell'Ufficio prescritta aggiunse anche la recita dell'Ufficio dei defunti. Finita quella settimana di preghiere e riparazione apparve di nuovo al santo il suo amico Osimo circondato da una meravigliosa luce nella quale il santo vi­de pure un gran numero di altre anime liberate dal Purgatorio, che lo sa­lutavano come loro liberatore e poi assieme a frate Peregrino volarono verso il Cielo cantando il versetto del salmo 43 «Tu ci hai salvati da co­loro, che ci tormentavano e hai confuso quelli che ci avevano in odio». Ancora molte volte durante la sua vita di rigorosa osservanza monacale, apparvero al santo delle povere anime, che si raccomandavano alle sue preghiere, o lo ringraziavano per l'aiuto che avevano da lui ricevuto.

 

14) LA BEATA CRISTINA VON STOMMELN + IL 16 NOVEMBRE 1312

Fra gli amici delle povere anime va ricordata pure la B. Cristina von Stommeln, vicino a Colonia, morta il 6 novembre 1312, beatificata dal s. papa Pio X. Cristina von Stommeln fu anche una delle più grandi mistiche e stigmatizzate della storia, come ce la ricorda e rappresenta H. Maria Hoecht nel suo libro «Da san Francesco a P. Pio e da S. Teresa d'Avila a Teresa Neumann» (ediz. Christiana-Verlag Stein am Rhein C. H.)

Durante la sua vita da 1242 al 1312 ci furono così tante cose me­ravigliose per le estasi, visioni e per le grandi sofferenze che la portarono alla stigmatizzazione, come pure le spaventose tentazioni e attacchi del demonio che si potrebbero ritenere leggendarie, se non fossero testimo­niate soprattutto dal dotto teologo Pietro di Dacia, discepolo di s. Al­berto Magno. Egli si recò molte volte da Cristina von Stommeln e ha de­scritto ciò che aveva visto e udito di persona e dal curator d'anime e di­rettore spirituale della Beata, il Parroco Giovanni.

Questo esperto, dotto e imparziale teologo non ebbe per niente un atteggiamento non rigoroso e acritico di fronte alle apparizioni e alle cose eccezionali che avvenivano nella beata Cristina, il modo con cui Pietro di Dacia descrive le estasi della Beata testimonia comunque con grande penetrazione e sicurezza un eccezionale spirito di osservazione. Ora però noi non ci occupiamo tanto delle visioni e delle estasi della Beata Cristina e nemmeno gli spaventosi assalti del demonio, per i quali ebbe tanto da soffrire e poi tutte le altre pene sostenute e la partecipazio­ne alle Passione del Signore fino al momento in cui ricevette le stimma­te, invece rileviamo il fatto che Cristina sopportò tutto in ispirito di espiazione e di riparazione e nell'intento di salvare in tal modo le anime e liberare quelle che erano nel Purgatorio. Si resta quasi spaventati di fronte alla durezza e al rigore delle sue penitenze, alle quali inoltre vo­lontariamente si sottopose per soccorrere le povere anime. Queste spes­so le apparivano a schiere per chiedere il suo aiuto e poi per ringraziarla dopo che erano state liberate dalle pene del Purgatorio.

Il Certosino P. Lorenzo Surio morto a Colonia nel 1578 nel suo capolavoro «De. Probatis sanctorum Historiis» che egli fece pubblicare Colonia negli anni 1570 - 1575, racconta fra le altre cose riguardanti la Beata Cristina von Stemmeln quanto segue: «Quando, dopo la sua di­partita, l'anima di Cristina comparve davanti all'eterno Giudice, questi le propose di scegliere se voleva subito entrare nella Gloria eterna che es­sa aveva sicuramente meritato, o se invece voleva ritornare ancora una volta alla terra e colà continuare ancora per altri anni la sua vita di pe­nitenza a conforto delle povere anime. Che cosa fece la santa? Senza al­cuna esitazione scelse la seconda proposta e subito il Signore la fece ri­tornare ancora in vita con grande meraviglia di coloro, che stavano ad­dolorati attorno al suo cadavere e già stavano pensando al suo funerale. La Beata però non solo continuò nella sua vita di penitenza di prima, ma aumentò ancora le sue già inaudite penitenze tanto da toccare quasi il limite dell'incredibile.

Cristina meriterebbe di essere maggiormente conosciuta e non solo in Germania, ma nel mondo e anche meriterebbe che si concludes­sero le pratiche della sua canonizzazione!

Cristina fu sepolta nel grande duomo di Colonia dove sta pure una statua lignea che rappresenta la santa seduta su una specie di trono e ai suoi piedi una figura di cane. (Nota di d. S. Dellandrea)

 

15) IL BEATO FRANCESCO FABRIANO + NEL 1322

Se c'è uno fra i discepoli di san Francesco particolarmente inna­morato delle povere anime, questi è Francesco Beninbeni da Fabriano presso Ancona, figlio di un medico, a sedici anni, era entrato nell'ordine francescano, dove per mezzo del Beato frate Leone, confidente e con­fessore di san Francesco d'Assisi crebbe in generosità e fortezza d'ani­mo. Il suo fecondo lavoro si svolse soprattutto nella sua patria e nelle Marche. Si legge fra le altre cose nella sua vita, che un giorno mentre ce­lebrava la santa Messa per le povere anime, come spesso faceva, alla fi­ne recitò secondo la vecchia liturgia della messa per i defunti le preghie­re stabilite, egli udì nella chiesa quasi vuota numerose voci, che rispon­devano gioiosamente: «Amen!» Erano le voci di quelle anime benedette per le quali egli aveva celebrato la s. messa.

Di questo beato monaco francescano, che papa Pio VI elevò agli onori degli altari il 1 aprile 1775, si racconta anche che egli offriva a Dio tutte le sue preghiere, sacrifici, penitenze esclusivamente per le povere anime, senza riservare per se nemmeno il più piccolo merito. Si può quindi dire di lui che fu il primo a vivere «l'atto eroico di amore per le povere anime».

 

16) IL BEATO ENRICO SIUSO + IL 25 GENNAIO 1366

Il carissimo Beato Enrico Siuso domenicano, nativo di Costanza, una vera Gloria della Svizzera cristiana assieme a Mastro Eckart, non fu certo un grande pensatore, come Mastro Eckart, nemmeno il grande predicatore come il suo grande confratello Giovanni Taulero, ma certa­mente un grande mistico, raffinato da lunghissime e grandi sofferenze, che riuscì a superare con la grazia divina e la gioia che gli veniva dalla sua confidenziale dimestichezza e divozione a Gesù Bambino. Grande confessore e direttore spirituale, grande mistico, il quale in mistiche ap­parizioni e visioni potè conversare con angeli e santi e con le povere ani­me, ed era profondamente convinto della «Comunione dei Santi» della quale fanno parte «nella chiesa trionfante» i Santi in Cielo, «nella chie­sa pellegrina sulla terra» i Fedeli cristiani e «nella chiesa Purgante» le anime che devono ancora subire la purgazione in Purgatorio.

Nel VI capitolo «della Vita» del Beato Enrico Siuso si dice te­stualmente di lui: «Gli furono rivelate in visione molte cose future e na­scoste, e Dio gli fece partecipare e sentire nel limite del possibile come uno si sente in Cielo, come si trova nell'Inferno o nel Purgatorio. Non era cosa insolita per lui, che molte anime dipartite da questo mondo gli apparissero e rivelassero la loro sorte, come avevano fatto la loro peni­tenza, come si poteva venire loro in aiuto e quale era la loro Vita in Dio.» Quali anime gli siano apparse il Beato normalmente non lo disse. Sostiene tuttavia, fra il resto, che gli erano apparsi i suoi genitori defunti e Mastro Eckart e un defunto amico e collega di studi. Nel sesto capitolo «della sua vita» si racconta: «Suo padre che aveva condotto una vita mondana, gli apparve dopo la sua morte e con volto pieno di sofferenza gli fece vedere il suo tremendo castigo nel Purgatorio e gli fece sapere anche perchè aveva meritato questo castigo e anche il modo con cui lo avrebbe potuto aiutare.

Il Beato fece tutto quanto gli aveva chiesto l'anima di suo padre. Poi suo padre gli si mostrò un'altra volta e gli disse che grazie al suo aiuto, egli era stato liberato dal suo castigo. La sua pia Madre per il cui mezzo Dio aveva operato miracoli ancora mentre era viva, anche gli si mostrò in una visione e gli fece vedere il grande premio, che essa aveva ricevuto da Dio, di molte altre anime ebbe simili visioni. Fra le altre gli apparve anche il beato Mastro Eckart...

Questi gli fece sapere che viveva in una straripante Gloria, in cui la sua anima era tutta beata in Dio. Allora il suo discepolo Enrico S. chiese di fargli sapere due cose: primo come si trovino gli uomini in Dio che sulla terra avevano voluto soddisfare con estremo abbandono alla Altissima Verità: ebbe in risposta che nessuno potrebbe comprendere l'inabissamento di queste persone nell'immenso abisso di Dio! Il Beato chiese ancora: «Quale è l'esercizio più utile all'uomo che volesse rag­giungere quell'altissima Unione»? Ed ebbe questa risposta «Egli deve secondo il proprio essere, sprofondarsi e immergersi nel più profondo abbandono e prendere tutte le cose come provenienti direttamente da Dio e niente dalle creature e avere la massima pazienza verso tutti gli uo­mini lupo».

Nel 41 capitolo della «Vita» troviamo questo racconto riguar­dante un suo collega di studi e amico. Quando da giovane E.S. frequen­tava le scuole superiori il Signore gli fece incontrare un caro compagno pieno di timor di Dio. Mentre un giorno avevano a lungo parlato confi­denzialmente di Dio, il suo compagno con tutta confidenza lo pregò di lasciargli vedere il nome di Gesù che egli aveva disegnato sul suo cuor egli non lo faceva volentieri, ma poi vedendo la sua grande divozione esaudì la sua preghiera, aprì il suo abito all'altezza del cuore e gli mostrò il piccolo gioiello, come il suo compagno desiderava. Quando dopo es­sere stati alcuni anni assieme i due amici dovettero separarsi si diedero vicendevolmente la benedizione come segno di fedeltà e si accordarono che dovevano conservare sempre la loro amicizia anche dopo morti e co­lui che sarebbe rimasto vivo doveva celebrare settimanalmente due sante messe per l'amico defunto: un Requiem al lunedì e una messa della Pas­sione il venerdì. Dopo qualche anno l'amico del Beato morì, ma questi dimenticò la promessa delle sunnominate ss. messe, conservando tutta­via viva l'amicizia e il ricordo. Ma un giorno mentre il beato se ne stava nella sua cappella tutto raccolto in se stesso gli apparve in visione il suo amico, gli si pose davanti e gli disse con voce lamentevole: «Oh, amico mio quanto sei infedele! Come ti sei dimenticato di me?» Il Beato rispo­se: «Io ti ricordo ogni giorno nella s. messa» E il compagno a lui: «Ciò non basta! Mantieni per me la promessa nostra delle ss. Messe, perchè scenda per me quaggiù il Sangue innocente, per liberarmi dal fuoco che non risparmia, in tal modo sarò presto liberato dal Purgatorio!» E il Beato fece quanto doveva con gran premura e con grande rincrescimen­to per la propria dimenticanza, e così l'amico fu presto liberato dalle sue pene.

Il Beato Enrico riteneva con assoluta certezza che colui al quale sarebbe toccata una grave condanna in Purgatorio, avrebbe potuto fa­cilmente espiarla sulla terra o abbreviarla almeno. Leggiamo, infatti: «in quale maniera l'uomo viene maggiormente messo alla prova da Dio venire in tal modo maggiormente glorificato, egli ricorda fra le vari spe­cie di sofferenze anche questo; alcune sofferenze vengono mandate da Dio all'uomo nell'intento di risparmiargli anche maggiori dolori come accade a quelle persone alle quali Dio permette di espiare quaggiù, il lo­ro Purgatorio con malattie, povertà o altro, cosicchè essi sfuggono alle conseguenti pene del Purgatorio... » Nel V capitolo del suo «Horolo­gium sapientiae» che ha per sotto titolo: «Quant'è utile al servo di Dio aver molto da soffrire in questa vita» si legge: «La tribulazione è così sa­lutare, che non c'è quasi nessuno che si volesse sottrarre al suo benefico influsso, sia egli un principiante, o un progredito o un perfetto. La tri­bulazione tira via la ruggine del peccato, essa fa crescere le virtù e porta con sè abbondanza di grazia. Che ci potrebbe essere di più utile di que­sto tesoro? Esso cancella i peccati, diminuisce il Purgatorio, allontana le tentazioni, spegne la passione, rinnova lo spirito, e fortica la speranza.

Sempre nel medesimo libro il santo mette in rilievo quanto gran­de vantaggio provenga dalla frequente meditazione della passione del Signore e salvatore nostro Gesù Cristo.

Fra le altre cose consolanti che possiamo così avere, il Beato ri­corda in primo luogo, la diminuizione della pena del Purgatorio; e ciò da due punti di vista, primo perchè già qui sulla terra noi possiamo espiare la pena che ci sarebbe dovuta in Purgatorio del tutto o almeno in parte e secondo perchè in tal modo possiamo abbreviare la pena alle po­vere anime o abbreviarla: «Il creatore della Natura non lascia disordine nella natura». Però nemmeno la Giustizia divina lascia impunita alcuna colpa e niente di cattivo. Egli corregge convenientemente o in questa o nell'altra vita ciò che è distorto. Che cosa credi o quando pensi che fini­sca il castigo di un peccatore colpevole di molti misfatti e che non ha ri­parato nemmeno la millesima parte del suo debito e quindi dovrebbe re­stare nei tormenti del Purgatorio fino a che ha pagato, fino all'ultimo centesimo del suo debito? Oh che infinitamente lunga sarebbe la sua at­tesa! Quale continuo e doloroso tormento, incommensurabile tormen­to! Una penitenza più dura di qualsiasi tortura terrena! Ora vedi come uno può facilmente e presto soddisfare ad un così grosso debito. Ciò lo può fare colui che sa attingere dall'immenso tesoro della Passione dell'Agnello innocente. Questo tesoro che è il prezioso per via della grandezza dell'amore, per la dignità della Persona e per l'intensità del dolore, è sufficiente, più che sufficiente!

L'uomo potrebbe fare suo questo merito tanto facilmente e po­trebbe acquistarsi tanto di questo merito, che se meritava mille anni di Purgatorio per essere purificato dalle sue colpe, in breve tempo per que­sti meriti infiniti piamente invocati potrebbe esserne liberato.

Nel libro della eterna Sapienza a conclusione di queste note si leg­ge... «cosicchè l'anima entra nella gloria eterna senza alcun Purgatorio». Ora se il Beato Siuso si attende così tanto solo dalla medi­tazione della Passione di Cristo per la diminuizione della pena o del tem­po di essa nel Purgatorio, tanto e infinitamente di più dalla rinnovazio­ne del sacrificio della Croce nella santa messa. Perciò egli raccomanda di celebrare il s. Sacrificio della messa per i defunti, perchè per i meriti del sangue innocente sia spento il rigore del Purgatorio. H. Denifle, che pubblicò gli scritti del B. Siuso nota a proposito del sucitato luogo e di altri ancora degli scritti del Beato, che la dottrina cattolica sul Purgato­torio e del valore del s. Sacrificio della messa non potrebbe essere rap­presentato più efficemente e splendidamente.

Mosso dal suo confidenziale rapporto con le povere anime il Bea­to propose di frequente meditazioni sul Purgatorio; e queste meditazio­ni non solo lo spinsero a pregare e riparare sempre più per le povere ani­me, ma anche a trarne salutari ammaestramenti per la sua vita. Ciò che egli scrisse nel libretto dell'eterna sapienza e che raccomandava sempre ai suoi penitenti e a quanti ricorrevano a lui per consigli egli lo applicò sempre e prima di tutto a se stesso.

Il miglior consiglio, la più grande sapienza e previdenza che ci sia al mondo è questa che tu ti prepari con una confessione generale e poi­chè ti comporti in seguito sempre come se tu dovessi andartene di là en­tro il giorno o al massimo entro la settimana. Immaginati che la tua ani­ma sia destinata al Purgatorio e vi si dovesse fermare per una decina di anni a causa dei suoi peccati. Essa piange dicendo: ecco adesso è venuta l'ora, ora capisco che non potrebbe essere diversamente. Ecco che le mani incominciano a morire. La vista mi vien meno, gli occhi si spengo­no, i passi della morte si accordano al battito del cuore. Incomincio a re­spirare profondamente, la luce di questo mondo se ne va; vedo ormai in quei mondo... Oh mio Dio quale vista! Appaiono orribili figure, mi cir­condano belve infernali; esse si appostano per vedere se la mia anima sa­rà data loro in pasto; Oh giudice di tremenda giustizia. Come tu soppesi le minime cose, delle quali nessuno si era curato data la loro piccolezza! Mi copre un freddo sudore. O tremendo sguardo del rigoroso giudice, quanto duro il tuo giudizio! Ora rivolgo i miei pensieri al Purgatorio, dove tra poco sarò condotto; e in quel territorio di tormenti vedo ango­scia e miseria! Vedo le fiamme cocenti salire oltre il capo delle genti ca­stigate, quelle povere anime salgono in quelle fiamme nere come faville nel camino. Esse gridano: «Quanto grande è la nostra pena» Tutti i cuo­ri uniti assieme non potrebbero comprendere e misurare la nostra ango­scia e la grandezza della nostra miseria.

Si sente ripetersi continuamente il grido: «Aiuto! aiuto!» Dove sono tut­ti gli aiuti dei nostri amici? Dove sono le false promesse dei nostri amici infedeli? Come ci hanno potuto abbandonare così del tutto, dimenticar­ci! Abbiate pietà di noi, pietà almeno voi che ci siete amici. Poveri noi che non abbiamo per tempo espiato ciò che ora ci tormenta. Lo avrem­mo potuto fare tanto facilmente da vivi! Qui la più piccola pena è assai più grande di qualsiasi tormento sulla terra! Un'ora in Purgatorio ha la durata di cento anni. Ma ciò che più ancora ci tormenta è di essere pri­vate della beatificante visione dell'Altissimo!

Oltre quanto detto sulla morte, giudizio e Purgatorio, la divina sapienza aggiuge: «Tutto questo lo devi considerare bene e devi cercare di farlo finchè sei giovane, sano e forte. Quando poi verrà davvero l'ora, e non potrai più farlo bene, allora niente hai più da considerare sulla terra se non la mia morte e la mia misericordia insondabile, perchè tu non abbia a perdere la speranza».

 

17) LA SERVA DI DIO ADELAIDE LANGMANN + 1375

Adelaide Langamm nata verso il 1312 a Norimberga, figlia di un patrizio di quella città, fu costretta a contrarre matrimonio a tredici an­ni; dopo appenà un anno però rimase vedova e così potè entrare nelle Domenicane di Engeltal vicino a Norimberga, dove allora era priora la Grande Mistica Cristina Ebner. In questo monastero Adelaide scrisse per ordine dei suo confessore, il Domenicano Corrado von Fiissen le sue visioni e quelle delle sue sorelle nel libro dal bellissimo titolo: «Sovrac­carica di grazia». Qui giunse a perfetta maturità anche Adelaide Lang­mann che visse una vita di grandissima pietà, di rigorosa penitenza e raggiunse alti gradi della mistica.

Nelle sue «Rivelazioni» Adelaide descrive le sue visioni, le sue esperienze mistiche e le numerose apparizioni e visioni di povere anime con le quali si può dire che visse una vita di amore, di sacrificio e dalle quali imparò a conoscere tanti misteri dell'Aldilà! Essendole il divin Sal­vatore apparso varie volte, le disse un giorno: «Tu mi sei tanto cara, che se io con il mio martirio e la mia morte non avessi salvato altro che te so­la, non mi rincrescerebbe di aver patito tutto questo». Fu allora riempi­ta l'anima di Adelaide di un ardente fuoco di amore e di un ardente desi­derio di cooperare all'opera della redenzione, con la conversione dei peccatori e con la liberazione delle povere anime del Purgatorio.

Una visione da lei descritta nelle sue «Rivelazioni» spiega molto bene il significato del suo pregare. Adelaide racconta il fatto in terza persona, ma è lei la protagonista: Nella solennità di tutti i santi essa fu spiritualmente condotta nel Purgatorio. Essa vi vide le anime in ogni sorte di pene. Essa fu condotta anche a quelle anime, che in se avevano già tutto espiato, tuttavia non potevano ancora vedere Dio, colà vide delle donne che erano state nel suo monastero, che si credevano già da tempo in paradiso, ma ancora di fatto non erano nella gloria. Essa vide pure l'anima della sua mamma. Anche questa pensava che da tempo fosse in paradiso. Essa vide là anche alcune anime, che da tempo sareb­bero salite in cielo, se qualcuno avesse recitato per loro un'«Ave Maria» o un «Parer» o un Miserere. Esse non soffrivano altra pena se non quel­la di non poter ancora vedere Dio. Eppure esse soffrivano tanto che tut­te assieme gridavano: «Signore, abbi pietà di noi e fa che quelle persone sulla terra ci vengano in aiuto! Esse credono che noi siamo già in cielo e per questo nessuno ci viene in aiuto. Signore, Dio Onnipotente, fa che questu persona (Adelaide) che ora è qui fra noi provi la sofferenza che noi abbiamo, e così preghi più volentieri per noi!» E subito questa suora ebbe la stessa pena. Essa provò una tale sete che credette di doverne mo­rire. Però questa sete non era di avere una bevanda corporale, era solo una infinita sete di Dio e delle gioie, del Cielo e la sete di un'«Ave Ma­ria». Ed essa incominciò a gridare assieme a quelle anime: «O voi tutti amici ai quali io ho fatto un po' di bene abbiate pietà di me e aiutatemi a uscire da queste pene!» E appena uno ebbe detta un'«Ave Maria» tutte come un sol uomo e lei con loro, furono tanto felici quanto lo può essere un assetato al quale viene offerto un bicchiere di acqua. Rientrata in sè stessa essa fece di tutto per aiutare quelle povere anime che aveva cono­sciuto. Essa pregò per loro ancora di più di prima e con un amore sem­pre più grande, perchè essa conobbe di persona le loro pene e ne ringra­ziò il Signore, perchè non le aveva fatto provare «il grande Purgatorio»!

La preghiera devota e incessante di Adelaide liberò migliaia di anime, intere schiere di peccatori ottennero da Dio per le sue preghiere e penitenze la grazia della conversione. A noi, moderni, forse i numeri che essa ci presenta possono forse sembrare esagerati. Tuttavia chi può va­lutare la forza della preghiera e della penitenza di un'anima tutta im­mersa nell'amore di Dio? Adelaide Langmann era un'anima che tutta ardeva dell'amore di Dio! Quando in una visione il Signore le propose la scelta o di erntrare subito in Paradiso o di rimanere ancora sulla terra per pregare ed espiare per le povere anime, essa lasciò a Lui la scelta e dopo, poichè l'aveva fatta restare ancora in vita, continuò a pregare ancora con maggior zelo e con maggior amore per la conversione dei peccatori e per la liberazione delle povere anime del Purgatorio.

 

18) SANTA FRANCESCA ROMANA + 9 MARZO 1440

Questa grande santa nata giuppersù entro il 1384 a Roma, che visse e operò al tempo dello scisma di Occidente era stata un tempo mol­to venerata e con giusta ragione e non solo perchè essa nella sua pur re­lativamente breva vita passò per tutti gli stati di vita giovane donna spo­sata, madre esemplare e vedova e poi nell'ordine religioso e nemmeno il fatto che il suo angelo custode le era spesso visibilmente a fianco e la di­fese dagli assalti del demonio e nemmeno perchè essa fu un modello ed un esempio di un operoso amore del prossimo, assistendo poveri malati di ogni genere e specialmente i poveri appestati, ma soprattutto perchè Francesca Romana fu una delle più grandi e generose amiche delle pove­re anime del Purgatorio, per cui è invocata nelle preghiere per le povere anime.

Questa santa attraverso molte visioni non solo potè vedere il Pa­radiso e l'inferno, ma anche nel Purgatorio come ci assicura il suo con­fessore e parroco allora in santa Maria in Trastevere. Oltre il Trattato sui miracoli di Francesca Romana e i suoi combattimenti contro gli spi­riti maligni, c'è anche un libro del Parroco di s.M. in Trastevere Gio­vanni Matiotti e un trattato dove si descrive come l'arcangelo Raffaele condusse Francesca Romana vicino al Purgatorio e glielo fece vedere. Certo che questo scritto è molto influenzato dalla rappresentazione del Purgatorio di Dante Alighieri al canto 33 della sua Divina Commedia. Ciò comunque non toglie che talune cose descritte dalla santa al suo confessore non siano veramente toccanti ed abbiamo indotto molte per­sone a curarsi si più delle povere anime e abbiano cercato di venire loro in aiuto.

Del resto la rappresentazione quasi topografica del Purgatorio fatta da s. Francesca Romana non è oggetto di Fede, ma soltanto illu­strazione di quanto insegnano la chiesa e la teologia nel loro magistero circa la doppia pena nel Purgatorio quella del «danno» e quella del «senso» come già sopra più volte illustrato.

Secondo Francesca Romana il Purgatorio, questo «Regno dei dolori» è diviso in due grandi regioni: quella superiore dove si trovano le anime che soffrono la pena del danno (non possono vedere Dio) e pene meno gravi sensibili per colpe non gravi commesse; qui il Purgatorio consiste in un'infinita nostalgia di Dio e della sua beatificante visione. Nel Purgatorio di mezzo soffrono quelle anime, che hanno colpe più gravi da espiare. A sua volta questa regione si divide in tre zone. La prima è come una palude di acqua gelata; la seconda come uno stagno di pece che scorre e piena di olio bollente; la terza zona come uno stagno dove bolle una schiuma come di argento e oro liquefatto. 36 angeli han­no da Dio il compito di immergere di volta in volta le anime in questi tre stagni; essi compiono questo loro incarico, con molta coscienziosità, ma anche con molto rispetto verso le anime e con molta compassione e ver­so le quali dimostrano un grande amore. In fine la terza regione, quella più bassa, che sta molto vicina all'inferno, è piena di un fuoco che pene­tra le ossa e le midolla, fuoco che si distingue da quello dell'inferno solo per la sua opera purificatrice e santa.

Anche qui ci stanno ancora tre zone diverse. Nella prima dove si soffre un po' meno ci stanno i laici, i cristiani secolari che vivono nel mondo e soffrono castighi per colpe gravi non ancora espiate; la secon­da dove la pena è assai più grave è destinata ai chierici che non furono ancora ordinati sacerdoti, e così pure le religiose e i fratelli laici; final­mente la terza zona, la più dolorosa è quella destinata ai sacerdoti e ai vescovi. E questi che ebbero maggior dignità e maggior conoscenza della dottrina e maggiori grazie cui non hanno corrisposto come si conveniva e che non sono vissuti in maniera degna della loro condizione soffrono naturalmente le pene maggiori differenti dalle pene dell'inferno solo per la loro durata, che non sono eterne. Anche qui la pena non è eguale per tutti, ma a seconda del numero della gravità delle colpe commesse e non espiate e a seconda del grado della dignità della persona, eguale cosa si dica per la durata e intensità delle pene.

È tuttavia confortante il pensiero che Francesca sostiene, che cioè Dio accoglie effettivamente le intenzioni di coloro che offrono pre­ghiere o opere di riparazione o di penitenza a pro di una determinata anima, a meno che non ci siano particolari motivi per cui tali opere o preghiere non giovano a quella determinata anima (per es: se uno non ha mai avuto stima della messa o ha trascurato di seguirla o di ascoltarla nei giorni di festa, questi non usufruisce dei meriti del s. Sacrificio offer­to per lui) Santa Francesca Romana dice che le preghiere e le opere buo­ne offerte dai fedeli sulla terra per una determinata anima del Purgato­rio tornano subito a favore di questa anima, però non solo esclusiva­mente a lei, ma anche a tutte le altre in forza della loro intima comunio­ne fra loro. Se però detta anima è già nella gloria, allora il merito delle preghiere e opere buone va naturalmente a favore delle altre povere ani­me che ancora sono nella pena.

 

19) IL VENERABILE DIONISIO IL CERTOSINO + IL 12 MARZO 1471

Dionisio, il Certosino, chiamato col suo nome di famiglia D. van RIJKEL oppure van LEEUWEN fu chiamato «DOKTOR EXTATI­CUS» e l'ultimo degli Scolastici, come ha scritto O. Karrer nel suo libro «Storia e Testi della Mistica del Medio Evo» LA GRANDE FIAMMA, una delle figure più rappresentative della fine del Medio Evo. Egli uni­sce le estasi di amore dei grandi mistici e la rigorosa ascetica di «un uo­mo da un corpo di ferro», come egli stesso diceva di se, le visioni dei più sensibili e delicati veggenti spirituali e le rivelazioni, di un profeta con una attività quasi incredibile come scrittore di teologia e pratico direttore spirituale... Dopo i suoi studi all'università di Colonia Dionisio il Certosino, visse la maggior parte della sua vita nel monastero cistercen­se o certosa di Betlehem Mariae in Roermond (Olanda). Questo uomo visse ciò che scrisse. Tutto il suo lavoro culturale e il suo pensiero non si esaurisce nella immobilità di vita di un dotto, ma sotto un continuo ri­sveglio dello spirito, sensibile ad ogni tocco del soprannaturale. Rara­mente una persona ha vissuto le angoscie dei 4 Novissimi come questo certosino quando egli scrive di essi. Egli fu in continuo rapporto con i defunti.

Egli disse a un suo confratello che centinaia di volte gli erano ap­parse le povere anime. Per questo egli continuava a raccomandare la preghiera per le povere anime che espiavano nell'Aldilà, e nella sua Ope­ra «Suppe Perfezione dell'Amore» egli ha scritto un bellissimo capitolo, nel quale dimostra come sia cosa degna giusta e salutare e doverosa pre­gare per le povere anime del Purgatorio; forse ci son fra loro i propri ge­nitori, parenti, amici, benefattori; inoltre ci sono tante povere anime al­le quali nessuno pensa o perché non hanno nessuno o perchè credute da tempo in paradiso e che ricevono solo i suffragi generali della chiesa; ep­pure queste povere anime chiedono senza sosta in un inesprimibile desi­derio della visione di Dio l'aiuto dei vivi.

In un altro capitolo di quest'opera Dionisio ha raccolto commo­venti e bellissime preghiere in suffragio delle povere anime, genitori, pa­renti, benefattori; e soprattutto egli pensa a quelle anime che furono chiamate improvvisamente e impreparate all'eternità; per esse egli non solo offre la santa Messa, ma anche tutti i meriti dell'Uomo-Dio della sua Vergine Madre, di tutti gli angeli santi, e tutte le opere buone che sa­ranno offerte dalla chiesa fino alla fine dei secoli. Dio gli disse che non si doveva dimenticare, che in Purgatorio la giustizia di Dio chiede che soddisfatto fino all'ultimo centesimo, e c'erano tantissime anime nel Purgatorio che da anni soffrivano atroci dolori; benchè i loro familiari le credessero da tempo in paradiso.

In altre due opere Dionisio descrive le pene del Purgatorio, ri­chiamandosi alle visioni di un monaco inglese, alle rivelazioni di s. Bri­gida, e anche al pensiero di san Tomaso, di san Bonaventura, di Ales­sandro di Hales e sostiene che le sofferenze del Purgatorio siano pù gra­vi di qualsiasi tormento sulla terra.

Fra le altre cose il venerabile Dionisio il Certosino racconta che mentre dopo la morte di suo padre egli stava pensando che cosa fosse avvenuto del defunto, si era abbandonato a tanti pensieri da dimenticar­si perfino di pregare per lui. Ed ecco che un giorno egli sente una voce che gli diceva: «Perchè ti lasci dominare tanto dalla tua curiosità e vuoi assolutamente sapere dove si trova l'anima di tuo padre? Invece di per­derti in questi pensieri, sarebbe meglio che tu pregassi per lui perchè possa essere liberato dalle pene del Purgatorio». Colpito da questo serio avvertimento, Dionisio, come egli stesso afferma, incominciò a pregare con grande zelo e divozione per il defunto, perchè egli doveva soffrire moltissimo. Dopo qualche tempo il Certosino ebbe dal Signore la conso­lante notizia che suo padre era stato liberato dalle sue pene e godeva del­le beatitudini del Cielo.

Una volta Dionisio stava assistendo un novizio morente, che da anni aveva promesso a Dio di recitare due volte al giorno tutto il salte­rio; ma poi egli aveva spesso trascurato il suo impegno e alla fine lo ave­va del tutto dimenticato. All'ora della morte il morente si ricordò di nuovo della sua promessa; ma il ricordo e il fatto che non aveva adem­piuto il suo dovere, ora lo riempiva di angoscia e di sgomento. Per solle­vare il giovane dal suo stato d'animo, Dionisio promise al morente di voler lui stesso sopperire alla sua promessa in vece sua. Ma lui a causa dei troppi impegni di cura d'anime che lo opprimevano, accadde che an­che Dionisio dimenticò il suo impegno. Ed ecco che un giorno il defunto apparve al Certosino e rimproverandolo gli ricordò la sua promessa. Tutte le scuse però del certosino l'apparizione non le riconobbe valide e disse: «Se tu avessi dovuto patire la millesima parte delle pene, che io adesso devo patire in Purgatorio, non diresti nemmeno una parola per scusarti, eppure sarebbe fondata. Invece tu soddisferesti immediata­mente all'impegno che ti sei assunto davanti a Dio per me».

Un altro caso che deve aver profondamente impressionato Dioni­sio, come egli scrisse a una persona molto distinta il dottore in giuri­sprudenza Giovanni von Loe Wen, prevosto di san Vittore a Xanten era morto il 23 dicembre 1438 e secondo il suo desiderio era stato sepolto nella chiesa dei certosini in Roermond. Egli era stato un uomo molto in vista ma si era lasciato trascinare ad accaparrarsi vari benefici e preben­de, invece di accontentarsi di una sola. Tuttavia egli non ha abusato dei ricchi redditi delle prebende, nè se li è goduti per se; ma li ha devoluti a scopi buoni; così per es: ha fatto costruire un nuovo monastero ai mo­naci regolari di Roemond, a Dventer e a Colonia ha fondato un collegio gerosolimitano. Tuttavia quat'uomo ha evitato soltanto di un pelo la dannazione eterna e fu condannato ad una lunga e dolorosissima pena in Purgatorio. Nel primo anniversario della sua morte fu celebrato un solenne ufficio da morto con s. Messa nella chiesa dei certosini di Roe­mond. Quando durante il canto delle Lodi si giunse al «Benedictus» Dionisio vide uscire dalla tomba del dr. Giovanni von Loewen delle fiamme di fuoco. Dionisio fece cenno ad un giovane confratello che sta­va vicino a lui, ma questi non vide niente. Invece Dionisio era tutto scos­so e smarrito a questa visione, non sapendo come spiegarsi la cosa e non ne comprendeva il significato.

Il defunto sarà al Purgatorio o all'inferno? Comunque Dionisio continuò l'ufficio pregando per il defunto, che gli era stato molto caro quando era vivo. Al secondo anniversario si ripetè la stessa cosa, tutta­via questa volta le fiamme erano un po' diminuite e mitigate. Al terzo anniversario fu rivelato a Dionisio dalparte di Dio che la liberazione del suo defunto amico dal Purgatorio era vicina.

Ed ecco ancora un ultimo esempio narrato da Dionisio il Certosi­no. Una pia signora di nome Gertrude aveva la pia e nobile abitudine di offrire ogni giorno tutte le sue opere buone in favore delle povere anime come nell'atto eroico di carità. Venuta alla fine dei suoi giorni, mentre stava per morire, il demonio la investì con una grave tentazione cercan­do di indurla alla disperazione facendole nascere questi pensieri...: «Perchè sei stata così stupida e ignorante, di privarti durante la tua vita di tutti i tuoi meriti per regalarli agli altri? Aspetta ancora un poco, fino che sarai giunta nell'eternità, e allora vedrai quello che ti succederà quando non potrai presentare all'eterno Giudice alcun merito! Tu sarai dannata, ma io me la riderò e deridendoti e prendendoti in giro e facen­doti ingiuria per tutta l'eternità! Perchè hai donato con tanta leggerezza tutti i tuoi meriti? Lo hai fatto solo per superbia e fu questa a farti cieca! Ma questa ti verrà a costare molto cara!»

Così e in altra maniera il demonio tormentava la povera moren­te, che a causa di queste perfide insinuazioni del demonio era tutta scon­volta e con l'anima sconvolta e smarrita. Ma il Signore a questo punto le venne in aiuto e le disse pieno di bontà: «Perchè sei stata così angoscia­ta, figlia mia carissima? Sappi che l'amore e la misericordia, che tu hai avuto per le povere anime, mi è piaciuta così tanto che io in cambio ti perdono e rimetto tutte le pene che avresti dovuto subire in Purgatorio: e anche il tuo premio in cielo io lo centuplicherò, secondo la mia pro­messa, di ricompensare al cento per uno coloro che sono generosi per amore del prossimo. Sappi inoltre che tutte le anime che tu hai liberato dal Purgatorio presto ti verranno incontro per accompagnarti nel Regno dei Cieli!» Ed ecco scomparire dall'anima della morente ogni timore, es­sa era consolata e felice e così serenamente se ne andò incontro a Cristo che veramente le appariva mite e festivo per condurla nella beatitudine eterna!

 

20) SANTA CATERINA DA GENOVA + IL 15 SETTEMBRE 1510

Ora ci troviamo di fronte a una santa che ci ha fornito un non co­mune materiale di riflessione sul Purgatorio. Le sue riflessioni sulla pu­rificazione, espiazione e santità delle povere anime non si riferisce ad eventuali visioni, ma ciò che lei stessa durante la sua vita come mistico cammino della dolorosa purificazione, dell'illuminante santificazione, al commovente amore di Dio e all'ardentissima unione ha vissuto sof­ferto e goduto. Con il suo Trattato sul Purgatorio s. Catterina da Geno­va essa influì moltissimo sui teologi e sul popolo fedele delle seguenti ge­nerazioni e divenne anche una grande benefattrice e amica delle povere anime.

Catterina nacque a Genova nel 1447 dalla nobile Famiglia dei Fieschi (Dogi) dalla quale uscirono Papa Innocenzo IV e Adriano V e vari cardinali e prelati. Catterina dimostrò fino da piccola grande incli­nazione alla vita religiosa, ma dovette passare a nozze quando aveva 16 anni motivate da motivi politici da parte dei suoi fratelli maggiori, essa ebbe come sposo Giuliano Adorno, anche lui di nobile schiatta genove­se. Le sorelle di Catterina - più anziane di lei - delle quali Limbania suo­ra ebbe una grande parte nella conversione di Catterina furono pure re­ligiose.

Il matrimonio di Catterina con Adorno non fu felice. L'uomo era un facilone e un prodigo irresponsabile, che in breve tempo dilapidò il suo patrimonio e anche quello della sposa, della quale non si curava per niente. Catterina passò i primi cinque anni di matrimonio molto riti­rata e in uno sconforto che andava ogni giorno crescendo. Per liberarsi da questo stato d'animo negli anni, che seguirono Catterina cercò una di­strazione nella compagnia delle dame del suo rango. Ma questo non mi­gliorò la sua angoscia spirituale e il vuoto della sua anima. Fu così che sua sorella Limbania la indusse a cercare un bravo confessore per fare una confessione generale della sua vita.E fu in confessionale che ella vis­se la sua «conversione». Improvvisamente un ardentissimo amore verso Dio riempì, il suo cuore e la sua anima immergendola tuttavia in un profondo dolore per aver offeso un Dio così buono. Questa fiamma d'amore purificò Catterina da tutte le terrene inclinazioni, una luce divi­na illuminò il suo spirito e unì la sua volontà facendola una con quella di Dio. L'esperienza di questa mistica grazia fu il movente decisivo della svolta che prese la sua vita.

Benchè Caterina nella sua vita condotta fino allora non avesse mai commesso colpa grave e giustamente con la grande grazia della con­versione e la confessione generale che aveva fatta si sentisse purificata, e benchè non riuscisse a trovare dentro di sè alcuna minima volontà pro­pria che non tutta di Dio, essa volle vivere quattro anni di rigorosa peni­tenza secondo la «Via Purgativa» della mistica. Proprio questo periodo della sua vita trovò la sua ripercussione nella descrizione delle pene di purgazione delle povere anime che essa fece nel suo libro «Trattato del purgatorio». Crebbe frattanto sempre piú il suo amore verso Dio, cosic­chè Caterina poteva scrivere: «Da quando ho incominciato ad amare Dio, questo amore non è piú venuto meno, anzi è sempre continuato a crescere nell'intimo del cuore fino alla sua fine a quel punto al quale do­veva giungere secondo il volere e l'eterno consiglio di Lui».

Dalla «via purgativa» la santa andò verso la «via illuminativa» e poi alla «via unitiva»; questo periodo della sua vita andò dal 1477 al 1499 e fu contrassegnato da visioni e da estasi, nelle quali l'intimo fuoco all'amore di Dio si manifestava anche esternamente. In questo tempo però essa uni mirabilmente la sua vita contemplativa anche la vita attiva prodigandosi nell'assistenza degli ammalati e soprattutto dei lebbrosi nell'ospedale di Pammatone a Genova, dapprima nei piú umili servizi e poi nella direzione stessa dell'ospedale. Quando l'amore di Dio ha rag­giunto il suo culmine in un'anima ecco che vi si insedia anche la vera Sa­pienza! E ciò fu particolarmente in Caterina da Genova. Il notaio geno­vese Ettore Vernazza di nobile famiglia anche lui, veniva spesso da Caterina per trarne edificazione e istruzione. Fu lui infatti poi a raccogliere dai colloqui con Caterina il «Trattato sul Purgatorio». Nella introdu­zione egli scriveva testualmente: «Mentre questa santa durante la sua vi­ta terrena era immersa nel purgatorio dell'ardente amore di Dio dal qua­le era tutta consumata e soprattutto veniva purificata da tutto ciò che an­cora c'era da purificare per poter comparire davanti agli occhi del suo dolce Amore alla sua dipartita da questa terra, attraverso questa fuoco dell'amore riconobbe nella propria anima in quale stato si trovavano le anime dei fedeli defunti nel luogo della loro purificazione, per essere li­berate da tutta la ruggine e dalla macchia del peccato, che non avevano ancora lavato su questa terra. E appena essa stessa nel purgatorio del di­vino amore divenne una sola cosa con questo divino Amore ed ella si sentì completamente felice con tutto ciò che essa era e in lei operava, esattamente tale conobbe lo stato delle anime che sono in Purgatorio».

La vita di Caterina da Genova fu veramente uno specchio per­fetto di ciò che essa ha descritto nel suo «Trattato del Purgatorio» circa le gioie, i dolori delle povere anime, della loro infinita nostalgia di Dio e del loro ardente amore verso Dio. In tal modo Caterina ha potuto dare un profondo sguardo nel purgatorio, perchè essa sperimentò contempo­raneamente in sè stessa il purgatorio in tutta la sua dolorosa realtà. Ciò che essa fece scrivere dei dolori e delle gioie delle povere anime non è di­retto a soddisfare la curiosità, ma ci mostra un aspetto del tutto essen­ziale della condizione delle povere anime e cioè di questo unico in sè ed eccezionale dissidio che c'è in esse: da una parte esse sono compenetrate da un ardentissimo amore di Dio, tanto che non possono piú pensare niente per sè stesse, perchè esse sono ormai vicinissime alla beata visione di Dio e vanno incontro con certezza e senza angoscia alla loro piena realizzazione; e d'altra parte esse provano nel contempo un grande do­lore per la propria imperfezione, immaturità e inibizione, che non è molto diverso da quello dei dannati. Cosí l'amore nelle povere anime è nel contempo «Fuoco» della beatitudine e «Fuoco» di tormentante do­lore. Attraverso questo fuoco dell'amore l'anima che al momento della morte riconciliata con Dio e in grazia santificante, ma non ancora com­pletamente liberata dalle macchie di peccato varca la soglia della morte, viene purificata dopo la morte.

C. Gutberlet, l'editore e colui che completò la «Teologia dog­matica» di J.B.Heinrich normalmente molto critico per quanto riguarda visioni del purgatorio e apparizioni delle povere anime e dei santi dice: «Non si può assolutamente annoverare fra queste fantastiche combina­zioni, ciò che Caterina da Genova ha scritto del Purgatorio. La santa ha gettato uno sguardo profondo nel Purgatorio avendo essa provato in sè stessa contemporaneamente il fuoco in tutta la sua tremenda realtà e avendo sopportato con grande gioia le pene piú dolorose..... » Lei stessa afferma di aver avuto una scintilla di visione nella pena delle povere ani­me per la grazia di Dio, senza la quale nessuna intelligenza la potrebbe comprendere.

Ma già lo straordinario favore da parte di Dio che ebbe santa Caterina da Genova, il suo ardente amore di Dio e la sua vita meravi­gliosa saziata di dolori, da lei vissuta le permettono di apprezzare giusta­mente lo stato d'animo delle povere anime. Sembra che Dio abbia scelto questa santa apposta perchè ne venisse data una descrizione chiara e concreta del Purgatorio. San Francesco di Sales ha basato tutte le sue belle e confortanti considerazioni sul purgatorio, su quanto scrisse san­ta Caterina da Genova e spesso ripete quasi alla lettera le sue parole. Il suo amico vescovo J.P. Caamus afferma che san Francesco di Sales rac­comandava particolarmente e con grande premura la lettura del libro di santa Caterina da Genova sul purgatorio. E come san Francesco di Sa­les anche Lodovico da Granada e Giuseppe Goerres pensano la stessa cosa del libro di Caterina.

Nella sua introduzione alla vita di Enrico Siuso G.Goerres parla di Caterina da Genova come di un'anima, che nella sua vita ha vissuto quella purificazione, che essa ha descritto con vivo calore nel suo «Trat­tato del Purgatorio».

Non molto tempo dopo la morte di suo marito di cui ella riuscí ad ottenere la conversione, lei decise di lasciare la direzione e l'ammini­strazione del grande ospedale Pammatone a Genova. Essa sentiva che le sue forze andavano sempre scemando a causa delle sue molte fatiche e soprattutto a causa del fuoco di amore che la consumava.

Già verso il 1500 Caterina fu colpita da una malattia misteriosa, che secondo il giudizio dei medici piú competenti doveva avere solo delle cause soprannaturali; ancora una volta era come la sofferenza delle pene del purgatorio delle povere anime; stati che cambiavano da fuoco a gelo con infinita sensibilità e subita insensibilità; attimi nei quali essa si senti­va vicina a morire e poi ancora attimi nei quali essa sembrava completa­mente sana.

Nei suoi due ultimi anni, di vita Caterina rimase sempre costret­ta a letto. Il 15 settembre 1510, al momento in cui era solita ricevere la santa Comunione ella disse improvvisamente: «Signore, nelle tue mani raccomando il mio spirito»! Cosí essa si addormentò dolcemente e in pace ed ora eternamente presso il suo «Dolce Aurore». Il purgatorio era finito per lei, incominciava la beatitudine del Cielo nella beata visione nel contemplante amore del Dio Uno e Trino!

Anche se i circostanti non sentirono queste parole, videro co­munque con enorme spavento come la mano della morta teneva stretta la mano di Stefania. La gente stava li senza sapere cosa fare, finchè ven­ne il confessore della defunta il quale le ordinò in virtú di santa obbe­dienza di lasciare libera la mano di Stefania. La defunta lasciò immedia­tamente la mano che aveva tenuto stretta e ritornò al suo posto dura e pesante come il piombo. Naturalmente la beata eseguí con la massima premura e con grande calore quanto le aveva chiesto la defunta amica e dopo qualche tempo essa ebbe la gioia di sapere che ora era liberata dal­le sue pene ed era salita all'eterna gloria del Cielo.

 

22) LA BEATA CATERINA MATTEI DA RACCONIGI + 4 SETTEMBRE 1547

Caterina Mattei già fin dalla sua giovinezza aveva nutrito un grande desiderio di soffrire per Cristo. Tutta la sua vita passò sotto il se­gno della croce, della povertà, della malattia e di molte privazioni anche da parte di molte consorelle dell'ordine (domenicane) e anche da parte dei superiori, che a causa dei suoi carismi (dono della profezia, stimma­tizzazione, bilocazione) la invidiavano e cercavano di diffamarla, tanto che essa da Racconigi dove era nata si ritirò a Caramagna nelle vicinanze - dove ebbe anche ulteriori e piú grandi grazie - e dove morì il 4 settembre 1547.

Come dimostrano diversi fatti da lei vissuti, Caterina ebbe un particolare rapporto con le povere anime del purgatorio: mentre una se­ra era a letto colpita da una fortissima febbre per le sue grandi sofferen­ze stava pensando alle povere anime, improvvisamente fu rapita in esta­si e fu in ispirito condotta nel purgatorio.

Mentre essa guardava con spavento alle spaventose fiamme e alle brace ardenti che le erano mostrati come in immagine e in mezzo a que­ste fiamme a quell'ardente calore le povere anime che espiavano i loro peccati e la pena non ancora espiata, essa udì una voce: «Caterina, af­finchè da qui in avanti tu ti possa prendere maggiormente a cuore le po­vere anime, io ti farò ora sentire per un istante al tuo capo le loro pene. » Appena udite queste parole vide immediatamente volare verso di lei una scintilla di quel fuoco e sentì che questa favilla colpiva la guancia sini­stra.

Alcune consorelle che la assistevano videro pure questa favilla! come il viso dell'inferma si gonfiò spaventosamente; questo gonfiore ri­mase anche dopo che Cat rina era ritornata in sè e durò ancora parec­chi giorni. L'ammalata raccontò che tutti i dolori fino allo­ra sofferti - anche se erano stati moltissimi e assai gravi - erano un nulla rispetto alla pena che le aveva procurato quella sola scintilla. (Cfr. an­che A.M.Lindmeyr).

Pur avendo già prima pregato offerto assai e con grande amore per le povere anime, essa raddoppiò dopo di allora le sue preghiere e le sue penitenze per liberare le povere anime del purgatorio del quale aveva personalmente esperimentato la tremenda sofferenza.

Una volta apparve a Caterina un monaco certosino che nel 1409 si era opposto nel concilio di Pisa al Papa Gregorio XII, ma che prima di morire si era riconciliato col Papa stesso e con la santa Chiesa e aveva fatto la dovuta penitenza. Come venne a conoscere la beata egli fu però condannato da Dio ad espiare un durissimo purgatorio, dal quale potè venir liberato dopo molte preghiere e penitenze e sacrifici offerti per lui dalla santa.

Una volta la santa potè vedere il divin Redentore e vedere come dalla ferita del suo costato usciva un grande torrente di sangue di cui metà scendeva sulla terra sui peccatori e metà scendeva sulle povere ani­me del purgatorio. La santa ne concluse che le sue volontarie offerte di preghiere e di penitenze essa le poteva e doveva devolvere metà per la conversione dei peccatori e metà per venire in aiuto alle povere anime del purgatorio.

Numerose apparizioni che essa ebbe Negli anni seguenti di povere anime testimoniarono quanto furono ricche di benedizioni per le povere anime le sue tante preghiere e opere di espiazione e di penitenza da lei offerte.

 

23) SANTA TERESA D'AVILA + 14 OTTOBRE 1582

Teresa perdette la sua mamma quando aveva dodici anni e allora chiese alla Madonna di essere Lei la sua mamma da allora in poi. Teresa entrò ben presto nel monastero delle Carmelitane di Avila dove condus­se però, una vita monastica alquanto mediocre. Dopo 18 anni la vista di una statua di Gesú flagellato la colpì talmente che subito fece voto di convertirsi e lo fece anche.

Essa si sentì immediatamente e del tutto penetrata dalla presenza di Dio. Incominciò una veloce salita mistica; visioni sopra visioni le rive­larono i misteri della Fede. Teresa considerò una delle piú grandi grazie una delle visioni nella quale Dio le fece vedere l'inferno e il posto che sa­rebbe stato riservato per lei, se essa avesse continuato nella tiepidezza e superficialità di prima. Ora la prese completamente un fuoco divoratore per l'infinito desiderio di preservare le anime da questo abisso. Essa si sentì subito attratta ad osservare l'antica regola carmelitana in tutto il suo rigore, e non solo personalmente, ma anche per quelle persone che si sarebbero volute unire a lei. Essa fu incoraggiata in questa intrapresa da san Pietro di Alcànntara e da san Luigi Bertràn e, benchè ammalata fondò pur fragile e senza mezzi e spesso fra ogni specie di ostacoli e drammati­che circostanze e contro un mondo di oppositori, 17 conventi carmelita­ni femminili e poi con l'aiuto di san Giovanni della Croce 15 monasteri maschili. A tutti gli appartenenti all'ordine essa raccomandava a ciascu­no: «II tuo desiderio sia Dio, vedere Dio, il tuo timore quello di peder­Lo, il tuo dolore quello di non piacergli ancora abbastanza!»

Per questo la santa nutrí anche un grande amore verso le povere anime del purgatorio e molto pregò per loro. Nella sua «Autobiografia» essa parla di « Visione di defunti», che essa ebbe. Fra il resto essa narra: « Un giorno mi fu detto, che era morto un padre, che era stato un tempo nostro provinciale, ma al tempo della sua morte era a capo di un'altra provincia (probabilmente si tratta di P. Gregorio Fernandez).

Io avevo avuto prima parecchia corrispondenza con lui e mi sen­tivo in obbligo verso di lui per parecchi buoni servigi che mi aveva fatto e mi sentivo in dovere di ringraziarlo. La notizia della sua morte mi amareggiò assai; perchè nonostante egli sia stato un uomo molto virtuo­so, io ero tuttavia molto preoccupata per la sua beatitudine eterna.

Egli era stato infatti per 20 anni superiore dell'Ordine, e poichè io sono sempre piena di paura, perchè ritengo molto pericoloso il posto di un superiore e la sua responsabilità in tale cura delle anime. Cosí tutta preoccupata mi recai in un oratorio e gli donai tutto quello che avevo potuto fare di bene nella mia vita; e poichè ciò mi sembrava troppo po­co, io pregai il Signore di supplire con i suoi meriti quanto mancava ancora a quest'anima, per essere liberata dal purgatorio. Mentre io prega­vo Dio con la maggior interiorità possibile e imploravo il Signore, mi sembrò come il defunto venisse alla mia destra uscendo dalle profondità della terra; ed io vidi con immensa gioia come egli volava verso il Cielo!

Quando venne a morire egli era già in età molto avanzata, ma adesso sembrava un uomo di trent'anni, anzi ancor piú giovane e il suo volto era raggiante. Questa visione passò presto, ma io me ne sentii tal­mente confortata che mai piú mi potè rattristare la morte di questo sa­cerdote, benchè molti ne dolessero, perchè egli era stato effettivamente molto amato nella sua vita! La gioia che provò la mia anima fu cosí grande che io rimasi del tutto tranquilla circa questa morte, e non pote­vo avere il minimo dubbio circa la realtà di questa visione, anzi ero sicu­ra ed era per me evidente che non c'era stato il minimo inganno o illusio­ne. Erano passati 14 giorni dalla morte di questo sacerdote. Io non ces­savo tuttavia di raccomandarlo al Signore e cercavo che pure altri lo fa­cessero; però non lo potevo fare con tanto ardore come se non avessi avuto quella visione; poichè Dio mi permette di vedere una tale cosa di un'anima ed io dopo voglio raccomandarla alla sua Maestà ciò mi viene cosí spontaneo come se io volessi dare un'elemosina a un ricco.

Poichè questo monaco era morto in una località molto lontana da noi, cosí soltanto piú tardi, io venni a sapere quale fine di vita il Si­gnore gli aveva concesso. Essa fu cosí edificante che tutti gli astanti re­starono meravigliati della sua perfetta conoscenza in punto di morte, per le sue lacrime e la sua grande umiltà.

Nel mio monastero della Visitazione ad Avila viveva una mona­ca, che era morta da circa un giorno e mezzo ed era stata una creatura piena di amore di Dio e una vera serva del Signore. Mentre una suora stava leggendo in coro una lezione dell'ufficio dei defunti che si recitava per la defunta, io stavo vicino a Lei per recitare il versetto dopo la lezio­ne assieme con lei. Durante la lezione io vidi come mi parve la sua anima come salire dal profondo e volare verso il Cielo.

Un giorno mi trovai nella chiesa di un collegio di Gesuiti e colà io provai dei grandi dolori fisici e spirituali, che ancora di tanto mi assal­gono. lo soffrivo cosí tanto che non riuscivo nemmeno a raccogliere un pensiero. Essendo morto la notte precedente un fratello di questo colle­gio, io lo raccomandai quanto meglio potei a Dio e partecipai dopo alla s. messa, che un Padre della Compagnia celebrava per lui. Durante la sacra celebrazione io fui immersa in profondo raccoglimento durante il quale io vidi l'anima del defunto accompagnata dal Signore salire verso il Cielo, tutta circondata di gloria. Io ritenni come una grazia veramente straordinaria il fatto che il Signore stesso nella sua infinita Maestà lo conducesse in Cielo.

Un altro fratello del nostro Ordine P. Didaco di san Mattia, (che era stato parecchio tempo confessore nel monastero della Visitazione in Avila), uno zelante servo di Dio era a letto molto ammalato. Ora mentre assistivo alla santa Messa di nuovo caddi in un profondo raccoglimento, durante il quale vidi questo sacerdote che moriva e senza toccare il purga­torio saliva direttamente verso il Cielo. Seppi poi che egli era effettiva­mente morto in quell'ora in cui io ebbi la visione.

Rimasi sorpresa che egli non avesse minimamente toccato il pur­gatorio. Mi fu fatto capire però dopo, che era stato un religioso fedelis­simo ai suoi voti, per cui aveva beneficiato della Bolla Sabbatina, cosic­chè non ebbe bisogno di purgatorio. Non sò perchè io abbia saputo que­sto ma penso che in tal modo mi si voleva far capire che non è il vestire l'abito che Va l'uomo di religione e soltanto il fatto di essere religioso non basta per ottenere quel beneficio che gli viene promesso dalla sua condizione religiosa che è uno stato di piú alta perfezione.

Non voglio parlare di altre visioni, benchè il Signore me ne abbia concesse parecchie di questo tipo, non servirebbe a niente del resto! Solo una cosa voglio ancora far notare, che cioè, fra tante anime che mi sono apparse io ne ho viste soltante tre che sono sfuggite completamente al purgatorio, cioè quello soprannominato P. Didaco di S.M., san Pietro di Alcantara e P. Pietro Ibanez O.P. Piacque al Signore farmi vedere il grado di gloria al quale erano arrivate alcune anime e mostrarmi il posto che le attendeva. È molto grande la differenza fra la gloria di uno e quel­la di un altro.

Nella sua opera mistica «Il Castello interiore» santa Teresa d'Avila descrive in maniera insolitamente chiara il grande dolore dello spirito, che può creare in un anima il grande e veemente desiderio di go­dere Dio. Ciò che lei descrive è appunto ciò che le povere anime del pur­gatorio devono subire di tormento, appunto a causa dell'ardente deside­rio che esse hanno di quella beata visione di Dio, che non è loro ancora concessa.

Questo stato d'animo non si può adeguatamente descrivere! Esso è un estasi, che come abbiamo detto, rende i sensi e la possibilità e le po­tenze assolutamente incapaci di tutto ciò che non serve a far sentire la loro pena. L'intelletto resta del tutto sveglio, per capire quanto diretta­mente il suo essere lontana da Dio. Inoltre si aggiunge il fatto che Dio stesso coopera, mentre Egli proprio in questo tempo dona all'anime una così viva conoscenza di ciò che Egli veramente è, affinchè il suo tormen­to raggiunge un grado nel quale essa vorrebbe urlare.

Ora essa non può fare altro, pur essendo abituata a sopportare con pazienza i suoi tremendi dolori; poichè essa non sente questo dolore nel corpo, ma nel suo intimo più profondo! Da questo quella persona (nel caso Teresa stessa) comprende quanto più forti siano i dolori dell'anime di quanto non siano quelli di corpo. Essa comprese pure che le pene delle povere anime del purgatorio sono proprio di questo genere, poichè essendo liberate dal corpo appunto per questo le loro anime sof­frono assai più di quanto non si possa soffrire mentre di è vivi sullaterra.

Io stessa vidi una persona in questo stato e credetti davvero che ormai fosse finita per lei. Ed effettivamente se a questo punto ci fosse la morte non sarebbe niente da meravigliarsi, perchè effettivamente la vita corre un grave pericolo. Benchè questo stato non duri molto, tuttavia il corpo viene completamente ridotto all'impotenza e il polso durante que­sto tempo batte così debolmente da sembrare che l'anima se ne volesse andare con Dio, e dire questo non è dire troppo! Il calore naturale del corpo va scemando, mentre l'anima viene del tutto consumata dall'altro fuoco. Manca solo pochissimo e il suo desiderio di gustare Dio sarebbe esaudito. Il corpo tuttavia non prova alcun dolore, benchè esso sia di­sfatto in modo che dopo per tre o quattro giorni provi dolori acutissimi e non abbia assolutamente più la forza di scrivere.

Questa insensibilità può avere la sua causa nella grandezza dell'intimo dolore dell'anima, che non avverte i dolori del corpo. Come io stessa ho già sperimentato quando noi abbiamo un dolore effettiva­mente grande in una parte del corpo sentiamo meno gli altri dolori an­che se sono molti. Ma nei dolori di cui sopra il corpo non prova alcun dolore; anzi io penso che non sentirebbe nemmeno se fosse fatto a pezzi. Ora voi direte che questa ansia o desiderio è un'imperfezione, poichè per quale motivo l'anima non si uniforma al volere di Dio, dal momento che essa si è già donata a Lui? Fino adesso lo poteva fare, ed effettiva­mente finora visse in questa uniformità; ma adesso poichè la ragione non è più padrona di essa e questa può pensare solo ciò che è la causa del­la sua pena, non lo può più fare. Come potrebbe ancora desiderare di vi­vere, dal momento che essa è lontana dal suo Bene? Essa prova un'inso­lita solitudine; poichè tutte le creature di questo mondo, e penso, anche gli stessi abitatori del Cielo, non la potrebbero consolare con la loro compagnia; ciò lo potrebbe fare solo Colui, che essa ama, tutto il resto è soltanto tormento. (Cfr. C. dei Cantici: il mio diletto ecc. e s. Maria M. De 'Pazzi: ti ho cercato, dappertutto).

Accadde a lei come a un uomo che è sospeso in aria e non può nè toccare terra col piede, nè sollevarsi di più. L'anima viene consumata da una sete ardente del possesso di Dio eppure non può raggiungere questa «acqua». Questa sete è insopportabile ed ha ormai raggiunto quel grado per cui non può essere saziata da nessuna acqua. Però l'anima non vuole che questa sete venga saziata se non da quell'acqua della quale nostro Signore ha parlato alla Samaratina, che però non le viene data.

O mio Dio e mio Signore, quanto spremi tu i tuoi amanti! Ma tut­to questo è ancora poca cosa rispetto a quello che tu concederai a loro. Certo, se giustamente costa molto caro ciò che è molto prezioso, ciò va­lerà di più quando, come in questo caso, si tratta della purificazione di un'anima affinchè essa possa arrivare al settimo Cielo (abitacolo), come pure coloro che entrano in cielo e vengono prima purificate dal fuoco.

A confronto di una tale grazia questa pena è ancora cosí piccola cosa, come una goccia di acqua rispetto al mare. Io sono convinta che sulla terra non ci potrebbe essere un dolore maggiore; per quanto la sun­nominata persona abbia già sofferto molti altri dolori, questi in con­fronto a questo tormento le sembrano niente. Tuttavia l'anima ricono­sce quanto sia preziosa questa pena e riconosce anche che in nessuna maniera l'avrebbe potuta meritare, e cosí soffre di gran cuore, benchè questa conoscenza non le possa portare alcun sollievo, e se Dio lo volesse essa si assumerebbe volentieri tale pena e ciò sarebbe un morire ogni giorno!

A questo punto consideriamo i dannati nell'inferno, che non han­no questa conformità alla volontà di Dio e non hanno la gioia e la beati­tudine di coloro che Egli ama e gratifica della sua grazia. Queste anime dannate non traggono alcun vantaggio da ciò che esse devono soffrire anzi devono soffrire tanto di più per le pene che sono state loro date. Se le sofferenze dello spirito sono immensamente più grandi e profonde di quelle del corpo e le pene dei dannati sono senza confronto piú spaven­tose di qualsiasi altra pena e di quelle di cui finora abbiamo parlato, che cosa non dovranno patire quelle povere anime sapendo che questa pena sarà eterna? Meditando tutto questo davvero che tutto ciò che in questa breve vita noi possiamo fare e patire deve sembrarci un niente, per pre­servarci da un cosí spaventoso ed eterno tormento!

 

24) SAN LUIGI BETRAN + 9 OTTOBRE 1581

San Luigi Betràn nacque a Valencia il primo gennaio 1526, lavo­rò come maestro dei novizi nel suo Ordine domenicano, poi dal 1562 al 1569 come missionario a Neugranada, attuale Columbia, poi ritornò in patria e collaborò molto con l'illustre arcivescovo di Valencia, il santo Giovanni de Ribera e con santa Teresa d'Avila secondo lo spirito rifor­matore del Concilio di Trento ed apprezzò molto la dottrina del Triden­tino e le sue definizioni dogmatiche riguardanti la purgazione nell'aldilà e la possibilità di sovvenire le povere anime del Purgatorio.

Egli ebbe una personale esperienza su ciò presto dopo la sua or­dinazione sacerdotale. Gli apparve infatti allora suo padre, morto otto anni prima che lo pregava di venirgli in aiuto, finchè il suo figlio sacer­dote dopo molte preghiere e sante messe offerte a Dio per lui, lo vide cir­condato di luce libero dalle pene del purgatorio.

San Luigi Betràn è anche il primo sacerdote di cui si conosce il nome, che si servì della concessione di celebrare tre sante messe nel gior­no dei fedeli defunti. Nella biografia di lui scritta dal suo confratello J. Antist un anno dopo la sua morte si afferma espressamente che era di grande rincrescimento e di vera sofferenza ogni qualvolta egli non poteva celebrare la santa Messa, della quale aveva una grandissima devozione, mentre era particolarmente felice a Natale perchè poteva celebrare tre volte il s. Sacrificio e cosí pure nel giorno commemorativo di tutti i fede­li defunti, e ciò non solo per antica consuetudine, ma anche in forza di particolari concessioni in tutta la provincia di Valencia da parte del Pa­pa Giulio III.

Si legge nella sua biografia che una notte dopo la preghiera del Mattutino in coro vide un confratello del suo ordine defunto tutto cir­condato dalle fiamme, che gli si gettò ai piedi per chiedergli perdono per una espressione offensiva che egli aveva avuta nei suoi confronti molti anni prima. E insieme lo pregò anche di voler celebrare una santa messa per lui, perchè allora sarebbe subito stato liberato dalle pene del purgatorio. Il santo esaudí questa preghiera il mattino seguente e nella notte poi, vide il defunto circondato di gloria, entrare in cielo.

 

25) SANTA MARIA MADDALENA DÈ PAZZI + 5 MAGGIO 1607

Caterina Lucrezia della nobile famiglia fiorentina dei Pazzi, nacque a Firenze il 2 aprile 1560 da Camillo dè Pazzi e Maria Buondel­monti. Già a dieci anni, il giorno della sua prima comunione fece il voto di castità ed espresse il desiderio di donarsi completamente a Dio nell'ordine religioso.

A sedici anni, superate le opposizioni dei suoi genitori entrò nell'ordine del Carmelo nel 1582, anno della morte della grande rifor­matrici del Carmelo Teresa d'Avita. Essa scelse il monastero di santa Maria degli angeli, perchè «era dedicato a S. Maria, alla Madonna» dun­que e poi era sotto la protezione degli angeli e anche soprattutto perchè esso aveva il privilegio, allora piuttosto raro di poter avere la comunione quotidiana e poi anche perchè «erano veramente degli angeli le sorelle che vi abitavano». E proprio la sua scelta di quel monastero perchè vi si poteva accedere ogni giorno alla santa comunione doveva operare effi­cacemente nell'ascesa mistica di questa giovane carmelitana, che ora portava il nome di Maria Maddalena che scelse come sua particolare pa­trona assieme a santa Caterina da Siena e a sant'Agostino «il suo bab­bone» come lo chiamava.

Proprio il suo ardentissimo amore all'eucarestia fu incentivo al suo amore fattivo e operoso verso le povere anime; animato dalle visioni che essa ebbe e soprattutto da quelle del purgatorio e delle pene che vi soffrono le povere anime come vedremo piú tardi.

Durante il noviziato la giovane Carmelitana fu colpita da una grave malattia, dalla quale si temeva non ne potesse piú uscire guarita per cui si dovettero anticipare i suoi voti che essa fece portata in chiesa sul suo lettuccio di dolore. Essa fece la sua professione religiosa con im­mensa gioia e con assoluto abbandono nelle mani di Dio; e subito fu ra­pita in un'estasi che durò due ore.

Da quel giorno tale estasi si ripetè per 40 giorni, ogni giorno subi­to dopo la santa comunione (vedi I° vol. dell'opera omonima di s. M.M. dè Pazzi «I quaranta giorni» )! Questo primo libro potrebbe esse­re anche intitolato «L'Amore non è amato!» perchè era il grido quasi continuo dell'estatica Maddalena, che percorreva tutte le sale e le celle e la Chiesa del monastero portando il Crocifisso fra le braccia.

Anche negli anni successivi Maria Maddalena ebbe lunghe estasi, dalle quali usciva come da un mare di luce e di amore, che tutta la riem­pivano. Dal 1585 al 1590 M. Maddalena ebbe a soffrire «La fossa dei leoni» un tremendo periodo di prova nella quale si sentiva attaccata da tutte le parti e in tutti i modi dai demoni contro i quali spesso combatte­va anche apertamente attorno a sè stessa e menando colpi con quanto le capitava in mano era la «Notte tenebrosa di cui parla Teresa d’Avila» durante la quale dovette soffrire angosce, aridità, tentazioni di ogni ge­nere, di fuggire dal monastero; periodo di durissima prova dal quale uscì non solo purificata nella sua anima, ma durante la quale molto ope­rò per il sollievo delle povere anime del purgatorio, come il Signore stes­so le disse. (cfr. vol. VII delle opere a cura di Mons. Fausto Vallaine; Centro int. del libro Firenze 1966).

Per conoscere, comprendere e seguire la vita mistica della santa del Carmelo di Firenze e l'opera della sua Riforma carmelitana e della chiesa converrebbe leggere i sette volumi di cui sopra accennato; o alme­no il libro di P. Ancilli su santa Maria Maddalena (teresianum - via s. Pancrazio Roma) oppure «le due spose» oppure «L'Amore non è ama­to» di Mons. Giuliano Agresti (nota di don Silvio Dellandrea)!

Le toccanti espressioni della santa durante le sue estasi e visioni furono raccolte da due monache a ciò designate dalla madre Priora e formano i 7 volumi delle opere di cui sopra. In essi vengono rappresen­tati i più svariati argomenti della vita spirituale e sono trattati gli argo­menti della più alta teologia della SS. Trinità, Incarnazione, Eucaristia, del prezioso sangue di Cristo con la sua forza redentrice e riparatrice in una maniera del tutto eccezionale, combattuta aspramente dai riforma­tori, ma sostenuta e ampliata e definita la dottrina sul purgatorio, le pe­ne e la possibilità di suffragio e riparazione da chi è ancora in vita soste­nuta da Concilio di Trento. Fra le tante cose viste da Maria Maddalena de' Pazzi sul purgatorio e le sue esperienze e visioni e apparizioni, ricordiamo in particolare quanto narrato nel vol. V (De Probatione pag. 46-47). Quando morì suo fratello Alamanno il 14 giugno 1587, s. Madda­lena stava a ricreazione con alcune consorelle nel giardino del monaste­ro. Improvvisamente fu rapita in estasi e prese a gridare: «Si, io sono pronta a venire dappertutto!» Con queste parole il cui significato non poterono capire le sue compagne, la santa fece capire la sua disposizione a seguire il suo angelo custode in un viaggio attraverso il Purgatorio; e subito iniziò questo viaggio tormentoso del quale poi fu fatta una scon­certante e commovente descrizione: Per due ore la santa continuò a gira­re attorno per il giardino del monastero sempre in estasi, fermandosi di tanto in tanto ed emettendo nel contempo profondi sospiri contemplan­do con grande tensione visioni di cose alle quali il suo angelo custode so­prattutto doveva prestare attenzione.

Prendiamo direttamente dal testo raccolto dalle suore che le sta­vano accanto: «...Entrando in questo viaggio, ita che fu cominciò forte a iremare, battendo le mani insieme, travagliandosi assai nel volto, pal­lida e terrea e andava curva e rannicchiata come quando uno ha una gran paura. E in questo principio andava ancora un poco e poi si ritira­va tanto, perchè le pareva di essere tormentata ancor lei entrando in quel luogo...» lo - diceva poi - «Pativo per vedere tanto loro patire, ma non era che io sentissi già le stesse pene perchè non credo che una creatu­ra mortale fosse possibile che la sentisse» (Vol. V pag.48) Durante il suo viaggio a volte si fermava e diceva con voce compassionevole: «Pietà, pietà, misericordia! O Sangue discendi e libera queste anime! Poverini voi patite cosí tanto e state cosí contenti!»

Quando fu ita un pezzo incominciò a pregare Gesú che gli man­dasse aiuto oltre al suo angelo custode, che di già gli aveva dato, anche s. Caterina, però che erano tanto grandi le pene ...e invocava ...«O, Caterina vieni, vieni aiutami a chiedere misericordia per queste povere ani­me e offri il Sangue del tuo e mio Sposo per loro...» ...«O, poverine, voi sopportate tanta crudel pena, e siete sì contente e allegre. Ma voi cono­scete la volontà di Dio e che presto avrete a godere la sua beata visione... » Una volta la santa gridò: «Oh! che io non dovessi vedere così da vicino questi poveri tormentati!» Ma essa dovette obbedire e scende­re altri gradini di quell'abisso... A un certo momento si fermò fremendo in tutto il corpo e gridò: «Come? Anche i sacerdoti religiosi in questo luogo spaventoso! Oh mio Dio, quanto li vedo soffrire!» Dopo che Ma­ria Maddalena ebbe lasciato il luogo stabilito, nel purgatorio per i sacer­doti, essa arrivò nel luogo dove si trovano le anime di coloro che hanno peccato più per ignoranza che per cattiveria. Questo luogo era meno pauroso. Qui la santa trovò anche l'anima del suo defunto fratello. Essa gridò: «O povero fratello mio quanto tremendamente tu devi soffrire! Ma consolati! Tu sai che queste pene ti aprono la strada della beatitudi­ne eterna!» Dopo un po' la santa aggiunse: «Io vedo che tu non sei tri­ste, perchè sopporti le pene, che sono tremende, ma volentieri e sei feli­ce! Quando tu eri ancora a questo mondo, non hai voluto ascoltare quando ti ammonivo e ti davo consigli. Adesso, a quanto vedo, tu desi­deri tanto che io ti ascolti. Che cosa vuoi da me?» Egli le chiese un deter­minato numero di messe e sante comunioni. Il viaggio straordinario del­la santa continuò. Dopo alcuni passi essa diede a capire che ora vedeva delle anime molto più infelici. Essa gridò: «Come è spaventoso questo luogo! Oh, ratio Dio! chi sono coloro che qui soffrono così paurosa­niente?» Le fu risposto che quelle erano persone che in vita avevano peccato di ipocrisia - gli ipocriti -, poi proseguendo vide le anime di co­loro che furono impazienti e disubbidienti. Osservando più da vicino queste anime, essa fece i gesti più diversi, piegò il capo fino a terra, poi fissò gli occhi in un punto ed emise nel contempo dei profondi sospiri.

Poco dopo essa sembrò ancora più sconvolta; era giunta in quel luogo del purgatorio dove stavano i menzogneri e parvero le loro soffe­renze paurose. Poi giunse dove stavano quelli che avevano peccato per fragilità e consuetudine. Un po' più avanti essa trovò gli avari ed infine quelli che espiavano le loro impurità; essi si erano pentiti e avevano con­fessato i loro peccati, ma non avevano espiato e riparato abbastanza. La santa a questo punto ebbe l'impressione che le venisse stretto il cuore co­me in una morsa. Essa attraversò questo luogo senza dire una parola. Ma poi lasciato che ebbe questo luogo spaventoso, la si sentì chiedere: «O mio Dio, e mio Signore, perchè mi hai fatto vedere cose così spaven­tose? Forse perchè io abbia maggiore compassione per le povere anime e per l'avvenire io debba pregare ancora di piú? Ma no, adesso capisco chiaramente: tu hai volute, farmi conoscere meglio la tua incomparabile e unica purità».

Dal luogo degli impuri la santa arrivò nel luogo dei superbi e de­gli ambiziosi. Qui dominava un'impenetrabile terrificante e fredda oscurità. Si udì che la santa diceva: «O, questi poveretti che sulla terra vollero essere innalzati sopra gli altri ed ora devono stare in una tenebra cosí spaventosa!»

Essa vide anche le anime di coloro che da vivi erano stati, freddi e indifferenti verso Dio tanto buono, che ebbero cosí poco amore verso il loro Creatore, Padre e Redentore e forse nemmeno hanno saputo che cosa veramente volesse dire amare veramente Dio. Alla vista di queste povere anime ritornò in mente alla santa un rinnovato impegno di pre­gare, e un più tenero e intimo amore verso Dio.

Finalmente la santa arrivò in quel luogo dove venivano purificate le anime che a questo mondo non avevano commesso gravi mancanze, ma solo peccati veniali di ogni genere.

Dopo due lunghe ore di girovagare attorno al giardino l'estasi cessò, Maria Maddalena ritornò di nuovo in sè, ma si sentì cosí sconvol­ta sia nel corpo che nello spirito, che ci vollero parecchi giorni prima che riuscisse in qualche modo a riprendersi dalla tremenda impressione pro­dotta in lei da questa visione del Purgatorio.

In quanto al prezzo da lei pagato per il suo defunto fratello, la colpì tremendamente per il fatto che suo fratello sarebbe dovuto rima­nere in purgatorio finchè essa avesse offerto a Dio 107 Sante comunioni per lui. Essa chiese allora insistentemente al Signore di poter patire lei quelle pene del purgatorio al posto di suo fratello. Tutta sconvolta essa si recò dalla Priora del monastero e le disse: «Madre, io non avrei imma­ginato che colà si patisse cosí tanto, se Dio stesso non me lo avesse fatto vedere».

Un'altra volta dopo una visione del purgatorio la santa disse: «Mio Dio, dopo aver visto queste cose spaventose, che non posso tutta­via chiamare spaventose, ma piuttosto desiderabili, poichè esse condu­cono le povere anime incontro a un'indicibile beatitudine»!

Per quanto riguarda i castighi o le pene del purgatorio, non si debbono minimizzare anche le più piccole colpe veniali, lo dimostrano i due seguenti racconti, tratti dalla vita di s. Maria Maddalena de' Pazzi.

Mentre stava un giorno in adorazione davanti al SS. Sacramento, vide l'anima di un'altra monaca, salire, alzarsi, che, come le fu rivelato aveva trascurato una o l'altra delle comunioni stabilite dalla Regola e aveva per il resto osservato diligentemente le regole dell'ordine e aveva condotto una vita molto virtuosa. Ma la pigrizia nell'andare alla Comu­nione l'aveva condotta in purgatorio.

La santa raccontò anche di una suora di un altro ordine religioso che dovette espiare nel purgatorio per queste tre mancanze che essa ave­va stimato di poco conto: senza un vero bisogno essa aveva fatto dei pic­coli lavori femminili in un giorno di domenica o di festa. Inoltre per ri­spetto umano, essa aveva trascurato di riferire alla M. Priora di alcune divine esortazioni da parte di Dio, che riguardavano la comunità mona­stica e il suo spirito; e poi essa aveva anche un'affezione troppo grande per i suoi parenti. Per queste tre mancanze certamente non gravi questa povera suora avrebbe dovuto patire anche di piú se il Signore non avesse mitigato la sua pena in vista della sua assidua osservanza nel resto della regola e in vista del suo grande amore verso le sue consorelle.

Santa Maria Maddalena de' Pazzi aveva preso l'abitudine di of­frire almeno 50 volte al giorno all'Eterno Padre il Sangue preziosissimo del suo divin Figliolo. Infatti il Signore le aveva rivelato un giorno che attraverso questo pio esercizio avrebbe potuto convertire innumerevoli peccatori e liberare innumerevoli povere anime del purgatorio, e che nell'offerta del preziosissimo Sangue all'eterno Padre si faceva un dono di inestimabile valore rispetto al quale tutti i tesori della terra erano im­mensamente lontani. Ora se già questo semplice accenno al preziosissi­mo Sangue di Gesú Cristo versato nella sua Passione salvatrice poteva avere un risultato cosí meraviglioso, tanto piú grande sarà l'offerta reale del rinnovato sacrificio della Croce offerto e consumato nel santo sacri­ficio della Messa.

Il 24 agosto 1590 moriva la mamma della santa, Maria Buondel­monte una donna nobile e molto pia. La santa vide l'anima della sua de­funta madre pure in purgatorio, vide però anche subito quale grande gloria era preparata per lei in Cielo per tutto il bene che essa aveva fatto e della sua generosità verso il prossimo.

Dopo 15 giorni la santa vide l'anima della sua mamma, per la quale essa aveva tanto pregato, offerto, sofferto e soprattutto offerto ss. Messe e Comunioni e il Prezioso, Sangue di Gesú Cristo.

La dottrina insegnata e vissuta di santa Maria Maddalena de' Pazzi era quella definita dal S. Concilio di Trento, insegnata dalla Chie­sa e definita circa i suffragi e il bene che si può devolvere da vivi a favore delle povere anime del purgatorio. E anche qui la sua opera di persua­sione e il suo esempio convinse molti a seguirla operando e pregando per le povere anime.

Santa Maria Maddalena morì il 25 maggio 1607. Il suo corpo è conservato in preziosa urna di cristallo sotto l'altare maggiore della Chiesa delle sorelle Carmelitane alla Villa del Pino sopra Firenze nel monastero a lei dedicato - Via dei Massoni 26. Firenze.

 

26) IL SERVO DI DIO GIACOMO, REM + 12 OTTOBRE 1618

Un biografo a proposito del giovane figlio di un oste di Bregenz sul lago di Costanza dice: «Il servo di Dio Giacomo Rem fu un'anima innocente, luminosa, pura e senza ombra nella sua innocenza battesima­le che conservò fino alla morte, un fedele e cosciente servitore di Dio, un santo silenzioso». Era nato nel 1546, egli non fu soltanto un grande animatore delle allora fiorenti e diffuse congregazioni mariane fino nei luoghi piú lontani, egli fu anche un grande amico delle povere anime. Egli ebbe la sua formazione umanistica nella scuola superiore di Dillin­gen in Baviera e li diede anche inizio ai suoi studi teologici e ben presto forse per opera di s. Pietro Canisio, fu aggregato alla compagnia di Ge­sú. Egli fece il suo noviziato a Roma assieme a s. Stanislao Kostka. Ri­tornato in patria compí i suoi studi teologici a Dillingen e nel 1573 fu or­dinato sacerdote ad Augusta. Poi divenne vicerettore del convitto di Dil­lingen, poi al collegio gesuitico di Monaco e finalmente al collegio sant Ignazio a Ingolstadt. Qui ebbe il compito di direttore spirituale dei chie­rici dell'ordine e Preside dei Sodalizi delle congregazioni mariane, degli studenti delle scuole superiori, che formò alla vera divozione mariana, allo zelo religioso e allo spirito di Fede, specialmente per mezzo del cosi­detto: «Colloquium Marianum».

P. Giacomo Rem operò con grande zelo e copiosi frutti per 33 anni ad Ingolstadt. Fiori in questa città sotto la sua guida spirituale da­vanti all'immagine di Maria «La Madre tre volte ammirabile», copia dell'immagine miracolosa di santa Maria Maggiore di Roma e dono del santo Generale dell'ordine S. Francesco Borja, la vita religiosa della gio­ventú studentesca, attraverso una profonda venerazione e imitazione della Beata Vergine, ad un alto grado di perfezione. Condizione fonda­mentale per essere ammessi al «Cooloquium Marianum» era necessario essere immuni da peccato mortale. Un membro che avesse avuto la sfortuna di commettere un grave peccato veniva immediatamente cancellato dal «Colloquium Maranum» finchè non fosse stato tolto il peccato con una buona confessione o almeno l'atto di dolore perfetto. P. Giacomo Rem ebbe a conoscere molte volte in via soprannaturale lo stato di co­scienza dei membri delle congregazioni mariane anche nei luoghi piú lontani specialmente al momento della morte. E come gli era naturale la divozione degli spiriti beati altrettanto gli era naturale la divozione delle povere anime.

Lo scrittore storico e critico della storia della Compagnia di Ge­sú, scrive a proposito di Giacomo Rem: «Al miracolo di fede di quel tempo e alla predilezione per le cose straordinarie non mancano nelle fonti contemporanee della vita e dell'opertato di P. G. Rem molti rac­conti difatti straordinari, che dimostrano (anche se in taluni racconti ci sia da usare saggia critica per via della credibilità) quanta stima godesse quest'uomo che operò nel massimo riserbo e silenzio e non mai con ap­parati esteriori). Cosí gli venne attribuita una straordinaria conoscenza delle anime, che dovrebbe averlo aiutato a conoscere lo stato di coscien­za di altri uomini. Inoltre si narrano molti esempi di avvenimenti da lui predetti che effettivamente accaddero; queste profezie si riferiscono sia a persone singole, sia anche a situazioni generali dell'epoca, fra cui chia­ri riferimenti alla futura guerra dei trent'anni e alle sue conseguenze. Molti contemporanei di P. Rem affermano che egli ebbe una parte straordinaria nella sorte dei defunti, che egli pensava ancora in purgato­rio; egli fu un vero amico delle povere anime e si riteneva che egli fosse molto informato sulla sorte delle povere anime e dei defunti e furono at­tribuite non poche grazie alle sue preghiere. Indicativa in proposito è un'incisione in bronzo del secolo XVIII, quindi piú di cento anni dopo la morte di P. Rem, molto diffusa fra i membri del «Colloquium Maria­num»: Sotto l'immagine della Madonna tre volte ammirabile è rappre­sentato P.Rem inginocchiato, su un inginocchiatoio; davanti a lui si ve­de un gruppo di defunti, che circondati dalle fiamme del purgatorio ten­dono le mani verso di lui che sta pregando in ginocchio e che per le sue preghiere vengono liberati dagli angeli e tratti fuori dal Purgatorio. Ciò che è raffigurato in immagine, il padre gesuita drammaturgo e poeta P. Giacomo Bidermann che conobbe P. Rem a lngolstadt scrisse in un epi­gramma:

«Il mio canto va a quel Giacomo - i cui torrenti di lacrime spensero un tempo le fiamme - che circondavano le penanti anime... E quanto or queste schiere or quelle a lui implorando chiederan - egli concesse amoroso e pronto aprì le fluenti lacrime - facendole fluire a spegnere il fuoco ardente - tormentante...

Ma ora raggiunte ha le schiere che le sue lacrime e preghiere e offerte pene fatte avea della gloria beate! Asciugate son ora le sue lacrime!

Ed or quale altro generoso spirito, amoroso spegnerà alle sofferenti anime la vampa, e il divorante fuoco?

Il ricordo di Giacomo Rem morto il 12 ottobre 1618 nell'annua­rio di Ingolstadt dice: «Quest'anno noi abbiamo regalato al Cielo un uo­mo, che secondo il pensiero universale fu un santo ... Fu un uomo di al­tissime virtú, e quella piú grande fu di saperle tutte nascondere». Nell'anniversario della fondazione del «Colloquium Marianum» le sue reliquie furono tolte dalla tomba della Chiesa di s. Croce dove erano state esposte a Ingolstadt, dove venivano sepolti i gesuiti e significativa­mente trasportate in una cappella delle «Povere anime» trasformata in camera mortuaria o cappella del P. Rem.

Nel 1935 in occasione dell'apertura del processo per la beatifica­zione di P.Rem le sue reliquie furono trasportate dopo la ricognizione, nella Cattedrale di Nostra Signora di Ingolstadt.

 

27) LA SERVA DI DIO ORSOLA BENINCASA + 20 OTTOBRE 1608

Teresa Benincasa è nata a Napoli ed è la fondatrice delle «Sorelle Theatine» dell'Immacolata Concezione di Maria; creatura do­nata di mistiche esperienze in seguito a una visione avuta durante un'estasi nel suo monastero di Monte sant'Elmo, si recò a Roma, esor­tando per ordine di Dio Papa Gregorio XIII a mettere mano a una radi­cale riforma della Chiesa. Per questo essa fu sottoposta a un rigoroso esame da parte di una Commissione di nove Prelati, fra i quali ci fu an­che san Filippo Neri.

Questo esame durò parecchi mesi, ma non si arrivò ad alcuna de­cisione, e Orsola fu rimandata di nuovo al suo Monastero. Colà essa vis­se in grande penitenza e grande spirito di riparazione.

Ancora qui in terra essa dovette assumersi le pene del Purgatorio in maniera assai dolorosa. Mentre stava assistendo la sua sorella Cristi­na che stava per morire, essa avvertì che la sorella era stata presa da una tremenda paura del purgatorio. Per venirle incontro nella sua angoscia, Orsola pregò Dio che volesse perdonare alla morente le pene del Purga­torio e di accettare lei stessa in cambio per questo. Il Signore esaudí la sua preghiera. La morente fu subito liberata dalla paura che l'aveva in­vasa e se ne andò in santa pace. Ma la serva di Dio fu presa da spavento­si dolori che non l'abbandonarono piú fino alla sua morte.

 

28) SAN FILIPPO NERI + 26 MAGGIO 1622

Questo grande, originale e allegro riformatore della vita religiosa a Roma, la cui attività apostolica si estese a tutti gli strati e stati sociali, e con parole e con i fatti cercò di aiutare tutti, fu anche un vero mistico, tuttavia molto circospetto e diffidente nei confronti di visionari e mistici e non era per nulla accogliente verso pie religiose, se queste dicevano di aver avuto visioni o che erano apparsi loro santi o anime del purgatorio. Eppure fu un grande amico delle povere anime alle quali cercò di sovve­nire in ogni maniera.

Egli ebbe cura di offrire tutti i suoi meriti delle sue buone opere a favore degli altri e cioè metà per la conversione dei peccatori e metà per le povere anime, specialmente per le anime dei suoi penitenti defunti, che gli apparvero molto di frequente sia per raccomandarsi alle sue pre­ghiere, sia per ringraziarlo, perchè erano state liberate dal Purgatorio.

 

29) LA VENERABILE MARIA CATERINA SEGER + 1637

La suora Clarissa Maria Margherita Seger ebbe un grandissimo amore verso le povere anime del Purgatorio. Era entrata nel monastero delle Clarisse a Monaco, ma a causa della sua grande pietà fu incaricata di fondare un nuovo monastero del suo Ordine a Graz in Stiria. Essa ne fu la prima Badessa e fece tanto del bene. Essa si preoccupava continua­mente come abbreviare con preghiere e penitenze la purgazione delle po­vere anime. Per permissione di Dio le apparvero spesso dei defunti, que­sti manifestavano a loro volta la loro riconoscenza e a loro volta aiuta­vano la M. Badessa e la sua comunità monastica. Come una santa morte questa grande amica delle povere anime ebbe l'eterna ricompensa nel Regno celeste, era l'anno 1637.

 

30) LA SERVA DI DIO MARIA VILLANI + 26 MARZO 1670

Beatrice figlia del conte Giovanni di Polla nacque a Napoli nel 1584 e ancora bambina concepì il proposito di condurre una vita di peni­tenza per la conversione dei peccatori e per la salvezza delle anime im­mortali. Essa entrò nel monastero delle Domenicane a Napoli, prenden­do il nome di Maria. Ben presto divenne madre delle novizie e si distinse per la grande spiritualità della sua vita.

Animata dal desiderio di una vita e da una regola religiosa piú stretta, essa fondò con l'aiuto dei suoi parenti un altro convento a Na­poli. La sua vita nel monastero fu contrassegnata da molti carismi, espe­rienze mistiche, estasi di vario tipo, apparizioni, dallo sposalizio mistico con Cristo, le ss. Stimmate con la ferita al costato, il dono della profezia e della scrutazione dei cuori.

I suoi scritti ascetico mistici come per esempio: «Lo specchio del vero Amore» «Il suo Diario» spirituale, il «Pancration electorum» (sull'eucaristia), il «Paradisus vitae» (sulla Passione di N.S.G.C.) e le sue lezioni sui vangeli di san Matteo e di san Giovanni, non furono fino­ra pubblicati, furono tuttavia esaminati e raccolti dal suo cotemporaneo e dotto domenicano, il teologo P. Domenico Gravina e fatti conoscere.

Da questi scritti si viene a conoscere che questa religiosa napole­tana aveva messo tutta la sua vita a disposizione delle povere anime. Es­sa offriva ogni giorno per loro tutte le sue opere buone. Il suo amore per le povere anime andò così lontano che essa giunse a pregare Dio da far passare sul suo corpo i dolori delle povere anime e così in cambio le liberasse e il Signore la esaudì. Come altre mistiche anche Maria Villani pre­se molto sul serio la sofferenza riparatrice a vantaggio delle povere ani­me del Purgatorio.

Un giorno della festa di tutti i fedeli defunti, la sua Priora le ave­va ordinato di stendere o copiare un manoscritto. Allora la suora se ne lagnò con il Signore perchè in tal modo essa non avrebbe potuto dedica­re tutta quella giornata a pregare per le povere anime come avrebbe desiderato Signore allora le apparve e le promise che per ogni riga, che lei avrebbe scritto in obbedienza all'ordine della sua Priora avrebbe libera­to un'anima dalle pene del purgatorio. È evidente quindi che davanti a Dio non sono le grandi cose quelle che più valgono, ma è il grado di amore con cui esse vengono compiute che valorizza quanto noi facciamo.

 

31) SANTA MARGHERITA MARIA ALACOQUE + 17 OTTOBRE 1690

Santa Margherita Maria Alacoque nacque a Latecour diocesi di Autun, era figlia del Notaio e consigliere di corte Claudio Alacoque. Nell671 entrò nel monastero della Visitazione a Paraj-le-Monial, dove collaborò con la Superiora come assistente e poi maestra delle novizie. Essa fu conosciuta come la confidente del Sacro Cuore di Gesù e fu colei alla quale il Sacro Cuore, rivelò i misteri del suo Cuore Misericordioso e fu colei che operò mirabilmente per la diffusione della divozione al Sa­cro Cuore, alla pratica dei primi nove venerdì del mese.

Margherita Maria fu una grande mistica e la sua vita fu un olo­causto di amore e riparazione alle offese fatte al SS. e fu anche una grande amica delle povere anime, che spesso le apparvero in visione. Le apparizioni che ebbe s. Maria Alacoque dimostrano la tremenda realtà del Purgatorio e di quello che ivi devono espiare le povere anime per me­ritare di salire, e purificate da ogni macchia alla Gloria del Cielo. Gli scritti di Maria Alacoque dimostrano anche quanto noi si può fare per venire incontro alle povere anime e quanto siano accetti a Dio i suffragi, le preghiere e soprattutto l'offerta delle proprie sofferenze per loro.

Un giorno mentre M. Maria stava pregando per due defun­ti, che avevano occupato nel mondo dei posti molto importanti, le fu ri­velato che una di queste persone era stat condannata ad espiare a lungo

nel Purgatorio e che tutte le preghiere che sarebbero state offerte a lei, e tutte le ss. Messe che sarebbero state offerte in suo suffragio non sareb­bero tornate a suo vantaggio, ma a favore dei defunti di quelle famiglie che erano state danneggiate e oppresse da questa persona. Poichè queste famiglie, ridotte in povertà dalla cattiveria e dai danni patiti, non erano nelle possibilità di sovvenire alle anime dei propri defunti con la celebra­zione di ss. Messe, cosí ci pensava a provvedere il Signore stesso in que­sta maniera!

Un giorno s. M.Margherita stava pregando per tre persone de­funte da poco. Due di esse erano delle religiose, la terza un semplice cri­stiano. Il Signore apparve alla santa e le chiese: «Quali di queste tre per­sone vuoi che io liberi adesso subito dal Purgatorio»? La santa rispose: «O Signore degnati di scegliere tu secondo la tua divina volontà e il tuo bene placido ciò che piú tornerà a gloria del tuo onore»! Allora la santa vide che il Signore liberò l'anima del semplice cristiano, mentre diceva alla santa, che i religiosi gli facevano meno pietà , perchè essi avevano avuto tanti mezzi a loro disposizione, per guadagnarsi il Cielo, e poichè essi avrebbero tanto facilmente potuto riparare ai loro peccati sulla ter­ra, soprattutto con la perfetta osservanza della Regola.

Una volta apparve a s. M. Maria una consorella defunta del suo ordine la quale però con sua grande sorpresa, non le chiese l'aiuto della preghiera, perchè ciò le era stato proibito da Dio, perchè essa quando era viva invece di accettare e sopportare volontieri e con pazienza le ma­lattie e le controversie che, il Signore le aveva mandato, essa aveva sem­pre cercato di allontanare da sè ogni contrarietà e di rendersi la vita pos­sibilmente facile e comoda.

Un'altra volta le apparve una consorella del suo ordine della Vi­sitazione e piangendo la pregò di aiutarla con le sue preghiere, per poter essere finalmente liberata dalle sue strazianti pene del purgatorio. Inter­rogata del motivo del suo castigo in purgatorio, la defunta rispose che ora doveva patire cosí tanto, perchè da viva, per troppo amore alle sue comodità si era facilmente autodispensata dall'osservanza della Regola e dagli esercizi comuni; essa aggiunse anche, che probabilmente sarebbe andata dannata, se la Beata Vergine Maria non fosse intervenuta a inter­cedere per lei!

Mentre un giorno la santa stava in adorazione davanti al SSmo le apparve una povera anima tutta circondata da fiamme di fuoco, che emanavano un tale calore, che la santa credette di essere lei stessa ince­nerita. Santa M. Maria riconobbe in questa povera anima un religioso sotto la cui direzione spirituale lei era stata prima e il quale si era preoc­cupato assai di portarla avanti sulla via della perfezione. Il defunto sa­cerdote, al quale il Signore aveva fatto la grazia straordinaria di poter apparire alla sua figlia spirituale di una volta e di chiedere il suo aiuto, rivelò alla santa che egi doveva tanto patire, perchè egli da vivo non ave­va fatto, tutto per puro amore di Dio, ma molto spesso nel suo lavoro aveva cercato la propria stima; inoltre egli doveva anche espiare per le sue mancanze verso l'amore del prossimo e per il suo eccessivo attacca­mento verso certe persone. Questo defunto sacerdote apparve per tre mesi continui alla santa, fino a che l'infelice per le ininterrotte preghiere e penitenze della santa non fu liberato dal Purgatorio.

Santa M. Margherita era cosí fortemente animata dal desiderio di espiare e fare penitenza, che i suoi superiori tentarono di mitigare questo suo zelo, perchè altrimenti ne andava di mezzo la sua salute. Un giorno essa ottenne il permesso di flagellarsi per sollievo delle povere anime; ma il suo zelo la spinse a oltrepassare la misura permessale. Ed ecco apparirle delle povere anime rimproverandola perchè essa aumen­tava le loro pene invece di diminuirle. In tal modo il Signore le volle do­mostrare, ed essa lo capi anche troppo bene, che proprio l'ubbidienza era la migliore mortificazione e ciò che era contro l'obbedienza non pia­ceva a Dio per quanto altrimenti la cosa potesse essere buona e merito­ria.

M. Maria Alacoque fu anche una grande mistica, che visse in ma­niera impressionante la Passione del Signore, lo scambio mistico del cuore, la corona di spine, come sappiamo dai suoi scritti autobiografici

e dalle testimonianze della sua Priora del monastero. E come la chiesa ha riconosciuto autentiche le apparizioni a lei del S. Cuore, possiamo ben credere anche a quanto essa dice del purgatorio, delle sofferenze che vi provano le povere anime.

 

32) IL VEN. GASPARE DE OLIDEN + 1740

Gaspare Oliden, grande teologo e scrittore spagnolo della con­gregazione dei Teatini, fu altamente stimato da Papa Pio V1. Era nato a Elgoibar nella provincia di Guipuzcoa in Spagna. Entrò nella congrega­zione dei Teatini di san Gaetano da Thiene a Madrid, dove il 6 gennaio 1683 fece la sua professione religiosa. Insegnò all'università teologica a Salamanca e poi fu mandato in Italia, dove lavorò con assai frutto nella cura d'anime e divenne l'apostolo delle Povere anime. Egli favorì so­prattutto «L'Atto eroico di carità» con il quale ci si impegna a devolvere tutti i meriti delle proprie azioni, preghiere e opere buone a favore delle anime del purgatorio e non solo quelli che si ricevono in vita, ma anche quelli che vengono offerti dopo morte.

Gaspare de Oliden con conferenze e discorsi esortò sempre i fede­li a compiere questo «atto eroico»; a queste conferenze partecipava spesso anche il Papa Benedetto XIII, che amava chiamare Gaspare de Oliden «Il procuratore delle povere anime». L'undici dicembre 1788 concesse a questo atto molte indulgenze, mentre Benedetto XII aveva approvato espressamente questo atto di cui tanto parlava G. de Oliden. I Papi Pio IX e Leone XIII le confermarono con vari decreti della Sacra Congregazione per le indulgenze. Grande collaboratore e diffusore di questo «atto eroico» fu sant’Alfonso Maria de' Liguori. 11 gennaio 1932 la santa Sede concesse un'indulgenza plenaria applicabile solo alle ani­me del Purgatorio a tutti coloro che ricevuti i ss. Sacramenti avessero vi­sitato una chiesa, pregato secondo le intenzioni del sommo Pontefice.

P. Gaspare de Oliden fu nominato nel 1725 primo superiore del neoeletto monastero Teatino di san Gaetano in Palma di Maiorca. An­che qui egli si adoperò moltissimo per la diffusione dell'«atto eroico di carità a favore delle povere anime», tanto che il vescovo Giovanni Fer­nandez Zapata di Maiorca già due anni dopo poteva scrivere al Papa Be­nedetto XIII che P. Gaspare de Oliden era diventato anche a Maiorca un « Vero Procuratore delle Povere anime». A Maiorca P. Gaspare scrisse anche il suo prezioso libro «Dialogo sul Purgatorio». Morì nel 1740 accolto certamente in gaudio da tutte quelle anime che per il suo zelo e la sua opera erano entrate nella gloria dei Cieli!

 

33) LA BEATA MARIA CRESCENZA HOESS + 5 APRILE 1744

Maria Crescenza è nata a Kaufbeuren, un paese per la massima parte protestante nel 1682 e solo dopo aver superato infinite difficoltà l'anno 1703 potè essere accolta nel monastero Maierhof delle Francesca­ne e Raufbeneren.

Qui però a causa degli strani fenomeni che si manifestavano at­torno a lei fu quasi ritenuta una strega! Essa fu sottoposta a lungo ai piú duri esami e controlli, perchè nessuno era riuscito a capire che le sue vi­sioni e apparizioni non erano un'illusione o un inganno del demonio ma erano vere. Soltanto undici anni dopo infinite sofferenze, nel 1714 fu ri­conosciuta la realtà e la veridicità dei fenomeni che la circondavano, e da allora le cose cambiarono. Per anni e anni lei era stata la proscritta del monastero, la testa calda e pazzoide, cosí era ritenuta anche dalle consorelle (anche qui la carità è traboccante, come spesso succede)!. Ri­conosciuta la realtà delle sue visioni mistiche allora divenne il centro e la roccaforte del convento. Da sguattera e lavandaia fu fatta portinaia, poi maestra delle novizie e nel 1741 fu eletta priora del monastero. Purifica­ta da infinite sofferenze e prove in genere essa fu matura per diven­tare la grande mediatrice per le povere anime e la loro grande amica.

Tormentata per anni dal demonio che la tormentò in mille ma­niere invadendo la sua cella e facendone il suo zimbello, come con Vero­nica Giuliani, finalmente il Signore la liberò da quella prova tremenda e permettendo che le povere anime venissero la sera tardi a riempire la sua cella per chiedere l'aiuto delle sue preghiere e dei suoi sacrifici. La Supe­riora della casa, Giovanna Altwoegger, comandò una volta a Madre Maria Crescenza in virtú di santa obbedienza di mandare nella sua cella - cioè della priora - le anime,se queste fossero venute ancora da lei. «Era appena incominciata la notte, le povere anime vennero, come era loro consuetudine, di nuovo nella stanza della povera ammalata Crescenza, la quale perì) esegui il comando della superiora e con tutta umiltà mandò via le anime secondo l'ordine ricevuto. Ed ecco che appena le povere anime ch’ebbero udito quanto aveva detto loro Crescenza, uscirono dalla sua cella e vennero nella cella della Priora Maria Altwogger. Ma questa ebbe uno spavento da morire e rimandò subito le povere anime da Cre­scenza».

Dopo un'estasi durata parecchie ore Crescenza disse che il suo angelo custode l'aveva condotta attraverso l'inferno, il purgatorio e il paradiso per mostrarle la giusta giustizia di Dio nel punire come nel pre­miare. M. Crescenza, si sentì sempre legata in compassionevole dolore alle povere anime. Le gravi penitenze cui si sottopose servirono senza dubbio in grandissima parte alla liberazione di tante povere anime dalle loro durissime pene del purgatorio. «Nella sua vita si formò tale un abis­so in cui l'uomo moderno non riuscirebbe più a fissare lo sguardo. » La mistica riguardante le povere anime, la raffigurazione spaventosa e re­pellente delle loro pene, la descrizione delle visioni riguardanti le povere anime, quali troviamo in tante mistiche di quel tempo fra le quali per es. Anna M. Josefa Lindmajr, possono sembrarci impossibili fantastiche, aberrate... A noi che non sappiamo piú nè «PATIRE» come loro, nè abbiamo la fede e l'amore che animò quelle creature...

Sta di fatto però che Maria Crescenza Hoess fu una delle grandi benefattrici delle povere anime, e su questo non c'è il minimo dubbio. Le sue lettere scritte e ricevute e quanto fu scritto attorno a lei a suo tem­po ne sono testimonianza tale che, ammettere ancora dubbi, sarebbe semplicemente dimostrarsi ciechi e superbi negatori!

Lei stessa potè giustamente scrivere di sè: «La mia vita è AMA­RE il mio AMORE è PATIRE, perchè l'amore non è vero se non è cro­cefisso »!

 

34) MARIA COLOMBA WEIGL + 31 AGOSTO 1783

Maria Colomba Weigl nacque a Monaco nel 1713 e visse, fino al­la sua morte nel monastero delle domenicane di Altenhoenau vicino a Wasserburg sull'Inn allora appartenente ancora alla diocesi si Salisbur­go. Le apparizioni, le estasi e le visioni di santi e di povere anime inco­minciate fin dall'inizio della sua vita monastica erano per lei una cosa tanto naturale, che essa era convinta che «ciascuna nel monastero avesse tali grazie straordinarie, e le cose dovevano andare cosí nei monasteri».

Ben presto però avvertì la sorpresa e la meraviglia di quante le erano appresso, quando lei raccontava queste cose straordinarie. Allora essa cercò di nascondere «queste grazie speciali», temendo che potessero essere inganno del demonio. Ma le visioni rimanevano, anzi andava­no crescendo con gli anni. Crebbe contemporaneamente in questa reli­giosa la sua disposizione a patire e riparare per gli altri con grandi peni­tenze e macerazioni della carne. Crebbe pure contemporaneamente la sua predilezione per le povere anime. Ben presto incominciarono anche «Le visite» delle povere anime a M. Weigl. La prima risale al 13 maggio 1731; durante la notte le apparve una figura nera, con lo scheletro coper­to, che si diede a conoscere come il defunto birraio Giuseppe Adamo Unertl Traustein, fratello della Maestra delle novizie Maria Anna Unertl, e chiese delle preghiere di suffragio. Furono da allora senza nu­mero le preghiere, sacrifici, offerte, penitenze che la madre M. Weigl depose nelle mani della Beata Vergine per liberare dalle loro pene del purgatorio le povere anime. Numerosissime ne vide salire al cielo specie nelle feste della Madonna. Una volta le fu chiesto quante erano; essa ri­spose: «Io sono contenta quando le vedo salire al cielo al resto non ba­do». A schiere comunque si riunivano le povere anime di ogni stato e condizione sociale a chiedere aiuto e fra queste essa potè condurre in cie­lo anche l'anima dell'Imperatore Carlo VII.

Tutto il resto della sua vita fu secondo la visione che essa ebbe presto dopo la sua entrata in monastero nella festa di san Domenico: «La Madre di Dio circondata da schiere di angeli e di santi, specialmente dell'ordine, davanti a Lei in ginocchio san Domenico che offriva la sua figlia spirituale alla Regina del Cielo, come vittima per la Chiesa e so­prattutto per la Chiesa Purgante delle povere anime del purgatorio».

Kl. Pfeffer nei suoi scritti «Maria Weigl von Altenhohenau» scri­ve: «La mistica delle povere anime, accompagnata da visioni rivestita della tinta barocca del tempo ci sembrano oggi incomprensibili e talvol­ta ripugnanti, sono tuttavia una testimonianza indiscutibile della pietà di quel tempo; basta ricordare a quanto hanno fatto la francescana Ma­ria Crescenzia Hoess e Anna Maria Josepha Lindmajr».

Comunque il fatto è che allora si credeva alla realtà del purgato­rio, delle pene che vi si soffrono, si pensava alle povere anime, cosa che oggi non si fa piú, perchè nessuno ne parla mai! Ai funerali si dice che il defunto sarà in paradiso, anche se magari non metteva piede in chiesa ed era venuto, perchè portato entro la bara! Si parla solo della miseri­cordia di Dio, della sua bontà, che però conviene ricordarsi che non la si deve confondere con la «dabbenaggine». Dio è giusto quanto misericordioso e la scrittura dice chiaro e netto che nella Santa Gerusalemme «Ni­hil inqùinatum in cam incurrit»... non vi entra alcunchè.di inquinato! I Concili di Lione, di Firenze e in particolare il grande Concilio di Trento sono espliciti in proposito e le loro definizioni non si possono cancellare con un colpo di spugna come vorebbero fare oggi certi cosi­detti teologi e tanti sacerdoti magari che non solo non parlano nè dell'inferno, nè del Purgatorio, nè del demonio, ma negano tutto que­sto, perchè cosí hanno insegnato e insegnano i PROTESTANTI non pe­rò N. Signore Gesù Cristo come ci dicono chiaramente i Vangeli!

Diversamente la pensava Colomba Weigl e ne è chiara testimo­nianza il suo libretto di divozione dove ogni sua preghiera si conclude sempre con una supplica a favore delle povere anime.

Colomba Weigl offriva ogni giorno della settimana in modo par­ticolare i suoi meriti in unione con il mistero della Passione di G. Cri­sto e della vita della sua benedetta Madre Maria e con l'invocazione di un determinato santo; in ogni una di queste offerte vengono ricordate le povere anime, o i suoi parenti defunti, o i membri defunti del suo Ordi­ne, e poi le anime più abbandonate e dimenticate del Purgatorio, poi quelle che erano ormai vicine alla liberazione. Cosí cambia l'intenzione, ma, rimane sempre l'immenso desiderio e lo sforzo di sovvenire le po­vere anime e di facilitare loro l'ingresso nella gloria del Cielo. Ricordia­mo qui in particolare una delle sue preghiere che i nostri vecchi erano so­liti recitare soprattutto in occasione del «Rosario» per il defunto per cui ci si raccoglieva nella casa a pregare nelle sere in cui restava sul letto do­po la morte prima di essere deposto nella bara»:

Abbia pietà di voi, afflittissime anime del Purgatorio; Gesú Cri­sto, che per voi è morto e fu sepolto. Con l'aspersione del suo preziosis­simo Sangue vi consoli nelle vostre durissime pene. Io vi metto in quell'immenso amore, che ha fatto scendere dal Cielo il Figlio di Dio e lo ha sottoposto ad una morte cosí atroce. Per la vostra totale liberazione io offro a voi l'amore, che il mio Gesú ha avuto verso il suo Padre celeste e alla sua santissima Madre. In questo amore infinito io depongo tutte le mie preghiere, le mie opere e azioni riparatri­ci, Amen»!

 

35) LA SERVA DI DIO ANNA MARIA, JOSEPHA LINDMAJR + 6 DICEMBRE 1726

Maria Anna Giuseppa Lindmajr nata il 24 settembre 1657, terza di sedici figli di un Camerlengo ducale di Monaco di Baviera «Im Tale» fu detta giustamente: «La mistica bavarese del periodo barocco» e La salvatrice della Baviera in un'epoca assai difficile».

(Imperversava allora la guerra e la peste che minacciavano so­prattutto la città di Monaco; per l'opera fiduciosa e instancabile di Maria Josepha, che riuscí a riunire Chiesa-popolo e autorità in un triplice im­pegno e voto da erigere una chiesa in onore della SSma Trinità se la città veniva salvata dalla guerra e dalla peste come difatto avvenne). L'eredità piú preziosa lasciata dai genitori ai dodici figli supersti­ti fu un «esempio di pietà - di dolcezza - di misericordia soprattutto ver­so i poveri» avendola essi primi vissuta e praticata, rimase come impron­ta incancellabile anche nelle anime dei figli! Cinque di essi presero la via della perfezione evangelica facendosi religiosi e religiose. Anche Anna Maria avrebbe voluto seguirli nella vita religiosa, ma le sue infermità o altre difficoltà famigliari o esterne le chiusero, tante volte la strada. Co­munque anche nel mondo visse vita di pietà, raccoglimento e di virtú co­me fosse stata in religione. I suoi grandi amori furono «Il Tabernacolo e il Purgatorio, l'Eucarestia e le povere anime». Si continua a parlare di «barocchismo» nelle visioni di A. M. Lindmajr... perchè si deve sempre cercare di minimizzare qualche cosa; personalmente credo che questo sia una mancanza di rispetto verso la persona che ha scritto il suo diario per ordine del suo confessore, come A. M. Lindmajr e assai piú vicina a noi, perchè morta nel 1929 Eugenia van Leyen, dove le visioni e le de­scrizioni delle apparizioni di povere anime sono molto «piú barocche» per usare il loro termine che non quelle di Crescenzia Hoess e di A. Ma­ria Lindmajr! (nota di don Silvio Dellandrea-trad.)

Comunque per chi volesse conoscere da vicino e meglio questa grande santa e amica delle povere anime voglia leggere il volume da me tradotto dal tedesco - Ediz. Christiana - Verlag Stein am Rhein «I miei rapporti con le povere anime» Maria Anna Josepha Lindmajr; sac. don Silvio Dellandrea - Ala di Trento.

 

36) LA SERVA DI DIO CATERINA EMMERICH + 9 FEBBRAIO 1824

Anna Caterina nacque a Flamske Coesfeld - diocesi di Munster nel 1774; era figlia di contadini. Nel 1802 entrò nel monastero delle Agostiniane Monte Agnete a Duelmen, dove ben prestò attraverso mol­to patire, malattie, incessante preghiera divenne una grande veggente e una grande mistica e stimmatizzata. Vennero largamente diffuse soprat­tutto le sue visioni «sulla dolorosa Passione e la Vita di Gesù Cristo». Anna Caterina fu la grande orante e mediatrice per la santa Chiesa per­seguitata e anche per la Chiesa Purgante del Purgatorio.

Fin dalla sua giovinezza si adoperò con tutte le sue forze e le pre­ghiere e le sofferenze a favore delle povere anime: Straordinarie appari­zioni e visioni fecero poi crescere immensamente il suo amore e la sua preghiera di intercessione a loro favore. Essa vedeva le povere anime in grande tristezza per la loro separazione da Dio, notò tuttavia in loro an­che un'espressione di gioia per la beata speranza del divino riposo nella Luce eterna. A. Caterina Emmerich venne anche a conoscere perchè ta­luno doveva restare a lungo in Purgatorio mentre tal altro «solo lo attra­versa». Era per lei una gioia indicibile quando vedeva che un'anima ve­niva liberata dai suoi tormenti.

Una volta credette di essere trasportata nel luogo della purgazio­ne dell'Aldilà. Colà essa vide molte figure di uomini e notò sul loro vol­to «un qualche cosa di cosí gioioso, che essa non potè descrivere nella sua realtà, cosa però che essa giudicò come un segno della prossima libe­razione di queste anime».

Le povere anime chiedevano aiuto; essa sentiva le lamentose in­vocazioni di quelle povere anime sconsolate, ma anche le giubilanti pa­role delle anime liberate. Essa ebbe talvolta delle visioni di anime tal­mente vive e del purgatorio stesso che «essa potè distinguere le figure di molte persone che lei aveva conosciuto nella sua vita». Convintissima della potenza liberatrice del Prezioso Sangue di Gesù, disse una volta: «Credilo pure, Cristo non è inutilmente rimasto per tre ore appeso alla croce con le braccia cosí largamente tese, sono molto di piú i salvati di quanto noi crediamo».

La veggente parlò con assoluta chiarezza della grande differenza che c'è fra i castighi dell'Inferno e le pene del Purgatorio. In una visione del Giudizio essa vide, come «grandi peccatori» furono giudicati e però condannati soltanto coloro che assolutamente non si vollero convertire e perfino esternamente rifiutarono la Misericordia di Dio.

Anna Caterina conosceva assai bene quanto intima fosse la co­municazione fra la santa Chiesa miliante, quella trionfante del Cielo e la Chiesa Purgante, legati fra loro dallo stato di grazia santificante.

Come era immensamente grande il suo amore verso le povere an­me del purgatorio, cosí immensa era la sua gioia quando ne vedeva talu­ne liberata. Cfr. Hans Maria Hòcht - Stimmatizzati di san Francesco e P. Pio e da Teresa d'Avila a Teresa Neumann. Ediz. Christiana - V. Stein am Rhein del dottor Guillet.

 

37) LA BEATA ANNA MARIA TAIGI + 9 GIUGNO 1837

Anna Maria Taigi nacque a Siena nel 1796 e a sei anni suo padre Luigi e la mamma Santa la portarono a Roma in occasione dell'Anno Santo aperto nella primavera del 1775 da Papa Pio VI. Anna Maria an­dò sposa il 7 gennaio 1790 nella Chiesa di san Marcello, che secondo la tradizione era stata un tempo la villa della grande matrona romana Lu­cina, dove un tempo si raccoglievano i primi cristiani per le sacre celebra­zioni; piú tardi in quel posto si fece una stalla, dove si nascose Papa Marcello durante la persecuzione contro i cristiani. Poi vi fu edificata una grandiosa basilica e fu qui che Anna Maria si inginocchiò accanto allo sposo Domenico davanti all'altare per celebrare il suo matrimonio.

Il decreto per l'introduzione della causa di beatificazione di A. Maria Taigi delinea la grande e pur semplice figura di Madre, di Sposa e di vittima per la salvezza della Chiesa, degli uomini e delle povere ani­me... Vi si legge: «Essa fu scelta da Dio per condurre a Lui le anime, per diventare una vittima di riparazione, per allontanare gravi sciagure dalla Chiesa e tutto questo per la forza della sua PREGHIERA».

Fra gli straordinari doni e carismi di cui Dio la arricchí è da ricor­dare che essa vedeva in una specie di palla luminosa av­venimenti passati, presenti e futuri e i segreti dei cuori. Vi conobbe an­che con assoluta certezza la sorte dei defunti, come anche la durata e la causa delle loro pene riparatrici in Purgatorio.

Alcuni esempi: Anna Maria Taigi vide un sacerdote di sua cono­scenza, che fu salvato, perchè aveva vinto sè stesso sopportando un mo­lesto individuo che continuava a chiedere elemosine! Fu questo un atto di virtù che diede inizio a molte altre grazie e altre opere meritorie.

Essa vide un sacerdote, che per la sua grande attività, per le sue prediche e il suo zelo era molto stimato, che tuttavia fu sottoposto a gra­vissime pene in Purgatorio, perchè egli aveva cercato di farsi un nome attraverso la sua predicazione, invece che cercarvi la gloria di Dio. Essa vide anche una sua amica che aveva avuto delle illuminazioni celesti e tuttavia fu purificata nel purgatorio perchè non aveva taciuto dei suoi doni speciali.

La beata Anna Maria Taigi vide due anime religiosi in purgatorio dei quali, uno era morto in concetto di santità e l'altro come apprezza­tissimo direttore spirituale; ma il primo aveva dato troppa importanza al proprio giudizio e il secondo era stato spesso troppo distratto nel ser­vizio sacerdotale.

Essa vide il conte X, morto da due giorni, il quale nonostante la sua vita sregolata e gaudente fu tuttavia salvato, perchè aveva perdona­to a un suo nemico. Dovette però passare in purgatorio tanti anni quanti ne aveva passato nel godimento mondano. Un laico assai noto per le sue virtù o credute tali, fu condannato a un penoso purgatorio, perchè egli aveva sempre adulato le persone altolocate. Essa previde pure la prepa­razione del catafalco del papa Leone XII. Alcuni anni dopo la morte di questo Papa, avvenuta come essa aveva predetto il 10 febbraio 1829, es­sa vide l'anima del defunto Papa come un rubino che non era del tutto ancora purificato dalle fiamme.

Anna Maria vide spesso persone ricche, distinte, personaggi insi­gni di alte cariche ecclesiastiche, sacerdoti, religiosi precipitare con guizzi di fiamme nell'abisso. Anna Maria tacque sempre i loro nomi, e quando un monsignore le fece osservare in proposito che i dannati non hanno più alcun diritto al nostro amore, la beata rispose: «Per i loro parenti e amici che sono ancora in vita sulla terra ne hanno tuttavia di­ritto»!

Persone povere, umili, semplici come bambini essa le vide andare direttamente in cielo dopo la loro morte; fra queste un povero fratello cappuccino, un novizio gesuita, due sacerdoti missionari. Se veniva a sa­pere che qualcuno alla sua morte specie se sacerdote lasciava molto denaro, essa scuoteva il capo e diceva: «Ci sono tanti poveri da aiutare, la salvezza per sfruttatori del popolo è difficile da raggiungersi». Durante il funerale di un ricco cardinale, il cardinal Doria, la beata Anna Maria Taigi vide che le centinaia di sante messe, che egli si era la­sciato in testamento, non giovarono per niente alla sua anjima, ma tor­narono a vantaggio di povere anime abbandonate; l'anima del cardinale ebbe aiuto soltanto molto piú tardi.

Mentre un giorno la beata si stava confessando da Padre Ferdi­nando dell'ordine dei Trinitari nella Chiesa di san Grisogono a Roma ella gli disse; «Il Generale del vostro Ordine è stato trucidato insieme con i suoi compagni in Spagna da soldati Francesi». Ella descrisse anche con molta chiarezza e particolari i maltrattamenti che i due sacerdoti do­vettero subire, però aggiunse: «Le anime dei due martiri le ho viste salire in Cielo». Due mesi dopo lettere dalla Spagna annunziarono la morte dei due sacerdoti Trinitari come lei l'aveva descritta.

Spesso delle povere anime insistevano presso la beata chiedendo insistentemente il suo aiuto, la liberazione di queste anime costò sempre alla beata una grande quantità di sofferenze e di dolori. Per amore delle povere anime la beata si trascinò spesso con grandissimi dolori fino al cimitero per pregare colà sulla tomba dei defunti. In particolare essa pregò per le anime di sacerdoti defunti e dei religiosi!

Mentre un giorno assisteva alla santa messa dei defunti essa ebbe a soffrire indicibili dolori. Durante la messa di ringraziamento che seguì alla messa da requiem, la beata vide «il Gloria» come l'anima del de­funto liberata dalla pena dell'aldilà salva volando verso il Cielo. Essa credette di morire dalla gioia durante la sua estasi.

Un pensiero particolare e per noi molto istruttivo fu questo: la beata Anna Maria raccomandava sempre alle anime liberate dal purga­torio con grande insistenza le necessità della Chiesa e soprattutto quelle del Papa!

Ed ora alcuni particolari della vita della beata Anna Maria Taigi tolte dal libretto di Ida Lúthold «Una santa donna e Madre-Kanisius­Verlag: Anna Maria andata sposa a Domenico Taigi, come sopra ricor­dato, ebbe una bambina, Anna Serafina, che però morì presto lasciando un tremendo vuoto nella vita dei due giovani sposi. Per far tacere il grande dolore e l'uno e l'altra cercarono sfogo nei piaceri e nelle vaneglorie umane, ma poi il Signore intervenne Lui...

In uno splendido giorno di primavera, Anna Maria vestita a festa e riccamente adornata si recò a san Pietro al braccio del suo sposo. Sulla porta si incontrarono con un sacerdote, che vestiva l'abito «de Servi di Maria». Anna Maria non lo conosceva, ma un intima voce la spinse ad osservarlo attentamente. I loro sguardi si incontrarono. Fu come se un fulmine le penetrasse nel cuore! Dal canto suo Padre Angelo - questo era il nome del P. Servita - sentì dentro sè una voce che gli diceva: «os­serva bene questa donna, un giorno io l'affiderò alla tua guida, Tu devi ricondurla completamente a Me. Essa camminerà nella via della perfe­zione, perchè io l'ho scelta per la santità».

Ci furono crisi, pentimenti, angoscie, abbandono alle feste e fi­nalmente, nella chiesa di san Marcello, dove era andata sposa a Dome­nico Taigi, incontrò Padre Angelo dei Serviti, che Dio aveva scelto per guidarla nella nuova vita verso la santità!

Domenico e Maria vissero profondamente la loro vita matrimo­niale per 48 anni ed ebbero sette figli.

A 92 anni Domenico Taigi fu chiamato davanti ad alti Prelati per testimoniare sulle virtù della sua defunta sposa, che era morta il 9 giu­gno 1837 a 68 anni e dieci giorni. Per la prima volta nella storia delle beatificazioni venne chiamato al processo informativo il marito di una sposa che aveva vissuto una vita profondamente pia e santa! Le spoglie di Anna Maria Gianotti Taigi riposano ora come lei aveva sempre desi­derato a san Grisogono, nel Santuario delle «Trinitarie» a Roma.

Il Signore aveva donato ad Anna Maria Taigi una grazia rarissi­ma grandiosa, che pochi grandi santi e mistici hanno avuto, come il san­to «Bruder Klaus» e l'abate di san Colombano di Scozia, che ebbero una o due volte questa «visione» della «Luce Divina», attraverso un raggio di questo «Sole» essi poterono conoscere immediatamente i mi­steri della Creazione e della Redenzione e anche conoscere e vedere tutto l'universo. Una cosa simile ebbe la grande Hildegarda di Bingen, che potè conoscere le meraviglie della creazione e delle vicende e delle crea­ture e delle piante e la loro forza medicamentosa ... etc.

Anna Maria Taigi potè avere questo «Sole» dal giorno della sua conversione fino alla fine della sua vita, sempre visibile davanti ai suoi occhi. Essa «Luce» le apparve la prima volta nella sua camera da letto dopo che si era flagellata, in una luce velata e fioca. Man mano che essa progrediva nella virtù, questa. «Luce» si faceva sempre più chiara e in breve tempo, come lei stessa afferma, questa Luce divenne più chiara di sette soli uniti e fusi insieme. «Questo Sole» appariva ai suoi occhi nella grandezza del nostro sole. Esso aleggiava continuamente sopra il suo ca­po, giorno e notte, a casa, per strada, ìn chiesa, «Questo sole» dice il Cardinale Pedicini, «era la Divinità che si era resa particolarmente pre­sente per lei»; Anna Maria sapeva che nel suo «Sole» era presente la di­vina Sapienza. Spesse volte il Signore l'aveva assicurata che Egli le ave­va donato qualche cosa che non aveva fatto normalmente con alcuna persona e che vicino a lei ognuno si sarebbe dovuto inginocchiare - non per lei - ma per adorare Colui che le era sempre accanto!

Bastava che essa alzasse gli occhi per sapere tutto quello che nes­suno seppe mai, e tutto questo per 47 anni! Essa - vi vedeva ogni giorno tutto il mondo, gli avvenimenti, i progressi naturali e tutto quanto suc­cedeva, cosa che altrimenti non avrebbe potuto sapere!

«Presente, passato e futuro» erano nel suo «Sole» tutt'uno. Anna Maria viveva con la carne nel mondo contemporaneamente partecipa­va alla conoscenza dei Beati. Per lei stessa «questo Sole» fu Luce che le permetteva di vedere in sè anche le minime macchie e imperfezioni e le faceva rinnovare il suo dolore, la sua umiltà, la sua preghiera e peniten­za. Quanti fiumi di grazie uscirono da questo «Sole» anche a favore di tante altre persone. Anna M. potè convertire innumerevoli peccatori dei quali aveva conosciuto lo stato delle loro anime, attraverso questo «So­le». Molti castighi e tremende punizioni furono evitate a singoli e alla so­cietà. Essa potè salvare da macchinazioni e congiure che sconvolgevano quel mondo disgraziato come il nostro di oggi.

 

38) LA BEATA MARIA EUGENIA DE SMET + 7 FEBBRAIO 1871

Marìa Eugenìa nacque a Lilla in Francia terzogenita di sei figli da Enrico e Paolina de Smet nel 1825 e morì di cancro dopo infinite soffe­renze offerte a pro delle povere anime purganti e fu proclamata «Beata» da Pio XII nel 1957. Di lei scrisse il suo Biografo Renato Basin «Essa visse il suo nome», in una grande e robusta fede della divina provviden­za, ma anche quello della sua Congregazione religiosa, da lei fondata, «Ausiliatrice delle povere anime», ed essa fu una grande ausiliatrice del­le povere anime in una maniera sublime. Il santo Curato d'Ars le scris­se: « È Dio che le ha ispirato di lavorare esercitando le opere di miseri­cordia per la liberazione delle povere anime del purgatorio, in tal modo lei realizza pienamente lo spirito di G. Cristo aiutando contemporanea­mente le sue membra sofferenti sulla terra e sollevando le pene di quelle che sono in purgatorio.

Maria Eugenia già fin da bambina e poi sempre di più ha profon­damente compreso nella sua vita la verità di fede, che ci sono effettiva­mente delle anime passate in grazia di Dio, tuttavia non del tutto purifi­cate e rese pure abbastanza che l'amore di Dio vorrebbe subito accoglie­re nel suo Regno, ma la sua Giustizia le deve ancora tenere lontane, nel purgatorio».

Mentre un giorno stava giocando con le sue compagne di scuola a rincorrere le farfalle (aveva sette anni) come sempre la sua innata ten­denza a guidare nel suo eccezionale impulso del cuore e della volontà, improvvisamente si fermò come bloccata dentro, e dopo un po' disse al­le sue compagne: «Se uno dei nostri piccoli fratellini fosse in un carcere di fuoco prigioniero e noi potremmo con una semplice parola liberarlo dalla sua prigionia, forse non la diremmo questa parola? E questo è pro­prio quello che succede alle povere anime. Esse si trovano in un carcere di fiamme e noi potremmo liberarle e noi non ce ne preoccupiamo affat­to»!

Fu certo questo un primo raggio della grazia che stava a signifi­care la sua futura vocazione. E così essa prese ad offrirsi come piccola vittima per portare sollievo alle povere anime e scrisse anche a una sua amica: «Raddoppiamo le nostre preghiere per liberare le povere anime! Io vorrei svuotare il Purgatorio»!

Andando avanti si andava formando sempre più vivo il pensiero: «Ci sono nella Chiesa delle Congregazioni, intese a sollevare le più sva­riate necessità della gente, non ha da esserci anche una congregazione che si dedichi principalmente ad aiutare i defunti? 80 mila persone muoiono ogni giorno e chi si offre per queste povere anime»?

Per rassicurarsi che questi pensieri venivano da Dio il primo no­vembre 1853 durante la benedizione eucaristica essa pregò: «Se sei Tu, mio Signore e mio Dio, che mi ispiri questi pensieri verso le anime fa in modo che all'uscita della chiesa una amica mi parli del purgatorio»! Poi mentre scendeva gli scalini all'uscita dalla chiesa una sua conoscente le disse: «Durante la benedizione ho avuto l'idea e mi sono proposta di of­frire insieme con te questo mese di novembre per le povere anime»! Non ancora contenta di questa prova, chiese consiglio al s. Curato d'Ars. Questi più volte le disse che il suo proposito «era un pensiero di amore scaturito dal cuore di Gesù e che la sua opera era da tempo desiderata da Dio». La divina Provvidenza mostrò alla futura beata attraverso molte richieste e preghiere che le venivano rivolte come doveva concretizzarsi il suo progetto. Essendo poi stata pregata di andare ad assistere un'am­malata e avere cura di lei, essa compendiò lo scopo della sua fondazione in queste parole: «Noi ci vogliamo dedicare ai più poveri e abbandonati di questo e dell'altro mondo»!

Essa vide allora ciò che avrebbero dovuto fare i membri della sua Congregazione in maniera veramente secondo la santa teologia della Chiesa. I meriti di riparazione e di suffragio (opere meritorie) che i membri della Chiesa pellegrina sulla terra uniti a Cristo nella carità e nella grazia potevano compiere, saranno devoluti attraverso le «ausilia­trici delle povere anime» a pro delle anime della chiesa purgante, affin­chè queste possano presto glorificare Dio la SS. Trinità per sempre nella chiesa trionfante del Cielo.

Dio ha accolto la preghiera e l'offerta di Madre Maria e delle sue sorelle dell'ordine per le povere anime del purgatorio, come le aveva fat­to capire nelle voci che egli aveva sussurrato al suo cuore. Essa offrì a Dio tutte le sue gravi e numerose sofferenze che ebbe a soffrire nello spi­rito e nel corpo durante tutta la sua vita fino alla sua morte prematura a 45 anni, a pro delle povere anime e con i 4 voti da lei fatti e dalle sue compagne: «pregare, patire, lavorare per le anime del purgatorio» ope­rò davvero con il massimo impegno.

La congregazione da lei fondata - Suore delle povere anime -«Auxiliatrices des Ames du Purgatoire» conta oggi 65 case e 1500 mem­bri in tutte le parti del mondo.

Maria Eugenia salì certamente accompagnata dalle innumerevoli anime da lei liberate dal purgatorio all'eterna ricompensa in Cielo il 7 febbraio 1871.

 

39) SANTA GEMMA GALGANI + 11 APRILE 1903

Gemma nacque a Comigliano vicino Lucca; era la figlia di un farmacista e condusse la sua breve vita ricca di grazie e di esperienze mi­stiche per la maggior parte a Lucca. Spesso sofferente e molte volte sul punto di morire il suo più ardente desiderio era di potersi fare religiosa, ma questo suo ardente desiderio non si potè realizzare!

Purificata da sofferenze e sacrifici rimanendo nel mondo fu tut­tavia una grande mistica e stigmatizzata, vittima con Cristo nella sua passione riparò per gli uomini in pericolo di dannarsi e per le povere ani­me. Degnata fino dal suo settimo anno di età di mistici rapporti con gli angeli, santi e povere anime in frequenti visioni ed estasi, fu anche assai spesso assalita da attacchi del demonio. A 21 anni ricevette le stimmate. Salí fino ai più alti gradi della santità e della mistica unione con Cristo e l'undici aprile 1903 a 25 anni moriva a Lucca in fama di santità. Trent'anni dopo il 14 maggio 1933 veniva proclamata beata e sette anni dopo nel 1940 da Papa Pio XII veniva innalzata agli onori degli altari.

Instancabile e generosa offriva sempre preghiere e penitenze e i suoi dolori per le povere anime. Così faceva per i poveri peccatori, an­che per loro come per le povere anime essa offriva sempre in particolare per una singola persona; essa soleva dire: «Si, patire, patire per i pecca­tori e particolarmente per le povere anime del purgatorio» «l'angelo cu­stode - scrisse nel suo diario - mi ha detto che stasera Gesù mi farà soffri­re un pò di più e cioè per due ore dopo le nove e precisamente per una povera anima nel purgatorio».

Un giorno Gemma seppe per via soprannaturale che nel monaste­ro delle Passioniste a Corneto una suora molto cara a Gesù stava grave­mente ammalata. Essa chiese al suo direttore spirituale il Passionista P. Germano di san Stanislao, se era vero che detta suora stava male da mo­rire. Avuta risposta affermativa, Gemma incominciò a pregare Gesù che volesse concedere a questa suora di espiare i suoi peccati nel suo letto di dolore, affinchè alla sua morte potesse entrare al più presto in Cielo. Gemma fu esaudita almeno in parte. La povera suora a Corneto ebbe molto da soffrire e morì solo dopo alcuni mesi. Gemma lo disse alle per­sone di casa, per esortarle a pregare per questa suora defunta che a Luc­ca non era per niente conosciuta. L'anima della defunta suor Maria Te­resa di Gesù Bambino era apparsa a Gemma in una condizione veramente miserevole l'aveva pregata di venirle in aiuto, perchè essa aveva da soffrire molto in purgatorio per certe sue determinate mancanze. Da quel momento Gemma raddoppiò le sue preghiere per la povera defun­ta: «Signore, prendi presto in paradiso suor Maria Teresa; essa è infatti un'anima che ti è particolarmente cara, fa soffrire me per lei. Io voglio veramente liberarla dalle pene del purgatorio».

Ed ecco che per due settimane Gemma soffrì una sofferenza tre­menda in riparazione, finchè ottenne la soddisfazione del Signore. Cosí l'anima della suora defunta entrò in Cielo. In proposito Gemma raccon­ta: « Verso le 12,30 mi sembrò che venisse la Madre di Dio a dirmi che il momento era molto vicino. Dopo un po' mi sembrò anche che Maria Teresa nel vestito delle passioniste accompagnata dal suo angelo custo­de e da Gesù passasse davanti a me. Quanto era diversa dal quel giorno in cui la vidi per la prima volta! Essa si avvicinò sorridente e mi disse: ora sono veramente felice e vado a godermi per sempre il mio Salvatore, e tornò a ringraziarmi. Si volse ancora facendomi cenno con la mano come per salutarmi e poi salí verso il Cielo con il suo angelo custode e Gesù; erano le due e mezzo»!

 

40) LA VENERABILE GIUSEPPA MENENDEZ + 29 DICEMBRE 1923

Niente di straordinario appariva agli occhi del mondo nella vita di suor Josefa Menèndez della Società delle suore del Sacro Cuor di Ge­sù, morta a soli 38 anni a Poitiers in Francia dopo molte sofferenze e tanti sacrifici offerti a Dio con grande amore.

Ebbe straordinari doni mistici come la compagnia di Nostro Si­gnore Gesù Cristo e un frequente rapporto con le povere anime. Leggia­mo nel libro «Die Liebe ruf » - L'amore chiama -. Mentre durante la quaresima del 1922 essa fu esposta agli attacchi del demonio giorno e notte, il Signore le fece vedere anche un altro luogo - vero abisso di do­lore - il Purgatorio.

Ora vennero da lei innumerevoli anime e la pregavano umilmente della sua preghiera di mediazione e chiedevano con estrema umiltà il do­no dei suoi sacrifici e delle sue offerte. Da principio suor Josefa ne fu scossa e spaventata, ma poi un po' alla volta essa si abituò alle confes­sioni di queste povere anime. Essa le ascoltava, chiedeva del loro nome, le incoraggiava e si raccomandava piena di fiducia alla loro intercessione. Suor Iosefa scriveva il loro nome, la data della loro morte e il luo­go dove erano morte queste creature che si erano salvate, e che le erano del tutto sconosciute. Senza che lei ne sapesse niente queste sue annota­zioni furono esaminate e messe a confronto e trovate esatte. Queste coincidenze questi fatti sono una prova evidente della verità dei suoi in­contri con le povere anime.

Una delle povere anime che Josefa aveva appena liberato dal Purgatorio le disse: «Ciò che vale non è entrare in un ordine religioso, ma entrare in Cielo»!

Un'altra anima che si era raccomandata alle preghiere di suor Jo­sefa le disse: «Se le anime consacrate a Dio sapessero quanto care si pa­gano qui in Purgatorio anche le piú piccole concessioni alla natura»!

Un sacerdote defunto apparso alla suora le disse: «La mia con­danna è alla fine, ora entro nella patria eterna» poi aggiunse: «Sia bene­detta l'infinita Bontà di Dio che degnò di accettare le sofferenze e le of­ferte di altre anime, per espiare le nostre infedeltà. Quale gloria potrei avere adesso in Cielo se la mia vita fosse stata diversa»!

Una defunta religiosa mentre stava per entrare in paradiso confi­dò a suor Josefa: «Quanto diverse appaiono le cose eterne, quando si entra nell'eternità! Compiti di alto prestigio non hanno alcun valore da­vanti a Dio, vale unicamente e solo la retta intenzione con la quale si ese­guono anche le più piccole cose! Quanto da nulla è la terra e tutto ciò che essa contiene e durasse anche a lungo essa è un nulla di fronte all'eternità! E come si consuma l'anima nel desiderio di vedere Dio, il Signore»!

Anche quanto riportiamo ora delle cose rivelate dalle povere ani­me a suor Josefa è, per chi vuole, molto istruttivo!

«Io sono vissuta sette anni in peccato mortale; e per tre anni fui ammalata. Ho sempre evitato di confessarmi. Cosí avevo meritato l'in­ferno e ci sarei effettivamente precipitata se tu con le tue sofferenze, e i tuoi dolori non mi avessi ottenuto la forza di confessare i miei peccati e cosí di ottenere di nuovo la grazia. Ora sono in Purgatorio e ti supplico, poichè sei riuscita a salvarmi dall'inferno, liberami anche da questo car­cere cosí doloroso»!

«A causa della mia infedeltà, mi trovo in Purgatorio... Io non volli rispondere alla chiamata divina. Vi ho resistito per dodici anni e fui in grande pericolo di dannarmi. Difatti mi ero abbandonata alla colpa per far tacere i morsi della mia coscienza. Grazie alla divina Bontà che si servì dei tuoi dolori, io trovai il coraggio di ritornare a Dio. Ora donami il tuo amore e liberami dal Purgatorio»!

«Offri per noi il preziosissimo Sangue di Cristo! Cosa sarebbe per noi se nessuno fosse disposto ad aiutarci nel purgatorio»! «Effettivamente ero stato chiamato al sacerdozio e ho perduto questa grazia con la lettura di libri cattivi... ».

Io sono vissuto a lungo in convento, ma negli ultimi anni ho pen­sato di più a me stesso e ai miei comodi, che ad amare il Signore! Il meri­to dei tuoi sacrifici mi ha ottenuto la grazia di fare una buona morte e ti ringrazio anche perchè io non devo passare anni in purgatorio come avrei meritato... ».

«Io sono al purgatorio da un anno e tre mesi. Senza la tua offerta io ci dovrei rimanere ancora per molti anni, coloro che sono vissuti nel mondo hanno davanti a Dio meno responsabilità di coloro che si sono consacrati a Dio. Quante grazie ottengono questi, ma quanta responsa­bilità se non ne fanno retto uso! I religiosi sanno troppo poco quanto dovranno pagare care le loro mancanze qui in purgatorio. La gola arsa espia la mancanza contro l'amore del prossimo. La lingua viene tremen­damente tormentata per espiare le mancanze contro il silenzio. L'essere rinchiusi in questo carcere espia la disobbedienza. Nel mio ordine ci so­no poche soddisfazioni e poche comodità, tuttavia si può sempre procu­rarsene; e quanto tremendamente si devono pagare qui anche le più pic­cole mancanze di mortificazione»!

Io sono in purgatorio, perchè non mi sono curato abbastanza delle anime che il Signore mi aveva affidato. Io non avevo compreso be­ne quale immenso valore ha un'anima immortale e quale donazione esi­ge questo bene cosí prezioso»!

«Io sono nel purgatorio, perchè non mi sono preoccupato abba­stanza di quelle anime che mi furono affidate da Dio, quanto esse avreb­bero meritato. Io mi sono lasciato trascinare e guidare da riguardi uma­ni e naturali, senza vedere abbastanza Iddio nelle anime che mi erano af­fidate, come dovrebbero fare sempre i superiori. Perchè come i sudditi e i religiosi devono vedere nei loro superiori Dio, il Signore e riconoscerlo, cosí anche i superiori devono vedere Dio nei loro figli e figlie spirituali.

Il mio purgatorio sarà lungo, perchè nella mia malattia non ho accettato il volere di Dio e non ho offerto lu mia vita con piena donazione e gene­rosità. La malattia è infatti una grazia grande, perchè con essa si posso­no espiare molti peccati. Ma se non si stà attenti essa può diventare oc­casione per deviare dal vero spirito dell'Ordine... e dimenticare, che la povertà, la castità e l'obbedienza si sono votate e ci si è consacrati come offerta a Dio. Il nostro Salvatore è tutto Amore, certo, ma anche tutto giustizia»!

Suor Josefa Menèndez, anima straordinariamente ricca di grazia e di spirito di sacrificio e anima riparatrice, non ha solamente salvato in­numerevoli anime dalla dannazione eterna con la sua vita di offerta e di donazione e di sofferenza, ma ha anche liberato prima del tempo, mol­tissime anime dal Purgatorio.

 

41) ANNA SCHAEFFER VON MINDELSTAETTEN + 25 OTTOBRE 1925

Anna Schaeffer, chiamata dai suoi concittadini la «Schneider­Nandl» (noi diremmo la Nannele-tischler perchè era figlia di un falegna­me del villaggio di Mindelstaetten - diocesi di Regensburg, dove si svolse la sua vita di innocenza, di lavoro, e di martirio durato questo in manie­ra spaventosa per 23 anni da quando cioè ha 18 anni, un giorno dove era in servizio a Ingolstacit - era il 2 febbraio del 1900 - essa cadde con un piede in un secchio di acqua bollente. Portata in fretta all'ospedale le carni bruciate cadevano a brandelli e il medico raschiò tutto fino all'os­so per tutta la gamba lavorando fino all'una di notte fra atroci dolori della povera giovane che dovette subire questo tormento senza anestesia e che tuttavia non emise un grido! I resti delle bruciature incominciaro­no ben presto a creare materia e infezione sicchè dovette essere sottopo­sta a nuove raschiature e tormenti ... Trasportata a casa si dovette creare con filo di ferro e bende una specie di arco che sostenesse le lenzuola af­finchè non toccassero la carne viva che tuttavia costringeva la povera creatura a gridare per i dolori insopportabili! Nuovi ricoveri in clinica e nuovi tormenti, ma tutte le cure e tutti i tentativi per fermare il male fu­rono inutili.

Trasportata di nuovo a casa dove ogni cinque giorni doveva veni­re medicata con garze di xeroformio (per disinfettare e togliere il puss) ripetendo ogni volta atrocissimi dolori, che la poveretta dovette soppor­tare per 22 anni fino alla sua morte avvenuta il 25 ottobre 1925.

In mezzo ai suoi dolori inauditi il Signore le fece conoscere la sua missione di espiatrice per i peccati degli uomini, per la conversione dei peccatori, per la liberazione delle povere anime. Visioni che si ripeteva­no e davano alla povera martire sempre nuova forza e nuovo spirito di amore e di offerta per l'umanità e finalmente dopo dieci anni di prove dolorosissime il Signore concesse a questa sua eletta creatura il 4 ottobre 1920 festa di san Francesco d'Assisi il dono delle Stimmate. Anna Schaeffer riuscì a nascondere le sue piaghe dei piedi e anche quelle delle mani per parecchi anni perfino al suo parroco. Poi dopo lunghe e insi­stenti preghiere Anna ottenne dal suo sposo celeste che facesse scompa­rire i segni esterni delle piaghe, rimanendo i dolori, e la cosa fu testifica­ta dalla sua mamma e da una ragazza di 16 anni che la assisteva e alla quale Anna apparve al momento della sua morte!

Già nel 1915 Anna aveva celebrato le sue mistiche nozze con Cri­sto col quale rimase tanti anni crocifissa e sostenuta da sempre nuove vi­sioni la povera martire ottenne sempre nuova forza per dirigere la sua vita e offrire per la salvezza degli uomini e per la pace, per ottenere la quale si era offerta vittima come tante altre grandi anime sue contempo­ranee, note a Dio solo e al grande pontefice della Pace Benedetto XIV e al nunzio in Baviera Eugenio Pacelli.

Nel marzo del 1922 Anna Schaeffer ricevette anche la Corona di spine di Nostro Signore Gesù Cristo le cui impronte essa conservò fino alla fine della sua vita e naturalmente le tremende sofferenze... Visse so­lo di dolori e di povertà! Riceveva per il suo sostentamento e le cure so­lo 9 marchi al mese! Cosa inaudita! Osserva il vescovo dr. Buchberger di Regensburg. Nel 1925 morì nella nostra diocesi una giovane di nome Anna Schaeffer, che per i suoi 25 anni di sofferenza fu fatta degna di ri­cevere le sacre stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo. Durante la sua vita di dolore essa ebbe una rendita mensile di 9 marchi per vivere, e per le spese di medicine, eppure lei era contenta e ringraziava Dio di questa sua povertà.

La vita di questa eccelsa creatura fu scritta da A.M. Weigl nel suo libro «Geschich1e einer Liebe» Storia di un amore!

Essa dovette subire TRENTA operazioni e tutte sempre senza al­cuna anestesia! Immaginate che cosa vuol dire?!!

A proposito dei suoi rapporti con le povere anime si legge nel li­bro di Weigl e Fischl: «Il venerdí del 19 aprile 1918 al mattino dalle 4 al­le 6 essa ebbe il seguente sogno (visione)» «Mi sognai di trovarmi in chiesa e stare in ginocchio davanti all'altare maggiore davanti all'Euca­ristico Gesù e pregai a lungo. Improvvisamente si fece cosí chiaro (lumi­noso) ed io vidi il sacratissimo Cuore in uno splendore indescrivibile e raggiante di fuoco, e nel sogno non cessai di pregare e raccomandai al Sacro Cuore davvero molte anime e pregai per loro. E ogni volta che pregavo, per un anima (fra le quali c'erano anche molte conoscenti) e ancora di più sconosciuti - ogni volta usciva dal Sacro Cuore un raggio che andava diritto al luogo dove si trova quest'anima e vidi anche detta anima. Nel sogno io pregavo: «Gesù mio misericordia»! Io mi trovai di colpo circondata da un numero cosí grande di anime e sempre in sogno compresi chiaramente che queste ultime erano anime del purgatorio. E tutte mi dicevano: «Anche per me»! Ma esse erano tante che non potevo vederle tutte, e attorno a me c'era una ressa così grande che io ebbi in sogno una grande angoscia e paura e tornai a pregare «Gesù mio miseri­cordia» Ed ecco uscì di nuovo dal tabernacolo un torrente di luce mera­vigliosa, tanto che credetti che tutta la terra ne dovesse essere illuminata e in quell'istante mi svegliai»!

Anna Schaeffer non poteva avere un conforto maggiore dalle po­vere anime. Ad ogni sua giaculatoria «Gesù mio misericordia» un rag­gio partiva dal Sacro Cuore e andava diritto all'anima per la quale essa pregava! È davvero toccante vedere come subito si fece attorno a lei una schiera anzi una ressa di povere anime che le ripetevano: «anche per me; anche per me ... »!

Leggiamo ancora nel quaderno dei «sogni» (Visioni) di Anna il lunedì 22 luglio 1918 ebbi il seguente «sogno» delle povere anime «Mi sembra di essere andata a trovare una signora gravemente ammalata e questa mi disse: tu devi partire dalla mia camera e attraversare sette stanze e fermarti per un certo tempo nell'ultima. Lo feci quanto quella signora mi aveva detto e attraversai sei stanze, arrivata alla settima c'era una porta di vetro ed io guardai attraverso di essa e vidi che' c'erano in­numerevoli persone. Allora mi prese un'angoscia e pensai; esse sono certamente delle povere anime. Comunque senza perdere altro tempo io aprii la porta e gridai: Gesù mio misericordia per tutte voi e tutte mi salutarono con grande riconoscenza; fra le tante figure una giovane fan­ciulla mi venne incontro e parlò a lungo con me; Attorno al suo capo e alle sue guancie c'era una luce molto viva, cosa che non si poteva notare sulle altre. Le anime avevano un aspetto molto, ma molto più penoso. Quella giovane tanto splendente mi disse che essa sulla terra era apparte­nuta ad un alto grado di nobiltà e che lei doveva espiare specialmente per i suoi peccati di lingua e per essere stata troppo superba dei suoi bel­lissimi denti. Poi prese la mia mano destra e la pose davanti alla sua boc­ca, affinchè io potessi sentire quale calore essa doveva seffrire per i pec­cati soprannominati! Usciva dai suoi denti un tale calore, che io credetti - nel sogno - che mi fossero incendiate e bruciate anche le ossa della ma­no. Io mi spaventai allora alquanto e continuai intanto a recitare giacu­latorie. Poi le dissi: se alle mie giaculatorie come per es. quando - dicevo «Gesù misericordia» essa provava un grande sollievo. Essa mi rispose: Nell'istante in cui un'anima pentita recita di cuore per noi povere anime delle giaculatorie, in quel medesimo istante noi abbiamo un grande sol­lievo e diminuizione di dolore»!

Ora io continuai a lungo a recitare giaculatorie per loro per cui tutte piangevano tranne quell'anima illuminata. Allora mi prese per ma­no e mi condusse alla finestra e disse: « Vedi qui fuori è il mondo acceca­to e indifferente che non pensa quanto duramente tutto deve venire espiato»! Ed io vidi fuori passare molte persone. Poi lei sedette di nuovo accanto a me sul tavolo. Le altre anime non si mossero dai loro posti. Allora io le dissi che mi doveva dire se le occorreva ancora qualche cosa che io subito avrei pregato volentieri il Signore, oppure se preferiva in­vece scriverlo e subito le porsi carta e matita. Allora lei scrisse sopra qualche cosa. Sulla prima riga era scritto: «Una messa»; il resto non lo riuscii a leggere, vi stava pure il nome ma neppure questo riuscii a legge­re... Quando gli altri videro questo si misero a piangere molto forte. Al­lora io dissi loro: «Anche voi potete scrivere ciò che vi manca»!

Io diedi a ciascuno carta e matita. Ma quello che scrissero era del tutto scuro e illeggibile. Intanto mentre tutti questi scrivevano io conti­nuavo a recitare Giaculatorie. Poi dissi improvvisamente loro: «A ciascu­no di voi quanti siete qui io offro una santa Comunione». E tutti subito presero a ringraziare e piangere. Poi si dissero l'un l'altro: «La santa Comunione, la santa Messa, il Sangue di Cristo sono per noi un sollievo e un conforto così grande che non è possibile esprimere»! Poi sempre nel sogno pensai: «Ora tu sei qui da parecchio tempo ormai e adesso de­vi andare». E mentre mi guardavo ancora una volta intorno, vidi seduto in un angolo un giovane di circa 18 anni. Egli aveva l'aspetto più dolo­roso di tutti. Allora io mi avvicinai a lui battei sulla sua spalla e dissi: «Nemmeno tu sarai dimenticato, io farò anche per te quello che ho pro­messo agli altri»! Egli ne fu felice e mi ringraziò con grande gioia!

Allora la fanciulla di luce mi prese per mano e disse: «Ora sono le 12»! Ed io risposi: «Gesù mio misericordia per tutte voi ed io non vi di­menticherò»! E in quell'istante mi svegliai!

In questo lungo racconto della visione di Anna Schaeffer rilevia­mo da un lato la pena delle povere anime non ancora liberate, la pena da scontare anche per cose apparentemente di poco valore, come la vanità di avere dei denti molto belli; d'altra parte la commovente disposizione di Anna, che vorrebbe salvare tutte le anime con ininterrotte giaculato­rie e con l'offerta delle sante comunioni, della santa messa e del prezio­sissimo Sangue di Gesù Cristo e l'offerta delle proprie sofferenze.

Essa racconta ancora: «Il sabato del 29 novembre 1919 sognai: Io ero nel purgatorio e vedevo le povere anime soffrire indicibilmente. Io non potrei descrivere ciò chele povere anime vi soffrono. Io vidi fra queste anche delle persone che conoscevo, che già da parecchi anni era­no morte e soffrivano ancora tremendamente. All'inizio del marzo 1919 sognai per tre volte del purgatorio e sempre vidi anime di persone che conoscevo».

Il 28 luglio 1920 io sognai: «Io vidi una donna morta da parecchi anni, che conoscevo, Teresa W. nel purgatorio e vidi le sue spaventose sofferenze. Vedendo la donna soffrire così tanto io dissi: Per quanto fi­nora io abbia potuto soffrire e non posso dire di aver sofferto poco, ma devo dire che non ho sofferto niente in confronto e il mio patire in con­fronto di questo purgatorio è come una fresca rugiada». Quella donna mi disse: «Prega per me»!

 

42) MADRE ORSOLA HIBBELN + 17 MAGGIO 1940

Una vita simile a quella della beata Maria Taigi fu quella della veggente e grande amica delle povere anime Orsola Hibbeln nata Har­thausen Bbchum nella Ruhr e andata sposa al tramviere Augusto Hib­tsbeln. Essa ebbe nove figlioli ma solo due le sopravvissero, gli altri mori­rono tutti prima di lei. Apparentemente la sua vita non ebbe niente di eccezionale e si svolse in modo semplice e naturale. Quasi nessuno av­vertì le sue opere di offerta, i suoi sacrifici le sue incessanti preghiere. Eppure fino da bambina essa ebbe dei doni carismatici non comuni.

Un misterioso rapporto con le povere anime, la sua introspezione nei cuori degli uomini, che essa incontrava. Essa previde molti avveni­menti. Essa fu un'anima vittima per la salvezza degli uomini e per la li­berazione delle povere anime. Il suo ideale fu aiutare le povere anime fa­re che altri lo facessero pregando almeno di più per loro.

Già da bambina essa ebbe «visite» dall'aldilà, ma i sacerdoti non le credettero e la volevano convincere che erano solo suggestioni perso­nali, ma lei era ben sicura della realtà delle sue visioni e lo confermò de­scrivendo senza averne avuta notizia da nessuno e il luogo e il genere della morte di molte persone delle quali poi fu confermata la verità. Molte persone si recavano da lei per avere notizie della sorte dei loro de­funti, molti per curiosità e a queste persone rispose: «Il Signore non ha istituito un ufficio informazioni per accontentare le curiosità; pensate piuttosto a pregare, offrire per i vostri defunti»! A coloro però che le chiedevano con retta intenzione spesso rivelò la sorte dei loro cari de­funti. Una donna che aveva vissuto una buona vita, ma era stata egoista verso i suoi figlioli e suo marito si mostrò a mamma Orsola pochi giorni dopo la sua morte dicendole di trovarsi in purgatorio e pregandola di di­re ai suoi che pregassero molto per lei. Parecchi sacerdoti defunti ebbero il permesso da Dio di manifestarsi a Orsola per chiedere l'aiuto delle sue preghiere; e questo specialmente nelle grandi feste dell'anno liturgico.

A una giovane donna Orsola, incontrandola una volta disse: «Che buoni genitori lei ha avuto! Papà e mamma sono in Cielo»!

Una signora racconta: «Mio padre morì il 17 febbraio 1927. Da vivo ripeteva spesso, che non doveva essere poi così difficile andare in paradiso. Nell'estate 1927 io venni da mamma Orsola, con la quale non avevo mai parlato della morte di mio padre. Appena mi vide disse subi­to: suo padre mi è apparso e mi ha affidato parecchi incarichi e fra il re­sto mi ha detto, che non era poi tanto facile andare in paradiso. Egli è andato in paradiso la sera avanti Pentecoste»!

Quando Orsola morì la gente diceva: «Abbiamo perduto una santa»! Un sacerdote scrisse: «Perduto una santa? Crediamo piuttosto di poter dire: noi abbiamo guadagnato in lei una santa! La vita di Orso­la Hibbeln dimostra che il mondo di qua e quello di là non sono fra loro separati, ma ambedue le sfere sono compenetrate, che il cielo e la terra sono già adesso legati fra di loro. Se mamma Orsola già nella sua vita terrena ha potuto compiere tanto bene con la sua santa vita, sacrifici, preghiere, sofferenze, forse adesso davanti al trono di Dio essa non po­trà ottenerci ancora più grazie? Già fin d'ora c'è chi può affermare quanto mamma Orsola ha portato di aiuto materiale e spirituale. Certa­mente una cosa, mamma Orsola non la può più fare: patire per noi! Questo compito essa lo ha lasciato a noi, ed è questa la grande preghiera che essa ci rivolge: continuare la sua vita di offerta e in unione con il sa­crificio di Gesù Cristo salvare le anime, salvare dal purgatorio povere anime e peccatori sulla terra, perchè in tutto Dio sia glorificato da tutti»!

 

43) MARGHERITA SCHAEFFNER + 15 APRILE 1949

Margherita Schaeffner nacque nel 1863 a Gerlachsheim nell'Alto Baden e ivi morì a 86 anni dopo una vita di privazioni, di miseria, di ma­lattie e di preghiera continuamente offerta in riparazione dei peccati a favore delle povere anime del purgatorio.

Fin da piccola oltre la povertà e mille rinuncie dovette pure sop­portare penosissime sofferenze e malattie. A 18 anni ebbe la prima visio­ne del purgatorio alla quale vista cadde a terra priva di sensi e sconvolta.

Essa ne spiegò il motivo: «É una cosa tremenda dover vedere le sofferenze delle povere anime»! Poi un po' alla volta si abituò a queste visioni che però il parroco di allora non volle mai ammettere. Tuttavia le povere anime stesse le dissero che sarebbe venuto presto un nuovo par­roco che le avrebbe creduto; come effettivamente avvenne. Margherita chiese a Dio un segno che le sue non erano illusioni o inganni del demo­nio, ma effettivamente erano le povere anime del purgatorio che le appari­vano. E questo segno essa lo ebbe. Le apparizioni delle povere anime, che lei chiamava «Le care amiche» andarono sempre crescendo e diven­nero sempre più frequenti, quasi quotidiane e specialmente dopo che aveva fatto la santa Comunione. Essa divenne così una specie di «oraco­lo» per le persone che la venivano a trovare e che le chiedevano dei pro­pri defunti e spesso lei potè dire se erano in purgatorio e quanto vi dove­vano ancora rimanere e ciò anche di persone che lei non aveva mai cono­sciuto o erano di altri paesi.

«Il rapporto con le povere anime è una grazia speciale che Dio mi ha dato. Esse sono attorno a noi, vicino a noi, ci vedono, conoscono i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre intenzioni. Normalmente noi persone non le vediamo. Esse si trovano in uno stato estremamente doloroso, ma non si tratta di un vero fuoco come il nostro». Così si espresse un giorno Margherita; e un'altra volta disse molto tristemente: «Se gli uomini sapessero, come ogni cosa deve essere espiata, essi vi­vrebbero molto diversamente»!

L'impressione di coloro che andavano da lei non per curiosità, ma per fede o almeno con retta intenzione riportavano sempre l'impres­sione di trovarsi di fronte a una persona leale, semplice, giusta, traspa­rente e pia; e lei sapeva sfruttare anche le minime occasioni per esortare o invogliare anche gli altri a pregare, soffrire per le povere anime. Del denaro o di quanto riceveva in elemosina ben poco usava per sè, ma quanto le era possibile rimetteva a sacerdoti perchè venissero celebrate sante messe o fatto altre opere buone per le povere anime.

Fu questo anche lo scopo primario della sua lunga esistenza: aiu­tare in tutti i modi le povere anime per uscire dalle loro pene.

 

44) TERESA NEUMANN DI KONNERSREUTH + 18 SETTEMBRE 1962

La stimmatizzata di Konnersreuth nacque nella notte fra il vener­dì e il sabato santo 1'8 aprile 1898 prima di undici figli dal sarto Ferdi­nando Neumann e Anna. Fin dalla sua prima Comunione Teresa ebbe la grazia di vedere il Salvatore come lei ha sempre chiamato Gesù. Teresa ebbe anche la grazia straordinaria di poter ricevere la santa Comunione senza il sacerdote. Teresa era sana e robusta e durante la prima guerra mondiale fu in servizio da un contadino e dovette sobbarcarsi a duri la­vori di campagna, anche molto pesanti. Teresa avrebbe voluto farsi suo­ra missionaria, ma le necessità familiari e la guerra la costrinsero a ben altra missione. Nel marzo 1918 scoppiò un incendio in una fattoria che confinava con quella del suo padrone. Teresa lavorò moltissimo nello spegnimento sollevando e portando secchi d'acqua che veniva passata da mano in mano a spegnere le fiamme. Essa cadde dalla panca dove stava e si slogò la spina dorsale. La seconda vertebra del tratto lombare si era spostata comprimendo il sistema nervoso centro-addominale cau­sandole terribili dolori e portandola poi alla paralisi che la costrinse a letto. Nel 1919 si aggiuse la totale cecità. Tale rimase per quattro anni fi­no al giorno 29 aprile 1923 quando Teresa del Bambin Gesù fu proclà­mata beata.

A un certo momento mentre la giovane stava pregando seduta nel suo letto una luce nella sua stanza e in quella luce la Piccola Teresa di Lissieux sorridente... ed ecco il miracolo Teresa Neumann è guarita.

Molte anime di defunti apparvero a Teresa Neumann per chiede­re aiuto e il suo suffragio ed essa rispondeva per quanto le era possibile a tutte le loro richieste e in particolare nella festa dei santi e dei fedeli de­funti nelle quali dedicava tutta la notte in preghiera per le povere anime. La Festa dei Santi e dei Fedeli defunti erano giorni di immensa gioia per Teresa Neumann, come lei stessa raccontò al P. A. Maria Weigl, perchè essa poteva godere assieme alle anime che in quel giorno venivano libe­rate e poteva trovarsi in mezzo a loro.

Un giorno le apparve anche il parroco che si trovava a Konner­sreuth quando Teresa era bambina e la supplicò di pregare per lui ag­giungendo: «Prega per me! Dopo tutto sono stato io a battezzarti e an­che a darti la prima Comunione»! Teresa pregò moltissimo per lui e alla fine ebbe la gioia di vederlo finalmente nella gloria!

Non dimentichiamo che Teresa Neumann fu la grande mistica della passione come Anna Catterina Emmerich cfr. (Teresa Neumann; di Konnersreuth nella traduzione di Mercedes de unzio chiedere a don Silvio Dellandrea 38061 Ala di Trento)

 

Capitolo V

CONCLUSIONI

Dei santi canonizzati o non tali, che tuttavia condussero una san­ta vita e durante il corso dei secoli si sono particolarmente interessati delle povere anime o ebbero con esse degli incontri straordinari e talvol­ta impressionanti come per es. Eugenia von Lejen + 1920 o Anna Maria Josefa Lindmajr e la vivente Maria Simma di Sonntag nel Vorarlberg, tantissime altre persone si potrebbero ricordare e furono grandi benefat­trici delle povere anime e per le quali hanno operato, pregato e patito of­frendo le loro sofferenze o malattie o disagi a loro suffragio. Ricordia­mo qualcuno come Giovanni Bosco, la stimmatizzata svizzera Marghe­rita Bajs, la mistica polacca Faustina Kowalska, il grande missionario P. Luca Etlin che operò nel Missuri e tanto si occupò anche di sovvenire seminari e monasteri nel dopo guerra in Austria e Germania, ricordatis­simo anche per la sua famosa rivista «Tabernakel und Fegjeuer» - Tabernacolo e Purgatorio.- Così mamma Caterina Vogl e Maria Tere­sa Mejer-Bernhold, anime che tutto quanto di sè poterono, dedicarono alle povere anime delle quali poterono anche esperimentare la toccante riconoscenza quando venivano liberate dal Purgatorio o salivano alla gloria dei Cieli.

È giusto e doveroso ricordare anche gli ultimi papi che abbiamo conosciuto da Pio X a Pio XII, Leone X, Benedetto XV, il papa della pace Pio XI, il papa dell'Azione cattolica e delle missioni.

San Pio X che il 24 giugno 1914 in vista delle tante vittime che avrebbe mietuto la guerra proclamò un decreto con il quale concedeva l'indulgenza plenaria «Toties-quoties» a chi nel pomeriggio dei Santi e nella festa dei Fedeli defunti avesse visitato una chiesa e confessati e co­municati avessero pregato secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. Ricordiamo lo stralcio del decreto riguardante l'indulgenza: «Pio X... accogliendo volentieri le preghiere di molti, specialmente vescovi nel desiderio di sovvenire maggiormente ai bisogni delle povere anime del purgatorio si è degnato di concedere nel giorno in cui si commemo­ rano tutti i fedeli defunti a tutti i fedeli cristiani che confessati e comuni­cati visiteranno una qualsiasi chiesa od oratorio pubblico o semipubbli­co per, pregare per i fedeli defunti e secondo l'intenzione del sommo Pontefice l'Indulgenza Plenaria solo a favore delle povere anime del Purgatorio ad ogni pia visita Toties - quoties aecclesiam visitaverint... »!

PRAESENTI in Perpetum valituro... concessione valida in PER­PETUO!!

Papa Benedetto XV con la Costituzione apostolica «Incruentum altaris sacrificium» del 14 agosto 1915 aggiunse che nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti il due novembre ogni sacerdo­te poteva celebrare tre sante messe e inoltre in questo giorno ogni altare era «privilegiato» cioè era concessa l'indulgenza plenaria per il defunto per il quale in quel giorno veniva celebrata la santa messa. Il privilegio della celebrazione di tre sante messe in questo giorno era nei secoli pre­cedenti solo stato concesso ai religiosi di determinati ordini nel regno di Aragona e poi in Spagna e Portogallo e alla fine fu concesso ai paesi dell'America latina (dominazioni spagnole e portoghesì).

Papa Benedetto lo estese a tutta la chiesa ed espresse il suo vivo desiderio che ogni sacerdote voglia fare uso volontario e pio di questo privilegio di celebrare tre sante messe nel giorno dei morti per le povere anime. La cosa stava particolarmente a cuore allora al sommo Pontefice per le migliaìa dì vittime che la guerra stava mietendo in tutta Europa! Il 21 ottobre 1923 Papa Pio XI ha indirizzato al Cardinal Pompili lo scritto: « Prope adsunt dies » - si avvicinano i giorni - nella quale ordinava speciali preghiere per i defunti nel purgatorio «Si avvici­nano i giorni in cui il loro ritorno offre nuovo incentivo al popolo cri­stiano di rinnovare la sua vita religiosa. Proprio in questi giorni la no­stra santa Madre Chiesa pone sotto gli occhi dei fedeli pellegrini sulla terra i loro fratelli e sorelle della beatitudine del Cielo come modelli e nello stesso tempo con le sue solenni cerimonie liturgiche ricorda coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede, ma tuttavia devono subire un'ulteriore purificazione prima di poter essere ammessi alla visione beatifica secondo il giusto giudizio di Dio. La chiesa agisce così nella dolce risonanza del consolante dogma della fede cattolica della Comu­nione dei Santì.

Lo stretto legame che da un lato ci unisce ai beati del cielo e dall'altro con le anime purganti nel Purgatorio ci richiama a due no­stri particolari doveri; a queste oltre il nostro; sincero augurio perchè siano accolte in Cielo anche la nostra incessante preghiera perchè non ci neghino la loro protezione e la loro intercessione, perchè possiamo con­durre una vita veramente cristiana e soprattutto attraverso la nostra pre­ghiera e in special modo con la santa Messa possiamo rendere loro sollie­vo nelle loro pene.

Questo nostro atto di amore sarà certamente assai caro ai santi che si troveranno in quella perfetta carità del paradiso per le nostre pre­ghiere e offerte che avranno aumentato il numero dei Beati.

È infatti quasi impossibile che in cuori sanamente desiderosi e ge­nerosi sparisca la umana partecipazione alla sorte dei defunti. Tuttavia guardandoci intorno, vediamo purtroppo che in molti uomini si è affie­volito il ricordo dei defunti anzi talvolta è addirittura spento, oppure si manifesta in esteriorità che poco giovano alle povere anime.

Anche se il nostro Ufficio di Padre universale di tutti i fedeli ci impedisce di escludere anche uno solo dei defunti dal nostro amore pastorale, tuttavia il nostro cuore quasi automaticamente si rivolge alle schiere dei moltissimi, quasi innumerabili che sono caduti durante la guerra mondiale, adesso in questi giorni che di poco precedono la commemorazione dei fedeli defunti, e a coloro che sono morti poi in seguito a ferite e contagi e malattie e a coloro che sono rimasti vittime della guerra civile e agli innumerevoli orfani che non hanno nessuno che li ricordi e preghi per loro.

Certo il pensiero di tutti questi nostri figli strappati violentemen­te alla vita ci riempie di dolore, abbiamo tuttavia anche motivo di teme­re che anch'essi per colpa della negligenza di coloro che furono un tempo i loro cari, siano privati dell'amoroso ricordo e dell'affettuoso aiuto della preghiera. E come sarà veramente con quelle numerosissime vitti­me della morte di questa immane catastrofe, che già fino dalla culla non hanno conosciuto le carezze e il sorriso della mamma? E cosa sarà di quegli orfani dimenticati o che non hanno una patria o non trovano una persona che li piange, e qualcuno che li raccomanda alla misericordia di Dio?

Coloro che sono morti nel Signore e in avvenire non soffrono più di rancori o invidie ora godono continuamente della loro stretta unione per la grazia e l'amore di Cristo finchè un giorno saranno introdotti nella gloria eterna, che è preparata ai figli e alle figlie di Dio di ogni stirpe, di ogni lingua, popolo e nazione.

Noi vogliamo anche, che le suppliche e le riparazioni offerte dai fedeli, astraendo da ogni distinzione di patria, di condizione, di parte o di età, vengano destinate a tutte le anime senza eccezione, per le quali sono offerte le sopranominate preghiere e suppliche e offerte!

Questa universale comunione di preghiere aprirà a questi amatis­simi figli la beatificante visione di Dio da un lato e dall'altro grazie ad una più profonda radicazione dell'amore, di questo vincolo di perfezione, opererà nel cuore dei vivi affinchè presto la pace di Cristo nel Regno di Cristo diventi realtà e brilli dovunque.

Perciò il nostro più struggente desiderio è che in occasione delle prossime solennità di tutti i Santi e dei Fedeli defunti e durante tutto il mese di novembre si compia una vera e più grande campagna di preghiere e riparazioni secondo le intenzioni sopramenzionate.

Noi speriamo con ferma fiducia che l'esempio di tutti i fedeli della città di Roma possa sfociare in una gara di fede e di amore di tutto l'orbe politico».